GLI EBREI DI PITIGLIANO,
CITTà “RIFUGIO”, CITTA’ DELL’ACCOGLIENZA
Giovanni Greco
Università di Bologna
Desidero innanzitutto dire che, fin da ragazzo, ho sempre nutrito una grande ammirazione per il popolo ebraico, e perciò sono davvero onorato di essere in questi antichi luoghi, perché ciò assume per me e per tutti noi una particolare valenza simbolica e spirituale, conferendo un rigore speciale ai gesti che compiamo, alle parole che diciamo e all’esplorazione di nuove prospettive. Si è qui per conoscere e per apprendere, sapendo bene che l’apprendimento non è uno sparo di fucile, ma un volo di farfalla e la memoria è il nostro granaio, il vero salvadanaio dello spirito.
Il viaggio che tanti fra noi hanno fatto, magari coi loro familiari, per esser qui è stato compiuto, da un lato, per continuare a scoprire noi stessi, dall’altro, per toccare con mano che cos’è l’accoglienza fattiva e discreta, l’integrazione, la tolleranza nel senso più pieno del termine, tolleranza intesa come carità dell’intelligenza. E questo viaggio è stato compiuto da tanti prima di noi, pure ai fini di un’autentica ricerca spirituale, sin da secoli più antichi, con la costituzione, ad esempio, di numerosi “romitori”, come quello dei “Fratenuti” o quello in località Cancelli e con la presenza anche di monaci “ospedalieri”.
E qui a Pitigliano si ha immediatamente la percezione dell’animo e del talento dei pitiglianesi, che si percepisce prima della tecnica, come il profumo e l’odore prima della torta: lo viso mostra lo color del cuore. Con-passione – la parola in se stessa lo suggerisce – è la capacità di condividere i propri sentimenti con altri; con-passione significa provare cura per la vita degli altri, esattamente quello che hanno fatto tanti pitiglianesi per gli ebrei. Tanti italiani, come certi purosangue del palio di Siena, a volte sanno vincere anche senza cavaliere.
A Pitigliano troviamo magnifici riscontri di tutto questo, dove anche nell’attualità tanti pitiglianesi continuano l’antica opera contribuendo ad edificare e immaginare solide fondamenta in questo martoriato incipit del terzo millennio.
A Pitigliano, autentica “città rifugio” (arè miqlàt)) per gli ebrei, si svilupparono sin dal Cinquecento straordinarie condizioni di rispetto, di convivenza e di tolleranza reciproca tra la popolazione ebraica e quella cristiana, tanto da far parlare opportunamente di “Piccola Gerusalemme”, come si cominciò a designare nell’Ottocento.
I primi nuclei di ebrei, perseguitati nelle vicine città della Chiesa, trovarono protezione e accoglienza nella contea ursìnea dove svilupparono importanti attività economiche fra cui il commercio del grano e della pannina.
Il vero motivo per cui si perde il potere è che non si è più degni d’esercitarlo. Del resto, la chiesa di Roma oggi riempie le piazze, ma non dovrebbe forse riempire le chiese?
È nel nome di Dio che si sterminarono i Catari quali eretici, si aizzarono fratelli contro fratelli nelle crociate, si massacrarono i Templari, si armò l’arsenale dell’Inquisizione, si accesero i roghi, si perseguitarono gli ebrei, si distrussero civiltà del nuovo mondo, si uccisero gli aborigeni in quanto “fossili viventi”, si perseguitarono i massoni, si consentì la schiavitù degli indigeni e tanti altri crimini contro l’umanità.
Siamo tutti fratelli, ma chi è Caino e chi Abele?
Dopo la metà del sedicesimo secolo, tanti ebrei si allontanarono dai ghetti di Ancona, di Firenze, di Roma, di Siena per sottrarsi alle persecuzioni dei pontefici e trovarono rifugio in zone di confine come Monte S. Savino, Lippiano e Pitigliano continuando sostanzialmente a godere dei diritti civili e quello alla proprietà in particolare. Anche per le attività commerciali sin dagli anni settanta del ’500 erano autorizzati ad occuparsi della marcatura e del commercio dei generi alimentari. In questi territori di frontiera lontani dai centri più grandi gli ebrei ottengono l’interessata benevolenza dei feudatari per ragioni legate alla gestione del danaro e le norme antiebraiche rimanevano di solito non applicate. L’alternativa era per ebrei la segregazione forzata nei ghetti di Firenze o di Roma, oppure l’inserimento fra la Gens Petilia, tant’è che già nel 1598 si costruì la suggestiva Sinagoga per merito di Jehudàh Shabbatai, Leone di sabato, il tessitore.
Nel periodo mediceo, dal 1608, però anche a Pitigliano gli ebrei subirono talune vessazioni tipiche della controriforma (dal ghetto all’obbligo di prediche volte alla conversione). In particolare, in un bando la norma che obbligava gli ebrei di portare il distintivo dall’età di dodici anni in avanti. Il ghetto o “il serraglio” degli ebrei di Pitigliano venne istituito nel 1622, ma i confini non furono mai trat ti in modo definitivo, tant’è che il marchese Francesco Malaspina, governatore di Pitigliano, prescrisse che era “lecito a detti ebrei il potersi allargare nel ghetto e pigliare altre case o in compra o a pigione” e in certi casi alcuni ebrei, come a Sorano, ebbero sinanco il permesso di abitare oltre il recinto del ghetto e le bestie possedute dagli ebrei “possono pascere et godere”.
Secondo l’anonimo autore di un manoscritto settecentesco – appartenente all’Accademia degli Apatisti vibrante soprattutto a Firenze, probabilmente il medico di Pistoia Francesco Caluri, inviato a Pitigliano dopo l’epidemia del 1759 – gli ebrei dapprima vivevano “in confuso con i cristiani” e poi vennero richiusi nel ghetto da Cosimo II dove i loro siti erano “provveduti di buona argenteria e di tutti quegl’arnesi, necessari pel loro particolare culto” ed avevano persino il diritto di portare armi.
All’interno di una comunità rurale con caratteristiche agricole e bracciantili, immobile da secoli, il lavoro consentito ai banchieri ebrei col commercio del danaro, col commercio delle pannine, delle spezie, delle droghe, del grano, della farina d’orzo e di castagne, del legname modificò decisamente lo scenario sociale ed economico. Già nel 1578 la contea di Pitigliano accettava grata il cospicuo finanziamento del banchiere Laudario di Viterbo per la costruzione della nuova casa comunale, ad ulteriore testimonianza dell’assioma “feudatario-comune-banchiere”. Da un lato l’accoglienza, dall’altro l’idea di utilizzare i vantaggi derivanti dalla presenza degli ebrei nel territorio e dal notevole peso dei loro commerci. Fu così che nel giro di vent’anni gli ebrei si triplicarono, passando da circa trenta a oltre cento, con una significativa presenza sefardita, cioè di ebrei provenienti dalla penisola iberica.
Ma già dalla metà del Settecento, si registra un notevole miglioramento della situazione dal periodo leopoldino, senza dire dell’egemonia francese in Italia che al riguardo migliorò ulteriormente la situazione. Dopo alcuni sussulti antiebraici, con una vittima nel 1799, “la popolazione fa giustizia sommaria di una banda di soldati del “Viva Maria”, che aveva l’intendimento di attuare una scorreria nel ghetto”. Si trattava di insorgenze anti-napoleoniche, di carattere sanfedista, costituite da bande d’insorti, in particolare aretini, che combatterono eroicamente contro i francesi e che di frequente manifestarono gravi sussulti antiebraici.
Da allora in poi, non vi furono più conflitti locali con i cattolici, sino agli eventi della seconda guerra mondiale. A metà Ottocento, gli ebrei erano oltre quattrocento su quattromila abitanti.
Ricordiamoci, per inciso, che numerosi ebrei si batterono per l’unità italiana come la famiglia Todros a Torino, come Angelo Usiglio, con documenti del rabbino di Livorno, amico di Mazzini, e Sarina Nathan con sua figlia Jeannette Rosselli.
Al momento delle leggi razziali (1938) gli ebrei qui erano meno di cento, forse settanta, e dopo la guerra rimasero in quaranta. Oggi sono, credo, tre famiglie.
Durante la seconda guerra mondiale gli ebrei del paese si dispersero nelle campagne, dove malgrado i rastrellamenti poterono contare su una vasta rete di solidarietà brillando per il loro sostegno ed aiuto tanti pitiglianesi. E tutto ciò in un tempo che era difficilissimo per tutti, con famiglie che avevano i parenti in guerra e vivevano in miseria: uomini veri che malgrado le loro afflizioni si sono stretti al petto gli afflitti. La forza di un popolo è anche nella capacità di non ammainare le bandiere, neanche nei periodi più terribili. Ed accanto a un’infinità di “stelle di David” anche tanti e tanti “triangoli rossi”.
Nel 2002, lo stato di Israele ha conferito l’altissima onorificenza di “giusti fra le nazioni”, a Fortunato Sonno, a Luciano, Vincenzo e Adele Dainelli, a Stefano, Adele e Sem Perugini, ad Agostino e Annunziata Nucciarelli, a Domenico e Letizia Signorelli, a Martino e Maria Bisogni. Agli 8566 ebrei italiani deportati nei campi di sterminio, dei quali 7557 vennero uccisi, va il nostro pensiero deferente e il nostro amore.
Malgrado nell’attualità la presenza degli ebrei a Pitigliano sia molto contenuta, quell’antico rapporto è mantenuto vivo e saldo dalla volontà e dalla capacità di conservare e valorizzare le persone, le tradizioni e i monumenti ebraici grazie all’operato di generosi ed ammirati pitiglianesi anche altrove residenti, come il nostro amico Roberto Giusti che, alla memoria del suo caro papà Italiano, dedica anche questo nostro viaggio fra le pietre, i ricordi e i cittadini di Pitigliano.
Dopo l’entrata dello Shabbat, gli ebrei usano cantare una canzone di antichi cabbalisti: “Andate in pace, angeli di pace, angeli dell’Altissimo”. Shalom aleichem.
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