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Fëdor Michajlovicč Dostoevskij, Memorie di una casa morta, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli – BUR, 2004.

 

 

 “L’uomo è l’essere che a tutto si abitua,

e io penso che sia questa la sua miglior definizione”

 

 “Ci troviamo di fronte a una galleria di personaggi dalla testa rapata e bollata a fuoco che, nonostante la coltre di bestialità che spesso li avvolge, non perdono del tutto la loro personalità.” Così si esprime Eridano Bazzarelli nella sua introduzione a questo capolavoro di Dostoevskij, capolavoro non tanto per architettura stilistica o profondità analitica, ma in quanto mezzo di espressione di verità. Bazzarelli afferma più volte, e il lettore non può che convenirne, come la tendenza di Dostoevskij al naturalismo nell’osservazione dei comportamenti dei carcerati, e la sua inevitabile partecipazione emozionale, si fondano in un vellutato srotolarsi di eventi e di riflessioni, capaci di toccare il cuore delle questioni, e del lettore. Le considerazioni di Dostoevskij ci sembrano logiche, genuine, intimamente condivisibili, in una parola, vere.  La critica intravede nel sistema dei personaggi delle Memorie il primo nucleo di molti dei grandi personaggi dell’autore.

 

 Dostoevskij fu condannato ai lavori forzati in Siberia in quanto accusato di far parte del gruppo dei petraševcy, un gruppo di studio e lettura, con a capo Michail Petraševskij, un socialista utopista. Il carcere ha costituito per lo scrittore la “palestra” nella quale venire in contatto con persone di ogni classe sociale e imparare ad osservare il suo prossimo.

Questo contatto non si è rivelato sempre piacevole, e anzi buona parte delle Memorie è segnata dallo sbigottimento per la constatazione che il “popolo russo”, alla prova dei fatti, si era dimostrato diverso da come i nobili se lo erano sempre immaginato. Non solo, ma egli per molti anni non venne accettato dalla maggioranza dei detenuti: nobili e intellettuali appartenevano a una “razza” troppo diversa dal popolo. L’altra parte del libro è però rischiarato dalla luce della comprensione e dell’adesione a quei valori popolari che egli, come nobile, aveva inutilmente tentato di proteggere, fraintendendo. “Che popolo straordinario! Non ho perduto il mio tempo: se non ho studiato la Russia, so a memoria il popolo russo.” (Lettera del 30 gennaio/22 febbraio 1854 -anno della liberazione da Omsk- al fratello Michail.)

L’evoluzione psicologica della graduale presa di coscienza, in atto in Dostoevskij, e l’alternarsi di una rappresentazione naturalistica e di una soggettiva dei personaggi, rendono le Memorie un libro indispensabile per comprendere appieno i Karamazov, gli Stavroschin e tutti i grandi personaggi dostoevskijani, ed un eccellente strumento di introduzione all’opera dell’autore.

Le Memorie si inseriscono nel filone della letteratura carceraria, a fianco di nomi quali Silvio Pellico, Primo Levi o Aleksandr Solzenicyn. Il paragone tra la vita del forzato di Omsk, descritta da Dostoevskij, e la realtà di un lager nazista è, per il lettore contemporaneo, inevitabile. Dalla lettura delle Memorie è possibile intuire come sia possibile incarcerare e rendere innocue delle persone, anche se disadattati e criminali, senza annullarne la personalità. E, per contrasto, risulta lampante la ferrea volontà del regime nazista di distruggere l’anima dell’uomo, di spezzarne per sempre l’individualità.

In Siberia, infatti, tra le sofferenze, le fruste e i bastoni, l’individualità era preservata dall’esistenza di un miserrimo mercato nero, e veniva praticato perfino il commercio di acquavite, tollerato dall’autorità carceraria come inevitabile ed in grado di evitare problemi peggiori. I detenuti morivano certo, a volte a causa del duro lavoro, ma mai per fame, e sempre in ospedale, lontano dalla vista della massa dei detenuti, che non dovettero mai assistere allo spettacolo perverso delle cataste di corpi che i forni crematori non riuscivano a smaltire nei lager nazisti. Come evidenzia Bazzarelli, “Aushwitz nasce da una precisa, demoniaca volontà di male e di morte”, mentre “la sofferenza nei gulag sovietici è per così dire indotta”. Per questo motivo a Omsk i detenuti possono organizzare addirittura uno spettacolo di Natale.

I temi del delitto e del castigo, assieme all’inimicizia del popolo verso Dostoevskij in quanto nobile, sono presenti in tutta l’opera. Dostoevskij non approva il sistema carcerario, non ne vede l’utilità in termini di pentimento e di riflessione costruttiva sulla propria condotta. Al contrario, i reclusori e il sistema dei lavori coatti hanno le sole funzioni di punire il detenuto, e di allontanarlo dalla società. “Nel delinquente poi il reclusorio e i lavori forzati più intensi non sviluppano altro che l’odio, la sete dei piaceri proibiti e una terribile spensieratezza… Certo, il delinquente, che è insorto contro la società, la odia e quasi sempre stima sé nel giusto e lei nel torto. Inoltre egli ne ha già ricevuto il castigo e, grazie a ciò, quasi si considera purificato, sdebitato.” (p. 26)

Parallelamente alle considerazioni sulla superficialità degli obiettivi raggiunti dal sistema carcerario russo, Dostoevskij affronta il problema dell’impatto della stessa pena su persone di estrazione sociale differente. Dall’osservazione della massa dei detenuti, la maggior parte dei quali appartenenti al “popolo”, e dei carcerati ex-nobili, e dalle esperienze toccategli di persona, l’autore riconosce e sostiene la teoria della disparità del castigo per gli stessi delitti. Egli sostiene infatti come la stessa pena (i lavori forzati) possano risultare un’inimmaginabile abbassamento delle condizioni di vita per il nobile, e addirittura un miglioramento per il contadino o il servo vissuti sempre sull’orlo dell’indigenza. Ed anche il lavoro fisico, del quale i detenuti sono incaricati, può essere immensamente più gravoso per il nobile disabituato agli sforzi fisici.

Ma Dostoevskij sembra soprattutto riferirsi al differente impatto psicologico che la pena ha sui detenuti: “Ecco, per esempio, un uomo istruito, dalla coscienza evoluta, che ha consapevolezza e cuore. Soltanto il rovello del suo proprio cuore, prima di qualsiasi castigo, lo ucciderà coi suoi tormenti. Egli stesso si condannerà per il suo delitto più implacabilmente, più spietatamente che non possa condannarlo la più terribile legge. Ed ecco accanto a lui un altro che, durante tutto il tempo dei lavori forzati, non pensa nemmeno una volta al delitto commesso. Egli crede perfino di aver ragione.” (p. 73) Lo stesso autore chiarifica il concetto poco oltre: “L'uomo del popolo che va in galera viene a trovarsi nella sua società, anzi in una forse ancora più evoluta. Egli, certo, ha perduto molto: la patria, la famiglia, tutto, ma il suo ambiente rimane lo stesso. L'uomo istruito, che va incontro, secondo le leggi, a una medesima pena con l'uomo del popolo, spesso perde senza confronto più di lui. Egli deve soffocare in sé tutte le sue esigenze, tutte le sue abitudini; deve passare in un ambiente per lui insoddisfacente, abituarsi a respirare un'aria diversa... E' un pesce tratto dall'acqua sulla sabbia... E spesso il castigo, secondo la legge, uguale per tutti diventa per lui dieci volte più tormentoso. Questa è verità... anche se si trattasse soltanto delle abitudini materiali che bisogna sacrificare.”(p. 94)

I temi trattati nelle Memorie sono ancora molti: dalla morte, alla speranza, al potere di evasione del paesaggio, al commercio dell’acquavite, alla necessità di isolamento, ai caratteri del popolo russo. Tali temi e le considerazioni di fondo che, saltuariamente, Dostoevskij inserisce quasi come somma di una pluralità di osservazioni concordanti, si intrecciano alle descrizioni dei detenuti che l’autore si trova nella possibilità di osservare, in un fluire ondeggiante della memoria, quasi senza meta, se non la pace dello spirito. Le Memorie, infatti, non costituiscono un libro politico, né tanto meno religioso (la religione ne è quasi totalmente assente), ma uno sfogo della coscienza, un tentativo di comprensione della realtà e di accettazione del mondo.

 

Eridano Bazzarelli è nato a Milano il 10 dicembre del 1921. Dopo le traversie della guerra (è stato anche deportato nel campo di concentramento nazista di Mauthausen) si è laureato a Milano in lettere, nel 1947. Diventa ordinario di lingua e letteratura russa all’Università di Milano, dove insegna per quasi trent’anni. L’Accademia delle Scienze di Mosca gli conferisce la laurea honoris causa.

 (Lia Correzzola)

 

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