La sera che sperdute nella bruma
s’affiocano alle stelle le pupille
e a vorticare restano le orbite
vuote alla volta della lunga notte
abbiti cura della statuina
che hai comperato al portico dei Servi,
non schiacciarla, non farla precipitare a terra.
Tienila nella mano come un passero,
come si tiene una lucerna accesa
mentre t’affretti, semichiuso il cavo
delle palme, nel giorno della vergine.
Ad altro brillano le luci urbiche,
private e pubbliche, mobili e fisse,
belliche e mercantili, mute e parlanti;
ad altro si dirige, alle dovute
fatiche ed alle ancora più dovute
spese la torma d’uomini ronzanti
che minuziosamente si martira;
altro rimira, diverte altrove gli occhi
la porta d’Occidente
e il millennio presente, nel torpore
di chi non sa e non gli importa se muore
o se nasce.
Né tu
lo sai: è una diversa storia
quella che si modella
in grembo alle tue dita appena strette
tutt’intorno alla terracotta, al rosa
delle gambette, al bianco delle fasce.
VESPRI DI SANTA CECILIA
Spazza piazza Malpighi
una lama di vento tramontano,
riga la coltre torpida d’autunno:
sanguina l’aria la neve ventura,
lampeggia nel nitore
la futura stagione.
Così barbagli nel tuo trapassare,
luccichi lungo la tua trasparenza
e d’un ricamo di trama traluci.
Da un ignoto pertugio
nel tuo giorno l’immenso si spalanca,
fiammeggia Betelgeuse, candisce Sirio.
Così dal fondo vuoto della notte
alto latra il Segugio,
m’adesca il Cacciatore a non so quale
verginità, a non so quale martirio.
Il giorno abbassa gli occhi, ha ciglia umide.
Tra le cose condensa un fiato stanco,
si rapprende alle luci della piazza
una bava di ragno: sale ai viottoli,
percola ai tralci vizzi del Lavacchio.
Non ti sorprende questo scolorare,
questo perdersi di contorni,
se solo stringi il bavero al tabarro
né muti il passo, secco sull’asfalto.
Tanto conosci un tale peso d’aria.
E t’addentri nella prima vigilia
della notte, e alle punte delle dita
non hai saliva a levarti dagli occhi
questa cispa tediosa, non hai lino
che ti netti le lenti.
Solo al tuo muoverti assorto si leva
un suono d’altri piedi dietro l’eco
dei tuoi, ti si fa accosto un’ombra scura,
come nuda e tremante. Riconosciti.
Così sanguina il tino novellamente.
Così, a maggiori altezze,
ai cedui d’Appennino
a seppellirsi
tra marciumi di foglie, a inturgidirsi
chiuso di spine
piove il pane dei poveri:
così a riposti mortai
un pestello rintocca
e da dita di donna si prepara
verso il primo albeggiare la mistocca.
(I testi sono stati pubblicati in Luca Grasselli, Una nuda fedeltà, Bologna, AZetafastpress, 2006. Per altri testi, è possibile consultare il sito www.pentagras.it alla sezione Neva)