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                                              Un ricordo di Giovanni Paolo II

 

 

Alessandro Manzani

 

 

Si è spenta la voce del Pastore che per più di un quarto di secolo ha guidato la Chiesa lungo le impervie e polverose strade di questo mondo. Alle 21.37 del due aprile scorso, Papa Giovanni Paolo II è tornato presso quel Maestro sulle cui orme incomparabili si era messo sin da giovane, quando nella Polonia occupata dal nazismo, poi dal comunismo, aveva maturato la vocazione di dedicarsi e consacrarsi interamente a Dio, entrando nel Seminario clandestino di Cracovia, ricevendo l’Ordinazione Sacerdotale dal Cardinal Saphiea il primo novembre 1946, nella cappella privata dell’Arcivescovado, e celebrando la sua prima Messa nella Cripta della Cattedrale di Wawel il giorno seguente. Anni dopo, ricordando quel momento, scrisse una poesia di cui riporto un frammento:

 

Vuoi essere Colui che sostiene i passi – come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge:

Roccia è anche il pavimento d’un gigantesco

tempio.

E il pascolo è la croce.[i]

 

Da quel primo novembre di tanto tempo fa, Karol Woityla non ha mai smesso d’indicare al mondo la via maestra per raggiungere la felicità, anzi la Felicità (con la F maiuscola!), ovvero Cristo. Era profondamente convinto che solo in Cristo l’uomo possa trovare la sua piena realizzazione e la risposta alle sue esigenze più profonde, giacché in Lui tutti noi siamo stati pensati e creati. E’ insomma la dottrina del Cristocentrismo, che noi bolognesi abbiamo appreso anche dalla ventennale predicazione del Cardinale Biffi, chiamato  proprio da Giovanni Paolo II da Milano nel 1984 a succedere al Cardinale Poma sulla Cattedra di San Petronio.

Ai giovani non ha mai fatto sconti, anzi ha proposto valori e traguardi non sempre facili e de facto ‘politicamente scorretti’ ai nostri giorni, in un mondo dominato dall’effimero e dal superficiale: ma proprio dai giovani è arrivata la risposta più entusiasta e forte agli appelli di questa voce libera ed alta.

Ai ‘potenti della terra’ non ha lesinato rimproveri e richiami energici: tanto alla barbarie dei regimi comunisti che impediscono la libertà della Chiesa, quanto ai sistemi marcatamente capitalisti, che fanno del profitto e del denaro l’unico valore di riferimento: eppure, mai un funerale di un Pontefice è stato così gremito di autorità pubbliche come quello di Giovanni Paolo II. Sul sagrato della Patriarcale Basilica Vaticana, c’era una folla di Capi di Stato e Monarchi che sarebbe stata un sogno per Pio IX o per Pio XII.

Ai politici europei ha continuato a rimproverare la mancata menzione nella Carta Costituzionale delle radici cristiane dell’Europa, un vero misconoscimento della Storia, eppure tanti di loro erano a San Pietro a renderGli l’ultimo omaggio.

Perché tutto questo?

Non si potrebbe spiegare questo unanime cordoglio senza il riconoscimento della passione che il Papa ha messo nell’esercizio del Suo Ministero Petrino, senza ammettere che mai nessuno si è fatto davvero “tutto a tutti” come Papa Woityila ha fatto.

Un Papa, dunque, appassionato dell’uomo in ragione di Cristo e appassionato di Cristo in ragione dell’uomo. Proprio questo suo desiderio di affrettare la parusia con la diffusione dell’annuncio cristiano a tutte le genti Lo ha spinto a muoversi e a farsi missionario come mai nessuno dei Suoi predecessori aveva fatto, quasi ‘novello Paolo’.

Siffatta dimensione universale del Ministero Petrino ha però comportato la delega ai collaboratori per il governo della Curia Romana, e questo può rappresentare il ‘neo’, se si vuole, del Pontificato Woityliano. Accanto a uomini d’indubbio, provato valore come Ratzinger, Ruini, Bertone e Sodano, nel governo della Curia si son visti anche Cardinali meno attenti alla salvaguardia della Tradizione e - a mio modesto avviso - troppo sbilanciati in avanti come Kasper, Silvestrini e Martino. Di questo il nuovo Pontefice dovrà inevitabilmente tenere conto: occuparsi più direttamente della grande ‘macchina curiale’ che da secoli garantisce il buon funzionamento della Chiesa. Tutto dipende da Cristo, che della Chiesa è il fondamento invisibile, ma che si serve degli uomini per far avanzare la Sua Chiesa lungo i secoli. Tutto ciò non esclude la missionarietà, anzi, mi pare che le due cose si sposino mirabilmente.

Giovanni Paolo II è stato certamente il Papa che ha contribuito a distendere il clima fra le Fedi, ma senza cedere di un millimetro sul dogma secondo il quale soltanto nella Chiesa Cattolica si trova la via della salvezza. Molti - barando ora più ora meno abilmente… - non lo hanno voluto ammettere, preferendo fare del Papa una sorta di santino da incorniciare su qualsiasi altare. No, il Papa non è mai stato sincretista, e nemmeno ha mai detto che una fede valga l’altra. Non ha mai parlato di peccati della Chiesa, bensì dei peccati dei figli della Chiesa. Nel momento stesso in cui noi Cristiani con i nostri peccati - che durante la storia non son certo mancati - compiamo azioni riprovevoli, ci stacchiamo e ci poniamo automaticamente fuori dalla Chiesa: invero, non ha senso alcuno parlare di peccati della Chiesa, come molti pseudo-intellettuali o sedicenti teologi vanno facendo. Il rischio è, peraltro, che queste inoppugnabili precisazioni non siano sempre colte dal gregge dei fedeli. Molto opportunamente, da qualche anno a questa parte, il Cardinale Biffi lo ha sottolineato con lucida energia. Forse il successore di Papa Woityla dovrà tener conto pure di questo: del pericolo, cioè, che le sue parole siano travisate, sia dai mezzi di comunicazione, sia da teologi (quali Hans Küng) o studiosi appartenenti ad aree diverse. Quel che stupiva di Giovanni Paolo II era la dedizione intensissima al sacerdozio, inteso nella sua più piena e tradizionale fisionomia di ‘pastore delle anime’. Lo dice Egli stesso nel libro Dono e Mistero, scritto nel 50° di sacerdozio, confessando d’aver sempre ammirato la figura del Santo Curato di Ars, che con la sua semplice vita di parroco nella Francia anticattolica della rivoluzione francese, seppe davvero compiere una Rivoluzione Cristiana incentrata sulla Messa e la Confessione. E ci sembra opportuno trascrivere alcune eloquenti espressioni del Papa: “San Giovanni M. Vianney sorprende… perché in lui si rivela la potenza della grazia che agisce nella povertà dei mezzi umani… Migliaia di persone passavano per Ars e s’inginocchiavano al suo confessionale… Trassi la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, attraverso quel volontario farsi prigioniero del confessionale”[ii]. Credo che ciò debba far riflettere anche tanti, sacerdoti. Il compito dei sacerdoti, rammentiamolo, è quello di celebrare i Divini Misteri. Il Papa ci ha detto apertis verbis “più Rosario e Messe”.

Per il momento, ci disponiamo col cuore ad accogliere Colui che, da sempre, lo Spirito Santo ha scelto come successore di Karol Woityla, e con animo riconoscente salutiamo ancora una volta il Papa polacco che ci ha insegnato a riflettere intensamente su Cristo, più che a commuoverci per la dipartita del suo Vicario, magari riprendendo in mano il testo che ho citato prima, scritto per la sua “Messa d’oro” nel 1996. Confrontandoci con quelle pagine, oltre ad arricchire la nostra ‘biblioteca mentale’ mediante una piacevole, proficua lettura, entreremo più profondamente nella personalità affascinante e poliedrica del Papa appena scomparso. Aveva detto “nel vento che è soffio dello Spirito una voce ci chiama e ci dice vieni”. Tale invito a rispondere alla chiamata è per tutti noi.

 

 

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[i] Giovanni Paolo II, Dono e mistero, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1996, p. 54.

[ii] Giovanni Paolo II°, Dono e mistero, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1996, p. 66.