FEBBRAIO ODOROSO
Elisabetta Venturi
Avevo ormai deciso: ma che paura!
Non so quale spirito coraggioso, che in realtà non mi apparteneva, mi avesse precedentemente fatto prendere la decisione di mettermi con un ragazzo, che non amavo, ma che mi pareva la salvezza dall’inquietudine e dalla tristezza che si erano impadronite di me.
Nella mia famiglia non stavo bene. Un lugubre carattere, sempre piagnucoloso, aveva poco a poco modificato la voglia di vivere e lo stato d’animo della bambina che ero.
Volevo vivere, ma non era possibile provare piacere, in quella casa sempre silenziosa e priva di bambini, di sorrisi, di rumori.
Avevo all’incirca vent’anni, forse un po’ meno.
Tralascio i particolari del mio fidanzamento: non sono né interessanti né belli.
Era un giorno freddissimo di febbraio, proprio all’incirca come oggi; forse era oggi; forse era proprio il sei febbraio, o forse l’otto, di ventotto anni fa.
Mattina presto. Esco di casa. Qua, di sicuro non tornerò, pensai, e la mia vita sarà migliore. La casa era quella nella quale abitavo con il ragazzo.
Avevo con me dei soldi e una piccola borsa. Dentro, credo, solo un cambio di biancheria, lo spazzolino da denti, il pettine e il rossetto.
Uscivo per scappare dalla casa nella quale ero entrata per scappare da un’altra casa
(per questo ora non ho più voglia di andare da nessuna parte; perché ho voglia di trovare il bene là dove sono, o meglio, qui, dove sono).
Dunque, mi dirigo verso la stazione dei treni.
Senza orario: non avevo la minima idea di quale treno avrei preso, di quanti cambi avrei dovuto fare, almeno due, per andare là dove il mio desiderio mi portava: non l’avessi mai fatto. Ma mi pareva che fosse l’unica soluzione possibile, per porre fine a quella gran voglia di vederlo; lui, un professore, il mio professore, proprio come si legge nei libri, o meglio nei racconti. Di lui, oltre all’eloquio grandioso e maestoso che tutte e tutti ci rapiva, durante le lezioni universitarie, la limpida sicumera e la chiarezza, mi era rimasto dentro un abbraccio, il più indispensabile che mi fosse capitato di ricevere negli ultimi anni; e io mi sentivo dipendente da quelle braccia che mi avevano accolto. Un abbraccio un po’ affrettato, nel suo studio, nella Facoltà, per lui forse quasi un nulla, per me, almeno per un po’ un’ovattata certezza.
Non importa il dopo del dopo. Avevo ragione io. Credevo di essere felice, ma in amore ho sbagliato quasi tutti i passi, scambiando per amore ricambiato quello che era solo il mio imperturbabile desiderio di essere accettata nella mia richiesta.
L’Isola d’Elba mi aspettava, trepidante e con già qualche ginestra fiorita, qualche mirto profumato sempre vivente, qualche stradetta sassosa lungo il mare.
Me l’aveva scritto, il professore, in qualche bellissima, importante, indimenticabile lettera, che malauguratamente e con grande rimpianto ho perduta, in uno dei traslochi di casa degli anni seguenti.” Vieni a trovarmi, se lo vorrai, nella pace della mia isola”.
Era giunto il momento, lo era. Di necessità era arrivato il grande giorno.
Non conoscevo nemmeno l’indirizzo. Non me ne preoccupavo affatto, ero tranquilla, tranquilla come un giorno di primavera avanzata, silenzioso ma non troppo, che non tradisce mai, come fa qualche volta l’autunno, con i suoi infidi segnali di cambiamento nell’aria. Ero certa che sarei stata bene accolta, laggiù.
Ricordo ancora come ero vestita. Un abito marroncino, con dei fiori rosa, un paio di stivali di cuoio chiaro, i capelli al vento, l’occhio languido della ragazza un po’ intorpidita dal languore stesso del sentimento ormai riconosciuto.
Il treno per Firenze partiva ogni ora, la linea è assai frequentata, ma a me occorreva poi la coincidenza per Pisa, e poi quella per Livorno, e poi quella per Piombino, sul trenino accelerato, che lungo il Tirreno fa tutte quante le fermate, e poi ancora avrei dovuto accertarmi che ci fosse il traghetto a un’ora accettabile. Niente numero di telefono, nessuna possibilità di annunciare il mio arrivo. Silenzio, speranza e certezza, sia pur nella trepidante incertezza dell’incontro. Sarei arrivata certamente prima di sera, sul far del tramonto. In febbraio le giornate si sono già un poco allungate, e non è più dicembre. Se si è fortunati, al sole non è nemmeno tanto freddo.
Bologna –Firenze: un viaggio indifferente, senza paesaggio, senza romanticismo. I bei pensieri cominciano ad affacciarsi alla mente quando il treno diventa più piccolo, meno importante e meno frequentato, e si percepisce già il lento allontanarsi dalla quotidianità, assaporando l’eccezionalità di quei momenti di vita che ci occorrono una volta, forse due, in tutta l’esistenza. Preludessero all’amore vero, la vita sarebbe un Paradiso di certo. La paura svanisce, il brutto non c’è, è un Eden esistente.
Ti immagini con il cuore gli occhi dell’altro, o dell’altra; costruisci in anticipo il tatto delle membra, l’abbraccio che ti sfiora, l’incontro degli sguardi, il cielo che sta dietro la testa degli innamorati, quasi a proteggere un dono dell’universo, un momento sacro e inviolabile che la vita deve rispettare e che tuttavia chiede il soccorso degli dei.
Non c’è stanchezza, dei genitori, chi se ne importa: si staranno chiedendo dove sono a pranzo. Non voglio pensare a loro.
Non devono entrare nei miei pensieri e nemmeno disturbare la mia vita.
Il tempo scorre, non ho impazienza, perché ho la certezza dell’amore. Ho il controllo dei miei sentimenti, e mi pare quasi di potere controllare anche quelli dell’altro. Un senso di onnipotenza preoccupante. Ma l’amore vero, con lo scambio dei cuori, è anche questo: la donna accoglie in grembo anche il pensiero dell’altro, sa guidarlo, lo conduce a sé, e quando è amata lo sa. Quando c’è lo scambio dei cuori. Quando non c’è, sa vivere lo stesso nell’ immaginazione, quel momento, e aspetta di incontrare il cuore adatto allo scambio.
La vita qualche volta concede questo dono. Con quali meriti non si sa. Forse per un fortuito e fortunato clinamen dei nostri corpi sulla terra.
Ma nel trenino della costa tirrenica, quello che passa per Cecina, già pregustavo la bella sensazione che avrei provato al mio arrivo. Quasi una maternità dell’amore. Dai finestrini abbassati a manovella, attraverso le ditate dei passeggeri che avevano occupato il posto prima di me, con la testa un po’ inclinata verso il vetro, al quale non avevo del tutto il coraggio di appoggiarmi, per la sgradevolezza di quello sporco un po’ unto, inumidito della condensa del respiro, potevo già vedere il mare.
Dagli occhi al ventre, attraverso il cuore, questo è il percorso dell’innamoramento, dell’ invaghimento che ci fa interpretare il mondo con la mente scollata dal reale.
Più ci si addentrava nella Toscana, più la luce diventava azzurra. Il mare mi allontanava dalla città. La luce era già quella di marzo, mentiva anch’essa. Così come mentiva la temperatura, che nella sua non regolare mitezza, ci illudeva di un tempo quasi primaverile. Falsità di Cupido, inganno dell’ingenuità.
Avevo il paesaggio alla mia destra. Gia erano arrivati i pini, quelli marittimi; con il loro ombrello mi lasciavano intravedere un orizzonte più basso, molto diverso da quello della pianura emiliana, profonda, grigiastra e un po’ pesante.
Poca distanza, dal binario al mare. Il treno sembra quasi accarezzare la strada e rasentare la ghiaietta bianca che sta tra un binario e l’altro.
Di tempo ne è già trascorso parecchio, forse tre ore o anche più. Comincio a sentire un po’ di stanchezza, soprattutto al pensiero che sono solo a metà del viaggio e il giorno fa in fretta a passare. A sprazzi ho anche un po’ di paura. Che si faccia buio, che il mio pensiero di riuscire si sia sbagliato. Poi passa, e ritorna la speranza. A Piombino mi rincuorerò; mi sembrerà di essere quasi arrivata.
Piombino è laggiù: grigia, con la sua ciminiera, quella dell’acciaieria, con il fumo che si incammina lontano verso il mare, e lo spiazzo dell’imbarco che quasi si vede da lontano, dalla strada. Su quello spiazzo arrivo, finalmente, saranno circa le due del pomeriggio. Io sola, là in mezzo, ancora mi rivedo, con la mia piccola borsa, gli stivali, un giaccone di lana per proteggermi da una brezza gelida, sferzante dal mare. La puzza dei camini, l’odore un po’ marcio di quel mare non ancora bello. Ho un po’ fame, ma non ho il tempo, né la voglia di perderne, per cercare qualcosa da mangiare, e poi devo prendere il prossimo traghetto in tutti i modi, sarà davvero l’ultimo della giornata; dopo, fino a domani, più nulla.
Mamma mia, sembra tutto calcolato, e tutto è stato invece così imprevisto, all’insegna di un’entusiastica e un po’ violenta sprovvedutezza. Mi metto lì, ferma, sulla banchina, vicino a quei fittoni, a guardare il mare. Ho deciso di non muovermi, per aspettare la barca. Come mi sembra davvero lungo, adesso, il viaggio, e siamo solo a poco più di metà. Arriverò non prima delle sei. C’è da sperare che la giornata bella e tersa non mi faccia arrivare col buio, che mi risparmi l’incertezza della semioscurità.
Eccolo, il ferry boat, è arrivato, apre la bocca per le auto. Scarica persone e automobili. Alcuni passeggeri scendono. Io salgo dall’interno, maleodorante di gas di scarico dei motori appena accesi.
Un gran freddo, un vento non proprio ospitale, mi fanno sentire piccola. E grande non sono.
Mi aspetterà? Non sa nemmeno che lo sto raggiungendo, non sa nemmeno che ho preso per vere le sue parole di invito, chi sa, forse era solo una metafora, “Vieni a trovarmi, se lo vorrai , nella mia isola” ma io non voglio pensarci. Voglio credere che sia amore.
Eccomi lassù, sul ponte, seduta su una di quelle panchine di legno, che una volta era bello, ora, invece, rovinato e sverniciato dall’acqua e dalla salsedine. Rinchiusa e stretta nel mio maglione, cerco di difendermi come posso dal vento e dagli spruzzi, non grandi per fortuna, che ogni tanto arrivano anche lì.
Quanto ci vorrà? Mi chiedo. Non lo ricordo affatto, quanto durava il viaggio, forse due ore, forse meno, forse tre. Devo arrivare prima delle sei; rischio, altrimenti, di perdere l’ultima corriera per il paese, che sta dall’altra parte dell’isola, altro piccolo viaggio attraverso il mite clima, quasi latino americano, di quel posto di sogno, un po’ alla Cent’ anni di solitudine. Chi sa perché ho fatto questa associazione, forse per quella malinconica atmosfera, un po’ desolata, che c’è nell’isola al calar della sera. Il giorno si sta addormentando. In un’altra circostanza, il terrore si sarebbe impadronito di me. Lì, nella mia immaginazione, stavo cercando di raggiungere un inizio, e l’imbrunire mi pareva meno malinconico.
Terra, la vedo, l’Isola d’Elba, è bella, c’è il torrione di Portoferraio. Una città sul mare. Mi sento davvero nell’avventura del cuore.
Che cosa ho fatto? Mi chiedo. Sono scappata da tutti, da chi non mi vuole bene, o non abbastanza, da chi io non amo. Coraggio, mi dico, anche io ho osato.
Eccomi, in un altro piazzale, il penultimo di questa lunga giornata di sentimenti. Sembra che sia trascorsa una settimana, per il rincorrersi delle emozioni, e il controllo di esse da parte di una piccola parte di razionalità, che ancora mi resta, per combattere contro gli slanci eccessivi della mia intraprendenza affettiva.
Ultima tappa, o almeno l’ultima su un mezzo che non siano le mie gambe. Poi senz’altro dovrò camminare ancora un po’. Un’oretta di corriera non me la toglie nessuno. Bellissimo, il serpente di strada asfaltata, che io comincio a rincorrere con il corpo, guardando dal finestrino quel paesaggio tanto desiderato. Il mare, sì, quello vero, quello dell’isola, ancora una volta lo sguardo esce dai finestrini della sporca corriera paesana, azzurra anch’essa, come tutto: come il cielo, come i pensieri, come il nome del porto che porta lo stesso nome, Porto Azzurro, come il desiderio, il bene che mi ha portato fin lì.
Guardo l’orologio, sono da poco passate le sei del pomeriggio. Il cielo comincia a sfumare nel rosa, un tramonto da cartolina, un colore che sembra l’aurora, e invece è solo lo scherzo di una giornata molto fredda e molto serena, di un febbraio da poco iniziato.
Sento un sapore come di amicizia. Sono io, che sono contenta di me. Non è successo nulla di male. Per ora il coraggio è stato premiato.
Con un “TUU!!!”, la corriera annuncia il suo arrivo, e si ferma proprio nel mezzo della piazza del paese lassù, che poi è un laggiù, perché sì, il paesino è diviso in due, una parte marina, e una parte un po’ più in alto, per raggiungere la quale ci vuole una piccola camminata, ma io non lo so ancora. Strano, la fermata della corriera mi fa sentire improvvisamente tutta la stanchezza, e quasi una sfinitezza, con in più il desiderio di farcela ancora, comincia ad appesantirmi le membra. Però sorrido, guardandomi intorno, appena scesa dalla scaletta, e facendo qualche passo nella piazza. Mi sembra quasi di dovere salutare qualcuno.
Non posso perdere tempo. Vai, non perdere tempo mi dico. Mi guardo intorno. Vedo un bar, là nell’angolo, mi incammino verso l’entrata, entro: “ Buonasera, Signora, Scusi, sa dirmi dove abita il Professore?
“Il Professore ? Quale? Ma sì, certo, quello che insegna all’università” dice pronunciando il nome.
“Su per la stradina; la vede da qui, Signorina?” ( Si usava ancora dire così, allora, che non è poi tanto tempo fa, con le ragazze).
“ La deve arrivare fino alla fine della salita, e poi c’è delle scale. E’ facilissimo, la su’ casa l’è è proprio l’ultima, là’ n cima, prima della collina” ( mi spiega molto gentilmente la barista, quasi con un sorriso di compiacimento, con la tipica parlata isolana, h aspirata, pronunciata alla toscana.) “La ci stanno tre gradini davanti alla porta” .
“Grazie mille , Signora. Mi sta aspettando. Spero di non aver fatto troppo tardi”.
Dico quasi scusandomi di una presenza un po’ imbarazzante.
Ho capito tutto. Sono vicina davvero. E’ mia, la strada è mia, questa volta, anche lui, forse, è mio. Sarà contento. Ci penso un po', ma non sono veramente preoccupata. Lo disturberò? Non lo disturberò?
Niente importa, ho fatto quello che lui mi ha incoraggiato a fare, dovrà essere contento, sorpreso, riderò, sorriderò; ansimo, vado in frettissima, un passo dopo l’altro, intanto mi sono tolta il giaccone di lana, perché con lo scorrere delle ore e il viaggio la temperatura fuori, e anche la mia, si sono alzate. Ho il fiatone, il respiro in gola, ma non posso arrivare troppo trafelata, non mi si deve vedere la stanchezza, ma solo la gioia del cuore. Tengo la borsa con la tracolla sulla spalla destra, ogni tanto mi fermo un secondo per riprendere fiato, guardo là su, manca pochissimo, vedo già i tre gradini, la porticina di legno; non vedo nessuno, ancora, ma tra poco, sì, apparirà. Ecco, ci sono, sono davanti ai gradini, li salgo lentamente: uno, due, tre. La porta è chiusa, busso. Dico il nome. Ci sei? Sono io. Apri Ci sei? Nessuno. Alla mia destra, una voce “Sono qui, nel laboratorio, scendi giù , a destra la porta è socchiusa”.
Mi giro, scendo di nuovo i gradini. Ecco, ci sono davvero, in questo secondo non c’è, non lo vedo ancora, ma tra un secondo lo vedrò, spero che quel secondo sarà lungo come l’eternità; mi avvicino alla porta, anch’essa di legno, è accostata, appoggio la mano destra, l’altra mi serve per tenere la borsa. Muovo la porta, cigola un po’, come quella del Gattopardo, quando Tancredi e Angelica si rincorrono nelle stanze vuote del Palazzo Salina, alla ricerca dell’avventura; ecco, l’ho aperta; è lì, sta piallando non so che pezzo di arnese di legno, si gira. Gli occhi marroni, resi ridenti dallo stupore incredulo, sono vividi e lucidi, lustrati dalla meraviglia, intelligenza pura.
“E tu, che ci fai qui?”, e subito scoppia in una risatina leggera e allegrissima, con un controllo nello slancio che mi preoccupa un po’. Gli uomini adulti fanno così, pensai, nella mia ingenuità (c’era molta differenza di età). Nell’occhio ha il guizzo divertito di chi è contento davvero, e accarezza, con lo sguardo dell’esperienza, qualche cosa di nuovo e sincero.
“Ciao, sono io, mi hai detto di venirti a trovare, va bene?”
“ Sono qui con… ” mi dice, pronunciando il nome della compagna di allora.
Per un momento mi sento mancare, le gambe sono scosse da un fulmine di elettricità, la paura prende per un secondo il sopravvento. Dio, penso tra me, ancora un’altra donna!
Non posso essermi sbagliata di nuovo.
Guardando le sue pupille capii che, almeno per quella notte, il mio posto era lì.
(Bologna, 6 febbraio 2005)