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Il gene fatale entrò nel DNA della mia famiglia in un’afosa notte di un secolo fa, allorché la mia bisavola donò il suo fiore più prezioso all’uomo che l’aveva poc’anzi sedotta dal proscenio del teatro di paese. Ignorava tuttavia che da quel palcoscenico egli non sarebbe più sceso, se non per acconciare barba e capelli nella sua bottega scalcinata, ogniqualvolta almeno i fumi dell’alcool gli avessero consentito di distinguere questa da quelli.

Me le immagino poi le mogli dei mezzadri, qualche mese dopo, a stendere i loro colli riarsi dal sole per vedere la primogenita del dottore, mentre il barbiere se la porta a casa sul suo carretto trascinato da un asino bolso e mentre lei, la figlia del conte, guarda le cime dei pioppi ed esprime con la leggera inclinazione dell’ombrellino di pizzo la sua inappartenenza a quel mondo di bifolchi. Fece appena in tempo a partorire, prima che il tifo la uccidesse nel modo più inverecondo; lei assieme alla maggior parte delle persone che avevano avuto la malaugurata sorte di attingere al pozzo comune. Suo marito naturalmente si salvò, disavvezzo com’era all’acqua; ma l’educazione della neonata era chiaro per tutti che sarebbe toccata al nonno, al caro, devoto nonno che sul suo calesse passava da un capezzale all’altro, guadagnando quando un cappone quando la promessa di un cappone. Al nonno, in memoria del quale mio padre, suo pronipote, avrebbe portato lo stesso nome.

Il titolo nobiliare finì in vendita alla consulta araldica e, prima che il mio trisavolo morisse, suo genero naturalmente si risposò, locupletando i tre anni di mia nonna di un fratellastro e di una matrigna. Nemmeno Carolina, del resto, fu l’ultima: anche la sua fibra, per quanto robusta, venne irrimediabilmente logorata da tutte le notti insonni passate a ispezionare le campagne intorno per assicurarsi che il marito, ubriaco, non fosse soffocato nelle tre dita d’acqua melmosa di una gora. Morì anch’ella e arrivò Zita, la terza moglie: Zita che, unica, seppe tenergli testa, Zita che gli diede un terzo figlio, Zita che ancora vive e, a Dio piacendo, vivrà a lungo in un cortile polveroso di quello stesso paesino dove il tempo si è fermato e, a Dio piacendo, resterà fermo a lungo.

Così mentre la signora di un ricco proprietario della zona si godeva la recente apoteosi, trovandosi il titolo di contessa tra mani sì levigate, ma dall’acqua calda nella quale aveva spennato le galline e dal manico della ramazza con cui ne aveva spazzato la merda dal selciato, mia nonna, educata dalle suore, cresceva tra sincere preghiere labbreggiate alla sera e letture clandestine del Prati e dell’Adelardi, coltivando quella assoluta inettitudine alla realtà che, ereditata dai genitori, avrebbe inoculato al nipote attraverso le sue splendide fiabe. Rivestire le cose della fumea madreperlacea di cui sono fatti i sogni divenne il suo unico modo per conoscerle e non v’è dubbio che non sarebbe riuscita a opporre un’adeguata resistenza alle lusinghe del dio alato, che le giungevano ogni notte assieme all’eco dei suoi colpi sulla parete divisoria della casa paterna. Poco importa che a risponderle fosse il garzone del fabbro, uomo schivo e silenzioso, così come lo sono quelle persone che, per carenza di carattere, non riescono né ad applicare intelligentemente alla realtà lo scetticismo che le divora, né a subirne fino in fondo le ripercussioni depressogene. Lei a riversargli addosso il proprio bovarismo e lui a tacere e lei a confondere la sua passività silenziosa con una profonda comunanza di sentimento. Per farla breve: si sposarono ed ebbero tre figli, il primo dei quali, mio padre, ne ebbe a sua volta due, il primo dei quali, me.

I miei si conobbero quasi per sbaglio: furono entrambi l’ultima spiaggia cui ricorsero un amico di lui e la cugina di lei per non incontrarsi da soli al primo appuntamento. Pare che, per qualche tempo, continuarono a uscire con quei due e a ignorarsi reciprocamente, almeno fino a quando, come spesso accade, non divennero il capro espiatorio che l’amico e la cugina sacrificarono al genio del loro rapporto vacillante. Sacrificio che, se per i protagonisti risultò inutile, per loro costituì un tenace collante, il quale, a quanto pare, ancora dura.

 

 

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