Seamus Heaney, Attraversamenti con nuovi inediti e un’intervista al poeta,
a cura di Anthony Oldcorn, Milano, 2005, Libri Scheiwiller-Playon, pp.100
In un’intervista televisiva a Ezra Pound, Pasolini rivelava all’anziano poeta di vederlo non come un innovatore, ma come un uomo che in fondo ad un pozzo era intento a trarre fuori materiale primigenio, ricordi e passato per trasformarli in poesia. Ricordo bene l’espressione per nulla sorpresa di Pound che senza fare cenni col capo approvava impassibilmente la definizione. Ma come non definirlo sperimentatore? Probabilmente Pasolini ricordava la dedica di Eliot in calce a The Waste Land in cui veniva chiamato il miglior fabbro. Ho sentito molti giudizi, positivi e negativi, sul Pound, ma personalmente ritengo che quello di Pasolini, inteso come glossa alla dedica di Eliot, sia in assoluto il migliore. Non tanto perché essi abbiano il potere di scagionare il poeta dall’aura di mistero e di colpa con cui è sempre stata avvolta la sua vita, ma perché in definitiva ci parlano di poesia e del mestiere, così difficile ormai da apprendere, che essa richiede. Pound fu solo e soltanto un artigiano, ed egli stesso non volle essere altro. La sua arte nasceva prima di tutto dall’esigenza di mettersi in ascolto, un ascolto curioso in grado di lasciarsi sorprendere dalla parola e dalla sua infinita variabilità musicale.
Prendete il suo criticatissimo saggio sulla poesia di Cavalcanti nel quale volutamente i decisivi aspetti filologici sono trascurati e in cui la musicalità, il suono della parola diventano i veri protagonisti delle Rime. Nei suoi saggi danteschi sarà lo stesso Eliot ha rivalutare quel metodo affermando di essersi innamorato della poesia di Dante semplicemente ascoltando i versi nell’originale pur non capendone appieno il significato. Artigiano dunque, e tra i più smaliziati, Pound viene ancora una volta a svelarci col candore del bimbo i segreti inconfessabili del fare poesia. Ma l’artigianato, si sa, è affar serio, niente affatto rozzo. Gli strumenti, i luoghi potranno forse esserlo, ma i risultati no di certo. Rari sono infatti i momenti in cui il poeta ci rivela i luoghi nei quali le parole prendono vita e le sensazioni dalle quali viene sorpreso nel momento stesso in cui si rende conto di aver scritto qualcosa che non andrà perduto. Penso al nostro meraviglioso Corazzini o a Montale che ne “I limoni” svela, con timore e tremore, la materia semplice e familiare della sua arte.
Bertolucci, a sua volta, ha sempre detto di provare una sorta di vergogna nello scrivere versi, quella stessa che provò a sette anni quando scrisse la sua prima lirica e la mostrò al suo maestro. E che dire di quell’Aldo Giurlani che cambiò il suo cognome con quello di una nonna, Palazzeschi appunto, per meglio celare alla famiglia la sua attività di teatrante e poeta? Materiale e strumenti che sanno di povertà e di semplicità ed emozioni così fanciullesche da non poterle neppure definire emozioni, tanto appaiono infantili ed inconsistenti.
Di questa felice fanciullezza e di questo fiero apprendistato viene oggi a parlarci Seamus Heaney che in un inedito da poco pubblicato dalla benemerita Scheiwiller (che tanti preziosi libretti ci ha regalato nel corso di questi anni) ancora una volta non rinuncia a dichiararci il candido tremore che prova ogni qual volta prenda la penna in mano. Una penna importante, la sua perché ritenuta l’unico strumento adatto per riuscire a “stare in ascolto” attraverso una pratica artigianale lungamente esercitata. La sua prima poesia aveva infatti per titolo “Digging”, cioè “Scavando”:
L’odore gelido di muffa, il calpestio, lo sciabordio,
di torta fradicia, i tagli secchi di lama che spacca
radici vive mi si risvegliano in testa.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.
Tra il pollice e l’indice s’acquatta
chiatta la penna.
Scaverò con quella. [i]
Scavare è dunque la principale attività del poeta. Un lavoro molto più adatto a uomini con la vanga che a uomini con la penna, ma che è forse l’unico modo per cogliere la “sensazione della parola”, per rimanerci dentro, per conquistare lentamente, ma sempre più decisamente quella sicurezza che permetterà all’artista di “acquisire una voce”. E di scavi compiuti con la penna Heaney in questi anni ne ha fatti.
Basti pensare a quello straordinario libro del 1975 che è North in cui il poeta costruisce la sua raccolta attraverso l’intuizione della scoperta di corpi umani in una torbiera perfettamente conservati e risalenti all’età del ferro. Pescata dal fondo di acqua e terra la poesia si fa carne e vita e diviene teatro di quell’incessante lavoro di autocoscienza a cui l’opera poetica sempre richiama. Anche in questa raccolta di inediti il poeta non manca di farci sentire l’odore acre dei suoi materiali di lavoro, materiali eletti che continuano a sorprendere per la loro sconcertante quotidianità.
L’iride allibita di una volpe incrociata all’alba, il metallo delle canne dei fucili, gli scarponi gialli, il bastone e un feltro floscio sul capo assomigliano tanto a quei poveri eppur straordinari “strumenti umani” con cui Sereni ha lavorato con cesello e bulino per tutta la vita. Ben faceva dunque Pound ad estrarre dal pozzo le parole e ben fa Heaney a scavare col suo debole pennino i materiali del suo essere poeta. La sua arte, a saperla intendere, ci parla ancora di felicità e di fiducia nella parola e nella poesia, quel debole strumento umano “pronto a farsi movimento e luce”. Essa ha ancora la forza dello stupore della contemplazione del mistero che tutto avvolge, quello stesso stupore che egli stesso ci comunica negli ultimi versi di “Like everybody else, I bowed my head”:
[…] And yet I cannot
disrespect words like “thanksgiving” or “host”
or “communion bread”. They have an undying
tremor and draw, like well water far down.
(Marco Antonellini)