Beppe Fenoglio, Epigrammi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino,
Einaudi, 2005
Alfin ci riunivamo Fulvia ed io,
Giovani come allora, un po’ più saggi, […]
“Fenglese” è il termine che gli studiosi che si sono occupati dell’inglese di Fenoglio hanno coniato per definire quell’idioletto che egli usa per i propri romanzi, sottolineandone l’arbitrarietà delle scelte lessicali e grammaticali. Un modo spiritoso forse, come non manca di sottolineare Dante Isella, ma che non potrebbe avere altra caratterizzazione che quella della libertà di scoprire una lingua favolosa nella quale lo scrittore di Alba si immerge “come un pesce si immerge nell’acqua”. Habitat naturale e dunque terreno in cui muoversi spregiudicatamente, la lingua che via via si costruisce Fenoglio diviene il luogo in cui il mito dell’Inghilterra incontra la realtà della provincia italiana , la struttura privilegiata con cui far sopravvivere, al di là del ricordo, le immagini e le ossessioni che tormenteranno la sua brevissima parabola letteraria. “Tempi beati” sosteneva Lucaks ad apertura di quel capolavoro che è Teoria del romanzo, quelli in cui Agamennone e Achille si godevano la certa fatalità del loro destino. L’eroe moderno quella certezza l’ha perduta e si trova costretto a costruirsene un’altra partendo dai fragili dati di cui dispone la sua sensibilità. Che cosa fanno in fondo Milton e Johnny se non recuperare questa fatalità smarrita? L’8 settembre, da questo punto di vista, rappresenterà sempre per lui non una partenza, ma una fuga verso la costruzione di questo mito e la lingua inglese, privata delle sue forme grammaticali, sarà lo strumento che gli permetterà di dare forma ad una materia che fino ad allora ne era priva e che finalmente trova uno spazio fuori dalla coscienza dello scrittore. Non dunque un “giochino” l’operazione di Fenoglio, ma una necessità che trova la sua strada nel rovinoso decedere di forme lessicali “cacofoniche…di anglica eco”, nella aperta e ilare spazialità delle descrizioni che da naturalistiche divengono sempre più “visionarie, metafisiche”. Un mito, quello di Fenoglio, tutto confinato nel minuscolo quadratino geografico di Alba e delle Langhe, (“oltre alle quali non intendeva procedere, per non rompere l’ambito atavico”), che divengono gelose custodi di memorie ed eroi.
Di questi ultimi, tra i tanti usciti dalla penna dello scrittore, la figura di Fulvia è forse quella che più di ogni altra incarna la follia amorosa. Ma Fulvia non rappresenta solo questo. Ella è prima di tutto puro spirito, puro desiderio rivisitati dall’ossessivo feticismo del partigiano Milton che è disposto a rischiare la vita pur di rivedere “i quattro ciliegi che fiancheggiano il vialetto oltre il cancello appena accostato”. La sua storia, che è l’unica vera storia, l’unica che per Fenoglio abbia importanza, è in fondo delimitata da questo simbolico quadrilatero, teatro di quel fulmineo quanto straordinario scambio di battute in cui Fulvia definisce Milton “complessivamente brutto” e che si chiude con quel, “(piano, ma che lui sentisse sicuramente”) Hieme et aestate, prope et procul, usque dum vivam…”. Chiusa in questo breve spazio, che è quello della memoria, Fulvia, lungo tutto l’incompiuto romanzo, non comparirà più, determinando quella “geometrica tensione” che tanto era piaciuta a Calvino il quale non mancò di definire Una questione privata “un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché”.
Composti nel 1961 ed immaginati come il romanzo della città di Alba, gli Epigrammi rappresentano molto probabilmente il luogo in cui il cerchio sembra chiudersi. Unica testimonianza poetica di Fenoglio, questi centoquarantaquattro componimenti sono concepiti come se fossero tradotti dal latino e vanno così ad arricchire il già vasto territorio dello sperimentalismo linguistico dello scrittore che non si cimenta più con l’amato inglese, ma con la lingua appresa al liceo. Ed accanto alle reminiscenze scolastiche il piccolo mondo di Alba, fatto di chierichetti e schede elettorali, di presidi che scambiano Russell con Rascel, si confonde senza forzatura alcuna con lupanari ed ancelle circasse, con centurioni e sibille. Qui, proprio nel luogo e nella forma che non ti aspetti Fulvia riappare. Non ricordo, non ombra ora, ma figura viva e tagliente, giovane come allora. Non è dunque stato vano il tempo dell’attesa e Milton sembra aver raggiunto il suo vero perché. Messa da parte l’etica indignatio che caratterizza la forma epigrammatica, il componimento assume i toni pacati e ragionevoli di una felicità troppo a lungo ricercata e finalmente ottenuta rappresentando l’incontro tra i due amanti “giovani come allora” e “un po’ più saggi”. È dunque finita l’avventura?
Ma di Fulvia apparivo assai più bello.
Morfeo non mi replichi un tal sogno.
Evidentemente no, e lo spazio che al nostro protagonista è rimasto per contemplare Fulvia non può essere neppure quello del sogno in cui, incredibilmente, il “complessivamente brutto” Milton appare di lei “assai più bello”. Il romanzo che tutti avevano sognato di scrivere, il libro che un’intera generazione voleva fare, quello che ormai nessuno si aspettava più, resta incompiuto. E tale incompiutezza sembra divenire il tragico sfondo di un’epoca. “Perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace” questo Orlando fenogliano continua a correre “facilmente, irresistibilmente”, fin sotto gli alberi che sembrano serrare e far muro, fino a crollare ad un metro da quelli. E con due versi per Fulvia strozzati in gola.
(Marco Antonellini)