INTELLETTUALI E SOCIALISMO
NELL’INGHILTERRA DEL ’900
DALLA «AUDEN GENERATION» ALLA «SECONDA NUOVA SINISTRA»[*]
Piero Venturelli
Non si può dire che gli interpreti italiani, ma non solo italiani, abbiano dedicato l’attenzione che merita al rapporto fra intellettuali e socialismo nella cultura britannica del secolo scorso. Un volume uscito qualche anno or sono, ha cercato di rimediare – almeno in parte – a questa grave carenza di studi critici in materia.
Il libro di cui si parla raccoglie quattro ampi saggi – già pubblicati singolarmente nella «Rivista di filosofia» tra il 1974 e il 1980 – che offrono chiara testimonianza della capacità di Anselmo Cassani – studioso faentino prematuramente scomparso nel 2001 – di percorrere nuovi e originali itinerari di ricerca attraverso un dialogo sapientemente condotto fra storia del pensiero, politologia, filosofia politica e sociologia, e che danno come frutti scrupolose ricostruzioni non solo delle prospettive e delle riflessioni degli autori analizzati, ma anche dei «contesti» in cui esse prendono vita, secondo uno stile e un metodo che richiamano quelli propri della history of ideas inaugurata da Arthur O. Lovejoy[1].
Nel primo saggio del volume, intitolato Marxismo e scienze della natura in Gran Bretagna negli anni trenta del XX secolo (pp. 1-43)[2], Cassani prende in esame la radicalizzazione della cultura inglese seguita alla crisi economica mondiale scoppiata nel 1929. Durante i Thirties, innumerevoli giovani poeti e letterati (Wystan H. Auden, Cecil Day Lewis, Christopher Isherwood, Louis MacNeice, Stephen Spender ecc.), così come intellettuali politicamente impegnati già assai noti (da Harold J. Laski ai coniugi Sidney e Beatrice Webb) e importanti scienziati (fra cui John D. Bernal e John B.S. Haldane), vedono nelle sempre più violente convulsioni del capitalismo i segnali dell’approssimarsi di una catastrofe mondiale o della barbarie fascista, onde la sopravvivenza della civiltà sembra poter essere garantita soltanto dall’adesione al comunismo. Se, per questi intellettuali, diventa quasi ovvio guardare all’Unione Sovietica – Paese capofila del marxismo-leninismo a livello mondiale – come all’esempio realizzato di società libera e ormai immune dalle crisi economiche internazionali grazie all’attuazione di «piani» pluriennali, altrettanto scontata è la loro condivisione del «diamat», ossia del «materialismo dialettico», che risente dell’impostazione «eraclitea» di Friedrich Engels: il marxismo si trasforma in una metafisica del «processo», nella quale la «dialettica della natura» riveste un ruolo di primaria importanza; in questo modo, «l’indagine scientifica della società capitalistica lascia il posto a una filosofia della storia (il “materialismo storico”), risultante a sua volta dall’applicazione del “materialismo dialettico” alla realtà storico-sociale»[3].
La convinzione che il capitalismo si dimostri incapace di dominare le proprie contraddizioni e il conseguente diffondersi d’un clima di entusiasmo per l’«esperimento» sovietico promuovono sia lo sviluppo di organizzazioni comuniste all’interno delle principali università britanniche sia un fecondo dibattito sui rapporti tra cristianesimo e rivoluzione sociale, germogliato soprattutto in seno alle sette protestanti, sia le riflessioni che gli uomini e le donne di scienza conducono sulla propria attività. Questi ultimi, giunti alla duplice conclusione che il capitalismo minacci l’esistenza stessa della scienza e che la scienza «pura» non sappia garantire un futuro di prosperità al genere umano, giudicano irrinunciabile la mediazione della società per vigilare sull’applicazione delle scoperte scientifiche. Ed è nel «piano» che gli scienziati marxisti rinvengono l’unico strumento capace di instaurare quell’organizzazione socializzata ed integrata del mondo alla quale il capitalismo anarchico pare d’ostacolo. Profilandosi come fondamentale punto d’incontro fra il comunismo e l’aspirazione tipicamente britannica ad una «civiltà scientifica», la pianificazione è chiamata ad assistere la scienza nella sua funzione di guida consapevole dell’umanità. Per gli scienziati socialmente impegnati, quindi, «il marxismo è in primo luogo lo strumento teorico che permette di giustificare e approfondire la consapevolezza, acuita dalle vicende del tempo, delle implicazioni sociali dell’attività scientifica, e di affrontare i problemi teorici e pratici che sorgono da tale consapevolezza»[4]. Sennonché, la condivisione di tale prospettiva non esclude che circolino tesi e punti di vista tutt’altro che univoci, come dimostra – ad esempio – l’avveniristico The World, the Flesh and the Devil (1929), uno scritto in cui il giovane scienziato e futuro storico della scienza Bernal viene a considerare la dittatura proletaria una semplice fase transitoria nel cammino che porterà all’instaurazione dell’egemonia di un’élite di scienziati, costituenti una vera e propria razza superiore, diversi – anche biologicamente – dal resto dell’umanità.
Ma non solo. In un contesto culturale fortemente segnato dagli sviluppi rivoluzionari della fisica teorica e dalla problematica filosofica da essi sollevata, gli scienziati marxisti palesano un notevole interesse per il carattere antimeccanicistico e, insieme, rigorosamente materialistico del «diamat». La teoria dei quanti e il principio di indeterminazione, infatti, si pongono in rottura radicale nei confronti della fisica classica, sui cui postulati si regge il materialismo tradizionale, ed offrono risposte inedite ad alcuni classici problemi filosofici: la natura dello spazio e del tempo, il rapporto fra soggetto e oggetto, l’esistenza della libertà ecc. Come si vede, la riflessione degli scienziati tende spesso ad abbandonare il terreno critico-metodologico per spostarsi su quello delle speculazioni metafisiche, nella piena consapevolezza che l’ontologia implicita nella nuova fisica non ha più nulla di materialistico, essendo le strutture ultime del reale mere forme matematiche.
Il secondo saggio della raccolta, dal titolo «A low dishonest decade»: la genesi del «mito degli anni trenta» nella cultura britannica (pp. 45-70), ponendosi in continuità ideale con le argomentazioni svolte nel testo d’apertura, descrive i caratteri della fortunata immagine storiografica dei Thirties e ricostruisce alcuni dei momenti più significativi della sua definizione. Cassani mostra come una delle componenti principali di questo vero e proprio «mito» sia l’attribuzione al marxismo di un’egemonia quasi assoluta sulla cultura britannica degli anni trenta, dopo una breve fase contraddistinta da una tendenza prevalentemente «morale-religioso-culturale», culminata nella «visione pessimistica» e nel «senso tragico della vita» propri del «gruppo Joyce-Eliot». La letteratura critica coeva e successiva riferisce di una generazione consapevole di sé in quanto entità collettiva e che ha i “suoi” artisti, impegnati a dare espressione alle sue esperienze fondamentali e definiti dalla storiografia «the New Signatures poets» o «the Auden Gang», dal nome di colui che è sicuramente non solo il principale protagonista della «Poetical Renaissance», ma anche «il generalizzatore, il costruttore di schemi e lo storico della sua generazione»[5].
Nel complesso, la maggioranza degli interpreti – dopo la conclusione del «decennio rosso» – vede nei Thirties un periodo dominato da intellettuali che vivono di false speranze e che, obbedendo a motivazioni politiche, pretendono di fare della letteratura una forma d’azione: ma tutto ciò, sempre secondo una porzione rilevante della critica, li porterebbe ad una disfatta sia morale sia artistica. Quest’immagine degli anni trenta come «a low dishonest decade» inizia a diffondersi nell’ultimo scorcio del decennio, ed è Auden ad anticipare – in maniera già inequivocabile nel saggio The Public v. the Late Mr. William Butler Yeats (1939) – la dichiarazione di sconfitta e l’atto di pentimento dei suoi contemporanei. Una «visione tragica» sgretola progressivamente la «visione rivoluzionaria» degli anni precedenti; l’«attesa della fine» diviene un elemento costitutivo dell’opera e della riflessione di molti scrittori della «Auden Generation». Avvenimenti storici di grande portata, anche simbolica, come gli accordi di Monaco (1938), la caduta di Madrid e il patto tedesco-sovietico (1939) rendono la «fine» sempre più incombente; e la catastrofe arriva di lì a pochi mesi con la Seconda Guerra Mondiale, proiettando una condanna definitiva sulle «clever hopes» che non hanno saputo impedirla.
Dall’esilio americano, Auden dichiara fallito il confronto con la storia e indica nella teologia l’unico punto di vista in grado di rispondere efficacemente alla «confusione» e alla «disintegrazione» del decennio che si chiude. In questa prospettiva, il celebre poeta viene ora a condannare – nei versi di September 1, 1939 (1940) – la «menzogna» che giudica essere stata alla base non solo delle illusioni degli anni trenta, ma di tutta la cultura europea più recente: la negazione del peccato originale. Per certi aspetti consimile è la presa di posizione del controverso giornalista e scrittore Malcolm Muggeridge: nella sua opera The Thirties. 1930-1940 in Great Britain (1940), egli fa propri temi eliotiani e allarga il discorso fino a considerare liberalismo progressista, comunismo e fascismo versioni alternative dello stesso rifiuto della trascendenza a beneficio della glorificazione della vita terrena. Dal canto suo, il «profeta del quietismo» George Orwell, autore di testi emblematici come Inside the Whale (1940) e 1984 (1949), nell’ambito della sua visione apocalittica del crollo della civiltà occidentale fondata sulla libertà dell’individuo, accusa gli scrittori comunisti di aver mescolato la letteratura alla politica e di essere incorsa in gravi errori intellettuali, diretta conseguenza d’un difetto di serietà e di vigore morale. Il contributo di Virginia Woolf alla costituzione del «mito», invece, risulta più distaccato e meno immediatamente polemico; del resto, il suo rapporto con gli scrittori della «Auden Generation» è complesso, al punto che la distanza critica non sembra escludere la complicità (come contribuisce a documentare un suo testo del 1932, A Letter to a Young Poet). Diverse pagine dell’autrice, spiega Cassani con particolare riferimento a The Leaning Tower (1940), rappresentano una «testimonianza di una “uscita dagli anni trenta” che recupera le coordinate familiari del liberalismo progressista e del socialismo riformista»[6].
Nel terzo e nel quarto saggio della raccolta, intitolati – rispettivamente – Socialismo e società opulenta. La New Left britannica all’inizio degli anni sessanta del XX secolo (pp. 71-105) e Socialismi a confronto: Old Left, New Right, New Left nella controversia sul revisionismo (pp. 107-142), si procede ad un’analisi dei «dilemmi» che, soprattutto dalla metà dei Fifties, agitano il Labour Party e mettono in crisi i princìpi dell’«ortodossia laburista». Muovendo da uno studio del 1965 del politologo Samuel H. Beer[7], Cassani mostra come le coordinate di fondo del pensiero e dell’azione politica del Labour Party – originatesi dopo la Prima Guerra Mondiale dal confronto e dal compromesso tra le diverse «tradizioni» confluenti nel laburismo – rimangano sostanzialmente incontestate per un trentennio, ispirando analisi della realtà economica, politica e sociale basate sulla proprietà privata, e programmi volti alla sostituzione del «sistema sociale borghese» – incentrato sulla «proprietà privata dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio», perennemente instabile e incapace di limitare gli sprechi – con un’inedita «società cooperativa» in cui venga ufficialmente sancita e salvaguardata l’uguaglianza di condizioni economiche e sociali di ciascun membro della collettività in nome della «comune umanità». In questo scenario, come sottolinea Cassani, appare nodale la funzione svolta dalla «clausola quattro» dello statuto (risalente al 1918), che assegna al movimento laburista il compito di «assicurare ai produttori manuali e intellettuali il pieno frutto del loro lavoro» sulla base della «proprietà comune di mezzi di produzione, distribuzione e scambio» (e del miglior sistema possibile di amministrazione e di controllo popolari su ogni industria e servizio).
All’interno del Labour Party, nel corso degli anni cinquanta, si comincia a ripensare il contenuto etico del socialismo per trovare definizioni adeguate della società emersa dalla guerra e dalla ricostruzione postbellica, e avviata a divenire «opulenta». All’epoca, la componente più «libertaria» e meno «statalista» del socialismo britannico è rappresentata dalla «destra revisionista», guidata da Anthony Crosland e da Hugh Gaitskell, il quale viene eletto presidente del partito nel 1955. I «revisionisti» accettano l’universo di valori della democrazia liberale, mettono in guardia contro la «minaccia alla libertà» insita in un’estensione indiscriminata della proprietà pubblica (nella forma del monopolio statale di interi settori industriali), rifiutano tanto la nostalgia per l’«austerità» del periodo postbellico quanto la condanna moralistica della «società dei consumi» (due posizioni tipiche del laburismo «fondamentalista»), accusano il partito di non aver saputo adattare la propria strategia e la propria «immagine» alla realtà degli anni cinquanta, e di aver lasciato crescere – presso i militanti – uno scarto «schizofrenico» tra «la fraseologia estremista» degli obiettivi a lungo termine e «il contenuto moderato, praticamente realizzabile, del suo programma a breve termine». Proponendosi di colmare questo scarto, l’«ala revisionista» – subito dopo la terza sconfitta elettorale consecutiva del Labour Party (1959) – porta l’attacco alla «clausola quattro» dello statuto e ribadisce la propria adesione ai capisaldi dei partiti socialisti dell’Europa occidentale: la definizione del socialismo «in termini diversi dalla proprietà pubblica di tutti i mezzi di produzione», l’accettazione esplicita dell’«economia mista», la nazionalizzazione come «solo uno dei mezzi possibili per raggiungere certi fini in determinate circostanze».
Già in The Future of Socialism (1956), Crosland ritiene che il partito vada «ammodernato» sulla base della realtà che cambia e al fine di ridare slancio ad un’Inghilterra che gli sembra ormai pervasa dai caratteristici «malesseri» delle «società stagnanti»: il conservatorismo soffocante della vita sociale, il dilettantismo delle élites, il crescente disimpegno civico ecc. D’altronde, a suo giudizio, anche i successi ottenuti dal governo laburista nel periodo 1945-51 (le nazionalizzazioni e la creazione del Welfare State) hanno contribuito a far emergere un tipo di società di fronte alla quale gli obiettivi tradizionali del laburismo e il complesso di analisi su cui si fondano, appaiono del tutto inadeguati. Egli osserva che l’introduzione dell’economia mista e di tecniche keynesiane da parte del ministero Attlee ha garantito non solo alti livelli di occupazione e di produttività, ma anche un grado ragionevole di stabilità; inoltre, la «redistribuzione verticale del reddito» a favore della classe operaia e l’estensione dei servizi sociali hanno ridotto enormemente l’incidenza della povertà primaria; infine, la separazione tra «proprietà» e «controllo», realizzata a livello macroeconomico dall’affermarsi della «pianificazione keynesiana», trova espressione, in termini microeconomici, nella «rivoluzione manageriale»: la proprietà pubblica non è più la condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi «economici» del socialismo (eliminazione delle crisi e pieno impiego) e non sembra nemmeno sufficiente a modificare i rapporti di potere all’interno delle imprese (dal momento che il «proprietario-imprenditore» è stato sostituito dal manager, pubblico o privato). Pertanto, quest’armonica convivenza tra pianificazione e proprietà privata ha reso «irrilevante» la «concezione socialista dell’economia cooperativa», incentrata sul «controllo diretto» dei mezzi di produzione da parte dello Stato.
Alla luce di tutto ciò, Crosland afferma che i passi avanti decisivi in direzione della «società senza classi», ancor più che sulle pur imprescindibili politiche di redistribuzione del reddito (nella sfera dei redditi da proprietà e, solo marginalmente, in quella dei redditi da lavoro), dovranno venire tanto dall’adozione di riforme che colpiscano le «cause sociologiche» dell’«antagonismo di classe» (la riorganizzazione del sistema educativo, anzitutto) quanto dalla «socializzazione» dei «modelli di consumo», la quale è vista come inevitabile conseguenza di un’economia basata sulla massificazione della produzione e dei consumi. A suo avviso, occorre riconoscere nella crescita dei consumi individuali la condizione essenziale non solo per il pieno esercizio della «libertà personale», ma anche per la realizzazione dell’ideale egualitario: da un lato, dunque, l’aumento della spesa sociale e il miglioramento del tenore di vita richiedono un elevato tasso di sviluppo; dall’altro, il socialismo può convivere con l’economia mista, utilizzandone i meccanismi per realizzare i propri obiettivi (opportunamente ridefiniti).
La «nuova filosofia del socialismo», proposta da Gaitskell e da Crosland, incontra molte critiche – non di rado veementi – in seno al Labour Party. Una delle risposte più articolate agli attacchi dall’«ala revisionista» proviene da Richard Crossman, che è autore d’un ambizioso tentativo di conciliare la «difesa ostinata» dei «principî socialisti» con la convinzione della necessità di «ripensare i fondamenti del socialismo». A suo giudizio, negli anni cinquanta è in atto una «crisi strisciante» del capitalismo keynesiano e la libertà appare seriamente minacciata dalle «concentrazioni di potere irresponsabili che caratterizzano il moderno oligopolio». Al fine di estendere la libertà e di attuare pienamente la democrazia, egli ritiene opportuno subordinare l’economia al controllo pubblico: dal suo punto di vista, però, le nazionalizzazioni possono dare buoni frutti soltanto qualora la politica sappia reagire alla tendenza della burocrazia statale a trasformarsi proprio in una di quelle concentrazioni di potere che mettono in pericolo la libertà dei cittadini.
In due scritti del 1960, The Spectre of Revisionism. A Reply to Crosland e Labour in the Affluent Society, Crossman analizza nel dettaglio quella che egli individua come la «contraddizione intrinseca» che mina alla radice le ormai opulente economie occidentali. Dal momento che, in queste ultime, la produzione di beni di consumo svolge un ruolo trainante e le scelte decisive sono lasciate al «libero gioco delle grandi concentrazioni di potere», il sistema non sembra in grado di destinare «una quota sufficiente delle risorse» agli investimenti, alla «difesa nazionale» e al «benessere della comunità»: «incapace di sostenere la “competizione pacifica” con le economie pianificate del blocco comunista, l’Occidente dovrà far fronte alla “crisi” provocata dall’inevitabile “spostamento nella bilancia del potere” mondiale»[8].
Oltre che da Crossman e dagli esponenti «fondamentalisti» del Labour Party, molte delle posizioni propugnate dall’«ala revisionista» vengono respinte anche dalla cerchia di intellettuali socialisti raccoltasi nel 1960 attorno alla «New Left Review». Le figure più rappresentative del gruppo, che aspira a costituirsi in «movimento politico di massa», sono il critico sociale Raymond Williams e lo storico Edward P. Thompson. Entrambi si dimostrano particolarmente sensibili alla dimensione etica del laburismo «ortodosso» e mirano a «liberare la tradizione socialista dalle sue componenti “difensive” (il collettivismo rigidamente ostile all’individuo che caratterizza storicamente le organizzazioni operaie), e dalla conseguente indifferenza nei confronti delle garanzie istituzionali dell’autonomia individuale»[9].
Williams – che è autore, fra gli altri scritti, di Culture and Society. 1780-1950 e di The Long Revolution (pubblicati, rispettivamente, nel 1958 e nel 1961) – punta a riscoprire la «reale complessità» della «critica romantica» all’industrialismo, così da valorizzare nuovamente alcuni temi che – a partire dall’idea di «una cultura comune» e dal rifiuto della distinzione tra «lavoro» e «vita», senza dimenticare la definizione dell’arte come «processo particolare nel generale processo umano di scoperta creativa e comunicazione» – possono risultare «direttamente rilevanti per la costruzione di una risposta socialista alla “crisi sociale” contemporanea e per l’elaborazione […] di una “teoria della cultura” che ponga l’accento, contro ogni riduzionismo, sulle “relazioni tra gli elementi di un intero sistema di vita”»[10].
Dal canto suo, in numerosi articoli e nel libro The Making of the English Working Class (1963), Thompson polemizza col «riduzionismo economicistico» e col «nichilismo morale» dell’«ortodossia stalinista» in nome del recupero dei «valori umanistici» del marxismo. Egli mette in rilievo come la gestione conservatrice (nelle forme dell’Opportunity State) del Welfare State edificato dal governo Attlee, abbia prodotto la «rivoluzione del consumatore deproletarizzato», la crescente omologazione culturale originata dall’affermarsi di modelli di consumo standardizzati e la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, tutti esiti che sembrano aver cancellato le tradizionali linee di demarcazione fra le classi. Spetta alla New Left, secondo Thompson, ridefinire i rapporti di classe alla luce di queste realtà: l’obiettivo è creare «una nuova coscienza di classe» che sia in grado di esplicitare il «potenziale socialista» presente non solo nelle rivendicazioni della «“vecchia” classe operaia», ma anche – e soprattutto – nelle aspirazioni della «“nuova” popolazione lavoratrice» (dagli insegnanti agli attori, dagli scienziati agli operatori sociali ecc.). Le aspre critiche mosse al «capitalismo opulento» e ai suoi valori «acquisitivi» non implicano, tuttavia, l’adesione di Thompson al «modello catastrofico» della transizione al socialismo. Infatti, come ben dimostrano, a suo avviso, le «conquiste del periodo 1942-48», si danno casi di «reale» sviluppo di «forme socialiste» – per quanto imperfette – «all’interno del capitalismo», onde egli ritiene possibile portare a termine con successo una «rivoluzione socialista pacifica» che garantisca una certa continuità nella vita sociale e nelle forme istituzionali britanniche.
Il terzo e il quarto saggio di Cassani, che spaziano in ambiti di indagine particolarmente trascurati dagli interpreti italiani, si arrestano poco oltre il 1963, anno in cui gli esponenti di una «seconda nuova sinistra» acquistano il controllo della «New Left Review» e intraprendono una dura battaglia contro il «moralismo» e il «populismo» dei loro predecessori, specie di Thompson, nell’ansia di liquidare le posizioni d’impianto «umanistico» e di «sprovincializzare» il pensiero socialista inglese. Nasce, così, promosso da Perry Anderson e da Terry Eagleton, un ampio dibattito destinato a protrarsi per oltre un decennio.
Come osserva Giacomo Marramao nella sua Prefazione al volume, se il metodo di lavoro di Cassani è senza dubbio pregevole e «rappresenta un felice esempio di sintesi tra la filosofia sociale e la storia delle idee», altrettanto degno di rilievo appare il suo «stile sobrio, preciso e sempre rigorosamente sorvegliato», che «permette non solo di inquadrare nel proprio ambiente e nella propria costellazione storico-culturale figure intellettuali di prima grandezza spesso considerate isolatamente […], ma anche di discernere con chiarezza gli aspetti più obsoleti e datati delle posizioni prese in esame da quelli ancora vivi e attuali»[11]. Questi documentatissimi contributi critici racchiudono una praticabile e assai feconda lezione di «“revisionismo storico” costruttivo», le cui notevoli valenze euristiche gli derivano dall’essere improntato «al metodo rigoroso di un’approssimazione alla verità in grado di farci uscire dalla pseudo-antitesi di dogmatismo e relativismo (entrambi assoluti nelle loro assunzioni di principio)»[12]. Alla luce di tutto ciò, l’augurio è che possa proseguire l’opera davvero encomiabile intrapresa negli ultimi anni da amici e colleghi del professore faentino, e diretta a raccogliere in volumi tematici i saggi usciti singolarmente in sedi diverse o – addirittura – rimasti inediti a cagione dell’improvvisa scomparsa dell’autore, in modo da rendere disponibili tutti i suoi studi ad un largo pubblico.
[*] Nota ad Anselmo CASSANI, Intellettuali e socialismo nella cultura britannica del XX secolo, a cura di Domenico Felice, premessa di Antonio Santucci, prefazione di Giacomo Marramao, Bologna, CLUEB, 2003 (d’ora in poi: Intellettuali).
[1] Per rimanere all’ambito britannico, ma spostandoci al secolo precedente, Cassani ha offerto un’ulteriore testimonianza del proprio interesse critico rivolto ai diversi «contesti» e, insieme, della vocazione per le indagini di carattere interdisciplinare in cinque saggi dedicati – tra il 1982 e il 1986 – al pensiero di uno dei più eminenti sociologi e storici del diritto dell’Inghilterra vittoriana, e raccolti nel volume Diritto, antropologia e storia. Studi su Henry Sumner Maine, pref. di V. Ferrari, Bologna, CLUEB, 2002 (sul libro, ci si permetta di rimandare alla nota, a cura di chi scrive, “Diritto, società, ideologia nella teoria sociale vittoriana”, «Teoria politica», a. XXI [2005], fasc. 1, pp. 163-166). Cassani ha anche pubblicato nel 1986 una prima traduzione in italiano di alcuni testi dell’autore britannico, antologizzati col titolo Società primitiva e diritto antico. Scritti di Henry Sumner Maine (Parerga, Faenza).
[2] Trattasi di uno studio che ci sembra adeguatamente screziare alcune delle cristalline certezze di quegli interpreti che, ancora in anni recenti, accreditano l’immagine dell’Inghilterra come di un Paese – se non del Paese per eccellenza – sempre e comunque individualista e anti-autoritario ovvero il «luogo naturale» della libertà – e degli «Erasmiani», per esprimerci col lessico di Ralf DAHRENDORF, del quale cfr. il recente Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo, tr. it. di M. Sampaolo, Roma-Bari, Laterza, 2007 (ed. or.: Versuchungen der Unfreiheit. Die Intellektuellen in Zeiten der Prüfung, München, Beck, 2006).
[3] Intellettuali, p. 11.
[4] Intellettuali, p. 18.
[5] Samuel HYNES, The Auden Generation. Literature and Politics in England in the 1930s, London, The Bodley Head, 1976, p. 382 (il passo è citato da Cassani, direttamente in traduzione italiana, in Intellettuali, p. 53).
[6] Intellettuali, p. 70.
[7] Samuel H. BEER, Modern British Politics. A Study of Parties and Pressure Groups, London, Faber and Faber, 1965.
[8] Intellettuali, p. 112.
[9] Intellettuali, p. 99.
[10] Intellettuali, pp. 136-137. In un luogo del terzo studio, a questo proposito, Cassani sottolinea giustamente che «Williams prosegue una linea di pensiero che va da William Morris a Tawney» (pp. 97-98). Al sociologo, storico e politologo Richard H. Tawney, figura cruciale del socialismo britannico dagli anni venti alla morte (1962), Cassani dedica – nel quarto saggio – diverse pagine assai lucide e penetranti (cfr. Intellettuali, pp. 120-121 e 126-129). Su quest’importante autore inglese (ma nato a Calcutta), cfr. Ross TERRILL, R.H. Tawney and his Times. Socialism as Fellowship, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1973; David A. REISMAN, Tawney, Galbraith, and Adam Smith, New York, St. Martin’s Press, 1982; Anthony WRIGHT, R.H. Tawney, Manchester (UK), Manchester University Press, 1987; Teodoro TAGLIAFERRI, La nuova storiografia britannica e lo sviluppo del welfarismo. Ricerche su R.H. Tawney, Napoli, Liguori, 2000.
[11] Giacomo MARRAMAO, Prefazione a Intellettuali, pp. XVII-XXIII: XXI.
[12] Giacomo MARRAMAO, Prefazione a Intellettuali, p. XXII.