Bibliomanie

 

Ricerca filologica, storia delle idee 
e orientamento bibliografico

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N° 41 Gennaio/Giugno 2016

 

 

SAGGI E STUDI

 

Vita breve di Elsa De' Giorgi

 

Stefano Chemelli, Giusy Radicchio

Elsa Giorgi Alberti, in arte Elsa de’ Giorgi, nasce a Pesaro il 26 gennaio 1914. Il padre Cesio Giorgi Alberti, discendente dai Giorgi Alberti di Bevagna e Camerino, sposa Licinia Ricci, a Bevagna in provincia di Perugia, il 7 ottobre 1906. Elsa è la figlia minore dopo Edgardo, nato il 24 giugno 1907, e Vanna, nata il 12 aprile 1911. Cesio Giorgi Alberti è chiamato a insegnare presso la cattedra di lettere e storia al Magistero di Firenze. La figlia lo descrive come un uomo gentile, distratto in tutto al di là della cultura. Ma la spensieratezza dell’infanzia subisce un brusco arresto quando Elsa, ancor bambina, prende coscienza dell’insorgere del male oscuro che inizia a offuscare la mente della madre. Ella stessa racconta di aver passato un intero pomeriggio «diffidata da lei a muovermi, minacciata di essere uccisa. Senza astio, diceva, ma per fatalità. Avevo otto anni». Una cura ormonale errata comprometterà definitivamente lo stato di salute della donna...

 

La Minerva o sia Nuovo giornale de’ letterati d’Italia

 

Piero Venturelli

«La Minerva o sia Nuovo giornale de’ letterati d’Italia» fu una delle più significative riviste di alta cultura ad essere stampate a sud delle Alpi nei decenni centrali del Settecento. Venne fondata all’inizio del 1762 dall’oscuro abate Iacopo Rebellini (1714-1767), che ne fu poi il direttore de facto, e dal combattivo camaldolese Angelo Calogerà (al secolo, Domenico Demetrio: 1699-1766). Il primo, uomo di poco prestigio e di difficile carattere, nacque nel Padovano (a Piove di Sacco) e studiò teologia ed eloquenza, coltivando la poesia e insegnando in varie località della Repubblica Serenissima; nominato pubblico revisore per le stampe dai Riformatori dello Studio di Padova, esercitando questa carica acquisì competenze redazionali ed organizzative che gli furono molto utili durante gli anni della «Minerva»; quest’ultima cessò con la morte di Rebellini. Il secondo era un celebre dotto che, quando ebbe origine codesto periodico, poteva contare sull’amicizia e sulla stima dei più importanti uomini di cultura veneti (e non solo veneti) dell’epoca, e aveva alle spalle una notevole esperienza editoriale per quanto riguardava i fogli eruditi. Dal 1730 ricoprì la carica di pubblico revisore per le stampe della Serenissima e da allora collaborò, in qualità di consigliere, coi tipografi veneziani. Nacque a Padova e visse stabilmente dal 1726 al 1759 nel monastero di San Michele in Isola, sull’isola di San Michele (nei pressi di quella di Murano, e per questo chiamato spesso – seppur impropriamente – «monastero di San Michele di Murano»), comunità di cui diventò priore nel 1729; entrato in urto con la gerarchia ecclesiastica e coinvolto in un’accusa di stregoneria di fronte agli inquisitori di Stato, fu trasferito nella badia della Vangadizza (in Polesine), dove rimase fino all’inverno 1763/1764, cosicché si trovava lontano da Venezia quando venne fondata «La Minerva»; la sua collaborazione con Rebellini non durò tuttavia a lungo, dal momento che Calogerà sentì presto quel foglio come cosa non sua e preferì dedicarsi ad altro. Morì poco tempo dopo nel monastero di San Michele in Isola...

 

Sulle tracce di Alfonso Gatto

 

Giovanni Greco

Alfonso Gatto nacque a Salerno il 17 luglio 1909 da Giuseppe e da Erminia Albirosa. Perdette un fratellino, a cui dedicherà rime tenere e amorevoli. A Salerno compì gli studi classici e poi ben presto cominciò il suo peregrinare per l’Italia – una costante della sua vita – da Milano a Bologna, da Firenze a Roma, conservando nel cuore la nostalgia (dolore del passato) della sua piccola patria: “Sono venuto a Salerno, a risciacquare i miei panni in Irno… e su queste rive ho appreso la mia bella lingua” (l’Irno è il “fiumicello natio che sbocca in mare ai confini della vecchia città”). Ben nota la serie ininterrotta di spostamenti e di occupazioni, le più disparate, da correttore di bozze a commesso, da bibliotecario a scrittore, da professore a giornalista: è “un fenomeno oscuro il divenire”. Scrisse la sua prima poesia a vent’anni “in una stanza diroccata” partenopea, mentre a Firenze lavorò alla rivista Campo di Marte, legata all’ermetismo fiorentino, con lo scopo di proporre a un vasto pubblico tutti i generi letterari, Firenze delle Giubbe rosse e di Bargello, a Milano, frequentando Cantatore, Zavattini e Siniscalchi effettuò una crescita personale cospicua, a Roma si curò de L’approdo e si occupò, tempo dopo, del palinsesto culturale della Rai, condotto dall’esigenza di modificare e di perfezionare cifre stilistiche e contenuti, con occhi nuovi su volti antichi. Si innamorò e sposò la figlia di un suo professore di matematica, Agnese Turco, con cui fuggì a Milano e da cui ebbe due figlie, Marina e Paola. Illuminanti queste sue parole per il suo difficile temperamento: “forse è più dolce piangermi che avermi”. In questa prima fase, in particolare, ebbe scarsi mezzi, e conobbe anche la miseria, per cui sapeva ben cogliere l’essenza della povertà: “i poveri hanno il freddo della terra” e principiò con Isola (1932) la sua avventura di poeta alla ricerca di una grammatica ermetica con un linguaggio a volte lieve, a volte criptico, ricco di frammenti e di spazi vuoti, con la memoria in primo piano, “una memoria velata di rossi coralli”. Certo, questa sua poesia appare colorata e gioiosa: coglierla è facile e immediato, ma – come ha sostenuto acutamente Geno Pampaloni – penetrarla a fondo è molto più arduo...

 

Francesco Selmi e le celebrazioni dantesche del 1865

 

Fabiana Fraulini

Nel 1859 la direzione della «Rivista contemporanea» di Torino, rendendo onore al poeta tedesco Friedrich Schiller in occasione del centenario della nascita, celebrato il 10 novembre in Germania, si dice certa che «fra cinque anni sarà compiuta l’unità della patria» e propone che «la prima festa nazionale della nostra rigenerazione sia un’ammenda onorevole, sia la festa secolare di Dante Alighieri», «un uomo che pugnò con la spada e con la penna […] per l’unità della gran patria italiana». Il secolo si è aperto con manifestazioni di entusiasmo da parte di autori come Ugo Foscolo, Cesare Balbo e Silvio Pellico, che hanno contribuito con il loro pensiero e le loro opere ad affermare l’immagine di Dante quale padre della patria. Durante il Risorgimento, infatti, il poeta toscano viene sempre più considerato l’ideale unificatore, dal punto di vista sia linguistico sia politico, dell’Italia divisa. Negli anni immediatamente successivi all’Unità, il mito di Dante risulta essere più forte che mai tra le persone di cultura, e si inizia a pensare alle future celebrazioni del 1865, seicentesimo anniversario della nascita del Fiorentino...

 

Il tempio della filosofia di Orazio Arrighi Landini

 

Gaetano Antonio Gualtieri

Nello scenario dinamico e variegato che caratterizza il secolo XVIII un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta a quelle figure che, pur non ricoprendo un ruolo di primo piano, svolgono tuttavia un compito “divulgativo” nella cultura del tempo. Uno dei più significativi rappresentanti di questo genere di intellettuale è il toscano Orazio Arrighi Landini (nato a Firenze nel 1718 e morto a Venezia non prima del 1770), che incarna, in un certo senso, il tipo dell’uomo di cultura settecentesco desideroso di ampliare continuamente i suoi orizzonti, mostrandosi incapace di soffermarsi su un ambito di interessi circoscritto. Da personaggio ambizioso qual è, Arrighi Landini è sempre alla ricerca di situazioni e ambienti che possano mettere in risalto le sue doti di versatilità e possano consentirgli di sfoggiare la sua erudizione. La continua ricerca di queste condizioni congeniali al raggiungimento delle predette finalità, lo porta a girovagare un po’ dappertutto sia in Italia (lo troviamo, infatti, in Toscana, nel Regno di Napoli, nella Repubblica di Venezia ecc.) sia in altri paesi europei (in particolare, in Spagna e in Portogallo), costantemente in contatto con ambienti dell’aristocrazia o dell’élite culturale delle varie città in cui ha occasione di soggiornare...

 

NOTE E RIFLESSIONI

 

Il caso Ajar 

Beffare i critici e morire felice

 

Adélaide de Clermont-Tonnerre

(traduzione di Maurizio Cabona)

 

Non ho avuto la fortuna di conoscere Romain Gary. Magari l’avrò incontrato da bambina davanti a casa sua, a Parigi, quando le mie conquiste si limitavano al recinto di sabbia, nello Square des Missions étrangères, e le mie preoccupazioni a non farmi prendere a colpi di paletta e secchiello. Ogni giorno lui passeggiava in Rue de Bac, accanto alla malinconia e al bassotto tedesco, che doveva interessarmi, allora, più del suo padrone. Magari avrò notato un tipo stravagante, col poncho messicano portato su vivaci camicie di seta. O magari mi sarò seduta accanto a lui al Cafè L’Escurial, dove mia madre mi portava a bere un succo d’albicocca. O magari avrò giocato nel giardino dei nonni, quando lui andava a trovarli, perché era loro amico. Romain Gary (1914-1980) era morto da un pezzo quando presi a leggerlo: La promessa dell'alba, Cane bianco, Cocco mio, La vita davanti a sé. Nella loro giubilante disperazione, degna dell'Ubu di Jarry, le sue frasi mi portavano – senza che io dovessi scendere dal primo ramo del grande cedro in campagna – lungo indimenticabili percorsi. Ci sono stati anche L’angoscia del re Salomone, La danza di Gengis Cohn, Chiaro di donna o l’inenarrabile Lady L... Romain Gary m’ha fatto riflettere parecchio, molto ridere e un po’ piangere. Soprattutto m’ha aiutato, mentre osavo lanciarmi nel mio primo romanzo, con qualche pagina meno nota di Vie et mort d’Emile Ajar, testamento letterario ove Romain Gary svela i retroscena del caso Ajar, la maggior beffa di scrittore che si ricordi. Contiene anche vari omaggi, uno dei quali mi è caro...

 

Alcune Annotazioni sulla storia dell'Alma Mater Studiorum

 

Davide Monda

Ab origine gli studenti, per retribuire i professori, cominciarono a raccogliere danaro (collectio), che nei primi decenni venne dato a titolo di offerta, giacché il sapere, dono di Dio per eccellenza, non poteva esser venduto. Poi, a poco a poco, la donazione si trasformò in un salario vero e proprio. Cionondimeno, numerosi studenti si astenevano spesse volte dal partecipare alla collectio, tanto che il Comune dovette intervenire per assicurare la continuità dei corsi di studio...

 

Aforismi esclamativi ma poetici

 

Antonio Castronuovo

Da genere appartato, anche confidenziale, negli ultimi dieci anni l’aforisma ha trovato un consistente numero di voci che ne hanno arricchito il panorama editoriale e, come per ogni fenomeno che allarga i propri confini, anche quelli espressivi si sono ampliati, con un panorama sempre più vasto di interpretazione. Ogni autore, insomma, vede l’aforisma a modo suo – e a modo suo lo produce, consapevole che in fondo la schiera dei possibili maestri è assai ampia, in un ventaglio di forme brevi che spazia dal mondo antico al Novecento, da Ippocrate a Longanesi...

 

Turismo come scienza comparatistica

 

Piero Piergiovanni

Un amico fraterno mi ha chiesto, mesi or sono, di stendere qualche pagina circa il “turismo pensato” – relata refero. Così, ho riflettuto su ciò che, ogni giorno, decine di sedicenti esperti dichiarano in tal senso, e ho infine ritenuto di addentrarmi nel milieu del “turismo scientifico” che, di là da talune illustri (e illustrate) rappresentazioni, non mi sembra de facto adeguatamente frequentato. Sono persuaso che – oggi forse più che mai – lo scienziato del settore dovrebbe essere uno studioso provvisto di forma mentis interdisciplinare e comparatistica, il quale, pur coltivando intensamente il suo microcosmo d’elezione, sappia poi espandere il proprio “campo di attenzione” alla globalità delle discipline effettivamente correlate all’oggetto delle sue ricerche...

 

TRADUZIONI

 

Il ridicolo animale eretto

 

Maurizio E. Serra

(a cura di Davide Monda, Università di Bologna)

 

Un’anti-vita di Svevo la si può ben intendere senza troppi sforzi: la sua è un’opera compatta, corrosiva, contorta, abbastanza breve, se commisurata alle odissee letterarie dell’epoca, di cui però non sono stati ancora analizzati tutti i recessi, i sotterfugi, gli ostracismi. Ma la sua vita? Anzitutto, esiste per un biografo? Oppure occorre ricercare soltanto nei libri un personaggio così lontano dall’immagine dell’homme de lettres? E se, al contrario, la vita fosse stata solo uno scartafaccio dell’opera, quanto ne resta che sia capace di turbare, sedurre, inquietare? Che dobbiamo scoprire ancora in uno scrittore che del rifiuto di apparire – o semplicemente di farsi notare – ha fatto il perno della sua vocazione, la misura della sua identità? La scelta fu dettata, per più motivi, dalle circostanze...

 

POETANDO

 

Sonetti di memoria e di speranza Federico Cinti

 

NARRARE

 

Europa aveva paura

 

Magda Indiveri

Europa aveva paura. Sembravano passati secoli, da quando spensierata giocava sulla riva del mare. E davvero era senza pensieri, allora, dolce ridente, a intrecciare corone di rose e di viole con le compagne, a raccontare e ascoltare, a fissare quella distesa d’acqua salata che di sera si faceva colore del vino; e c’erano solo storie, allora, niente filosofia. Quel mare la proteggeva, era come il bordo di un vestito, la cimosa di un tappeto. Altre cugine, la solenne Asia ad esempio, vantavano antichità ed esperienza. Lei si sentiva piccola e giovane sempre, leggera che quasi il vento la portava in volo, piena di colori e di umori. “Europa!” -  la chiamavano a sera dalla reggia. Perché lei sarebbe stata regina. Ma le interessavano infinitamente di più  i battelli che portavano porpora, l’eco fragoroso di armi lontane, i canti. Non voleva mai ritirarsi nelle sue stanze, in quegli anni felici. Aspettava la notte per incontrare sua sorella, la Luna dal bianco viso, a lei affine.  Qualcuno ridendo le aveva raccontato che il suo nome significava “dalla larga faccia”; e chi più della Luna, quando era piena, poteva dire di assomigliarle?..

 

 

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ISSN  2280-8833