QUATTRO IMMAGINI
(IL NOVECENTO NELLA CULTURA CLASSICA)
Magda Indiveri
Faccio un cartoccio dei miei libri amati, quelli che oggi parlano per me, e vado a fare una lezione ai futuri insegnanti. Mi è stato chiesto di far capire a chi insegnerà discipline classiche l’importanza della cultura contemporanea e lo spazio da dedicare al novecento.
In realtà molti di loro già insegnano e debbono solo ottenere quel lasciapassare, quella patente che li strutturi definitivamente come docenti.
Che dire, che non suoni falso, inutile, obsoleto?
Apro il mio cartoccio che si rovescia sulla cattedra: buffa la situazione dei futuri insegnanti che siedono, con le loro gambe lunghe, nei banchi piccoli degli allievi.
Mi volto e dico che leggerò dei brani esemplari, da libri molto amati, e ad essi accoppierò quattro immagini: la cruna dell’ago, la figura nel tappeto, il croco e il filo del funambolo.
“Un’idea, un’idea non sovviene, alla fatica dei cantieri, mentre i sibilanti congegni degli atti trasformano in cose le cose e il lavoro è pieno di sudore e di polvere. Poi ori lontanissimi e uno zaffiro, nel cielo: come cigli, a tremare sopra misericorde sguardo”
(Carlo Emilio Gadda, “Notte di luna” in L’Adalgisa, Torino, Einaudi, 1963)
Per me non si può prescindere, nell’insegnare la letteratura, dal novecento. Anche se si insegna la letteratura antica. Perché essa passa necessariamente attraverso di noi, come il cànapo deve passare per la cruna dell’ago. La visione che abbiamo dell’antichità è comunque modificata dalla nostra percezione di contemporanei e mai potremo averne un’immagine originaria. Sono sempre fantasie di avvicinamento, le nostre. Perciò bisogna tener presente quella cruna che è il nostro presente.
“Il chiaro del bosco è un centro dove non sempre è possibile entrare (…) e tutto allude, tutto è allusione e tutto è obliquo, la luce stessa che si manifesta come riflesso si dà obliquamente, ma non liscia come spada. Leggermente si curva la luce trascinando con sé il tempo”.
(Marìa Zambrano, Chiari del bosco, Milano, Bruno Mondadori, 2004)
Il grande Henry James ha scritto un delizioso racconto “La figura nel tappeto” che è diventato il simbolo dell’ermeneutica letteraria. Perché leggiamo? Per scovare quella figura fatta di molti fili intrecciati che sta dentro ad ogni opera. Per far questo ci facciamo aiutare dai critici, e dall’incontro con altre discipline. Non ci stanchiamo di cercare, con gli occhi, quella figura.
“lo dichiari e risplenda come un croco/perduto in mezzo a un polveroso prato.
(Eugenio Montale, “Non chiederci la parola” in Tutte le poesie, Milano Mondadori, 1997)
“Cos’è un croco?” chiese un’allieva tempo fa mentre spiegavo Montale. Questa domanda ha aperto, in me e in quella classe, una voragine di conoscenza. Un po’ di floricoltura, un po’ di storia dell’arte (la primavera di Botticelli….) un po’ di occorrenze letterarie classiche e moderne, un po’ di studi antropologici (fiore di morte e di rigenerazione, presente nei funerali e nei riti di matrimonio…) il croco è diventato per alcuni di noi un simbolo che risplende e che testimonia la possibilità, nell’insegnamento, di scendere alle profondità più ardite e di tornare in superficie sempre con una conquista.
“Ogni parola si offre nei suoi multipli significati, simili alle faglie di una colonna geologica: ciascuna diversamente colorata e abitata, ciascuna riservata al grado di attenzione di chi la dovrà accogliere e decifrare. Ma per tutti, quando sia pura, ha un colmo dono…”
(Cristina Campo “Poesia e attenzione” in Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 2002)
Perché alla fine, il mestiere di insegnante è davvero movimentato, è un perenne andirivieni sul filo del funambolo perché fermi si cade, un andare e venire dal passato al presente e ritorno per raccogliere ed allacciare tutti gli stimoli possibili. Non sempre ci si riesce. Non sempre godiamo della “giornata riuscita”. Ma non bisogna cedere alla stanchezza e al fallimento.
“E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita”.
(Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Torino, Einaudi, 1970)
Provando e riprovando, viene la volta che si riesce ad elencare i gelsi. E questa era l’ultima immagine, la quinta.
Il testo è già apparso anonimo in Voci del verbo insegnare