Note a margine a I miei amici di Luisito Bianchi
Luigi Preziosi
L’ultimo libro di Luisito Bianchi (*) “I miei amici”, uscito nella primavera scorsa da Sironi editore, raccoglie i suoi diari del periodo 1968 – 1970, che custodiscono la memoria di un’avventura esistenziale particolarissima: l’esperienza di prete e di operaio vissuta in quel periodo presso la Montecatini di Spinetta Marengo, importante stabilimento industriale del polo chimico.
Di essa aveva già dato conto con “Come un atomo sulla bilancia”, uscito una prima volta presso la Morcelliana nel 1972 e ripubblicato nel 2005 da Sironi. “I miei amici” è in realtà il diario che Bianchi tenne quasi giornalmente nel triennio di vita in fabbrica; esso costituisce in qualche modo il materiale grezzo con cui è costruito il successivo “Come un atomo sulla bilancia”. Quest’ultimo rivela un più scoperto intento narrativo: è il racconto di un periodo della sua vita, da intendersi non in senso di puro memoriale, ma ascrivibile piuttosto alla categoria della narrazione tout court. “Come un atomo sulla bilancia” è scritto, infatti "nell'ottica del racconto", come afferma l'autore nelle prime pagine, in quanto vi "è narrato quello che è capitato ad un prete, coi suoi limiti e la sua sensibilità, cui il pensiero di fare della sociologia, della teologia o della pastorale era tanto lontano quanto quello di essere lui stesso un sociologo o un teologo o un operatore pastorale”.
Assai diverso il carattere di “I miei amici”, in cui manca il diaframma del racconto, sia pur autobiografico, a vantaggio di una ancora più forte presa in termini di immediatezza degli assunti e di evoluzione, spesso suggerita da accadimenti quotidiani, del magmatico insieme di riflessioni che dell’amplissimo testo (oltre 900 pagine) costituiscono l’essenza. Non ci si attenda, infatti, un racconto o uno sviluppo narrativo che ad esso assomigli, da “I miei amici”, ma piuttosto un ordito fittissimo di meditazioni incessanti. Davvero nel libro l’anima di don Luisito si offre nella sua sincerità più nuda, ed una tale esposizione lascia risaltare in ogni più intima nervatura una carità che non ha misura nell’abbracciare quanta più umanità possibile.
La scelta della fabbrica deriva dal desiderio di superare l'incongruenza di una predicazione sul valore spirituale del lavoro che Bianchi percepisce come avulsa dalla sua pratica concreta. Fin dal primo giorno (il 5 febbraio 1968, santa Agata) di lavoro come operaio turnista, Bianchi si sente sollecitato a render conto della sua esperienza, individuandone alcuni caratteri peculiari.
“Mi dica il perché vuole entrare in questa fabbrica? Rispondo con semplicità: è un atto di onestà di fronte a me stesso e agli altri, dopo tanto anni in cui ho parlato di lavoro e di spiritualità nel mondo del lavoro. Che lavoro intende fare? Nello spirito in cui ho fatto la scelta è normale che sia quello più umile: da manovale. Dimentichi quello che ha letto sul mondo del lavoro. Almeno in un’azienda chimica la manovalanza non esiste. Allora operaio, di terza categoria… Giornata o turni? Rispondo che voglio entrare nello spirito del tipo di lavoro, per cui mi sembra che i turni mi favoriscano.”(30 gennaio 1968, ore 22.30).
In questo dialogo con il direttore della fabbrica, riprodotto in apertura di diario, sono sunteggiati sia le premesse dell’esperienza che Bianchi intende compiere sia alcuni dei significati che ad essa l’autore riconosce. Laureatosi con Francesco Alberoni in Scienze Politiche, ricopre incarichi di rilievo presso l’Ufficio centrale assistenti delle Acli di Roma, trovandosi, per usare parole sue, a “ parlare di lavoro senza sapere che cosa fosse”. L’urgenza di conoscenza si coniuga allora con la ricerca di una rigorosa coerenza con se stesso e con il proprio mandato sacerdotale. Il lavoro in fabbrica diventa per lui non solo sperimentazione concreta di ciò che era stata applicazione o enunciazione di conoscenze teoriche di pastorale del lavoro, ma anche e soprattutto, dopo una progressiva acquisizione di consapevolezza, un mezzo di sostentamento per poter esercitare il proprio ministero nel modo più credibile possibile, e cioè, come vedremo, nella più assoluta gratuità.
Con l'ingresso in fabbrica, inizia per Bianchi un'esistenza scandita dal turno, che impregna di sé l'intera dimensione esistenziale di chi ci vive dentro, coinvolgendone i rapporti sociali, le abitudini, le possibilità di sollievo fisico o spirituale dalla fatica del lavoro. L'assiduo colloquio con gli uomini che compongono la squadra di turnisti a cui è stato assegnato, gli consente di ridurre distanze, superare diffidenze, varcare soglie di solito chiuse per riserbo o rassegnazione. In molti dei suoi compagni gli è dato di cogliere un'accettazione forte del proprio destino, una sorta di noncuranza un po' orgogliosa e un po' inconsapevole di ciò che sono, un radicamento cocciuto intorno a pensieri e comportamenti percepiti come rassicuranti. In alcuni, non è difficile indovinare una parentela più o meno stretta con personaggi che popolano “La Messa dell'uomo disarmato” (**): lo stesso atteggiarsi fermo sulle cose da fare, la stessa incapacità ad esprimere se stessi se non attraverso gesti esemplari, la stessa semplicità nel riconoscere i segni di un'appartenenza ad un destino non solo singolo, ma spartito con altri. Di tutto questo si compiace lo sguardo di Bianchi, appassionato dell’umiltà dei semplici, rappresentati negli atti che più caratterizzano la loro accoglienza dei casi che riserva loro la vita, perfino quando ne sono paradossalmente inconsapevoli, e qualunque ne siano le condizioni: attitudine questa, sia detto per inciso, in cui possono riconoscersi ascendenze manzoniane, del resto esplicite nella “Messa”, e richiamate anche in “I miei amici”:
“Ho riletto i Promessi Sposi, un libro che è possibile leggere anche in punto di morte, credo, per il suo vastissimo respiro e la serenità che cola da ogni parola” (30 agosto 1970).
Ed è proprio di serenità che gli anni di fabbrica di don Luisito saranno carenti. Il suo diario ci testimonia, nelle annotazioni quasi giornaliere, un tumulto di emozioni e di impressioni che a volte solo una prospettiva di trascendenza riesce a contenere. In certi casi, la testimonianza assume le sembianze di poesie, che costituiscono quasi un libro nel libro, un corpus organico che ben merita l’approfondimento che può consentire uno studio ad esse esclusivamente dedicato. Qualunque sia la forma espressiva prescelta, comunque, è a se stesso, prima che a chiunque altro, che l’autore non concede indulgenze, nell’ansia di riflettere sulla propria esperienza, che considera prova esistenziale ed occasione di accrescimento di conoscenza, ma anche motivo di profondo ripensamento del proprio ministero sacerdotale: man mano che si sperimenta nella prova totalizzante della fabbrica, si accresce, infatti, in lui la constatazione della sterilità di qualunque azione di evangelizzazione.
Il libro nella sua complessità ha molti punti di accesso ed ancora più numerosi itinerari interni: qui, con ampia scelta di prelievi, doverosa perché la voce dell’autore possa risuonare senza distorsioni, se ne esamineranno alcuni che congiungono, all’interno di un’esperienza di fede bruciante, passione e profezia.
Passione
Il diario di Bianchi è la storia di una passione: non di quella particolare passione rivolta a qualche oggetto determinato, ma di una passione generale che avvolge intera quella parte dell’universo con cui riesce ad entrare in comunicazione. E’ una specificità del suo temperamento che precede, ricomprendendolo in sé, il suo stesso essere sacerdote, pur spiegandone molte scelte, perché è la radice stessa del suo intendere l’esistenza. Mai ostentata in gesti esteriori, di cui non c’è sostanzialmente memoria nel suo diario, anzi molto spesso impaniata da una sorta di inespresso pudore, forse non tanto di mostrare sé stesso, quanto piuttosto di amareggiare con un confronto scoraggiante chi vive lasciandosi vivere, la passione in “I miei amici” si dispiega nell’intera sua gamma di significati: sofferenza spirituale, certo, ma anche susseguirsi di emozioni, trasporto totale per posizioni ideali inderogabili, entusiasmi, sollecitudine disinteressata ed inesausta verso chi gli sta vicino.
E’ la passione per la vita, dono di Dio e per ciò stesso quindi tanto più meritevole di essere fervidamente provata anche nei giorni più grigi o nei periodi di maggior dolore interiore, che lo rende uomo tra gli uomini: innanzi tutto quindi la passione nei rapporti con gli altri uomini, ed in particolare con i compagni di lavoro.
Bianchi ama i suoi amici di un amore che in breve lasso di tempo dal giorno del suo ingresso in fabbrica colma le distanze, assorbe i fraintendimenti, lenisce le diffidenze. Non c’è, però contropartita possibile a ciò che offre ai suoi compagni di lavoro: la sua particolare condizione sacerdotale, e più in generale le differenze culturali evidenti rendono difficile la comprensione reciproca. Non solo l’apostolato, non solo l’evangelizzazione (aspetto che sta così a cuore ai vescovi con cui di tanto in tanto interloquisce) gli si manifesteranno come impossibili in fabbrica, ma anche la sua semplice testimonianza di uomo cristiano, prima ancora che di ministro di Dio, è incompresa, mistificata, a volte svilita. Eppure la reciprocità di un rapporto di intensa cordialità esiste, suscitato dalla stima che don Luisito sa conquistarsi, e si sviluppa su un piano prettamente umano di condivisione di una sorte comune. Bianchi e i suoi compagni sono amici di un’amicizia fortemente umana, che nasce esclusivamente dalla condivisione di una condizione comune:
Dico a Spalla: ma non ci sono solo i preti; c’è il Figlio di Dio fatto Uomo. Non so aggiungere altro. Trasudo sofferenza. Non c’è niente; mi risponde. Nessuno ha visto niente. E per te che sei intelligente, dire questo è ancora più grave. Tu pensi e ti costruisci una realtà che non esiste. Fede dono gratuito. Qui bisogna abbandonarsi alla follia della Croce. Ma quello detto prima non c’entra con la fede, né tanto meno, con la follia della Croce. La notte mi è compagna. Ci è compagna. (14 agosto 1968)
L’amicizia con gli operai è tutt’altro che esente da amarezze, quando incontra resistenze perfino il dialogo meno compromettente sul piano della domanda religiosa. Ma la notte accompagna tutti, chi crede e chi no, e consola sapere che certi momenti di rara intensità emotiva, sia pure con intermittenze a volte dolorosamente flebili, accomunano tutti.
Spalla mi dice stanotte: non ti potrò mai dimenticare. Anche quando non sarai più ad Alessandria mi informerò di te, di quel che farai. Mi ricorda alcune mie frasi dette ancora in uno dei nostri primi incontri, quando voleva che gli andassi a benedire la sua nuova casa: dove c’è un cristiano c’è già la benedizione di Dio. Dove c’è un uomo…. Anch’io come potrò dimenticare Spalla? E’ stato colui che mi ha fatto parlare con molti, che mi ha detto le cose che altri, pur pensandole, non mi avrebbero mai detto, che ha interpretato, nel suo modo esuberante, le diverse componenti delle reazioni nei miei confronti…(14 agosto 1968)
Ed ancora:
Quando entro nel reparto, ieri, gli amici mi salutano, scherzano con me; sembra che sia loro rincresciuto che non fossi nel mio turno di sempre. Il lavoro di squadra diventa anche una certa comunità di vita; ci si conosce ci si vuole veramente bene (3 gennaio 1969).
Durante una cena con gli amici gli si manifesta una penosa sensazione di spaesamento in un mondo che non è del tutto il suo:
Mi sento solidale con loro, e nello stesso tempo, straniero. Guardo i due capitavola e sono portato a Cana. Che cosa c’entra Cristo? Come vi entra? Vi entra? Che c’entro io? Non sono un clandestino, un intruso in una casa che non è e non può essere mia? Potrebbe diventare mia? Ma a quali condizioni? (3 febbraio 1969)
E già alcuni mesi prima si domandava:
Insomma, che senso ha la mia vita? Mi sembra di essere uno sradicato: operaio non lo posso essere, a meno di operare una svolta completa nella mia vita….Chierico non lo sono più, non lo posso essere: la mia scelta ha segnato la rottura. Per questo non trovo la mia collocazione sociologica…(14 giugno 1968).
La condizione sacerdotale non annacqua la passione, né può diminuire il desiderio di condivisione con i propri simili di ciò che il percorso dell’esistenza riserva a ciascuno. E l’essere prete non dispensa dall’angoscia, né la anestetizza, al contrario di quanto a volte incautamente si sente dire, anzi aggiunge motivi all’intensità con cui vive le sofferenze che colpiscono atrocemente anche le persone più care. La virulenza del dolore per il progressivo degenerare delle condizioni di salute del padre causa penosi moti di ribellione tanto da obnubilare a tratti la saggezza, a volte amarissima, ma quanto frequentemente salutare, dell’abbandono ad una volontà più alta.
Mi domando se è giusto che io continui in Alessandria quando ci sarebbe bisogno di me a casa mia. E’ a livello di tentazione o di giustizia questa domanda? D’altra parte la fedeltà allo Spirito impone delle scelte che sembrano irrazionali. Ma è fedeltà? Oppure questa situazione che si è venuta creando e sembra senza sbocchi non è anch’essa una indicazione dello Spirito? Non so nulla. (3 dicembre 1968).
E, non sapendosi rassegnare:
C’è da gridare la propria ribellione per questo tramonto che non mi sarei mai lontanamente aspettato così triste e senza uscite. Perché io me ne sto lontano da casa, in una fabbrica, in un appartamento in cui le carte e la polvere si accumulano in competizione? (6 gennaio 1969).
Quanto è duro accettare che all’esigenza della sequela liberamente e amorevolmente accettata consegua una prassi che sfiora l’inumano:
L’istituzione clericale se ne infischia della sorte dei genitori di coloro che si dedicano al servizio ministeriale. E’ una conseguenza della sua impostazione feudale e puramente giuridica. Il contratto si fa con il prete, con la monaca; non con i loro genitori. Ti assicurano il mantenimento in cambio di una fedeltà cieca alla struttura: il beneficio fa aggio sull’Evangelo. Ma l’aspetto profondamente umano della tua vita non interessa ( 3 dicembre 1968).
Il dolore trova quiete nella veglia agli ultimi momenti del padre, fino alla toccante altissima accettazione della morte.
Vivo ore lunghissime. E’ nevicato forte. Mi sembra che il tempo non abbia senso. Tutto è statico. Intravedo solo sussulti di lotta. Mio padre con la morte, quietamente, senza scosse; io con un mistero di fede che debbo accettare e nel quale mi si manifestano tutta la mia impotenza e la mia infermità. Odo lontano il cicaleccio delle ricoverate: donne che hanno amato, che hanno vissuto e ora sono ridotte massi di carne sformata e fatiscente. Odo anche alcune grida di ricoverati: uomini che hanno amato, hanno vissuto, hanno lavorato hanno costruito e ora si aggrappano alla vita senza sapere perché vivono e perché sono vissuti…. Eppure Cristo è qui. Cristo uomo. Vero uomo. Uomo in queste donne e in questi uomini. Uomo in me e in mio padre. Chi annuncerà questa buona novella che potrebbe far sobbalzare di gioia l’enorme ventre del mondo, sempre partoriente la vita? ... Accetto la condizione umana che mi affratella a tutti gli uomini, nella nudità della fede e nell’ancor più nuda speranza.” (15 febbraio 969 – 16 febbraio 1969)
Altrove, un senso di vertigine cosmica subito si tramuta in impaziente attesa per la manifestazione di Dio, in cui l’umanità stessa ed il mondo creato si compiranno nella loro pienezza:
La vertigine di Dio, per me omino tra gli omini, che avrebbe tanta voglia di andare per i campi a respirare con la terra che respira ( e non solo, perché anche Adamo si annoiava da solo della primavera), che avrebbe tanta voglia di credere a questa nuova aria che avvolge la pallottolina dopo il freddo inverno e di lasciare cadere tutto il resto che mi preoccupa fin nel midollo, visto che potrebbe essere Vangelo anche andar per i campi e ridere alle prime erbe e non volere che mai venisse notte…La vertigine di Dio che fa scoppiare ogni schema, ogni riflessione teologica, ogni concordato, che butta all’aria curie e chiese e scende con gli omini, a respirare insieme quest’aria di vittoria primaverile, a correre per i campi sulla terra molle, a cogliere le prime margherite selvatiche, le prime viole ad avvolgersi di questa brezza serotina…. La vertigine di Dio cui deve importare di più un atto di amore che le infinite dispute sulla sua essenza se é vero che è Amore e che suo Figlio è venuto a manifestare l’Amore e che lo Spirito presiede all’Amore degli uomini. La vertigine di Dio che mi ha preso per un attimo di tempo ma che basta per una vita e che mi fa gridare: mostra il tuo volto, o Dio. (27 marzo 1969)
La verità di uno scrittore si coglie anche negli scritti programmaticamente non letterari: nelle pagine sopra richiamate niente di più o di meno viene detto di ciò che si doveva per raggiungere il massimo grado dell’espressività. Così Bianchi scrive pagine di intensità rara e al tempo stesso di intrinseco pregio letterario, proprio per quell’appropriatezza di cui s’è detto, seguendo una propria vocazione per così naturale, che si manifesta spontaneamente, anche in appunti presi a volte, come è il caso di alcune pagine di questo diario, nella cabina di una fabbrica.
Ma il cuore tematico dei diari di Bianchi sta nell’esame della propria natura (più ancora che funzione: distinzione che certo sta nelle corde di don Luisito) di sacerdote, e dei rapporti della Chiesa con la società contemporanea. Di quest’ultima la fabbrica assurge a simbolo, contenitore di valori evidenti sotto il profilo della crescita umana e di disvalori altrettanto evidenti sotto il profilo dell’ingiustizia sociale. Mai però a mito, rischio corso da altre esperienze di preti – operai, soprattutto in quello stesso periodo storico in cui occorreva fare i conti con la particolare pervasività della cultura marxista: non a caso Bianchi percepisce come distinte le due “nature” di prete e di operaio in cui avverte di scindersi progressivamente, sottolineandone l’irriducibilità ad unum. Via via, infatti, che si immedesima con la realtà della fabbrica, avverte che all'equivocità della propria posizione consegue la difficoltà insormontabile di conciliare in sé le due identità. La Chiesa che si manifesta al mondo, o meglio, ciò che di essa il mondo vede e soprattutto gli operai vedono, è, infatti, quella che Bianchi chiama la Chiesa clericale, la Chiesa istituzione, la Chiesa dei palazzi e delle cattedrali, e non la Chiesa - popolo di Dio.
La Chiesa è in questa fase ancora. E’ un castello nel quale governa, prepara danze e carole in attesa dello Sposo, si autoincensa come sposa senza rughe e senza macchia….Cristo non può esser conosciuto se viene presentato dagli spettacoli di son et lumiére che si danno al castello. E senza Cristo che senso ha la Chiesa? Come conciliare la fedeltà a cristo con la fedeltà a questa Chiesa nella quale credo, che amo al punto da mettere a rischio la mia sicurezza, che voglio non ponga ostacoli alla manifestazione di Cristo? E’la mia sofferenza più grande… (28 febbraio 1968).
Il diario è costellato di riflessioni su questa materia. Qualche giorno dopo, Bianchi esplicita nel “contatto con le cose” la fonte della sua tormentata meditazione sul contrasto tra parola di Cristo e Chiesa istituzione:
La domanda che nasce dalle cose, dalle situazioni dai rapporti con gli altri, è brutale: fino a che punto siamo (dico siamo perché mi sento e voglio essere Chiesa del 1968) sulla linea tracciata da Cristo? Ciò vuol dire: fino a che punto abbiamo completamente ribaltato la sua volontà ? (26 marzo 1968).
E’ il confronto tra l’essenza del messaggio evangelico e la consistenza della Chiesa istituzione a far gridare allo scandalo:
Se tutto si riduce all’Amore la Chiesa mi è testimonianza d’amore, segno di questo Amore? Sembra di no, o perlomeno, è un segno ben sbiadito, quasi indecifrabile. Parlo della Chiesa come mi si manifesta, della Chiesa sociologica….I custodi della fede hanno fede? Coloro che dovrebbero essere segni di amore sanno che cosa è l’amore, sanno amare? Lo scandalo di questa Chiesa che si dice segno, che si autoproclama segno d’amore, è enorme in se stesso (17 giugno 1968).
Ed ancora:
Finchè il Papa vivrà nei palazzi che grondano ingiustizie secolari, finché il Vaticano, con la sua potenza economica, sarà difeso come la Santa Sede; finché i vescovi continueranno a vivere nei loro palazzi e a manovrare le leve del potere di qualsiasi tipo, con quale coraggio e consequenzialità si potrà insistere sulla fedeltà alla parola di Dio, all’Evangelo e al deposito della fede?(12 gennaio 1969).
La vita di fabbrica rafforza la sensazione della distanza tra la Chiesa ufficiale e la sua propria missione, quella di far conoscere il Cristo. La stessa esistenza della Chiesa istituzione pare frapporre un ostacolo formidabile alla conoscenza autentica dell’Evangelo proprio da parte di quegli ultimi, come gli operai amici di don Luisito, per i quali il Verbo si è fatto carne.
…Se [ i miei compagni di turno] conoscessero il Cristo che scaturisce dall’Evangelo e dalla comunità di carità, che scelta farebbero? Uomini duri, senza alcuna speranza di avere qualche cosa di più dalla vita…non accoglierebbero Cristo come uno di loro? Non c’è nessuna ragione che l’abbiano a rifiutare eccetto quella insita in ciascun uomo e che nasce dal mistero dell’iniquità….E vedevo il Cristo annunciante la salvezza e la beatitudine ai poveri, ai misericordiosi, ai pacifici, ai sofferenti… E chi più di loro ha diritto a questo annuncio? M come è possibile che Cristo sia conosciuto se viene attraverso questa Chiesa che non dà nessun segno credibile di prenderlo sul serio? (3 dicembre 1968).
Il continuo aggirarsi della coscienza tra questi pensieri provoca momenti di scoramento, in cui la tensione verso il superamento delle difficoltà si sfarina e l’uomo si scopre avvolto da una gelida solitudine.
Tutto mi sembra assurdo, quello che si dice e quello che si scrive…ogni progetto che si può fare per continuare a vivere, per dare una ragione alla propria vita che esca dai confini dell’assurdo….Forse è il silenzio di Dio. Sì, è questo, il silenzio di Dio. E’ a Lui che mi sono dato nella mia ricerca, è Lui che voglio con tutte le forze, e Lui tace al punto di apparire una costruzione di me stesso, una proiezione dei miei desideri inappagati.
Parrebbe quasi un indulgere a tentazioni ateistiche. Ma il senso del silenzio di Dio è diverso:
…Il silenzio di Dio dovrebbe per me essere fonte di gioia, perché dovrebbe darmi la garanzia che non mi sono costruito un idolo per la consumistica sicurezza. (15 novembre 1969)
Dubbi, ancora dubbi: la passione non è più da gran tempo entusiasmo, e mostra il volto del tormento interiore, che nasce dalla sensazione che ogni buona intenzione si anneghi in un mare di stanchezza anche fisica, almeno quanto spirituale, e si consumi nell’indisponibilità di quel tempo vitale che le giornate scandite dai turni erodono senza parere:
Vorrei credere di avere una funzione che sia quella di profetizzare, prima di evangelizzare, con la mia scelta di vita. Ma come può essere profezia una vita che passo in fabbrica…e tutto il resto della mia giornata nella più completa ed assoluta solitudine? Fosse almeno una solitudine operosa!...Vorrei dileguarmi scomparire. Forse sto provando il taedium vitae e, nello stesso tempo, un desiderio disperato di vita. (24 luglio 1969)
Anche il continuo doversi guardare dai più facili fraintendimenti circa le autentiche intenzioni che lo animano aggiunge stanchezza ad uno spirito già affaticato dal proprio rovello interiore.
Uno mi dice comunista, l’altro maoista, Landini vuole citarmi in tribunale per diffamazione: fallimento su tutta la linea. Esattamente il contrario di quanto mi ero proposto e mi propongo tuttora. Che cosa doveva, che cosa deve fare un prete in fabbrica? Penso di essere stato onesto; di avere parlato quando me lo richiedevano e di avere sempre espresso con chiarezza il mio pensiero sulla dignità dell’uomo, mettendo in risalto tutto quanto la cattura o la diminuisce. Credo che questo sia “essere al di sopra delle parti”, cioè prendere la parte dell’uomo che nessuna parte si prende realmente a cuore, presa com’è da preoccupazioni produttive ed economiche. Ma che mestiere difficile volere comportarsi da uomo! E com’è difficile vivere! (20.07.1970)
A volte partecipa ad incontri pubblici con altri religiosi, in cui racconta la propria esperienza, scoprendo ben presto a quali travisamenti può essere esposta:
Possibile che Cristo sia considerato come un prodotto da smerciare in un settore di mercato che, fin ad ora, è rimasto sordo ai venditori del prodotto? E che un prete in fabbrica sia visto come un promotore che si ostina, presso la direzione della ditta a perseguire la sua azione propagandistica senza ricever adesioni? (13 marzo 1969)
Ancora passione. Nella “Dedica come introduzione” dei suoi diari, don Luisito offre appunto il libro “a tutte le donne, morte e vive, che ho incontrato sulla mia strada”, precisando che ”nella mia storia di uomo e di prete, la Donna ebbe un posto determinante, come d’altra parte è nella vita del mondo: quello di essere immagine della Gratuità”. La devastazione spirituale del crollo delle illusioni ben si misura allora proprio nella scelta di rappresentarlo sotto le specie dell’amore tradito nelle sue forme più esclusive e coinvolgenti, quello che investe la donna, in tutte le sembianze archetipiche per un uomo: madre, moglie e figlia.
La Chiesa mi è madre, sposa, figlia, è me stesso; tutto questo, forse, con una forte dose di passionalità, dando alla Chiesa un’importanza fondamentale nella manifestazione del Cristo vivo. Ora, che cosa può capitare ad un uomo quando scopre che sua madre è infedele, la sua sposa adultera, se stesso istigatore di sua figlia alla prostituzione? Io penso di provare, nei confronti della Chiesa e di me stesso, quindi come direttamente responsabile, quegli stessi sentimenti.(22 giugno 1968).
Una meditazione tormentata e solitaria, sia pure a tratti illuminata da sorridente ironia, convince l'autore circa l’impossibilità di una condivisione autentica (quale solo può essere) della vita operaia da parte di un sacerdote, a causa della sua stessa improponibilità come rappresentante della Chiesa istituzione. Il disagio provato è opprimente, il deserto spirituale vicinissimo, eppure non ricorre mai, nelle pagine di Bianchi, la tentazione del ripudio della propria missione e del proprio ruolo. Matura invece gradualmente la convinzione che la credibilità dell'annuncio non può derivare da una scelta individuale, come la sua, che può sì generare curiosità, rispetto umano o stima, ma da cui non necessariamente la fede si comunica. Perché l'annuncio sia sentito come autentico, occorre che il volto della Chiesa sia, come sintetizza in “Come un atomo sulla bilancia”, "quello di una comunità che non ha nessun potere, di nessuna sorta, che non possiede né oro né argento ma che dà gratuitamente quello che gratuitamente ha ricevuto: la fede, la speranza e la carità... il volto di una chiesa clericale che non sarà più clericale se i preti non faranno più casta, rifiutando, come carbone fumigante che scotta, ogni denaro che venga dal fatto di essere preti”.
La passione di don Luisito ha, quindi, anche il profumo della fedeltà. Non ne derivano tentazioni di rivolta e nemmeno di abbandono di una condizione che umanamente pare ogni giorno meno tollerabile, per la contraddizione irreparabile che la costituisce. Però la fedeltà alla Chiesa istituzione gli è dolorosa, e l’esperienza di fabbrica ha l’effetto per lui di un getto di sale sulle ferite. Più condivide la condizione operaia, più gli sembra evidente la siderale distanza della Chiesa istituzione non tanto e non solo dal mondo operaio, apparsogli da subito come irraggiungibile, ma anche da una contemporaneità di cui questo mondo gli si evidenzia come un cospicuo avamposto. La Chiesa, nella sua incomprensibilità, renderebbe impossibile la divulgazione della Parola, venendo meno al cuore stesso della sua missione. Eppure don Luisito scrive:
Amo la Chiesa come me stesso, come la ragione della mia vita, anche la Chiesa istituzione. Ma sto accorgendomi che questo amore potrebbe collezionare una serie di delusioni sino al limite della sopportazione. Dio mio, aiutami. Voglio credere, nonostante tutto. Voglio aderire al magistero. Ma non capisco più nulla. (1 agosto 1968).
E’ dunque questo l’atteggiamento di don Luisito verso la Chiesa istituzione. Fedele alla Chiesa popolo di Dio, e fedele ancor più nella sequela della Parola, lo è anche, nonostante tutto, a questa Chiesa, per quanto degradata a male necessario o male minore possa apparire o essere. Nella riflessione del 1° agosto 1968, all’inizio dunque della sua esperienza, è già prefigurato il percorso che Bianchi si attende di dover compiere: un doloroso elenco di delusioni che gli squaderna proprio il confronto con la fabbrica, con i problemi umani e sociali che racchiude e, soprattutto negli ultimi anni Sessanta, con il significato simbolico di cui è latrice.
Ma quanto è duro e difficile vedere un servo del popolo di Dio nel mio vescovo, racchiuso nel suo palazzo, che esce soltanto per le visite ufficiali …Mi dice anche quali sono i miei progetti. Come dirgli che sono a disposizione dello Spirito? Che non ho progetti? ... Non sento nessun astio per il mio vescovo. Gli voglio bene, veramente. Lo compatisco nella sua sofferenza. Ma anche questo, come dirglielo? (12 febbraio 1969).
La compassione provata per il vescovo, altra forma – e quanto potente! - se si vuole, di passione, è espressione di quella “caritas” per cui è così sorprendentemente facile a don Luisito riconoscere il fratello in ogni uomo con cui entra in relazione. Sotto un diverso profilo, inoltre, la notazione dice in fondo quanta lucida consapevolezza abbia l’autore del fatto che non è la realizzazione di un sistema di potere, per quanto credito di buone intenzioni gli si voglia fare, a salvare l'uomo, ma la Parola di Cristo, che da esso prescinde. Altrove (Come un atomo sulla bilancia) scriverà: "eppure so che Dio non si divide a metà, un Dio morto e un Dio vivente, e accetto, nella mia religione morta, nella chiesa clericale, la presenza buia e silenziosa del Dio vivente, nella fede che è uguale alla speranza, perché so per dono che l'Evangelo è più forte di tutto, anche della mia chiesa clericale".
Profezia
“Il loro dolore è un torrente di lava che strugge le montagne. La loro speranza erompe ora come boato da terra convulsa ed or mansueta sorride come l’arcobaleno che Iddio mandò a Noè dopo il diluvio…La loro umanità non si manifesta per valori trattabili, bensì nel diapason, nell’esasperazione, nell’eccesso, di ogni possibile sentimento umano”: se questa è la parola profetica, così come Giacomo De Benedetti la definisce nel suo “Profeti. Cinque conferenze del 1924”, pochi sono i dubbi che don Luisito nei suoi diari l’abbia pronunciata, e non una volta sola. La perfetta proporzione dell’amore offerto in nome di Cristo sta per lui nella dismisura, in quella forma che per gli usi del mondo appare certo esasperata, eccessiva, e dunque assai prossima della profezia, se non con essa consustanziata. Ciò spiega anche l’asimmetria del suo giudizio. Ad una severità che non ammette attenuanti nei confronti degli errori della Chiesa istituzione, si contrappone una singolare indulgenza verso i compagni di lavoro in fabbrica: eccesso di amore in entrambi i casi.
Della forza irruente della profezia “I miei amici” pare pervaso in molte sue pagine: Bianchi vede i mali del tempo che gli è dato di vivere, si ribella all’idea di tacere, di ritrarsi indifferente nei confronti di un complesso di condizioni che avverte come negative, ma che certo un uomo solo non può pensare di trasformare. Ne deriva l’isolamento in cui resta confinato per tutti gli anni di fabbrica: isolamento interiore, ché sul piano puramente umano gli amici non gli mancano, e di tutti (Patria, Spalla, Figlini, Bergonzi, Marin e tanti altri) sbozza ritratti di vera cordialità, pur non tacendone limiti e mancanze. Ma l’isolamento più duro a sopportarsi, che scava dentro lo spirito dubbi ed incertezze, deriva dalla mancanza di confronto con chi sia in grado di comprendere le sue angosce di sacerdote che si sente tradito dalla propria Chiesa, eppure vuole ancora esserne parte, e non anela ad altro che a proclamare la Parola, ed invece non vede intorno a sé che indisponibilità ad accoglierla, ed incapacità ad enunciarla.
E’ forse proprio l’isolamento che consente il mantenimento di una tensione, a tratti dolorosa, a tratti invece inaspettatamente confortante, verso la speranza di un cambiamento che verrà. Si tratta di un cambiamento non necessariamente né prioritariamente “politico”: non interessa solo la Chiesa istituzione, o meglio, la interessa come una delle ragioni del cambiamento. Coinvolge innanzi tutto le coscienze e da esse parte, per colpire poi alla radice anche i comportamenti che inibiscono alla Chiesa di trasmettere l’evangelo nella pienezza della sua verità. Coinvolge, come si vedrà, innanzi tutto la coscienza individuale di don Luisito, che, se una volta uscito dalla Montecatini sarà ancora profeta, lo sarà con la coerenza di comportamenti che trovano fondamento nelle riflessioni degli anni di fabbrica.
Già all’inizio della sua esperienza operaia, Bianchi individua alcuni assi portanti per un rinnovamento autentico:
Sento che bisogna andare nella direzione della coscienza e dell’Amore. Ogni regola deve essere subordinata a questi due cardini dell’uomo. Non è una novità. Tutta la storia del cristianesimo autentico è su questo binario anche se a volte, è sfociato sul rogo o sull’emarginazione dalla Chiesa ufficiale. Occorrerebbe però che si tirino le conseguenze pratiche al punto da affermare che chi segue la coscienza... e cerca di amare, autenticamente, nella sua misura e nei suoi toni, non può sottrarsi ad essere Chiesa, il nuovo popolo caratterizzato dal suo Credo all’Amore che supera tutto, legge compresa…. Come non ci si può sottrarre alla Chiesa, così non si può sfuggire alla salvezza, sul binario annunciato. non è questa l’evangelizzazione che può essere accolta da ogni uomo?.... Ma tutto questo è possibile senza uscire dalla Chiesa ufficiale? Penso di sì. E’ anche questo un Credo all’Amore che supera tutto, anche l’ufficialità. ( 3 aprile 1968).
Nella definitività della critica non c’è dunque ribellione: chi cerca di amare è, nonostante tutto, ancora parte di questa povera Chiesa che fatica così tanto in quella fedeltà a Cristo, che se definitivamente praticata, convertirebbe alla Parola il mondo: nell’umiltà radicale sarebbe paradossalmente Chiesa trionfante.
Ed allora, ben vengano asperità polemiche accompagnate da subitanee illuminazioni, quasi squarci scomposti nel velo pesante delle nostre coscienze, introdotte dalla stessa domanda che Pilato rivolse al rabbi a lui sconosciuto la cui Parola avrebbe cambiato la storia:
Ma che cos’è la Verità? Soltanto che il Papa ha l’autorità suprema, nella Chiesa, che esistono gli angeli, che Cristo è presente transustanziato nell’Eucaristia e tutto quanto è racchiuso nel simbolo apostolico o nel credo di Paolo VI? Ma l’evangelo non è solo questo: l’Evangelo è vita. Come è possibile disgiungere il “dogma”dalla vita? Come è accettabile la dottrina che non sia, nello stesso tempo, vita? Forse è qui la radice dell’incomunicabilità fra autorità che preoccupata di salvare la dottrina e chi pensa alla dottrina in termini di vita…. (8 gennaio 1969).
Se è proprio l’essere autorità, l’essere istituzione della Chiesa che opacizza il tentativo di diffondere la Parola, fino a renderlo vano, come testimoniano gli anni di fabbrica, se, in una parola, l’evangelizzazione è difficile se non impossibile in certi ambienti, che sono peraltro tutt’altro che marginali, né tanto meno emarginabili, allora non resta ciò che precede l’evangelizzazione, ne è presupposto e idea primigenia, la profezia.
Dalle mie riflessioni in questo anno e mezzo di fabbrica debbo tirare la conclusione che, oggi, in questo tipo di Chiesa l’evangelizzazione dei Poveri è impossibile, almeno se si vuol essere questa Chiesa. C’è però, una fase precedente all’evangelizzazione ed è quella della profezia… La mia scelta dovrebbe significare che la Chiesa non deve essere clericale; un segno nei confronti della Chiesa e del mondo. Ma la prima può recepire il segno finchè rimane arroccata sulle sue posizioni di potenza? E il mondo, i miei amici, possono accogliere il segno se a loro non importa nulla della Chiesa e di come deve essere? (27 luglio 1969 – 29 luglio 1969).
Appare palesemente inattuabile la prospettiva di una Chiesa estranea al sistema” (per riferirci al termine usato da Bianchi che ci riporta immediatamente al clima socio politico della fine degli anni ’60):
La chiesa ufficiale è completamente irretita nel sistema; metterlo in stato di accusa è accettare che si mettano… le sue strutture sotto i colpi di una critica impietosa perché queste sono fondamentale nell’attuale sistema (31 ottobre 1969).
Se la Chiesa ufficiale desse il suo apporto, “per il superamento del sistema che sfrutta l’uomo…rifiutando tutte le sue ricchezze che si sono accumulate attraverso il sistema”,
sarebbe il momento in cui la Chiesa – istituzione si identificherebbe con quella profetica e carismatica: l’unità sarebbe ricostituita nel nome della fedeltà all’Evangelo e nel riconoscimento dei propri peccati. Utopia anche questa? … Ma non c’è altra scelta se si vuole slegare dalle catene dorate l’Evangelo (31 ottobre 1969).
Il non-luogo della realizzazione dell’ideale astratto non appartiene al nostro tempo: per altri forse si concretizzerà nella storia, non per noi. Ma un singolo prete qualcosa potrà pur fare, per affermare quell’ideale, per anticipare per quanto nelle sue facoltà il suo inverarsi, per mostrare a chi può una minuscola tessera del futuro mosaico, indizio incontrovertibile di un mutamento possibile. Matura allora in lui l’idea della gratuità dell’annuncio come testimonianza, come dimostrazione che essere sacerdote, facendo a tutti gli effetti parte della Chiesa, è possibile anche rifiutando radicalmente ogni compromissione con il potere. La credibilità di chi reca il messaggio è un valore irrinunciabile, in un contesto sociale che già trent’anni fa lanciava segnali di scristianizzazione facilmente percepibili. L'annuncio, quindi, deve essere gratuito per porsi nella condizione minima di essere accettabile: nessun compenso materiale può essere accettato per ciò che si è ricevuto gratuitamente e che altrettanto gratuitamente deve essere restituito agli altri, realizzando, così nel cerchio della condivisione senza contraccambio, una condizione di autentica fraternità tra gli uomini. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente darete (Mt. 10,8). Ho ricevuto l’evangelo gratuitamente, e lo trasmetto gratuitamente. Una gratuità molto piccola, terra – terra; però analoga a quella di Paolo.”: così don Luisito in un’intervista rilasciata all’estensore di queste note qualche anno fa.
Ma la fabbrica m’ha fatto comprendere che il grave scandalo che la Chiesa ha dato e continuamente dà … è quello di aver legato l’annuncio al denaro. Nell’ultimo secolo, la critica più penetrante alla religione, nonostante tutti gli orpelli filosofici, ha il suo punto di partenza da questa constatazione. Il potere è in termini di denaro; il parassitismo clericale è in termini monetari … Per me questo è chiaro; non posso concorrere a mantenere lo scandalo… Pur non escludendo la vita “parrocchiale”, escludo, debbo escludere, qualsiasi fonte di sostentamento che venga dal mio sacerdozio: il ministero l’ho ricevuto gratis e gratis lo debbo distribuire. Escludo l’elemosina, per un atteggiamento di dignità finché ho le capacità fisiche e intellettuali di provvedere al mio sostentamento…. Allora dovrei lavorare per vivere. E’ anche questo chiaro. Un parroco che lavora per vivere d esercita la sua funzione, gratis, senza legarla a un centesimo. E’ possibile. Penso di sì. Se Dio lo vuole è possibile. (7 agosto 1970).
Il progetto di don Luisito si connoterà come profezia autentica nella lunga fatica di un’idea quotidianamente agita, nella fedeltà, confermata ogni giorno nei decenni che verranno, alla scelta della pratica della gratuità.
Il triennio di fabbrica pattuito con i suoi superiori si chiude a metà ottobre del 1970 con qualche mese di anticipo, tra consapevolezze amare:
La fabbrica è una scuola che insegna una lingua sconosciuta fuori, alla quale la Chiesa è assolutamente chiusa. Di qui le compensazioni con una attività sindacale o parasindacale ( a mio avviso molto ambigua, nonostante le teorizzazioni incarnazioniste!)….Conciliare fabbrica e ministero è quasi impossibile (7 agosto 1970).
e nuove prospettive, nel segno della gratuità dell’annuncio:
Lascio la fabbrica perché reputo che molti segni mi indicano che debbo compiere il passo, abbandonandomi, come posso, allo spirito. L’ottica di fede mi dice che debbo compiere un servizio, che debbo continuare sulla stessa linea. Come? Non so. O meglio, sento che il servizio, almeno per il momento deve essere quello della penna. Scrivere, senza timori, che cosa ho visto e provato, in un atteggiamento di servizio che non può essere che d’amore (4 ottobre 1970).
Una volta lasciata la fabbrica Don Luisito vivrà mantenendosi con i lavori più svariati, da inserviente in un ospedale, a traduttore a benzinaio, senza mai ricevere mercede per la proclamazione della Parola, gratuitamente ricevuta e gratuitamente offerta (“gratis accepistis, gratis date”).
Molto tempo dopo, nell’intervista a cui s’è accennato, affermerà di non aver constatato, negli anni, un significativo sviluppo da Chiesa clericale a Chiesa – popolo di Dio (“Oggi non vedo diversità, è sempre chiesa clericale, con tutte le conseguenze di potere e di ricerca del potere”). Il che non necessariamente segnala uno scacco, né dimostra che le sue parole non posseggano forza profetica: potrebbe invece più plausibilmente significare che don Luisito abbia saputo antivedere oltre la campata dei trent’anni che ci separano dall’epoca in cui il diario si formò. Il tempo dell’avveramento non è ancora giunto, ma i termini per la maturazione delle coscienze sono di norma assai lunghi, a volte ancor di più di quelli occorrenti per la trasformazione delle istituzioni: e ciò, lungi dallo scoraggiarci, valga invece per don Luisito, che con questo libro ci ha messi a parte della sua visione di rinnovamento nella fedeltà alla Parola (e, perché no?, per tutti noi), come augurio e come invito alla speranza.
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(*) Luisito Bianchi, nato a Vescovato (Cr) nel 1927, è sacerdote dal 1950. Attualmente è cappellano presso il monastero di Viboldone. E’ stato portantino in ospedale, operaio, insegnante e traduttore. Ha pubblicato, tra gli altri, Salariati (1968), Dialogo sulla gratuità (1982), Monologo partigiano sulla gratuità (2004), La Messa dell’uomo disarmato (2003), Come un atomo sulla bilancia (2005).
(**) “La Messa dell’uomo disarmato” uscita nel 2003 presso Sironi, ma già circolante in una prima edizione semiprivata dal 1989, è un immenso affresco che ha per tema la Resistenza. Romanzo storico, dunque, ma che dalla narrazione storica trae spunto per esplorare il significato etico e dunque universale, del concetto stesso di resistenza. Si tratta di un’opera estranea alla produzione letteraria attuale, che ad una sorprendente potenza espressiva unisce una straordinaria ricchezza tematica: uno dei pochi libri di questo primo decennio che va a terminare di cui è facile prevedere una duratura permanenza nelle future storie letterarie.
La critica del resto è stata pressoché unanime. Paolo Di Stefano, sul Corriere della sera del 17.10.2003 ne scrive in questi termini: “In realtà è un capolavoro (sì un capolavoro) complesso e multiforme che affronta la Resistenza sia nella sua accezione storica sia in un senso civile e filosofico” E Fulvio Panzeri, su Avvenire del 25.10.2003 lo racconta come “un libro oggi attualissimo, unico anche nella sua costruzione così ampia, che riprende il tema della terra, lo scorrere delle stagioni che accolgono la dura lotta dell'uomo per difendere la sua dignità e il suo valore”. Su L’Unità del 29.11.2003, Roberto Carnero ne esalta l’eterogeneità rispetto all’attuale produzione letteraria: “Difficile riassumere, incasellare, interpretare secondo le consuete categorie letterarie e le tendenze oggi dominanti nella nostra produzione narrativa un testo così "eccentrico": La messa dell’uomo disarmato (uscito in edizione autoprodotta nel 1989, ora viene pubblicato dal geniale Giulio Mozzi nella collana "Indicativo presente" di Sironi Editore) è davvero un' "opera-mondo", sorprendente nella struttura - vasta, complessa, articolata - e nei contenuti”.