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“C’est la guerre!”

 In the Middle Parts of Fortune di Frederic Manning

 

Matteo Baraldi

UNIVERSITà di BOLOGNA

 

 

 

Vi sono autori che vengono ricordati per l’insieme della loro opera, la cui summa costituisce un tutto omogeneo; mentre altri spiccano per un solo lavoro, capace di dare loro fama, ma anche di oscurare il resto della loro produzione. Frederic Manning appartiene indubbiamente a questa seconda categoria.

Nato a Sydney, in Australia, nel 1882, egli crebbe nella città di cui suo padre fu sindaco ricevendo un’educazione inglese, come ogni altro rappresentante dell’alta borghesia degli antipodi dell’epoca e, come molti altri intellettuali nati overseas, si trasferì in Inghilterra nel 1903. Qui riuscì a conquistarsi la stima di altri espatriati di lui ben più famosi, quali Ezra Pound e T.S. Eliot, nonché l’ammirazione di una figura a metà tra l’homme de lettres e l’avventuriero quale T.E. Lawrence, da noi più conosciuto con l’appellativo di “Lawrence d’Arabia”.

Vivendo rintanato in una canonica di campagna presso il villaggio di Bourne – nome, questo, che sarebbe stato poi usato anche per battezzare il suo personaggio più famoso –, Manning sembrava l’intellettuale meno adeguato a comporre una delle più dolenti, veritiere e memorabili epopee dedicate al grande massacro compiuto sul fronte francese della Prima Guerra Mondiale. Ma l’esperienza militare e umana sulla Somme fu per lui così violenta e intensa da spingerlo a scrivere, nel giro di poche settimane, nel 1929, quella che sarebbe poi diventata la sua opera più famosa. Prima di essa avrebbe atteso alla composizione di un poema epico, The Vigil of Brunhilde, e di una serie di dialoghi immaginari fra personaggi storici, Scenes and Portraits, opera che gli aveva assicurato una notorietà da figura minore nel coté letterario edoardiano.

Nel pieno della tempesta bellica che aveva gettato l’Europa nella rovina, Manning, ormai trentaquattrenne, decise di partire come volontario e fu mandato in qualità di soldato semplice al fronte, dove avrebbe servito il suo paese d’elezione per quattro lunghi mesi, nel 1916. Non sono chiari i motivi che spinsero il nostro autore a non cercare di arruolarsi in ranghi più confacenti alla sua estrazione sociale, ma questa scelta fu, da un punto di vista strettamente letterario, tanto dolorosa quanto fortunata perché capace di fargli cogliere la guerra dal basso, in modo ossessivamente realistico. Il suo successivo inquadramento nei ranghi militari in qualità di tenente si rivelò presto disastroso al punto da fargli subire un processo per ubriachezza nel 1917 e a spingerlo a dimettersi dall’esercito.

Il decennio successivo fu, per Manning, quello di un lento ma irresistibile declino da cui si riscosse solo per il breve periodo della stesura del suo romanzo e la sua opera più famosa subì, come la sua vita, un destino ambiguo. Scritta su sollecitazione dell’editore Peter Davies, a cui essa fu anche dedicata, venne stampata nel 1929 in tiratura limitata con il titolo The Middle Parts of Fortune e apparve poi, l’anno seguente, purgata delle espressioni più crude, col titolo Her Privates We. Ma anche l’edizione riveduta dovette sembrare difficile da accettarsi per la durezza e l’anti-eroismo, o meglio, per la rassegnata forma di eroismo che la distinguevano. Forse anche per questo, Manning decise di firmare il suo libro con il solo numero di matricola: “Soldato semplice 19022”, una sigla il cui mistero venne sciolto per primo proprio da T.E. Lawrence, con enorme stupore e incredulità della società letteraria dell’epoca; anche se è opportuno aggiungere che, per una pubblicazione del testo col nome dell’autore, fu necessario attendere fino al 1943, otto anni dopo la sua morte. In realtà, una volta letto il libro, è facile affermare come non fosse solo un’esigenza di discrezione a motivare questo pseudonimo, ma anche la volontà del suo autore di negare ancora una volta la propria individualità in nome della fratellanza condivisa coi suoi commilitoni. Negare se stessi, quindi, per ammettere anche gli altri. Farsi, più che emblemi di una parabola umana dolorosa e violenta, portavoce di una comunità che, anche se trova i motivi del proprio legame in un’impresa tragica come quella bellica, non di meno rivela aspetti tanto nobili e generosi dell’animo umano, almeno quanti ne fa esplodere di barbari e criminali.

La vicenda del romanzo non è riassumibile, perché vicenda non ve n’è. Le imprese di Bourne e dei suoi sodali Martlow e Shem, sono racchiuse da due scene di battaglia, una al principio ed una alla fine del romanzo, scene animate da un confuso sentimento in cui ebbrezza e dolore sono impossibili a distinguersi. Così come è difficile distinguere gli uomini dal fango e dalla terra in cui sono immersi, mentre i nemici tedeschi, il cui ruolo è quello di tartari perennemente alle porte e perennemente sfuggenti, salvo concretizzarsi con ferocia nei momenti della battaglia, sono simbolicamente immersi in una nebbia impalpabile e scialba.

I personaggi di cui ci parla l’autore, attraverso il punto di vista di Bourne, riescono raramente a stagliarsi come figure memorabili e molti di loro, in special modo gli ufficiali, vengono ritratti impegnati in meschine controversie, in puntigli disciplinari che spesso costano la vita ai loro sottoposti. E anche i soldati semplici, che sono invece abbozzati come figure dotate di una sanguigna umanità, non riescono a riscattarsi da una condizione di quasi indistinguibilità l’uno dall’altro. Ciò non è da attribuire a una mancanza di sensibilità da parte dell’autore del romanzo, ma a una precisa scelta stilistica. La guerra è livellatrice delle genti e, se  getta inevitabilmente coloro che vi prendono parte nella più nera disperazione, essa ha almeno il merito – pare quasi dirci Manning – di rivelare quanto gli uomini siano uguali tra loro, quanto essi abbiano in comune più di quanto non abbiano differenze a distinguerli. L’umanità che emerge dal libro risulta così essere infangata e terrea non solo in termini fisici, ma anche spirituali.

La maggior parte della narrazione degli eventi è quindi dedicata all’ordinarietà della vita militare quando essa non è costretta in trincea, alla routine precaria e cieca della massa di soldati che cercano di trascorrere una serata gradevole scroccando vino destinato alla mensa ufficiali, o nascondendosi in cascinali a oziare e tirare il fiato mentre dovrebbero essere impegnati in inutili e formali esercitazioni di massa, senza alcuna possibilità di comprendere il gioco di cui non sono che pedine prive di valore. I fatti si susseguono, così, senza una reale trama e nemmeno senza una reale motivazione a cagionarli: la nomina presso un ufficio che garantisce un periodo di tranquillità e la successiva, immotivata e disonorante rimozione, le piccole beghe di reggimento descritte con la piena coscienza che le decisioni importanti, quelle che faranno dei soldati carne da macello, passano sopra le teste degli umili senza nessuna possibilità di replica.

In questo i personaggi tratteggiati da Manning, e la loro modesta quanto ardente umanità, ricordano i personaggi più plebei di Shakespeare, quelli che, ad esempio, nel Macbeth sono ingiustamente accusati dell’omicidio di re Duncan, o quelli che, nei drammi storici, sono mandati a morire per conto dei protagonisti in battaglie sanguinarie e irragionevoli. Non è un caso, quindi, che i due titoli scelti dall’autore per il suo libro siano debitori del bardo inglese, e più precisamente dell’Amleto (Atto II, Scena 2), in cui Rosencrantz e Guilderstern, compagni d’infanzia del principe pallido, si definiscono intimi della Fortuna in un gioco di parole che, come spesso avviene in Shakespeare, si carica di allusioni tanto sottili quanto scurrili (e che, nel caso di Manning, acquista un ulteriore significato essendo “private”, in inglese, il termine che designa i soldati semplici). E non a caso Rosencrantz e Guilderstern sono personaggi che saranno giocati dal loro amico di un tempo, immolati per la sua sete di vendetta.

Ciò che, tuttavia, non si può né si deve chiedere a Manning è un pronunciamento contro la guerra. La sua denuncia è in un certo modo implicita, ma qui ci troviamo dinanzi a una rassegnata constatazione e non a un impietoso atto d’accusa come in Paths of Glory (usa, 1957) di Stanley Kubrick, in Johnny Got His Gun di Dalton Trombo, in Im Westen nichts Neues di Erich Maria Remarque o all’italiano La grande guerra (ita, 1959) di Mario Monicelli, solo per limitarci a opere ispirate alla I Guerra Mondiale. Secondo l’autore di Her Privates We, la guerra non è solo qualcosa che gli individui subiscono passivamente, ma è insita nella natura umana, appartiene ad essa e non è sradicabile. “War is waged by men; not by beasts or by gods. – scrive l’autore nella breve nota introduttiva che antepone alla vicenda – It is a peculiarly human activity”.[1] E poi ancora, all’interno del testo, riferendosi ai sentimenti provati dai soldati nei confronti del conflitto che si trovano a combattere:

 

“C’est la guerre,” they would say, with resignation that was almost apathy: for all sensible people know that war is one of the blind forces of nature, which can neither be foreseen nor controlled. Their attitude, in all its simplicity, was sane. There is nothing in war which is not in human nature; but the violence and passions of men become, in the aggregate, an impersonal and incalculable force, a blind and irrational movement of the collective will, which one cannot control, which one cannot understand, which one can only endure as these peasants, in their bitterness and resignation, endured it. C’est la guerre.[2]

 

La dura lezione che si ricava da Manning invita però ad un’ulteriore domanda; domanda che si pone, in genere, al lavoro degli espatriati, ovvero: a quale letteratura appartiene la sua opera? Il quesito, di per sé assolutamente ozioso – la letteratura, infatti, è un patrimonio collettivo, che non può essere rivendicato da nessuno –, si rivela invece utile alla comprensione del testo e dello spirito che l’autore ha inteso infondervi.

Una delle più peculiari caratteristiche australiane si richiama infatti al forte spirito egalitario che innerva l’identità nazionale di questo paese. In Australia è assai diffuso un atteggiamento di biasimo per chi intende distinguersi o farsi forte di privilegi castali, così come, a chi sceglie di perseguire il successo abbandonando il proprio paese, si applica una specie di “de-austrialianizzazione” che va sotto il nome di tall poppy syndrome, la sindrome del “papavero alto” che deve essere reciso. Peter Davies, editore nonché amico di Manning, trovava questo romanzo “a profoundly democratic book”,[3] e ciò perché esso è narrato dal punto di vista, sebbene non in prima persona, di Bourne, un soldato semplice che avrebbe potuto riservarsi un ruolo di responsabilità capace di metterlo parzialmente al riparo dai massacranti doveri di trincea, ma che, malgrado ciò, si rifiuta di accettare quello che gli appare come un tradimento verso i suoi compagni.

È interessante notare come uno degli esili fili narrativi della vicenda si fondi proprio sul costante rifiuto del protagonista di accettare la nomina a ufficiale. Un rifiuto che ha il proprio contrappunto nella figura del disertore Miller, il quale, per ben tre volte tenta la fuga fino a quando, infine, non gli riesce; e ciò poche pagine prima che Bourne, per obbedienza, ma senza alcuna gioia, accetti la nomina a caporalmaggiore a cui però non giungerà mai perché, nell’ultima missione da soldato semplice, egli trova la morte. Ecco che, allora, se considerato per il suo egualitarismo, questo libro deve essere sicuramente inscritto alla cospicua, e da noi pressoché ignorata, tradizione australiana della letteratura di guerra.

Le imprese belliche del XX secolo hanno rappresentato, per quest’isola-continente, un continuo e sanguinoso coinvolgimento contribuendo a modellare in maniera decisiva l’identità e il ruolo australiani nello scacchiere mondiale. La Guerra Anglo-Boera fu il frutto della sua lealtà all’Impero britannico, la Grande Guerra ne determinò l’ingresso come debuttante nell’agone internazionale, la Seconda Guerra Mondiale innescò in essa la paura di quello che sarebbe stato definito come Yellow Peril, il “pericolo giallo”, frutto dell’ovvia scoperta della prossimità asiatica e segnò il passaggio da una sfera d’influenza britannica – l’Inghilterra si rivelò incapace di difendere il suo vassallo dall’aggressività giapponese – ad una americana, la quale, a sua volta, implicò le successive partecipazioni ai conflitti in Corea e in Vietnam.

Fra tutti i romanzi e i film che, a queste imprese, hanno fatto seguito, l’opera di Manning si ritaglia indubbiamente un ruolo preminente per la durezza impietosa con cui cerca di dirci la verità sul primo conflitto mondiale. Una sete di verità che ha impressionato molti lettori eccellenti, tra i quali Ernest Hemingway che affermava di leggere questo libro ogni anno “per ricordare come sono andate veramente le cose così da non mentire mai, a me stesso o a chiunque altro”.[4] Ma quest’esperienza fu centrale e folgorante anche nella vita di Manning che, nei suoi ultimi giorni trascinati tra cliniche inglesi, con la respirazione alimentata artificialmente, prima di spegnersi nel 1935 a cinquantadue anni, dovette considerare quasi una benedizione la dolorosa fine di Bourne, il suo duro e impenetrabile ma umanissimo alter ego.

 

 

 

Bibliografia ESSENZIALE

 

 

Le edizioni decisive per ricostruire il tortuoso percorso editoriale di quest’opera di Frederic Manning sono:

 

The Middle Parts of Fortune. Somme & Ancre, 1916, London: Piazza Press, 1929 (limited edition)

 

Private 19022, Her Privates We. By Private 19022, London: Peter Davies, 1930 (Abridged edition)

 

Frederic Manning, The Middle Parts of Fortune. Somme & Ancre, 1916, New York: St Martin’s Press, 1977

 

Materiale critico:

 

William Boyd, Introduzione alla nuova edizione”, in F. Manning, Fino all’ultimo uomo, Casale Monferrato: Piemme, 2004, p. 18.

 

Bruce Clunies Ross, “Frederic Manning and the Tragedy of War”, in Overland, 75, 1979, pp.45-49.

 

Laurie T. Hergenhan, “Novelist at War”, in Quadrant, XIV:4, 1970, pp.19-29.

 

___________________, “The Structure of Frederic Manning’s War Novel Her Privates We”, in Australian Literary Studies, VI, 1974, pp. 404-17.

 

___________________, Ezra Pound, Frederic Manning and James Griffyth Fairfax”, in Australian Literary Studies, 11:3, 1984, pp.395-99.

 

___________________, “A Private Life: Frederic Manning”, in Quadrant, 33:8, 1989, pp. 33-35

 

J.M. Douglas Pringle, “Her Privates We: An Aesthete Goes to War”, in The Australian Experience: Critical Essays on Australian Novels, edited by W.S. Ramson, Canberra: Australian National University Press, 1974, pp.121-40.

 


[1] Frederic Manning, The Middle Parts of Fortune. Somme and Ancre, 1916, A digital text sponsored by Australian Literature Gateway, Sydney: University of Sydney Library, 2003, p.4; http://setis.library.usyd.edu.au/ozlit/pdf/manmidd.pdf

[2] Ibid., p.99.

[3] in Laurie T. Hergenhan, “Ezra Pound, Frederic Manning and James Griffyth Fairfax”, in Australian Literary Studies, 11:3, 1984, p.396.

[4] in William Boyd, “Introduzione alla nuova edizione”, in F. Manning, Fino all’ultimo uomo, Casale Monferrato, Piemme, 2004, p. 18.

  

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