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Per un innario

 

Luca Grasselli

 

 

 

VESPRI DI SANTA LUCIA

 

 

La sera che sperdute nella bruma

s’affiocano alle stelle le pupille

e a vorticare restano le orbite

vuote alla volta della lunga notte

abbiti cura della statuina

che hai comperato al portico dei Servi,

non schiacciarla, non farla precipitare a terra.

Tienila nella mano come un passero,

come si tiene una lucerna accesa

mentre t’affretti, semichiuso il cavo

delle palme, nel giorno della vergine.

Ad altro brillano le luci urbiche,

private e pubbliche, mobili e fisse,

belliche e mercantili, mute e parlanti;

ad altro si dirige, alle dovute

fatiche ed alle ancora più dovute

spese la torma d’uomini ronzanti

che minuziosamente si martira;

altro rimira, diverte altrove gli occhi

la porta d’Occidente

e il millennio presente, nel torpore

di chi non sa e non gli importa se muore

o se nasce.

               Né tu 

lo sai: è una diversa storia

quella che si modella

in grembo alle tue dita appena strette

tutt’intorno alla terracotta, al rosa

delle gambette, al bianco delle fasce.

 

 

 

VESPRI DI SANTA CECILIA

 

 

Spazza piazza Malpighi
una lama di vento tramontano,
riga la coltre torpida d’autunno:
sanguina l’aria la neve ventura,
lampeggia nel nitore
la futura stagione.
Così barbagli nel tuo trapassare,
luccichi lungo la tua trasparenza
e d’un ricamo di trama traluci.
Da un ignoto pertugio
nel tuo giorno l’immenso si spalanca,
fiammeggia Betelgeuse, candisce Sirio.
Così dal fondo vuoto della notte
alto latra il Segugio,
m’adesca il Cacciatore a non so quale
verginità, a non so quale martirio.

 

 

VESPRI DI SAN MARTINO

 

 

Il giorno abbassa gli occhi, ha ciglia umide.

Tra le cose condensa un fiato stanco,

si rapprende alle luci della piazza

una bava di ragno: sale ai viottoli,

percola ai tralci vizzi del Lavacchio.

 

Non ti sorprende questo scolorare,

questo perdersi di contorni,

se solo stringi il bavero al tabarro

né muti il passo, secco sull’asfalto.

Tanto conosci un tale peso d’aria.

E t’addentri nella prima vigilia

della notte, e alle punte delle dita

non hai saliva a levarti dagli occhi

questa cispa tediosa, non hai lino

che ti netti le lenti.

Solo al tuo muoverti assorto si leva

un suono d’altri piedi dietro l’eco

dei tuoi, ti si fa accosto un’ombra scura,

come nuda e tremante. Riconosciti.

 

Così sanguina il tino novellamente.

Così, a maggiori altezze,

ai cedui d’Appennino

                                   a seppellirsi

tra marciumi di foglie, a inturgidirsi

chiuso di spine

piove il pane dei poveri:

così a riposti mortai

un pestello rintocca

e da dita di donna si prepara

verso il primo albeggiare la mistocca.

 

 

(I testi sono stati pubblicati in Luca Grasselli, Una nuda fedeltà, Bologna, AZetafastpress, 2006.  Per altri testi, è possibile consultare il sito www.pentagras.it alla sezione Neva)

 

 

 

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