gli uomini di ca'mattiozzi
di Federico Cinti
A MO’ DI PROLOGO
Un po’ sopra
Porretta, oltre Lizzano
e dopo Vidiciatico, si arriva
dove il cielo è più limpido e più sano,
dove l’aria è più lucida e più viva,
dove si vive in
modo un po’ più umano,
dove la gente è semplice, ed è priva
di velleità, e la gente dà una mano,
è felice e contenta, ed è giuliva.
Ogni atto è
un’abitudine qui, e un rito,
in questo paradiso senza età,
dove si tocca il cielo con un dito,
in questo borgo
antico che, si sa,
è Cà Mattiozzi, il borgo più fiorito
e sorridente di tutta la Cà.
IL GRANDE ATLETA (ZIO MAURI)
Il grande Atleta è
sempre in movimento,
e conosce ogni singolo sentiero
del Corno e intorno al Corno, e in un momento
va in ogni parte, senza alcun pensiero,
e non gli importa
se c’è pioggia o vento,
se c’è il sole che spacca o il cielo nero,
e quando torna indietro, se è un po’ spento,
si tira su mangiando un bove intero.
Se non cammina o
corre, va via in moto,
con la sua Dama Nera sulla sella,
e vanno in ogni luogo, noto o ignoto,
nella città più
bella o meno bella,
e ci mostra ogni volta mille foto,
mentre il bue cuoce in pentola o in padella.
IL CARO COCCO (COCCO BELLO)
Cocco è bianco,
più bianco della neve,
e, circospetto, va in perlustrazione
all’esterno, e il suo agire è molto breve,
se lo vedono in giro le padrone,
e torna in casa,
con un passo lieve,
con uno sguardo amletico e sornione,
e va dritto alla ciotola, poi beve,
e si lava con lingua e con sapone.
Fa vita da pascià,
con la sorella
che gli miagola intorno, che lo vizia,
che gli dà croccantino e caramella,
e su in mansarda
vince la mestizia,
di notte, contemplandosi ogni stella,
e non sa più finirla, quando inizia.
IL DIR‑ETTORE (ETTORINOLARINGOIATRA)
Dire Ettore, qui,
è dire direttore,
Tra queste quattro case stonacate,
perché lavora e sgobba a tutte le ore,
autunno, inverno, primavera, estate,
e ricerca, con
smania e con furore,
buoni sconto e occasioni ribassate,
e non sente più il peso né il dolore,
dopo che le ha scoperte e le ha scovate.
Ama il gioco, ma adora la
vittoria,
e per averla fa qualsiasi cosa,
e dopo che l’ha avuta non c’è storia,
e non si dà più pace, e non
ha posa,
anche se ha vinto soltanto la gloria,
e ha un’espressione estatica e imperiosa.
IL DOTTOR DIVAGO (IL DOTTO‑RINO)
Quando uno meno se
lo aspetta, spunta,
non si sa come, e non si sa da dove,
Divago, che ti
guarda, che ti punta,
e non ti lascia più fuggire altrove,
e ti racconta della vacca
smunta,
di vecchie cose, di patate nuove,
di insetti e di uccellini, dell’aggiunta
di una rete, e ti dice quando piove.
La preda non ha scampo,
poveretta,
nemmeno se gli simula un malore,
perché si ferma lì, perché l’aspetta,
e, in ogni caso, guarda
mentre muore,
e registra ogni cosa, senza fretta,
e alla fine le porta, forse, un fiore.
L’EFFETTO ECO (PAOLINO BONAPARTE)
L’Eco, quando la
dolce mogliettina
racconta qualche cosa o tiene scuola,
ascolta tutto, e con la sua vocina
ripete solo l’ultima parola,
la ripete e poi fa
una risatina
di chiusura, e anche lì ne fa una sola,
e dopo dorme, fino alla mattina,
se l’argomento più non gli sfagiola.
Quando non ti
racconta del lavoro
o di quando faceva il militare,
aggiusta tutto con le mani d’oro,
ed è sempre
simpatico e solare,
e aiuta tutti, e lo sanno coloro
che egli è sempre disposto ad aiutare.
IL FACTOTUM (CORRADINO DI SVEVIA)
Quando alla Cà si
spacca qualche cosa,
c’è una rottura, c’è un guasto o una bega,
il Factotum si lancia senza posa
col cacciavite, il martello o la sega,
con la carta
vetrata o la ventosa,
e in un attimo aggiusta e, poi, ti spiega
che ha fatto con la lima rugginosa,
come se raccontasse a un suo collega.
Se non c’è un
guaio, lavora nell’orto,
e pianta le zucchine e l’insalata,
ed è molto oculato, è molto accorto;
però, la sua
passione dichiarata
è lo sport, che egli segue sempre assorto,
di cui sa la notizia più aggiornata.
IL NONNO NANNI (CASTEL‑FRANCO)
Il Nonno Nanni
brontola e borbotta,
come i fagioli dentro una pignatta,
e a volte ride e scherza, e a volte sbotta,
se per caso qualcosa viene fatta
non come dice lui,
se viene rotta
una bottiglia di lambrusco intatta,
se è amaro il suo caffè, la pasta è scotta
o la banana in testa si è disfatta.
Va a funghi,
quando può, torna trionfante
se ne ha trovati, e ce li fa vedere,
nella sua cesta piena e traboccante;
altrimenti, sta
zitto e va a sedere,
si guarda gli aeroplani un po’ sognante,
finché intorno le cose siano nere.
IL PICCOLINO (FEDERICO II)
Il Piccolino è
sempre sorridente,
e sta con la sua mamma e il suo papà,
e gira intorno, e non gli importa niente,
tra tutte le borgate della Cà,
è felice e
contento, è intelligente,
e non dice mai se, non dice ma,
guarda ogni cosa, e tiene tutto a mente,
e col suo passeggino corre e va.
La nonna è in
visibilio, e il DirEttore
non bada a spese per il nipotino,
perché è buono ed è debole di cuore,
e ce l’ha in
braccio già fin dal mattino,
e gli è uguale nel volto e nel colore,
e lo chiamano già DirEttorino.
IL POETA (FEDERICO BARBAROSSA)
Il Poeta sta in
casa, a lavorare,
per scrivere il magnifico libretto
che leggiamo e che ha
fatto ora stampare,
dedicando a ciascuno il suo sonetto,
e, ogni tanto, si viene a
riscaldare
al sole caldo, vicino al muretto
della casa di fronte, e a chiacchierare
con chi c’è fuori, e parla dritto e schietto.
S’intende un po’ di tutto, e
non sa niente
di ciò che serve e, se non sa, fa: «Boh…»,
ed è bravo, carino e intelligente,
e non sa dire, quasi mai, di
no,
se gli domanda qualcosa la gente,
e la fa, chiaramente, come può.
IL RE DAVIDE (EL GOLÌA D’OR)
Nell’immensa
campagna che si stende
da Cà Mattiozzi fino alla Querciòla,
il Re Davide ha posto le sue tende,
dove dimora con la famigliuola,
quando per la Canicola
s’accende
Bologna e il clima giù non gli sfagiola,
e così il tabernacolo riprende
la vita di una volta, che s’invóla.
Tra tutti i figli dei figli
dei figli,
il Re Davide è il solo che ha figliato,
e tutti, adesso, gli danno consigli,
gli dicono che cosa è più
indicato
tra pappe, tra vestiti, tra giacìgli,
e ascolta tutti, e sembra interessato.
SBUFFALO BILL (LUCA CORDARO DI MONTE CAPRA)
Sbuffalo mangia,
dice, per star male,
e mangia tutto quello che ha dintorno,
la vacca, il bue, la pecora e il maiale,
e mangerebbe, forse, tutto il giorno,
con quella fame
atavica e ancestrale,
se non andasse in alto, fino al Corno,
e non scendesse in moto dal crinale,
per un bel viaggio d’andata e ritorno.
Finito il fiero
pasto, s’affaccenda
a rassettare l’orto, a concimare
il giardino, a spulciare la sua agenda
fitta di
commissioni e, a quanto pare,
per il languore, pensa alla merenda,
che si fa lesto lesto preparare.
A MO’ D’EPILOGO
Settembre arriva
presto, troppo presto,
e ha l’autunno con sé, le sere corte,
il sole un po’ più pallido e modesto,
le ventate, che bussano alle porte,
il giorno che va
via, che corre lesto,
le foglie gialle e fragili già morte
in terra, l’Appennino un po’ più mesto,
e ognuno che va via da questa corte.
Eppure, tutto
quanto è anche più bello
d’autunno, quando noi siamo in città,
a casa nostra, e qui si usa il rastrello,
e vorremmo tornare
ancora qua,
col cappotto, coi guanti e col cappello,
un’altra volta ancora qui alla Cà.