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UN GIOVANILE AMORE DI VIRTù

PERSIO E LA SUA COMPLESSA RICEZIONE

                                                                                            

DAVIDE MONDA

Università di Bologna

 

 

Chi vuole rimproverare ad un autore l’oscurità dovrebbe scrutare anzitutto il proprio intimo, e vedere se per caso anche lì faccia veramente chiaro: nella penombra la scrittura più chiara diventa illeggibile.

 

J. W. Goethe, Massime e riflessioni

 

 

Solo nei crateri delle civiltà nauseabonde maturano le grandi vendette del pensiero e la satira.

 

G. Ceronetti, La fragilità del pensare

 

 

 

Quando, qualche anno fa, lessi adagio, con la massima cura possibile La philosophie comme manière de vivre (2002) di Pierre Hadot – uno dei maggiori studiosi viventi di stoicismo e neoplatonismo antichi –, non tardai troppo ad intuire che si trattava di un’opera decisamente speciale, e che, in futuro, avrei sentito irrefrenabile la necessità, di quando in quando, di ripensare quelle pagine a un tempo dense, cristalline, centellinate e, soprattutto, vissute con vigilatissimo entusiasmo. Era come discorrere, finalmente senza troppe mediazioni, con quest’anziano, venerabile maestro di rinomanza e respiro internazionali, che avevo conosciuto solo attraverso altri volumi sì pregevoli, accattivanti e, non di rado, luminosi, ma inevitabilmente lontani dallo spirito, dai ritmi e dai modi, dalla levità pensosa e dall’edificante serenità che caratterizzano i più genuini e costruttivi dialoghi filosofici.

Coltissimo, perspicace e suadente, agli antipodi, insomma, di ogni pedantismo grettamente universitario o specialistico, Pierre Hadot, mai trascurando le difficoltà ed i limiti tipici delle coscienze non ancora iniziate al senso più profondo e più vivo della filosofia classica, esorta il suo lettore – pur con lucidità, pazienza e pacatezza serafiche, esemplari – a trasformarsi radicalmente. L’eminente studioso elargisce, in tal maniera, una lectio morale di valore inestimabile, la quale, se meditata con la maturità e la serietà ineludibili che pretende, è in grado d’infondere nell’animo una Weltanschauung limpida, gratificante e del tutto libera da condizionamenti inutili o avvilenti per l’humana condicio, un’apertura cognitiva e affettiva ben disposta a individuare e a fruire, con intelligenza pari alla responsabilità, quanto di meglio questo mondo possa dare, e, in una parola, diversi elementi fondamentalissimi per il perfezionamento globale di se stessi.

Così, a chiunque ricerchi orizzonti di senso senza adagiarsi pigramente sulle tradizionali, consacrate architetture – sistematiche o meno poco importa – che il cammino del pensiero ha via via partorito, Hadot propone orientamenti speculativi ed esistenziali di vigore e rilevanza eccezionali. D’altronde, al di là di quella maniera garbatissima e sorridente di porgere temi e interrogativi ch’è tipica di molti fra i più valenti hommes de lettres, di tanti gentiluomini dello spirito, a chi legge non viene certamente chiesto poco: un severo, inesorabile ripensamento, un’autentica palingenesi della propria gerarchia di valori, che mai può disgiungersi da uno sforzo autoanalitico diuturno e intransigente volto a prendersi davvero cura di se stessi, specie attraverso la pratica di quegli “esercizi spirituali” che – con buona pace di quanto molti ritengono ancora – furono introdotti dagli stoici greci e non già dai cristiani, e che possono comunque contribuire formidabilmente alla costruzione di un’esistenza più razionale e ragionevole, più significativa ed appagante. 

 Inoltre, questo storico della filosofia tanto geniale quanto anticonformista ha chiarito una volta per tutte che, nell’antichità greco-romana, non si doveva necessariamente elaborare una costruzione teoretica originale per esser definiti e considerati filosofi, né si doveva essere al corrente delle opinioni degli altri pensatori, ora più ora meno à la page. Per essere filosofi, al contrario, occorreva adottare soltanto – ma non è certo poco… – un modus vivendi et cogitandi affatto particolare, sensibilmente diverso da quello delle altre persone: si trattava, in altri termini, di far proprio uno stile di vita interamente consacrato alla ricerca di saggezza e sapienza. Ora, accettando questo punto di vista classico tout court, pure oggi un individuo potrebbe essere un pensatore originale, oppure un suo valido, rispettabilissimo epigono, ma non essere un filosofo... Nella Grecia e nella Roma dei campioni del pensiero occidentale, a parlar franco, non bastava davvero elaborare un complesso inedito ed organico d’idee, ma bisognava altresì, anzi soprattutto abbracciare tota mente e toto corde un nuovo modo di essere-nel-mondo (per dirla con l’Heidegger di Sein und Zeit, non troppo distante, in fondo, da tali orientamenti), derivante da una vera e propria conversione di natura etico-spirituale. Il libro che il lettore ha fra le mani potrà dischiudergli – ne sono convinto – molti spunti e motivi di riflessione pienamente consonanti con siffatte posizioni.

 

Che profondo rimpianto, che amarezza struggente suscita in ogni animo non distratto o inaridito sapere come Persio, una personalità di respiro, intelligenza e coraggio – stando in primis a quanto ci lascia, ma pure a quel che di lui ci dicono fonti attendibili – affatto rari ed encomiabili, sia stato strappato all’esistenza ben prima d’aver compiuto il trentesimo anno. Questo poeta-filosofo, difatti, possedeva tutti gli strumenti ed i talenti necessari per fornire un contributo assai più rilevante alla cultura latina, ed avrebbe potuto persino realizzare, forse, una sorta di contraltare stoico al De rerum natura… Conviene qui passare, tuttavia, dall’iperuranio delle fantasiose congetture, ove amano rifugiarsi specialmente gli amateurs di cose classiche, alla più affidabile concretezza della storia.

Si sa che Aulo Persio Flacco nasce nel 34 d.C. a Volterra, in Etruria, da una doviziosa famiglia appartenente all’ordine equestre. Amico fraterno di quel Lucano che darà a Roma uno dei maggiori poemi in assoluto, discepolo fervente e sodale devotissimo dell’insigne stoico Lucio Anneo Cornuto, pare che questo giovane introverso e sensibile sia vissuto in maniera virtuosa ed austera, sempre prestando la massima attenzione a non contaminare le intenzioni e le azioni del suo rigido percorso esistenziale.

Basilare fu senz’altro, nella sua accurata paideia, l’influenza di Cornuto, che Ilaria Ramelli ha ottimamente esaminato e giustamente valorizzato in quest’alba del terzo millennio, sempre più insensibile alle più cristalline e benefiche seduzioni degli antichi. Questi era uno stoico di valore, con passioni anche di carattere letterario, e fu il maestro tanto di Lucano quanto di Persio; pure onde mostrare la sincera, assoluta profondità del sodalizio fra maestro e allievo, va rammentato che il nostro poeta, alla morte, gli lasciò in eredità la sua ampia ed eterogenea biblioteca. La sola opera del filosofo a noi giunta è il Compendio di teologia greca, un ricco e, per certi versi, affascinante manuale composto per un giovane allievo, e fondato sull’interpretazione allegorico-etimologica dei miti greci concernenti gli dei.

Non è certo un mistero che lo stoicismo sia un elemento centralissimo onde comprendere tanto la parabola esistenziale quanto quella creativa di Persio. Come ha osservato di recente Jordi Pià – che sta preparando un’impegnativa tesi presso la Sorbona (Paris IV) sull’engagement etico-spirituale di taluni protagonisti dello stoicismo antico –, se è vero che gli studiosi hanno asserito a più riprese che il Nostro, a differenza degli altri classici della satura (Lucilio, Orazio, Giovenale), rappresenta un unicum, nella misura in cui dichiara un’adesione incondizionata alla “dottrina del Portico”, è altrettanto vero che tale scelta di vita e di pensiero non è stata ancora adeguatamente analizzata: in realtà, nella forma squisitamente latina della satura, Persio inserisce, con ogni probabilità, tematiche e tecniche espressive che denunciano non solo una riflessione alquanto approfondita sui dogmata della scuola prediletta, ma altresì uno sforzo mirante ad adattare i precetti di quest’ultima alle ragioni ed ai costumi della civiltà romana.     

Ma tornando ora all’esistenza del nostro poeta, sembra che fosse molto stimato e rispettato da numerosi “aristoi dello spirito” dell’epoca; si tramanda, fra l’altro, che il celebre, integerrimo Trasea Peto nutrisse per lui un sincero, profondo affetto. Malato o avvelenato – chi lo sa –, si spense giovanissimo, a soli ventott’anni, nel novembre del 62.

A prescindere dagli studi retorici e filosofici compiuti a Roma, risulta arduo nonché rischioso stabilire quanto e come Persio si sia allontanato dal contesto familiare, ovverosia, soprattutto, dalla madre e dalla sorella. A chi, d’altra parte, ha sostenuto e ancor sostiene che Persio non abbia conosciuto de visu la corte imperiale – quel macrocosmo epidermico, fatiscente, pernicioso che pur staffila con fermezza e animosità rare quanto inacidite nella totalità dei suoi componimenti – sarebbe opportuno ribattere ch’egli poté avere un contatto significativo e incisivo con siffatta realtà socio-politica e culturale attraverso maestri ed amici, prossimi o addirittura legati ad essa. Se difatti è fuori discussione che, quando Nerone pervenne al potere, Persio aveva solo vent’anni, è altrettanto evidente che la lettura dei suoi versi duri, sdegnati e mordaci rivela una conoscenza tutt’altro che vaga e approssimativa degli eccessi, delle insanie e degli obbrobri che si consumavano presso la corte.

Quantunque elaborate da un ingegno molto giovane e, dunque, non ancora giunto a piena maturazione, le sue satire manifestano un’indignazione morale vissuta e sofferta – com’egli avrebbe verosimilmente detto – intus et in cute, nonché taluni dei sentimenti peculiari della coscienza ferita e irrequieta che avverte gli ideali che più le stanno a cuore di continuo calpestati e vilipesi, nonché del tutto inconciliabili col divenire inflessibile e spietato della società e della storia. Vanno altresì poste in rilievo le sue non comuni e scaltrite capacità di autentico moraliste, di osservatore critico dei caratteri e dei costumi umani che sa scorgere, investigare, notomizzare con arte sottile e, spesse volte, sorprendente tutte quante le sfaccettature interiori – pure quelle più fini, impercettibili, sfuggenti – dei personaggi reali, trasfigurati o fittizi che va tratteggiando.  

In verità, le invettive, le allusioni, le ironie ed i sarcasmi persiani descrivono e denunciano, con rabbia espressiva insieme lucida, veemente e disgustata, parecchie figure e questioni decisive di quella degradata, esecrabile corte neroniana che, inter alios, Tacito e Svetonio – com’è risaputo – hanno dipinto con tratti magistrali e, forse, insuperati: turpi meschinità e crimini efferati, orge stomachevoli e compiaciute, inauditi, indicibili enormità fisiche e morali (basti qui menzionare i famigerati, orribili delitti di Agrippina e di Nerone).

Ma, al di là di questo milieu così feroce e disumano, nello smilzo ma quantomai eloquente corpus Persianum viene rappresentata con modi quasi espressionistici la globalità dei vizi, dei gravi mali morali che allignano, pullulano e, alle volte, signoreggiano nell’Urbe: nell’ambito di tale pars destruens, campeggiano in special maniera l’assurda, colpevole noncuranza per le illuminanti, terapeutiche verità dell’autentica filosofia, l’aspirazione ad apparire sapienti e saggi che prevale di gran lunga su quella ad esser tali per davvero, le vacue, insensate aspirazioni al successo letterario mondano, le superstizioni e devozioni vergognosamente incapaci di trascendere le tristi bassure e le illusioni sterili dell’interesse egoistico, le mille e mille brame, smodate e irragionevoli, di ricchezze e voluttà materiali, et similia.

La ferma, incorruttibile nobiltà del giovane, ma pure la sua rimarchevole perizia compositiva, animano e vivificano uno stoicismo che, alieno da ogni intento accademico, astratto ed esclusivo, si manifesta qui tanto scuola quanto scelta di vita e di pensiero. Le sue Saturae costituiscono dunque non solo una testimonianza preziosa e oltremodo eloquente della ricezione del messaggio stoico nella Roma neroniana, ma pure un’opera di forza ed efficacia affatto universali, capace come poche di stimolare una meditazione rigorosa, inflessibile, radicale sul senso della vita e, in primis et ante omnia, sui doveri etici che ogni progetto esistenziale effettivamente pensato – ossia pensato senza riserve di sorta, ogni giorno, con la massima serietà ed attenzione che ci sono date… – non può non additare.

Fra gli assoluti etici e metafisici che il nostro inflessibile moraliste illustra con studiata, tormentosa e, qualche volta, oscura sapienza stilistica spiccano senz’altro l’adamantina, catoniana virtù degli antichi romani, l’amore assoluto e senza fine per una filosofia in grado di cambiare in meglio la vita, la ferrea, indifferibile necessità – palese per tutti coloro che hanno conosciuto i veri officia dell’uomo – di sottoporsi a continui, impietosi esami di coscienza, che possono, fra l’altro, emancipare dalla prigionia fatale, dalla crudele schiavitù che attanaglia la più parte degli uomini: alludo essenzialmente – come già osservato dianzi – alle ambizioni irragionevoli e nefaste di consensi, popolarità e fama, alla stolida, cieca avidità di beni transeunti, al gusto smodato e mortificante di piaceri materiali.

Difficile restare indifferenti alla scrittura di Persio: se si possiede la determinazione indispensabile per superare gli ostacoli scaturenti da durezze, rigidità ed oscurità manifeste e indubitabili, se si ha la costanza di dialogare con pazienza, senza fretta e, per dir così, di familiarizzare con questi versi complessi e complicati, talvolta ispidi e finanche urtanti, si potrà conoscerne, percepirne chiaramente la prodigiosa carica espressiva, la potenza sia etico-spirituale sia drammatica (basti qui far cenno a certi dialoghi serrati e concitati fra chi aspira strenuamente alla virtù e chi, per motivi di vario genere, la neglige). 

Circa lo stile, poi, sarebbe abbastanza ozioso, in questa sede, indugiare su quei passi oscuri, pesanti, concettosi, manieristici, prosastici e, talora, piuttosto triviali e poveri di attrattive poetiche che peraltro, a parlar schietto, non scarseggiano nell’opera del nostro autore: dall’antichità alla postmodernità, infatti, generazioni e generazioni di critici li hanno via via scandagliati come meglio non si potrebbe… «Lo stile di Persio – ebbe a scrivere per esempio, negli anni ’20 del secolo passato, un suo stimato e pressoché irreprensibile editore, il Cartault – è conciso, privo di sfumature; il ritmo è nervoso, irregolare; l’espressione è familiare, non di rado brutale; le metafore sono esasperate, stridenti, non sempre coerenti… La sua oscurità è notoria».

Conviene apprezzarne, piuttosto, la coinvolgente, trascinante potenza drammatica, la soppesata concisione delle sententiae più riuscite, la puntualità chirurgica di talune descrizioni psicologiche e di ambienti, la singolare maestria di un dettato che brilla in particolare nell’impiego insieme virtuosistico e demistificante dell’acris iunctura, l’intensità di contenuti pressoché onnipresente.

La fortuna di Persio è stata senz’altro cospicua: il suo incomparabile opus postumum – come oramai mostrato da un manipolo di studiosi de race – fu ben presto celebrato ed appezzato non solo da Quintiliano e Marziale, ma pure da Padri della Chiesa quali Girolamo e Agostino. Poi, da Dante a Poliziano, da Montaigne al Boileau di quel testo fondamentale e autorevolissimo fino al Romanticismo ch’è l’Art poétique (1674), diversi protagonisti della civiltà letteraria europea trassero ispirazione o elementi di riflessione da questo poeta-moralista sempre desideroso di comprendere e vivere sino in fondo, senza compromessi di sorta, i valori fondanti dell’esistere.

Quanto ad Agostino, oltre a un prezioso, peregrino riferimento suggeritomi dalla poliedrica, sterminata “biblioteca mentale” di Matteo Veronesi (alludo all’Epistula ad Volusianum, ove si compara il socratico eloquio di Cornuto alla fisionomia stilistica delle Sacre Scritture, abbacinante e insieme limpida: abbagliante per eccesso di luce, abissale per sovrabbondanza di verità…), reputo opportuno ricordare – seguendo peraltro le coordinate presenti in un eccellente articolo di Pierre Sarr sull’influsso di Persio e Giovenale sul Santo, apparso un paio d’anni or sono – che il Vescovo d’Ippona aveva ben presente un Persio certo pagano, eppure prossimo – variatis variandis, si capisce – a certe sue considerevoli, tormentose preoccupazioni di ordine morale e religioso: l’amore severo, incrollabile per la virtù, per una condotta sempre pura ed impeccabile, l’attenzione instancabile ai moti e alle ragioni dell’interiorità, il disprezzo irremovibile per le mete che il mondo va più affannosamente ricercando. Non per caso, dunque, egli evoca il nostro satirico in opere maggiori quali il De magistro o il De civitate Dei, così come in lettere d’indubbio rilievo: va citata, anzitutto, quella indirizzata a San Gerolamo concernente una delicata discussione circa l’esegesi di alcuni versetti (2, 11-14) dell’Epistola ai Galati, ma pure quella al giovane Dioscoro, avido di elogi umani e non certo desideroso di piacere al Creatore, e quella al potente e dottissimo Dario, sempre relativa al valore che il cristiano dovrebbe attribuire alle lodi.     

Fra Sei e Settecento, Pierre Bayle manifesta claris verbis e non senza ferme resistenze, nel suo monumentale, fortunato, documentatissimo Dictonnaire historique et critique (1697), le difficoltà che il suo sentire moderno avverte nel porsi dinanzi alla durezza oscura, agli artifici stilistici, all’ermetismo faticoso e imbarazzante del nostro satirico. Avendo ben presente, inter alia, la spinosa, accesa diatriba sopra Persio sorta fra Giulio Cesare Scaligero e Isaac Casaubon, filologi di perizia notoria ed inconcussa, questo maître à penser ardito, ribelle, sui generis quant’altri mai conclude che, al di là di quanto proclamano gli ammiratori, «nessuno potrà negare ch’egli ha scritto in maniera aspra ed oscura». Rincara quindi la dose asserendo che l’asperità del dettato persiano non può, non deve essere imputata alle difficoltà socio-politiche dell’epoca in cui operò, bensì a una ben deliberata opzione espressiva. Come può ben immaginarsi, tale giudizio tutt’altro che lusinghiero incise negativamente sulla fortuna europea del Nostro. D’altra parte, in quegli anni, anche Gianvincenzo Gravina, nella sua ingegnosa, influentissima Ragion poetica (1708), dichiara, in ambito satirico, una netta predilezione verso Orazio – da lui stimato affatto geniale sia per la penetrazione psicologica, sia per l’abilità educativa, sia per la valentia compositiva – a cui corrispondono precise riserve nei confronti di Persio e di Giovenale.   

Come che sia, quantunque talune coscienze critiche anche novecentesche abbiano messo pesantemente in dubbio la capacità delle sue Satire di sollecitare, coinvolgere, soddisfare il gusto contemporaneo, sarebbe assai difficile e persino ingiusto – come già accennato – non ammirare, in questo poeta castamente innamorato di valori e sentimenti imperituri e universali, l’altezza etico-spirituale delle scelte esistenziali dipinte e caldeggiate, nonché l’intensità irrequieta, originalissima, inimitabile della scrittura.

Con piena ragione, infine, ha da essere elogiata la superba versione poetica che Vincenzo Monti diede del capolavoro del Nostro: i suoi versi ponderati e calibratissimi rendono con straordinaria, indimenticabile felicità questo poetare insidioso quanto pregnante, e furono apprezzati  da Foscolo, Manzoni e Leopardi, tutti e tre – come non ricordarlo? – autori di non secondarie pagine satiriche in poesia e in prosa.

 

Ho conosciuto Persio negli anni del liceo, non perché fosse compreso nei già allora angusti ed affrettati programmi scolastici, ma perché ero mosso da un generoso quanto ingenuo e disattrezzato entusiasmo per le bonae litterae della latinità: rimasi impressionato, anzi quasi rapito da diverse immagini (la fine penosa dell’epulone, l’encomio di un autentico maestro, la suggestiva descrizione di una splendida atmosfera mediterranea…) assai riuscite ed apprezzate ma, più ancora, dalle icastiche, affilate, inesorabili sentenze morali che imperlano il suo libro.

Qualche anno dopo, presa la decisione d’occuparmi ex professo di letteratura francese e comparata, mi confrontai con le Satire in maniera più seria e sistematica, indagando l’influenza dello stoicismo dapprima sull’Agrippa d’Aubigné dei Tragiques (1616) – lettore appassionato, a onor del vero, soprattutto di Lucano e Giovenale – e su certo Giovanni Calvino, e quindi sul neoplatonico-cristiano Maurice Scève, nonché su altre voci poetiche rinascimentali del milieu lionese.

Al di là della digressione autobiografica, ho detto tutto ciò specie perché, anche alla luce di quanto scoperto o intravisto da altri e da me, opino che non sarebbe lavoro privo d’utilità – a meno che non sia già stato realizzato, ma sono portato per più ragioni a dubitarne – esplorare l’influsso del Nostro su altri autori europei. Suggerirei, fra i tanti, tre nomi, che sono poi – a dirla giusta – tre miei antichi amori: Joaquin du Bellay, il “grande secondo” della Pléiade che, formatosi più sui latini che non sui greci, brillò forse più di ogni suo contemporaneo nell’arte ardua e pericolosa della satira; Alfred de Vigny, sempre così sensibile a quegli stoici che, come attesta la celeberrima Mort du loup, ma più ancora quel Journal d’un poète ove raccolse parecchi dei suoi pensieri dominanti, egli considerava alla stregua di veri e propri santi laici; e Victor Hugo, meticoloso ed accanito lettore dei poeti di Roma (specie Virgilio, Orazio, Giovenale), nonché autore di alcuni fra i componimenti satirici più sagaci, poderosi ed artiglianti della letteratura moderna. 

A prescindere comunque da informazioni storiche e filosofiche, notazioni erudite ed enigmi stilistici, quanto più mi sta a cuore – come già in parte accennato – è che il lettore comprenda bene che una lettura lenta, scrupolosa, meditata di un classico come Aulo Persio Flacco può effettivamente portarlo a un miglioramento complessivo della qualità della sua vita, specie iniziandolo o avvezzandolo a quegli “esercizi spirituali” dianzi citati – pratiche essenzialmente morali affatto laiche, che tuttavia convergono o concordano in molti punti con quanto il messaggio evangelico incoraggia a fare per noi stessi e per gli altri – che Pierre Hadot ha riportato virtuosamente in auge: ciò implica riflettere con costanza e con la massima attenzione possibile su valori, affetti e problemi fondamentali e improcrastinabili, che ogni esistenza abitata responsabilmente impone di continuo e senza tregua, abbracciando così una forma di vita capace di espandere, potenziare, raffinare in maniera non illusoria né transeunte il nostro percorso nel mondo, fino a condurci a una salutare, forse salvifica vita filosofica.

 

 

 

ORIENTAMENTI BIBLIOGRAFICI

 

 

 

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