INSEGNARE STORIA CONTEMPORANEA OGGI
FRAMMENTI DI UN DISCORSO FATTO Di nuvole E zolle,
DI Lunga RIFLESSIONE E GRAN Lavoro
GIOVANNI GRECO
Università di Bologna - Accademia militare di Modena
Da molti anni, oramai, insegno “Storia contemporanea” ed altre discipline storiche nell’Università di Bologna - presso la Facoltà di Magistero ch’è divenuta poi Facoltà di Scienze della Formazione - e nell’Accademia militare di Modena. In questa fase della mia lunga quanto appagante parabola didattica e scientifica, mi sta davvero a cuore esporre una sintetica riflessione sull’attività da me svolta confrontandomi con migliaia e migliaia di studenti.
Mio intento principale è sempre stato quello di fornire agli allievi un repertorio (per quanto possibile) vario, vasto ed aggiornato di nozioni e di strategie metodologiche e didattiche, mai disgiunto - va da sé - dalle premesse indispensabili per la formazione di uno spirito critico effettivamente personale. Sono persuaso, infatti, che il miglior modo d’insegnare non consista nell’indulgere in espressioni magniloquenti e nemmeno nella comunicazione di un bagaglio d’informazioni tanto cospicuo quanto scollato dai temi decisivi della nostra epoca, bensì nello sforzo di far scaturire dal reale fluire di ogni elemento storicamente rilevante le ragioni di un concreto, ancorché modesto, progresso negli studi.
Ciò che si deve acquisire, prima d’ogni altra cosa, è l’arte d’imparare ad imparare: è l’allontanarsi dalle paludi cultural-burocratiche per tendere ad una reale liberazione dell’intelligenza; è cogliere la molteplicità; è altresì lo sforzo di esplorare dimensioni anche remote per scoprire l’unità profonda di vicende all’apparenza diversissime; è mostrare, in una parola, il “suonare insieme”, la consonanza talora stupefacente di eventi e di pensieri che non parrebbero affatto assimilabili. A tal fine, alle volte, può risultare opportuno persino nascondere la profondità in superficie, cercando di recuperare frammenti di vite che, altrimenti, andrebbero perdute come lacrime nella pioggia. In uno dei suoi saggi “stravaganti” più felici, Giorgio Pasquali, ragionando del metodo storico-filologico di Michele Barbi, ebbe a dire che quest’ultimo «sapeva benissimo che, almeno nelle discipline dello spirito, non esistono scienze separate, ma solo problemi concreti, i quali ognuno deve assalire con tutti i mezzi di cui dispone».
Quando s’insegna, si ha il dovere, da un lato, di essere chiari e precisi, perché chi non è perspicuo ed ordinato o è un somaro o è un mistificatore, tertium non datur; dall’altro lato, occorre “offrirsi” ai propri interlocutori con ferrea onestà intellettuale: «Prima di studiare la storia, bisogna studiare lo storico» (Alphonse Karr). Un insegnante dovrebbe pertanto essere una sorta di atleta delle emozioni, capace di far circolare energia mentale: se si comunica energia, questa ritorna poi indietro moltiplicata, in special modo se si tenta di comunicare agli allievi una metodologia efficace, che sappia essere ad un tempo precisa e flessibile, sicura ed inquieta, aggiornata ed in continuo fermento.
Ho sempre cercato d’evitare le pedanterie così come i sentimentalismi, nel tentativo di affrontare (magari con qualche originalità scientifica ed espressiva) figure e questioni sì dolorose ed inquietanti, ma d’importanza cruciale, oggi, per la formazione culturale ed etico-civile dei soggetti educativi di cui dobbiamo - per dirla con Heidegger, ma anche con Giovanni Maria Bertin - «prenderci cura». Così, sforzandomi d’essere sensibile alla sofferenza più vera dell’altro, di ogni altro, ho meditato - a lungo e, sovente, con vivo trasporto - su poveri, prostitute, criminali, folli, vagabondi, terroristi, ebrei, zingari, indiani, su molti di coloro che, insomma, sono stati da tempi immemorabili relegati ai margini del divenire sociale. Sono infatti persuaso che, rendendo i più giovani meno disattenti ai mali e alle sventure che ancora abitano e percorrono questo tetro incipit del terzo millennio si possa contribuire alla «costruzione di esistenze» responsabili, all’educazione alla legalità; e non voglio celare che, dinanzi a siffatte tragedie moderne e postmoderne, ho riscontrato negli studenti un’attitudine seria e vigile, partecipe ed appassionata.
Tutto ciò in una fase in cui si è passati da una storiografia, per dir così, mutilata e ossificata ad un indagare più libero e aggiornato, che miri ad una conoscenza globale della realtà, ad una costante “contaminazione” interdisciplinare, ad una ricerca storica emancipata da prescrizioni dogmatiche. In un testo voltairiano troppo poco frequentato, le Considerazioni sulla storia, il philosophe affermava non per caso, con l’ironia penetrante di sempre, che «ciò che manca di solito agli storici è lo spirito filosofico: la maggior parte, invece di discutere fatti con degli uomini, si limita a raccontare storielle a dei bambini». E diversi maestri della storiografia novecentesca, da Cantimori alle punte di diamante delle “Annales”, hanno convenuto che il vero progresso degli studi storici consiste nel recuperare quanto abbiamo irrimediabilmente perduto attraverso un continuo, incontentabile rinnovamento delle indagini e delle metodiche.
In tale percorso, impegno ed attenzione costanti sono stati rivolti verso gli allievi meno provveduti, da me sempre trattati con rispetto ma anche con rigore: di fatto, sono stati proprio loro la “cartina di tornasole” dell’efficacia delle mie strategie scientifiche e didattiche. Un passo dell’antica Istruzione per i maestri dell’Accademia Militare del Ducato di Savoia e Regno di Sardegna del 1730 chiarisce appieno il senso del lavoro che sempre mi propongo di compiere: «Non si negligenteranno, né si ributteranno i meno abili, anzi si farà spiccare dal maestro attorno ad essi maggiore la propria abilità a trovare i mezzi di superare con l’arte e con l’industria la difficoltà della natura».
Sono convinto, infine, che il docente debba ancora ispirarsi a talune lectiones lasciateci da protagonisti del Rinascimento europeo quali Ficino, Giovanni Pico della Mirandola, Erasmo, Thomas More o Montaigne, che costituiscono, per molti versi, i “padri fondatori” di quelle che oggi chiamiamo “scienze umane”. Nel suo celeberrimo discorso De hominis dignitate, splendido manifesto d’un approccio al sapere rinnovato ab imis fundamentis, il grande Mirandolano indicava con lucida eloquenza la strada onde fornire a ogni persona gli strumenti necessari alla sua più piena, soddisfacente valorizzazione: «Come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che avrai preferito!».