Ètienne Gilson, Biofilosofia da Aristotele a Darwin e ritorno, traduzione italiana di S. Corradini, Genova-Milano, Marietti 1820, 2003.
Fin quando gli opposti pensamenti di un Hegel e di un Kierkegaard promettevano all’uomo la presenza nel mondo dell’Assoluto, l’esito positivo dell’esistenza sembrava garantito. Oggi, dopo che l’Idea hegeliana e il Singolo kierkegaardiano si sono consumati a vicenda, l’uomo è ridotto alla sua miseria essenziale, è ritornato nell’angosciosa attesa come nel momento della caduta nel primo peccato. […] La filosofia divincolatasi dai morbidi cuscini dei sistemi, vive con l’asperità della lotta nella “fede” per l’esistenza e punta diritta sull’essere.
Non so se queste parole scritte da Cornelio Fabro come premessa a Dall’essere all’esistente nel 1957 possano costituire una valida introduzione al testo di Gilson, ma sicuramente esse hanno la funzione di chiarire l’ambito entro il quale tale autore si ascrive. In passato osteggiata e rinnegata, la metafisica si trova ora di fronte ad un muro insormontabile di silenzio.
Tempi beati, verrebbe da dire, quelli in cui i neopositivisti la temevano talmente da indicarla semplicemente con una M. Nelle loro serrate requisitorie non si rendevano forse conto di rivitalizzare una scienza già uscita malconcia dalle querelles illuministiche e ridimensionata al rango di una modesta serva dall’idealismo. Coloro che credettero di sferrarle il colpo di grazia ne decretarono invece una rinascita. Furono quelli i tempi di Maritain e di Gilson e del grande DeLubac.
Oggi le armi del dissenso sono divenute più sottili. Lo scontro e la disputa hanno abbandonato il terreno della ragione rifugiandosi dietro la guerriglia del silenzio, scoprendo in definitiva che per ridurre una scienza od un autore al nulla basta semplicemente non parlarne. Chi scrive non intende certo farsi banditore di una riscossa della scienza prima, ma vorrebbe suggerire una semplice e modesta opera di divulgazione in un momento in cui si parla di tutto tranne che del senso del nostro esistere.
È questa l’operazione che compie Gilson, il quale fa partire il suo ragionamento da un testo di Aristotele solitamente poco considerato: Le parti degli animali.
Per il filosofo francese è chiaro che con Cartesio e Bacone è venuto meno il primato della filosofia contemplativa a vantaggio esclusivo del metodo scientifico. Il suo intento è quello di dimostrare che il metodo utilizzato dalla filosofia aristotelica ed in seguito dalla scolastica non usurpa in alcun modo quello proprio delle scienze naturali le quali, per loro statuto, non si interrogano sul perché delle cose, ma sul come avvengano determinati eventi. Pretendere di spiegare con il metodo scientifico le verità ultime significa ridurle ad una formula impossibile da ottenere, ma significa soprattutto decretare la morte della filosofia, intesa nel suo significato più genuino di ricerca della verità. Più che ad una rinascita della scolastica Gilson appare preoccupato che la filosofia come scienza non vada perduta, e chi ha letto le sue opere si accorgerà ben presto che il vero problema che egli si pone è in definitiva proprio questo. Nella sua biografia (Il filosofo e la teologia, Brescia, Morceliana, 1966) egli infatti scrive:
Mi ricordo ancora del giorno in cui – eravamo nell’aula Turgot credo- spinto dalla sua ardente sincerità intellettuale, Frèderic Rauh ammise davanti a noi che vi sono momenti in cui si prova “quasi” una specie di imbarazzo a dichiararsi filosofi. Ne fui sconvolto. Che ci facevo lì dunque io, che non vi ero venuto se non per amore della filosofia?Queste parole mi fecero tornare alla mente il consiglio che avevo ricevuto da un altro dei nostri maestri all’inizio dei miei studi filosofici: “Vi interessano l’arte e la religione? Va bene, ma rimandate a più tardi le riflessioni su queste materie. Per il momento occupatevi delle scienze”. “Quali scienze?”. “Non importa quali, purchè siano scienze, esse vi insegneranno una conoscenza degna di questo nome”. Il consiglio aveva qualcosa di buono, solo che, quando la scienza si applica all’arte o alla religione, non fa dell’arte o della religione, ma della scienza.
Se noi avessimo modo di osservare come la filosofia venga oggi insegnata ci accorgeremmo che il metodo è il medesimo. Prima infatti si è ridotta la filosofia e il filosofare ad uno studio della storia del pensiero. Si sono poi operate delle scelte all’interno di questa storia curando solamente gli autori che si possono considerare precursori del metodo scientifico, spezzando la filosofia in tante branche, parcellizzando la materia e dunque facendo perdere l’unità del sapere che è la caratteristica principale di un seria conoscenza teoretica. Ma oltre a questo Gilson ci permette di capire che aver perso il primato della filosofia contemplativa significa aver perso la filosofia stessa. Attraverso una serrata, ma allo stesso tempo pacata riflessione, il filosofo francese mostra come la realtà naturale mostri in sé un dato ultimo che nessuna scienza sarà in grado di cogliere. Tale dato è il finalismo.
Esso per sua natura sfugge alla dimostrazione, ma allo stesso tempo si mostra in tutta la sua chiarezza agli occhi di chi lo sappia riconoscere. Leggendo il libro confesso di avere finalmente capito come mai Thomas Merton, l’autore de La montagna dalle sette balze sia rimasto fulminato dalla definizione che Gilson dava ne Lo spirito della filosofia medievale del concetto di aseità.
Così come il finalismo, essa si configura come un’evidenza che respinge vigorosamente tutto ciò che sa di ricostruzione scientifico-laboratoriale. Evidente è quella realtà che è in quanto tale e che non abbisogna di altre spiegazioni, men che meno di spiegazioni scientifiche. Aristotele infatti perveniva per ogni scienza a mettere a capo di essa dei principi primi certamente indimostrabili, ma anche veri, perché grazie ad essi un intero ordine della natura diveniva comprensibile. Il finalismo rientrava tra questi principi. Esso significava null’altro che il compimento del divenire di qualsiasi essere vivente e poiché tale divenire porta sempre ad uno stato finale provvisoriamente felice, e il motivo di questo successo non si riscontra in nessuna delle parti dell’essere vivente presa singolarmente, è necessario che questo termine futuro presieda sin dal principio nella disposizione delle parti. Non si è fuori dall’ordine della natura. Se ne uscirà nel momento in cui bisognerà ricercare la causa della causa, ma sarà il metafisico a farlo, non certo il naturalista. L’orientamento di ogni essere vivente verso il suo fine non è altro che la forma sostanziale, quella stessa che Cartesio si preoccuperà di annunciare al mondo come non esistente.
La forza della posizione di Aristotele così come ce la presenta Gilson sta proprio nella sua capacità di spiegare i fatti a cui essa cerca di dar ragione. Seguiamo ancora una volta il ragionamento del filosofo francese, il quale dopo aver detto che molti scienziati sono ancora convinti della validità delle teorie aristoteliche, afferma:
Protestando contro questi scienziati, uno di essi recentemente dichiarava: “I finalisti hanno forse ragione e hanno certamente il diritto di pensare a loro modo, ma non hanno quello di affermare che l’evidenza scientifica è dalla loro parte”. Questi finalisti non pensano “a loro modo”, ma sono costretti dalla prova dei fatti che desiderano rendere comprensibili, dopo Aristotele e secondo il suo esempio. Per quanto ne sappia, non pretendono nemmeno che l’evidenza “scientifica” sia dalla loro parte; la descrizione e l’interpretazione scientifica delle ontogenesi e della filogenesi resta quella che è senza che ci sia bisogno di ricorrere ai principi primi, transcientifici, del meccanicismo e del finalismo. La scienza naturale non rovina il finalismo né lo dimostra; questi due principi appartengono alla scienza della natura che noi abbiamo chiamato la sua sapienza. Ciò che gli scienziati, in quanto scienziati, possono fare per meglio chiarire il problema del finalismo è di non occuparsene. Sono i più qualificati di tutti per occuparsene come filosofi, se lo desiderano, ma per far ciò bisogna che accettino di filosofare.
Il motivo per cui la filosofia oggi è orfana del suo primato tra le scienze lo si deve anche e soprattutto a coloro che se ne sono occupati senza filosofare.
Non è il primato della scienza di cui si occupa che sta a cuore al filosofo, ma la filosofia stessa, come ammette candidamente Gilson nel brano della sua autobiografia citato. Il soffice cuscino del sistema hegeliano più che rassicurare ha preparato il terreno alla fine della teoresi come ricerca della verità, spalancando la strada ai totalitarismi del novecento. Allo stesso modo la parcellizzazione del sapere operata dal positivismo che si affida unicamente al metodo sperimentale tiene rigorosamente fuori dalla porta la filosofia prima che afferma la presenza di una verità che spiega tutta quanta la realtà. Nel positivismo ogni scienza trova in se stessa il proprio fondamento recidendo con forza le proprie radici con il risultato che Cornelio Fabro evidenziava di un uomo privo di centro ridotto alla sua “miseria essenziale”. Non sarà dunque una operazione vana quella della lettura di questo libro di Gilson finalmente tradotto in Italia a più di trent’anni dalla sua pubblicazione in Francia. Soprattutto non sarà un’operazione di riscoperta o peggio di riesumazione di vecchie teorie e di cari ricordi. Ciò che in esso sorprende è la chiarezza di un metodo fondato sull’amore per il sapere. In questo senso Gilson è veramente un maestro, una di quelle persone tanto rare, incontrando le quali la dinamica della nostra umanità è spinta inesorabilmente all’azione e al desiderio di vivere quella passione che ci viene comunicata con la medesima tensione con cui ci è stata presentata. La sua non è la forza dell’autorità, ma della ragione correttamente usata, quella del vero maestro che non fa violenza, che non impone nulla, ma che è spinto unicamente dal desiderio di divulgare l’amore alla ricerca del bello e del vero.
( Marco Antonellini)