Guido Gozzano, Poesie, a cura di Giorgio Bàrberi Squarotti, Milano, BUR Poesia, 2004.
Da un mare borghese che annienta ogni poesia nasce, grazie al travaglio creativo di Guido Gozzano, una forma nuova di poesia altamente lirica: emerge un vero poetico di sorprendente originalità, sorgono orizzonti inediti per il verso italiano. Tra gli interstizi difficilmente penetrabili di una società tutta intenta alla prassi ed al profitto, Gozzano, con sguardo disincantato e finalmente ironico, inaugura una nuova stagione della poesia. Non c’è molto da aggiungere, mi pare, al bel discorso ermeneutico e filologico di Giorgio Bàrberi Squarotti, nel suo magistrale saggio introduttivo; vorrei solo proporre alcune rapide osservazioni circa il singolare "elogio della poesia" compiuto da questo protagonista della letteratura europea fra Otto e Novecento troppo spesso negletto o frainteso. Gozzano è il chiarificatore insieme idealista e disincantato della parola poetica, che si trova a cesellare i propri testi geniali e delicati nel mondo poeticamente agonizzante di una borghesia che rischia di uccidere il verso e di annegarlo nel mare di un meschino e cieco pragmatismo, nelle leggi inesorabili del mercato.
E’ curioso che oggi, dopo le rivoluzionarie stagioni poetiche del Novecento, ci s’interroghi e ci si soffermi ancora sulla poesia "museo" gozzaniana; Bàrberi Squarotti ragiona su questo stravagante "collezionista di parole", su questo grande poeta piemontese che, invece di creare un museo grandioso , come quello di D’Annunzio, cerca di riunire parole obsolete e consuete, caricandole di significati e messaggi nuovi. Ma se è vero che "la malattia dell’artista è - come dice Bàrberi Squarotti (Introduzione, p. 11) - il simbolo della malattia mortale della poesia nel mondo borghese", ancor più interessante è la considerazione sul valore della mediocrità e del banale, della parola obsoleta e in disuso, che diventano l’unico modo per fare ancora poesia nel mondo decadente e malaticcio del quale Gozzano è, al tempo stesso, il dannunziano e l’antidannunziano portavoce. E’ su questo concetto che, a mio giudizio, vale la pena soffermarsi, nel rileggere da una prospettiva moderna, o meglio postmoderna, la poesia di Gozzano. Che cosa c’è dunque in essa di tanto attuale, di così vicino agli interrogativi della nostra anima, alle nostre ansie? C’è una parola poetica che, pur essendo ancora ottocentesca, azzarderei quasi a definire "anti-ungarettiana".
Per la verità, considerata in rapporto con la parola assoluta del maestro del versicolo isolato (in questo senso si deve intendere, è naturale, l’ "anti": diversamente non potrebbe infatti essere, giacché Gozzano muore proprio nel 1916, l’anno della pubblicazione del Porto sepolto), la parola gozzaniana rappresenta una sorta di via che conduce agli antipodi della formula ungarettiana: se il cosmopolita ermetico, in effetti, attribuisce un valore etico-civile altissimo alla monade poetica, il poeta torinese - con liriche quasi classiche, con un metro pressoché tradizionale e sintatticamente ordinato, con parole mutuate dal linguaggio comune, con un modo, insomma, "degradatissimo" (Introduzione, p. 14), l’unico ormai possibile – per lui - anche se in apparenza sciocco e banale - si ostina al contrario a comporre versi conferendo un preciso senso lirico alla piccineria calcolatrice e alle squallide banalità del mondo borghese e provinciale, malato non meno del suo disingannato detrattore.
In Nemesi del 1905 il tragico, quasi sarcastico autoritratto - quel "rimembrar delle passate cose" – steso da uno scrittore la cui memoria ebbe, per beffa amara del destino, o forse per forza breve corso, ci fa sentire davvero piccoli. Si rileggano le sue parole: "La favola divina / m’è come ai nervi inquieti / un getto di morfina, / ma il canto più divino / sarebbe un sogno vano / senza un torace sano / e un ottimo intestino". Scriverà Renato Serra, a proposito dello stile gozzaniano: "Come un pittore può ottenere un colorito ricchissimo anche solo con un po’ di bistro e di terra scura, così Gozzano riesce a essere un nuovo e saporito verseggiatore con delle parole comuni, degli accenti cascanti e delle rime approssimative" (Introduzione, p. 35).
Da questo "canzoniere" malinconico, risulta peraltro chiaro un messaggio decisivo: la poesia deve spesso occultarsi, nel mondo affannato e travagliato dalla borghese corsa economica, non può che rinserrarsi, irrequieta e furtiva, nelle anguste fessure della routine quotidiana ove è costretta a ritagliare i propri necessari spazi . Ma questa è, nel contempo, la dimostrazione dell’ineluttabilità della poesia, che si annida ovunque, sia essa gradita o incompresa. Così, la parola più prevedibile e banale può dar luogo alla più alta espressione lirica. Questo è, in fondo, Guido Gozzano: il poeta della prosaica banalità, che evoca la poesia negli spazi e nei tempi ora totalmente vuoti ora troppo fitti della sua epoca, per tanti aspetti triviale, indifferente, aggressiva.
La sua poetica e il suo linguaggio appaiono assai lontani da quelli dei grandi lirici novecenteschi europei, eppure egli sembra anticipare temi e motivi dei suoi più illustri "successori": il suo linguaggio parla del profondo disagio esistenziale dell’uomo e del poeta, la sua parola evoca il dolore dell’uomo del mondo contemporaneo, e la sua riflessione ultima è rivolta alla natura bella e consolatrice.
Il montaliano "correlativo oggettivo", il pascoliano suono della voce "umile", l’impalpabile atmosfera di un "nido" (che in Gozzano è un salotto borghese) sono tutti elementi penetrati nella sua poesia, che non cessa di attingere al banale, al comune, persino all’ordinario di "pessimo gusto", fino all’ultimo, disperato anelito delle Farfalle, il poemetto didascalico rimasto incompiuto ove l’autore, con un raffinatissimo "gioco letterario" di mirabile efficacia, esprime la misteriosa inquietudine della letteratura e della sua poesia ormai morente.
(Elisabetta Venturi)