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GARIN INVENTORE DI FIRENZE

 

Marco Antonellini

 

 

Che dire? Vi siete mai inerpicati sul Passo della Colla in mezzo a quella gola stretta che serpeggia tra gli Appennini e che dalla Romagna scende giù fino alla Toscana? Era, con ogni probabilità la strada che da Marradi percorreva Campana per raggiungere i pochi amici, veri o presunti, che aveva. Dopo l’ultimo tornante si staglia a perdita d’occhio una delle visioni più portentose che possa capitare di vedere; disciolta la nebbia del mattino appare, come un miracolo, Firenze e lo stupore che si prova ha il sapore di una gioia calda, quasi ilare. Ci sono molti modi di conoscere una città e spesso ciò che resta è un’immagine significativa o, nel migliore dei casi un buon ricordo. Ma di Firenze ciò che segna indelebilmente sin dal suo lontano apparire è la sua straordinaria solidità. Di essa il visitatore non riporta mai una sensazione diafana, non spedisce cartoline, non fa fotografie e al suo ritorno a casa ha la netta sensazione di essere più pesante. Firenze è infatti prima di tutto una città di spazi, di solidi, di volumi e la sua profondità non la si misura solo con la sensibilità, ma con strumenti eletti e concretissimi. E i risultati di questi rilievi geometrici sono sempre esatti. Sarebbe bello scoprire perché solo questa città, e non altre, è così perfetta e si avrebbe un bel da fare a paragonarla con altre presumibilmente più precise e studiate. Nessuna al pari di lei potrebbe esserlo. Un mistero? No. Semplicemente fino a poco tempo fa a Firenze viveva Eugenio Garin. Ai più apparirà strano il confronto della fisicità di Firenze con il profilo esile di questo studioso, ma per chi ha studiato filosofia questo aspetto della città e vorrei dire, la città stessa, l’ha scoperto proprio grazie a lui.

Garin è infatti colui che in opposizione a Kristeller non ha visto nell’Umanesimo solo un movimento letterario e filologico, ma un qualcosa di solido dotato di un pensiero e di una filosofia sua propria caratterizzato da un diverso interesse per la storia, la morale e le dottrine scientifiche. Sotto le sue sapienti e laboriose mani Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Coluccio Salutati sono divenute per noi oggi persone in carne ed ossa, autentici interlocutori con cui discutere e  su cui interrogarsi. Ma chi lo ricorda solo come lo studioso del Rinascimento lo ricorderebbe male, perché la sua erudizione storica e filologica non ha conosciuto praticamente mai limiti o periodizzazioni e se è vero quello che diceva Croce, che di un autore contano solo le opere, il suo peso nel sempre più povero panorama filosofico italiano è quasi senza confronti. Basterebbe per questo citare alcuni dei suoi numerosissimi scritti che vanno dalla giovanile monografia su Pico della Mirandola del 1937 a Filosofi italiani del Quattrocento del 1940; da Rinascimento italiano del 1941 a Umanesimo italiano del 1952; da Cultura filosofica del Rinascimento italiano del 1961 a Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano del 1966, e si potrebbe ancora andare avanti per molto. Ma fu il 1955 a far conoscere Garin al grande pubblico degli studiosi. Quello infatti fu l’anno di Cronache di filosofia italiana. 1900-1943.  Il titolo è assai più significativo di quanto si possa pensare, perché esso richiama più di ogni altro al metodo di cui il grande studioso di Rieti, ma fiorentino d’adozione, aveva fatto suo cavallo di battaglia. Il cronachismo minimo e la dotta erudizione infatti non erano un sistema per evitare la teoresi, ma un vero e proprio modo di intendere e di studiare un mondo, di leggere la filosofia. È questo, forse, il segno più bello di continuità con lo storicismo crociano,o per meglio dire, il suo (di Garin, s’intende) particolarissimo storicismo che lo portò a rifuggire l’idealistica visione del passato inteso come sviluppo provvidenziale di un disegno. La realtà per lui aveva senso proprio nel suo esatto e minimale estrinsecarsi. Non solo umanesimo e Rinascimento dunque, ma tutta la filosofia dai presocratici a Platone e poi Bruno, Galileo, Erasmo, Montagne, Cartesio (di cui ci ha lasciato una preziosa quanto insuperata biografia), Rousseau, Labriola, Gramsci, Croce e Arangio Ruiz.

Insensibile a nulla e mai sazio di sapere non mancava mai di consigliare le più disparate letture che oltre ai prediletti del Rinascimento italiano (il Valla, il Bruni, il sempiterno Pico, il Bracciolini e l’Alberti), contemplavano anche i platonici medievali e i grandi romanzieri dell’ottocento ed è bello pensare che per lui, studioso, ma anche maestro, c’era molta più verità ne I promessi sposi e in Guerra e pace che in molti libri di filosofia. Di un autore non è sufficiente conoscere solo le opere canoniche, ma tutto, studi, drammi, dilemmi, amori, passioni, debolezze, amicizie, detti e scartafacci, proprio quelli tanto odiati dal Croce. L’uomo e l’autore, insieme, erano il suo vero interesse e la sua passione minuziosa non gli ha mai fatto perdere, neppure in tarda età, la voglia di conoscere e di imparare come se tutto per lui accadesse per la prima volta. Quando, pochi anni fa, la Utet gli chiese di ristampare le opere di Pico pubblicate per la Vallecchi agli inizi degli anni quaranta, rispose che l’avrebbe senz’altro fatto, ma solo dopo averle riviste e verificate un’altra volta. Eterno studente, Garin ha sempre insegnato a leggere di tutto, compresi i minori e gli sconosciuti ed ogni periodo del suo cammino intellettuale, esteriormente così cursorio, è costellato delle cose più impensate e sorprendenti come lo studio dell’anticrociano De Sarlo  e del grande scrittore anglicano del settecento Joseph Butler, o come la scoperta di Cassirer e il colloquio con l’heideggerriano Ernesto Grassi.  Questa sua infinita curiosità oltrepassava la semplice erudizione ed è forse per questo che in molti suoi scritti gli autori sono chiamati per nome come fossero amici coi quali quotidianamente discutere.

In questo e in molto altro consiste la solidità di questo esile uomo, una solidità trasmessa alla città nella quale ha vissuto fino al giorno della sua morte avvenuta il 29 dicembre del 2004. Per chi non lo ha letto di Firenze potrà bastare il ricordo o una cartolina, ma per chi lo ha letto e dunque in qualche modo conosciuto, sa bene che questa città non è come le altre, perché è lui che in qualche modo l’ha inventata e che ce l’ha fatta scoprire. Basterebbe solo percorrere quel breve tratto che dal convento di S. Marco porta a Piazza della Signoria. Si parte dal medioevo del Beato Angelico e si sale lungo la storia fino al rinascimento. Lungo quello straordinario cammino che attraversa via Cavour e via dei Calzolai e sbuca alla Galleria degli Uffizi i meno distratti lo sentirebbero senz’altro recitare gli stessi versi con cui Caproni, un altro grande toscano del novecento, si era congedato tempo fa dalla scena del mondo: “Scendo. Buon proseguimento”.

 

 

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