Giovanni Greco - Davide Monda, Flagelli d’Italia. Criminali, prostitute e vittime nella storia contemporanea, Cesena, “Il Ponte Vecchio”, 2006, 420 pp., 23 €
Cesare Lombroso, agli inizi del Novecento, formulando la famosa - e famigerata… - teoria dell’uomo delinquente, che implicava inter alia una sorta di predestinazione al crimine, contribuì certo sensibilmente ad alimentare un’ostilità insana quanto infondata verso la delinquenza, avversione che si rivelò poi, per molti versi, suggestione bella e buona. Fino alla prima metà del secolo scorso, in effetti, le conoscenze relative ai crimini e ai criminali, ben lungi dal basarsi su elementi autenticamente scientifici, rinviavano a un retaggio millenario di credenze e di esperienze formalizzato nei linguaggi, nei codici della religione, della morale, di certa letteratura, di un sapere medicale tutt’altro che attendibile, nonché - in modo certo più puntuale e rigoroso - del diritto penale.
In un’epoca come quella odierna, ove in parte sono stati superati siffatti limiti ed ove molti elogiano ancora (con superficialità non scevra di colpe non lievi…) la legge del taglione, diviene necessità impellente - e momento di crescita etico-civile - una valutazione attenta e matura del crimine e delle sue ragioni profonde, disposta, nel contempo, a spingersi oltre i confini di quest’ultimo e a risalire alla specificità dei diversi fenomeni.
Flagelli d’Italia si compone di una prima parte d’indagine storico-letteraria e di una seconda antologica, «spaziando in un arco cronologico compreso tra la fine turbolenta del settecento e l’alba livida del terzo millennio», ed offrendo un contributo mirante a «far luce su problemi, momenti e personaggi decisivi ed emblematici nella storia della criminalità e della marginalità contemporanee».
La storia della delinquenza, nella prima parte, viene analizzata attraverso le sue ramificazioni: brigantaggio preunitario, prostituzione, omicidio, ma pure altri delitti, come bestemmia, stupro, furto, nonché associazioni a delinquere dal nome tuttora inquietante: camorra, ’ndrangheta, mafia et similia… Di tutti questi tragici universi vengono evidenziate le zone d’ombra, ma vengono altresì ricostruiti personaggi ed esistenze (spesso) quasi impossibili: uomini e donne feriti a morte nella povertà e nella dignità, anime barcollanti.
L’ampia analisi del brigantaggio preunitario, per esempio, rappresenta un acuto, inedito percorso nel tempo che muove da un presupposto recente: quello di una storiografia che, sfiorite le smanie ideologiche e i pregiudizi, ha indotto a rivedere posizioni forse in passato troppo frettolosamente elaborate. Il carattere stereotipato del brigantaggio, qui, risulta de facto svanire, attraverso una disamina attenta e metodologicamente avvertita, ove scienze umane e letterature europee camminano quasi sorelle, procedono parallelamente. Così, il brigantaggio viene approfondito in qualità di fenomeno complesso, nel quale la delinquenza comune era insospettabilmente presente ed i ruoli dei malvagi si confondevano in maniera labile, sfuggente: spesso, in verità, i briganti erano assoldati dai notabili del paese per compiere vendette municipali e paesane, per favorire piccoli o grandi interessi legati alla proprietà, all’esercizio del misero potere locale o a terribili faide interfamiliari. Taluni briganti potevano vantare la simpatia delle masse rurali, che li rivestivano di un’aura insieme eroica e tragica, quasi fossero novelli Robin Hood - dello stesso, peraltro, si approfondisce il profilo storico-leggendario -, decisi a difendere i poveri contro i soprusi dei ricchi ed il pericolo costituito dalle autoritarie imposizioni del nuovo padrone, il Regno d’Italia.
Le personalità vengono delineate anche nella loro dimensione umana, figure oltremodo atipiche e singolari vengono pazientemente ricostruite e raccontate. Così Angelo Duca, detto il brigante Angiolillo, Michele Pezza da Itri (ben più noto come Fra Diavolo), il ferocissimo Gaetano Coletta, soprannominato Mammone, Stefano Pelloni (il celebre Passatore!) e tanti altri sono rievocati con la loro sempre triste, anzi tragica storia di miserie, crudeltà e condanne.
Il tema della prostituzione, poi, è affrontato con un approccio di ricerca che, oltre a vagliare il fenomeno dal punto di vista sociale, lo indaga seguendone le logiche interne e lo sviluppo storico, sforzandosi di non scadere in «buonismi e sentimentalismi di bassa soglia, bensì pensando alla meretrice come a una persona, nella sua fragilità di donna ferita, nella sua marginalità subìta e patita, nella sua precaria dignità». Il tutto è corredato da una fitta documentazione di dati demografici, medico-sanitari e di costume:
Quello della prostituzione era in tutta Europa un fenomeno di proporzioni macroscopiche; basti pensare che a Vienna, nel 1820, su 400.000 abitanti vi erano 20.000 prostitute note, e che nel 1840, a Londra, le prostitute sfioravano addirittura la cifra di 50.000.
Siffatta metodologia è supportata anche da un dettagliato excursus sui provvedimenti legislativi che, nel corso del tempo e nel divenire dei governi, sono stati stabili in merito a postriboli, case di tolleranza, provvedimenti sanitari et alia. Davvero curioso è come, in maniera graduale quanto sconcertante, vada mutando la concezione della pericolosità “etica” dei “luoghi di perdizione”:
[Nella seconda metà del XIX secolo] la frequentazione del postribulum publicum era considerata, nella mentalità comune, una prova di normalità dei giovani e di rassicurazione per le loro famiglie, per cui, mentre da un lato la funzione pubblica della prostituta non veniva messa in discussione, dall’altro il peccato sessuale era ritenuto, tutto sommato, un peccato naturale e quindi veniale. Il postribolo era visto come luogo di pacificazione sociale, capace anche di ridurre l’aggressività dei giovani, di distogliere le irrequietezze dei violenti da mogli, zitelle e ragazze.
Proponendo sistematicamente la prosa italiana otto-novecentesca e novecentesca tout court che s’è confrontata con la criminalità, la seconda parte del volume dà modo al lettore di fruire d’uno spazio assai meno aspro e di gran lunga più respirabile (quello, per l’appunto, della finzione letteraria): in tal maniera può, se non lasciarsi alle spalle, osservare da un punto di vista affatto diverso, almeno per il breve tempo di un racconto, gli abissi atroci che ha appena visitato. Francesco Mastriani, Giovanni Verga, Federico De Roberto, Luigi Pirandello, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Italo Calvino ed altri autori noti, trascurati od obliati delineano magistralmente storie d’ordinaria criminalità: sono frammenti decisivi di vite amarissime, di criminalità e di delinquenza forzata, abbozzi non di rado memorabili di miserie crudeli, quasi sempre connotati da una tragicità senza scampo. Vi si narra, fra l’altro, di errori non perdonati, di fatali intraprese e d’individui che, nella loro parabola esistenziale, si sono definitivamente perduti. E hanno perso proprio tutto, perfino la propria identità...
Sulle loro tracce, Giovanni Greco e Davide Monda si sono addentrati nei marasmi d’irrazionalità propri dell’esistenza come dei sistemi legislativi, onde ricostruire vividamente fatti e misfatti che via via si rivelano, in un costante fluttuare tra le realtà della scienza e la verosimiglianza della letteratura. In tale doloroso itinerario, colpiscono in special modo particolari che sovente, per l’opinione pubblica, è meno scomodo dimenticare che dissotterrare.
(Marilù Oliva)