ilaria besutti
Riflessioni critiche e didattiche intorno a
G. Greco, D. Monda (a cura di), I sentieri delle lacrime. Temi e problemi nella storia degli indiani d’america, Bologna, Bonomo, 2006
Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
C’erano solo cani e fumo e tende capovolte
Tirai una freccia in cielo per farlo respirare
Tirai una freccia al vento per farlo sanguinare
La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek
Fabrizio De Andrè
In che modo un ragazzo viene a conoscenza dell’esistenza della cultura degli indiani d’America? A pensarci bene in un solo modo: attraverso i film western.
Fin da bambini siamo abituati a guardare questi film in compagnia dei genitori, senza che ci venga spiegato nulla (o quasi) di quel che è stata la civiltà di questo popolo, e solo per naturale sensibilità ci commuoviamo davanti alle stragi dei pellerossa che vengono sconfitti dall’uomo bianco armato di fucili. Nella maggior parte di questi film, poi, la figura dell’americano a cavallo che fa strage di indiani non ci appare nemmeno così cattiva, in quanto sembra che i soldati blu si siano mossi a conquistare dei territori che erano occupati dai cattivi indiani.
Ma gli americani sono riusciti a mostrare anche un lato più vero, da un punto di vista storico, in alcuni film come “Un uomo chiamato cavallo”, “Balla coi lupi” e pochi altri, ove lo spettatore riesce a scoprire le tradizioni e il modo di vivere di queste popolazioni. In opere come queste il punto di vista, infatti, non è solo “eurocentrico”, l’attenzione è spostata anche sull’impossibilità, per gli indiani, di combattere un tipo di guerra al quale non erano assolutamente preparati e la descrizione dei fatti è più vicina al reale.
Perché mai la storia degli indiani d’America, a scuola, non viene studiata come invece si studia quella delle altre civiltà? La risposta più ovvia, e forse più banale, potrebbe essere proprio che si tratta di un argomento che si dà per acquisito grazie ai film e ai documentari offerti con regolarità dai palinsesti televisivi. Sarebbero dunque pagine di storia eliminate dai libri, in quanto il potere comunicativo dei film ha soppiantato quello dei libri. Invero, a molti docenti sembra quasi superfluo parlare anche a scuola di un argomento così spesso trattato altrove mediante immagini e, in effetti, sono stati prodotti davvero tantissimi film sull’argomento. Il problema è che li si guarda con superficialità, senza conoscere realmente i fatti e la cultura di un popolo quasi completamente eliminato dalla faccia della terra.
Quel periodo storico, quegli avvenimenti, costituiscono il punto dolente di cui spesso si tace, e di conseguenza le notizie su di essi sono sempre piuttosto scarse. Inoltre, i nostri libri di storia, per la maggior parte, si soffermano su fatti che riguardano principalmente l’Europa, soprattutto nella parte relativa all’antichità e fino all’età moderna (in alcuni testi, al massimo, si trovano cenni di storia orientale). Nella parte di storia contemporanea, poi, vengono sì riportati gli avvenimenti principali della storia degli Stati Uniti - in particolar modo la guerra d’indipendenza e quella di secessione -, ma il problema degli indiani non viene mai affrontato, se non, in alcuni testi, nei limiti di qualche scheda di approfondimento.
Certamente, lo sterminio dei pellerossa non ha caratterizzato solo pochi anni, né è un fatto minore che la storia si possa permettere di non raccontare: il punto fondamentale, credo, sta nel fatto che si tratta di una minoranza etnica, ben poco rilevante dal punto di vista sociale, economico e politico.
Si potrebbe citare la situazione analoga dei Maori neozelandesi, o degli Aborigeni australiani, completamente emarginati dalla società inglese, tanto che la maggior parte di loro vivono ancor oggi come barboni, vagabondi e alcolizzati: esattamente come gli indiani d’America. Sono popoli che hanno un ruolo marginale nello studio della storia perché, a differenza di altre civiltà (anche molto diverse e lontane dalle nostre, come quella cinese) non sono riusciti a creare un’economia complessa, ad avere una struttura politica complessa; hanno semplicemente vissuto un territorio in modo libero, con un contatto diretto e immediato con la natura, senza scatenare grandi guerre di conquista.
Gli indiani sono un popolo ben lontano dal nostro modo di vedere il mondo, basato su profitti, perdite, guerre e conquiste. Secondo la nostra visione storica ed economica, essi sono semplicemente una minoranza. Come tutte le minoranze che vivono all’interno di un’articolata società, in questo caso quella nordamericana, essi non hanno lo spazio per potersi esprimere e per denunciare le proprie condizioni.
Gli individui che appartengono ad un gruppo etnico piuttosto piccolo vivono emarginati dalla grande e produttiva società, e di conseguenza mancano degli strumenti culturali indispensabili per far sentire la propria voce. La società, come è bene evidenziato in questo libro, a volte si attiva per promuovere una certa integrazione, in special modo dei giovani di quelle minoranze, attraverso associazioni di volontariato, o progetti di pubblica assistenza, ma sono azioni che sovente non valorizzano le loro tradizioni o i loro costumi. Per la società d’oggi, troppo spesso integrazione significa cancellazione del diverso: i bambini e i giovani indiani vengono quindi portati nelle scuole americane, imparano l’inglese e tutto ciò che fa parte della cultura degli americani, ma non del loro popolo originario. In questo modo, si creano individui disadattati, in quanto non torneranno a far parte del loro piccolo gruppo etnico, ma cercheranno d’integrarsi nella società che li ospita, scontando costantemente la propria diversità. La loro fatica, il loro sforzo d’integrazione, nella maggior parte dei casi, non ottiene di fatto risultati significativi. Gli indiani dimenticano così la loro lingua e le loro radici; la maggioranza di essi fatica moltissimo a trovare un lavoro, e tanti vivono in condizioni di vera miseria.
Anche il fenomeno dell’alcolismo è assai diffuso tra i nativi americani. Essi vennero a conoscenza delle bevande alcoliche quando conobbero l’uomo bianco. La dipendenza dall’alcol era indotta nei pellerossa dagli esploratori poiché, in questo modo, era decisamente più facile controllarli ed usarli. A tutt’oggi, sono davvero molti gli indiani, di qualsiasi tribù, afflitti da problemi derivanti da sostanze alcoliche: è una vera malattia, dalla quale non guariscono anche perché mancano strutture che si occupino adeguatamente di questa piaga. Ciò rende queste persone ancor più emarginate, tagliate fuori da ogni possibilità di ricupero e, a fortiori, di integrazione.
Come che sia, della effettiva situazione attuale degli indiani d’America - ribadisco - spesso non si sa nulla. Ci si è ricordati della loro condizione quando Marlon Brando, ancor giovane, rifiutò l’Oscar per denunciare le drammatiche condizioni degli indiani costretti a vivere nelle riserve. La maggior parte dei giovani non sa nemmeno che cosa sia davvero una riserva. Il cittadino americano medio non si chiede quale sia la condizione dei pellerossa d’oggi. Probabilmente, alcuni pensano addirittura che non ne esistano più. Le tribù delle riserve continuano a compiere piccoli lavori di artigianato, derivanti da quelle loro antiche tradizioni artistiche che, viceversa, coloro che vivono nelle città hanno completamente perduto. E tuttavia, vivere in una riserva fa di un essere umano quasi un animale in uno zoo, che i turisti vanno a visitare. Per chi vive in siffatti milieux, l’unico contatto con l’esterno è rappresentato dal turismo, ma, pure in questo caso, non è certo possibile parlare di una condizione di libertà e di emancipazione.
Gli Stati Uniti hanno peraltro sfruttato il più possibile queste popolazioni in ogni momento storico: basti pensare alla seconda guerra mondiale, quando gli indiani venivano impiegati per mandare messaggi in codice nella loro lingua, impossibile da tradurre nelle intercettazioni dei nemici giapponesi. Per inciso, questo è un altro dei numerosi argomenti riguardanti gli indiani completamente assenti dai libri di storia, anche se la seconda guerra mondiale, come ben si sa, è presente in tutti i libri di testo del globo.
Il volume coordinato da Giovanni Greco e Davide Monda ci invita a percorrere un cammino saggistico su un popolo che può ben dirsi, dunque, pressoché dimenticato. Attraverso le parole di questo libro, gli indiani e la loro storia, tornano ad animarsi e a vivere. Troviamo qui un novero cospicuo quanto prezioso di notizie riguardanti la struttura sociale delle tribù, l’importanza di vivere in una comunità, i compiti svolti dagli uomini e dalle donne, il ruolo dei bambini all’interno di una società così pacifica, ove tutti si occupavano dell’educazione dei piccoli.
Leggendo i passi di alcuni saggi, ci si accorge di come certi gesti e certe attenzioni, che la nostra civiltà (variatis variandis) ha pur conosciuto, si siano via via perduti nel tempo, sino a disintegrarsi nella fretta del turbinoso divenire postmoderno. Per contro, atteggiamenti come la competizione, così presente e prepotente nella nostra società, erano del tutto assenti fra gli indiani, e lo stesso può senz’altro dirsi per numerosi comportamenti egocentrici o punitivi. Si ricorreva infatti alla punizione solo nel momento in cui qualcuno aveva subìto un’offesa o un’ingiustizia.
In ultima analisi, un messaggio che si evince agevolmente dalla totalità dei contributi ospitati ne I sentieri delle lacrime è che i pellerossa erano un popolo estremamente pacifico, che viveva in una sorta di simbiosi con la natura, in un rispetto assoluto dell’ambiente da cui traevano sostentamento, un elemento decisivo, questo, ch’è venuto a mancare con lo sterminio dei bisonti. Ancora, tutte le tragedie che si sono abbattute sui pellerossa sono state cagionate dalla violenza inqualificabile dell’uomo bianco, sempre affatto sicuro della propria superiorità nei confronti di qualsiasi popolo con cui sia venuto in contatto nel corso della storia. Anche nel confronto con gli indiani s’è imposta rapidamente tale idea, e fino al punto di perpetrare l’eliminazione fisica d’intere tribù portatrici di un’originalissima cultura.
Come si racconta in un bellissimo saggio del libro, gli indiani hanno lasciato assai poco del loro mondo: restano quasi soltanto dei sentieri, chiamati “i sentieri delle lacrime”, quelli appunto segnati dalle lacrime di quei pochi indiani sopravvissuti alla lunga migrazione che attraversò buona parte dell’America. Qui essi versarono un mare di lacrime, mentre si trasferivano in luoghi assegnati loro dai bianchi, abbandonando così definitivamente le loro terre ed i loro cari morti, e non potendo più lanciare alcuna freccia in cielo.