LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE BOLOGNESI
DEL 1956
Giuseppe Dossetti e il Libro Bianco*
Piero Venturelli
Università di Bologna
1. Il ritorno di Dossetti alla politica
Dopo alcuni anni trascorsi come quadro dirigente della Democrazia Cristiana, partito di cui fu anche vicesegretario, ed esauritasi da poco la fertile stagione delle «Cronache sociali»[1], nell’estate 1952 Giuseppe Dossetti abbandonò completamente la vita politica[2] per dedicarsi agli studi e organizzare a Bologna il Centro di documentazione, nell’ambito del quale egli desiderava si formasse una comunità di giovani ricercatori capace non soltanto di misurarsi con la grave crisi di lungo periodo del cristianesimo che traeva origine dal XVI secolo, ma anche di scorgere la direzione di un nuovo cammino in una fase storica che, secondo la sua interpretazione, stava ormai vedendo il mondo occidentale approssimarsi all’epocale fuoriuscita dall’eone della Controriforma e dello Stato moderno[3].
All’inizio dell’autunno 1955 il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, chiese all’ex deputato reggiano di ritornare alla politica per contendere la guida della città al popolarissimo «sindaco della ricostruzione», il comunista Giuseppe Dozza[4]. Dossetti accettò l’offerta. La sua disponibilità ad assumere la guida della lista per il Comune, tuttavia, venne ufficializzata solo molto più tardi, con una lettera che egli indirizzò al presidente e al segretario del comitato cittadino del partito, rispettivamente Fernando Felicori e Giancarlo Tesini, e che fu senz’indugio pubblicata il 1° marzo 1956 con grande risalto dalla stampa locale; molti elettori, comunque, conoscevano già l’identità del candidato democristiano, per le innumerevoli “voci” che circolavano ormai da tempo a Bologna e che erano puntualmente riprese dai quotidiani[5].
Per quale ragione la scelta ricadde proprio su questo padre costituente che sembrava essersi irreversibilmente distaccato dagli affari pubblici? Persona di larghe vedute e di profonda fede, Dossetti si era messo in luce negli anni precedenti come politico sui generis, rivelando una visione interpretativa della storia in grado di mobilitare i credenti (e non solo loro); allo stesso tempo, egli aveva mostrato in diverse circostanze di vantare una non comune capacità di adattamento di tale dimensione ad una battaglia che si concentrava anche su obiettivi specifici e realizzabili. Lungi dall’essere stato un ingenuo utopista, nell’immediato secondo dopoguerra il professore di Cavriago aveva saputo coniugare le valutazioni d’ordine strategico con la necessaria “elasticità tattica”, contribuendo a far vivere al “centrismo” degasperiano – nel biennio 1950/1951 – la sua fase più esplicitamente progressiva (basti pensare alla riforma agraria e a quella tributaria, nonché alla politica di ripresa e di responsabilizzazione del Meridione e delle zone più povere del Nord imperniata sulla Cassa per il Mezzogiorno)[6].
È ipotizzabile che anche altri motivi avessero indotto una parte della DC e il cardinal Lercaro a pensare all’ipotesi di collocare come capolista l’ex deputato reggiano. Alcune posizioni di Dossetti sembravano infatti essere abbastanza in sintonia sia con quelle dell’arcivescovo stesso sia con quelle di certi settori religiosi e culturali felsinei esistenti al tempo. Molto probabilmente apparve degna d’attenzione, fra le altre, la sua tesi fondata sul principio che la partecipazione del cristiano alla vita politica dovesse avvenire non già a causa di una propria appartenenza e neppure di una cultura cattolica intesa quale sistema, bensì piuttosto in base ad «abiti virtuosi» (per allontanare lo spettro di una religione civica, egli non parlava di «valori»)[7]. Dossetti era convinto che solo esaltando il nucleo essenziale della fede i cristiani potessero diventare completamente liberi nella loro azione politica, dato che il regno a cui essi si richiamavano non apparteneva a questo mondo. Secondo tale visione, perciò, la fede veniva a rappresentare l’unica misura dell’impegno pubblico e la dote che il cristiano recava con sé.
Pur potendo contare sul decisivo appoggio del cardinal Lercaro, Dossetti ritenne fosse indispensabile sottoporre la propria candidatura ai militanti della DC bolognese. Riuscito ad ottenere dal segretario nazionale, Amintore Fanfani, l’autorizzazione a rimettere a procedure locali e pubbliche la designazione ufficiale del capolista per le amministrative felsinee, una modalità di scelta inusuale nell’Italia del tempo, egli allestì un voto “primario” aperto a tutti gli iscritti al partito, uscendone vincitore e procurandosi così, insieme con un’importante investitura ufficiale “dal basso”, un maggior peso politico e una più ampia libertà di movimento[8]. Il «professorino» reggiano, a quel punto, s’immerse con forza e dedizione assoluti nella campagna elettorale, vivendo uno dei momenti senza dubbio più intensi della sua carriera politica. Questo, nella consapevolezza che la lista democristiana non sarebbe quasi certamente riuscita a spuntarla in una città che costituiva da anni la più salda e organizzata roccaforte del comunismo esistente nell’intera Europa occidentale; e, anche nel caso remoto in cui l’elettorato felsineo avesse conferito alla DC un ruolo di perno del futuro governo locale, egli non si nascondeva che restava da sciogliere il delicato nodo politico delle alleanze[9].
2. Il Libro bianco su bologna: gli orientamenti generali
A sostegno della candidatura di Dossetti, alcuni suoi collaboratori prepararono un ambizioso Libro bianco su Bologna, che in 170 pagine illustrava analiticamente una serie di proposte per il governo della città[10]. Quel volume – che venne messo in vendita (a 600 lire), caso più unico che raro per un programma politico, a ridosso delle votazioni del 27 maggio 1956 – testimoniava del fermo convincimento di Dossetti secondo cui l’unico modo coerente ed efficace per contendere l’egemonia politica al PCI, che egli combatteva duramente da Sinistra, accusandolo di essere lontano da qualsiasi vero impulso rivoluzionario, era condurre una campagna elettorale incentrata su due aspetti: in primo luogo, occorreva portare avanti un’autentica “cultura della ricomposizione” in seno alla città; in secondo luogo, si doveva porre in adeguato risalto che il partito di maggioranza, a causa del suo vizio ideologico di fondo, non poteva legittimamente ergersi ad interprete e custode dell’«anima» di Bologna, ossia delle tradizioni, dei valori più radicati e delle autentiche aspirazioni della comunità felsinea.
La progettualità del candidato sindaco della DC possedeva indiscutibilmente una fisionomia “laica”, sia nel disegno sia nelle professionalità coinvolte (tanto è vero che quasi tutti i suoi collaboratori più stretti erano persone provenienti dall’ordine empiristico-sociologico). Cionondimeno, Dossetti rifiutava ogni ipotesi di mediazione o contiguità coi capisaldi programmatici delle forze d’ispirazione “laicista” (i tradizionali partiti anticomunisti della realtà bolognese), reputando egli che il suo arcivescovo gli avesse chiesto di verificare la «capacità di guida di un mondo cattolico a cui potesse ancora corrispondere una res publica [C]hristiana»[11]. A ciò si accompagnava un’«estraneità assoluta [...] ad una visione tecnicistica e pragmatica della politica, ad un modo di intendere l’impegno pubblico come pratica quotidiana del tutto indifferente rispetto alle sorgenti ideali e religiose dell’agire umano»[12].
L’ex deputato reggiano e il suo gruppo si mostravano perfettamente consapevoli del carattere innovativo del programma elettorale che intendevano sottoporre al giudizio dei cittadini bolognesi. Inediti apparivano sia alcuni degli strumenti tramite i quali si mirava a tradurre in realtà il progetto dossettiano di far crescere la città secondo un bilanciato sviluppo organico sia il metodo di cui ci si era avvalsi per concepire e redigere il programma. In merito a questo secondo aspetto, gli estensori del Libro bianco ritenevano che la campagna elettorale amministrativa del 1956 dovesse considerarsi non soltanto mera «occasione di propaganda», ma anche e soprattutto «ragione di un complesso di analisi e di studi condotti con rigore», traducendosi così «in un atto, a un tempo, di conoscenza scientifica e di magistero, rivolto a centinaia di cittadini»[13]. Affinché ciò potesse avvenire, la DC valutò che sarebbe stato deleterio chiudersi in se stessa: alla vigilia della redazione definitiva del programma, infatti, Dossetti e i suoi collaboratori offrirono a tutti i Bolognesi interessati l’opportunità di contribuire al suo perfezionamento discutendo nel corso di appositi incontri pubblici, intitolati La Parola all’Elettore, le varie proposte fino a quel momento elaborate.
Per ciò che attiene al primo dei due punti summenzionati, crediamo sia opportuno soffermarci sui pilastri programmatici enunciati nel Libro bianco solo dopo aver preso in esame tanto le argomentazioni generali che concernono l’orientamento di fondo degli stessi quanto le condizioni della città e dei suoi abitanti ivi descritte.
Ritenendo che le trasformazioni avvenute a Bologna negli anni precedenti fossero in buona parte sfuggite ad ogni controllo, Dossetti era convinto che si dovesse provvedere ad una grande indagine sociologica, condotta secondo un metodo graduale e avente lo scopo di fornire all’Amministrazione civica le conoscenze e gli strumenti necessari per non rimanere passiva al cospetto degli accadimenti cittadini. A suo giudizio, infatti, solo attraverso il reperimento di un’ampia gamma di accurate informazioni si sarebbero potuti comprendere alla radice i problemi della comunità felsinea e individuarne le soluzioni, permettendo così ai governanti di agire con sufficiente ponderatezza e di far avvertire ai Bolognesi un’attenta regia politica nella determinazione delle scelte e delle priorità. Per questo, in caso di vittoria elettorale della DC, il Libro bianco prometteva che la nuova Giunta avrebbe dato il via, tre mesi dopo il giorno delle votazioni, ad un’inchiesta sociologica a tutto campo, della durata di un anno. Svolta con l’aiuto dell’organico e delle attrezzature comunali (specie dei servizi demografici e tecnici) e di sociologi, assistenti sociali e sanitari, nonché – si auspicava – con la collaborazione di professori e studenti dell’Università, di enti, associazioni e volontari provenienti da tutti i ceti sociali, quest’indagine sarebbe stata indirizzata verso una conoscenza globale ed organica della comunità felsinea.
Le rilevazioni avrebbero riguardato i comportamenti, le istituzioni e i livelli culturali dei gruppi e strati sociali interni della città, con una focalizzazione particolare sulle interdipendenze dei fenomeni che più interessavano ai fini del riordino della vita comunale e della lotta contro la miseria. Il Libro bianco prevedeva di far conoscere ai Bolognesi i risultati dell’indagine attraverso opportune iniziative (pubblicazioni, conferenze, mostre documentarie ecc.); inoltre, affidava ai servizi del Comune l’aggiornamento annuale e la revisione periodica dei dati raccolti.
Già da questo fondamentale impegno programmatico si comprende come non fosse fortuita l’assunzione di Conoscere per deliberare, il titolo della prima delle tre parti di cui si componeva il Libro bianco[14], quale slogan dell’appassionata non meno che difficile campagna elettorale della DC. Era un messaggio, questo, che trasmetteva un progetto ben preciso di amministrazione, contraddistinto da una politica in grado di far sentire la propria mano salda sui processi di governo, così da rendere i Bolognesi coscienti protagonisti del vivere comune.
Dossetti e il suo gruppo ritenevano inoltre che, per creare una cittadinanza attiva, condivisa in tutte le sue componenti, non si dovesse conferire un ruolo determinante alle appartenenze partitiche. Secondo gli estensori del Libro bianco, le scelte amministrative compiute dalle ultime Giunte non erano state aliene da tale “pregiudizio”. La situazione drammatica lasciata in eredità a Bologna dalla Seconda guerra mondiale, infatti, aveva sì indotto i comunisti a realizzare una vasta rete di sostegno economico a favore dei più bisognosi e delle esigenze della città, ma questa volontà e l’impegno profuso avevano via via portato all’imperdonabile equivoco di identificare l’Amministrazione comunale con la stessa struttura del partito di maggioranza, determinando squilibri sociali e non permettendo, a decisioni anche valide, di potersi sviluppare in tutta la loro efficacia. Un caso esemplare in questo senso era individuato dalla DC nelle Consulte popolari, le quali, sorte col compito di favorire il rapporto fra cittadini e governanti, si erano col tempo piegate troppo spesso alle esigenze politiche del PCI, il che implicava la subordinazione dell’impegno per il bene della comunità nella sua interezza al perseguimento di fini di parte.
Su scala più ampia, il programma democristiano imputava alle ultime Giunte social-comuniste l’incapacità di sintesi e di visione politica e umana, economica e spirituale ad un tempo. Secondo il Libro bianco, questo grave limite comportava, da una parte, una cronica mancanza di fantasia, difetto che aveva costantemente impedito di “inventare” soluzioni nuove nei diversi campi della vita cittadina; dall’altra, la difficoltà di riconoscere e valorizzare gli aspetti essenziali della migliore tradizione bolognese. Cosicché, affermavano gli autori del programma della DC, l’Amministrazione uscente, al pari di quelle che l’avevano preceduta, si era lasciate sfuggire una dopo l’altra ottime occasioni per realizzare politiche lungimiranti contrassegnate da obiettivi concreti e definiti, intorno ai quali avrebbero potuto ottenere il consenso unanime di tutti i cittadini. Nelle pagine del Libro bianco, il PCI veniva per questo più volte accusato di conservatorismo politico. Sebbene ammantate di rutilanti formule intrise di progressivismo democratico e avanguardismo di Sinistra, le politiche delle ultime Giunte avevano spesso mostrato – ad uno sguardo appena attento – il loro carattere antipopolare: secondo le accuse della lista democristiana, infatti, gli amministratori social-comunisti erano usi da tempo a stringere accordi sottobanco con i settori più retrivi della borghesia felsinea, e ciò stava portando ad un palpabile impoverimento della vita sociale ed economica della città, con conseguenze gravi soprattutto per i ceti bassi. Alla luce di questa diagnosi, Dossetti e il suo gruppo non sembravano nutrire dubbi: stava riaffiorando a Bologna uno “stile” di governo della cosa pubblica non esente da venature liberticide e spersonalizzanti, i cui tratti fondamentali rimandavano al genere di amministrazione vigente in epoca fascista[15].
Gli estensori del Libro bianco erano persuasi che occorresse rendere il Comune il fulcro e il promotore di tutta l’attività culturale ed economica della città, ma non certo puntando sull’efficienza burocratica e sul dinamismo di partito, come avevano invece fatto le ultime Giunte. E quel che appariva ancora più grave, secondo il programma elettorale democristiano, era che gli amministratori e gli stessi militanti del PCI palesavano un’ispirazione ideologica d’impronta materialistica e adottavano una metodologia pratica di coordinamento e di azione riconducibili ad un modello straniero remotissimo dalle forme di convivenza civica plasmatesi lungo i secoli in terra felsinea, svilendo in questo modo la personalità morale e culturale di una città illustre come Bologna, che era universalmente considerata una delle sorgenti più copiose della civiltà e della spiritualità europee.
Per risvegliare le energie produttive della collettività, infiacchite dopo undici anni di governo social-comunista, e – insieme – per evitare che sul suo volto spirituale si continuasse a stendere un velo di grigiore e anonimato, nel Libro bianco vennero esposti due capitali criteri orientativi: l’uno concerneva la «rigenerazione di una unità cosciente di tutti i cittadini, ossia del loro consorzio reale intorno a qualche oggetto specifico della vocazione di Bologna quale [poteva] attuarsi [in quel] momento della storia nazionale»; l’altro, la «ripresa e [il] potenziamento della tradizione bolognese con particolare riguardo alle esigenze [maggiormente] pressanti di certe quote della popolazione cittadina, più esposte al pericolo di non poter avere con quella tradizione e con la sua ricchezza un contatto costante e sempre più formativo (in specie gli abitanti delle nuove zone periferiche e agli immigrati in città dalla campagna o da altre regioni)»[16]. L’impostazione della DC, quindi, muoveva in primis dal convincimento della necessità dell’autonomia effettiva delle comunità locali, aspetto che era d’altronde intrinseco alla concezione cristiana della società e dello Stato. Dossetti e il suo gruppo rivendicavano pertanto la capacità di elaborare quella visione anticipatrice della realtà che le giunte Dozza non erano state in grado di offrire a Bologna. All’inizio dell’auspicato cammino di rigenerazione di un’unità cosciente di tutti gli abitanti intorno ad alcune mete oggettive, concrete e immediate, conformi alla vocazione più originale della città, si rendeva necessario, secondo la lista democristiana, provvedere ad una ricomposizione pacifica della collettività felsinea, in quanto le Amministrazioni del recente passato avevano concorso a generare una distensione più apparente che reale, una calma esteriore che non persuadeva sino in fondo e non dava fiducia né all’interno né all’esterno di Bologna; quest’ultima, viceversa, aveva urgente bisogno di poter contare su una coesistenza tra cittadini che fosse improntata alla solidarietà costruttiva. Per addivenire a tale condizione, il Libro bianco indicava l’esigenza di superare la stessa nozione di «comunità», per abbracciare una dimensione più responsabilizzante ed includente di «consorzio», all’interno del quale ognuno era chiamato a contribuire secondo la propria soggettività, cioè secondo le proprie facoltà e sostanze[17].
Dossetti e il suo gruppo si spingevano oltre: il loro obiettivo di rianimare il volto spirituale della collettività felsinea[18], esaltandone i valori storici, culturali e umani di vita associata, sedimentata nei secoli e nel suo tessuto profondo, implicava anche il superamento della dialettica tra laicismo e clericalismo, così da assicurare un libero scambio culturale ed etico teso alla conquista di nuove verità in ordine ai rapporti tra religione e politica, tra società ecclesiastica e società civile. Nel Libro bianco, Bologna veniva individuata come l’unica città italiana in cui gli amministratori fossero potenzialmente capaci di trasformarsi in vessilliferi di un pensiero laico non anticlericale. La sua storia rendeva ciò possibile, secondo la lista democristiana: dopo una lunga esperienza guelfa, la comunità felsinea era stata protagonista di un vigoroso, ma in fondo misurato, affrancamento da ogni soggezione temporale della Chiesa; e vi era riuscita con una tale energia e pienezza da non svilupparne alcuna particolare acredine anticlericale. Quindi, come veniva argomentato nel Libro bianco, allorché i comunisti agitavano lo spauracchio di una regressione “papista”, essi erano ben lungi dal servire la verità: anzi, dimostravano una volta di più la loro estraneità al flusso vivo delle tradizioni di Bologna, nonché la duplice inadeguatezza a farsi portatori del nuovo e ad essere autentici educatori del popolo[19].
Partendo dalla convinzione che non esistesse altra città a tal punto immunizzata contro qualsivoglia deriva clericale e, allo stesso tempo, distante dalle inclinazioni più settarie del laicismo, la DC s’impegnava, qualora avesse vinto le elezioni, a valorizzare nella vita politica e culturale le energie più vitali presenti nella comunità felsinea, facendo incontrare – su un piano di rispetto e di comprensione reciproca – gli esponenti delle più diverse tendenze della cultura contemporanea (inclusi i cristiani di buona fede), al pari di quanto era del resto accaduto nei momenti più gloriosi della storia di Bologna, sia nell’ambito strettamente accademico sia al di fuori di esso, in circoli e associazioni.
3. Il decentramento amministrativo, i quartieri e le Consulte
Come si è appena mostrato, il Libro bianco contemplava diversi aspetti riconducibili ad una progettualità più alta di quella che ci si sarebbe attesi da un semplice programma elettorale amministrativo. Naturalmente, quivi non mancava l’illustrazione degli strumenti precisi e concreti che la DC reputava utili a ridestare Bologna, donandole la capacità di svilupparsi secondo una regia esperta ed oculata, attenta a non riproporre ingiustizie e divisioni di classe. A questo fine, in primis, si pensava di dar vita a quartieri organici per composizione e per servizi, tali da favorire il contributo dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione. Decentrando gli uffici comunali e i luoghi ricreativi, il programma democristiano puntava a valorizzare l’attitudine delle periferie di essere comunità, anche attraverso l’accoglienza degli immigrati e dei nuovi residenti, secondo un percorso che li portasse a conoscenza dei propri diritti e doveri.
Allo scopo di rendere reale la partecipazione pubblica dei Bolognesi, gli estensori del Libro bianco ponevano in risalto che conoscere era sì necessario, ma non sufficiente: dopo essere entrati in possesso delle informazioni e dei dati inerenti alla situazione della comunità, i cittadini dovevano poter diventare protagonisti effettivi del momento della decisione. Intorno a quest’ultimo, la DC s’impegnava a «promuovere e sviluppare un modo di scelta e di deliberazione da parte dell’Amministrazione che, senza snaturare i principi e le strutture cardine dell’ordinamento giuridico italiano e della legislazione in materia, ma anzi realizzando già alcune potenzialità espresse dalla legislazione comunale [...] [,] consent[isse] la più larga e viva partecipazione possibile a tutti i cittadini, considerati nelle articolazioni organiche della città»[20]. Ben diversamente, secondo il Libro bianco, si era comportata negli anni precedenti la maggioranza social-comunista a Palazzo d’Accursio: allo scopo d’incoraggiare questa collaborazione attiva dei Bolognesi al governo della cosa pubblica, infatti, le giunte Dozza avevano cercato d’istituire strumenti riconducibili a modelli del tutto estranei alla tradizione spirituale e all’ordinamento giuridico della città. La DC stigmatizzava la natura prettamente ideologica e i risvolti propagandistici di questi tentativi di riforma, mettendo altresì in risalto la pericolosità dell’atteggiamento del PCI felsineo, i cui dirigenti solevano lamentarsi con veemenza e protervia allorché incontravano ostacoli di natura giuridica sul cammino di quella essi chiamavano la «democratizzazione» della vita collettiva; alla luce di ciò, Dozza e i suoi sodali venivano accusati di star coinvolgendo una porzione cospicua di elettori in un’eversiva lotta contro i poteri costituiti.
La lista democristiana, invece, come credeva che potesse realizzarsi un’effettiva collaborazione solidale tra i cittadini sia nella fase della conoscenza della realtà sia nel momento della decisione? Sulla base dei rapporti già esistenti tra i Bolognesi, nella convinzione che l’intera massa della cittadinanza si muovesse prevalentemente secondo articolazioni organiche e fondanti una comunione autentica di interessi, di esigenze e di aspirazioni. In questo senso, a giudizio della DC, di grande aiuto sarebbe stata – si è in precedenza accennato – l’articolazione della città in quartieri organici; nulla a che vedere, comunque, coi tentativi del PCI di raggruppare gli abitanti in vista di una loro partecipazione attiva all’opera del governo della civica municipalità, manovre che – secondo gli autori del Libro bianco – erano riuscite a dar vita solo ad aggregati instabili in sede di propaganda e di attivismo di partito, privi com’erano di un fondamento solido di rapporti reali.
Dossetti e il suo gruppo s’impegnavano dunque a provvedere, se avessero ottenuto la maggioranza relativa dei voti, al riassetto urbanistico e sociale della città per quartieri organici. Era loro intenzione, una volta sorti questi ultimi, «far precedere le più importanti scelte amministrative da una reale e sistematica consultazione dei cittadini, specialmente attraverso questa via: per ciascun quartiere, e a partire da quelli più periferici e per i quali possibilità ed esigenze appa[rivano] maggiori, il Comune [avrebbe dovuto] promuovere l’incontro periodico e il coordinamento di [e]nti, associazioni, istituzioni e privati cittadini che intend[essero] e sap[essero] collaborare, ai fini della conoscenza e del miglioramento della vita del loro quartiere»[21]. A tale pro, si riteneva opportuno che la nuova Amministrazione incoraggiasse lo sviluppo di vere e proprie Consulte di quartiere, costituite di enti, associazioni e gruppi privati operanti in loco ai fini del bene civico, oltre che di semplici cittadini interessati. Sarebbero così svaniti, nella visione degli estensori del Libro bianco, sia l’anonimato del singolo indistinguibile nella massa sia il malcostume dei favoritismi nei confronti di pochi, a beneficio di una collaborazione differenziata e diretta cui tutti gli abitanti di Bologna sarebbero stati in grado di accedere.
Il primo banco di prova delle Consulte avrebbe dovuto essere l’inchiesta sociale che la lista democristiana – come detto – aveva previsto di avviare tre mesi dopo l’eventuale insediamento di Dossetti a sindaco: esse, infatti, di concerto con gli uffici e i centri comunali decentrati, sarebbero state incaricate di raccogliere localmente le informazioni necessarie alla grande inchiesta sociologica, ed avrebbero concorso alla periodica revisione di quei risultati ai fini dell’elaborazione del programma preventivo annuo municipale, nonché dell’esecuzione dello stesso. Il Libro bianco scendeva nei dettagli, proponendo la costituzione in ciascun quartiere di almeno quattro Consulte, identificabili in base agli specifici problemi e settori di competenza: la Consulta per l’assistenza; la Consulta per opere pubbliche comunali, di polizia urbana, igiene e sanità; la Consulta giovanile; la Consulta per l’educazione e la ricreazione popolare.
La DC era convinta che lo sviluppo della città attraverso i quartieri non avrebbe potuto avvenire in modo equilibrato, se le riforme programmatiche avessero riguardato esclusivamente le Consulte. Per questo, s’impegnava, in caso di vittoria elettorale, a disporre nel semestre successivo al giorno delle votazioni il decentramento organizzativo degli uffici comunali più a contatto col pubblico e il coordinamento delle iniziative civiche con quelle private o di associazioni a livello locale. Il tutto, anche in questo caso, allo scopo di pervenire ad una collaborazione che favorisse una maggiore omogeneità di ogni singolo quartiere, e preparasse iniziative più ampie e dirette di partecipazione democratica dei cittadini all’opera del Comune. Di qui, necessariamente, la tendenziale sostituzione dei rapporti di prestigio e delle relazioni burocratiche di carattere formale non solo con una volontà comune di servizio nei riguardi dei residenti di un quartiere, ma anche con una serie di rapporti personali di stima e di fiducia reciproca tra dirigenti locali di associazioni ed enti, e impiegati comunali decentrati in quella zona; questo, sempre nel rispetto delle distinzioni ideologiche e delle diverse finalità dei vari organismi associativi e dei privati cittadini coinvolti.
La DC considerava di grande importanza la funzione che i quartieri avrebbero potuto esercitare nell’opera di risveglio dell’interesse per la cultura e per l’arte; donde, proponeva di varare una commissione municipale, dotata di segreteria permanente e di fondi adeguati, allo scopo di «coordinare e sollecitare sodalizi ed enti culturali, artistici, ricreativi e spirituali, sì da favorire la revisione e l’ampliamento della loro attività in funzione di una più larga comunicazione dei valori della tradizione bolognese al di là del centro storico, e degli abitanti di origine bolognese, a tutti i cittadini, di tutti i gruppi sociali e di tutte le zone della città»[22]. Perciò, secondo il Libro bianco, all’Amministrazione civica si sarebbe dovuto attribuire, in tale contesto, il duplice compito d’organizzare nei quartieri attività di questa natura e d’incoraggiarne di altrui (di privati, di associazioni, di enti ecc.), al fine di «accrescere occasioni di incontri tra i cittadini per interessi culturali, di ricreazione attiva e in genere di educazione popolare, durante il tempo libero che, col progresso sociale, tende ad aumentare»[23].
La lista democristiana reputava fosse un impegno prioritario del Comune occuparsi del settore di attività detto di «educazione popolare». In questa categoria, rientravano tutte quelle iniziative culturali e formative organizzate fuori degli ambiti scolastico e lavorativo che erano dirette all’arricchimento della personalità dei singoli, così da rendere la loro vita più varia e piena, anche in vista di una partecipazione davvero attiva e sensibile di ciascun cittadino allo sviluppo civile.
Il Libro bianco individuava cinque distinti tipi di proposta di carattere culturale, artistico e ricreativo che avrebbero potuto essere proficuamente offerti alla cittadinanza bolognese su scala periferica, grazie al concorso di Amministrazione civica e Consulte: «[c]entri di lettura con biblioteche popolari ed annesso centro di ritrovo di quartiere»[24]; «[a]ttività di ricreazione e di stimolo culturale mediante il cinema e la televisione»[25]; «[a]ttività teatrali, musicali e feste di quartiere»[26]; «[c]orsi e conferenze per adulti su argomenti richiesti dal pubblico e con i moderni metodi delle attività per l’educazione degli adulti promosse e finanziate dal Ministero della Pubblica Istruzione»[27]; «[v]alorizzazione, anzitutto mediante la più larga conoscenza da parte dei cittadini, delle bellezze monumentali e naturali di Bologna, delle tradizioni storiche incorporate nell’assetto urbanistico, dei depositi culturali (palazzi, musei, pinacoteche, biblioteche, chiese) esistenti»[28]. Tali iniziative avrebbero dovuto mirare non tanto a dar corpo ad opere nuove, quanto piuttosto a valorizzare le attrezzature e i beni esistenti, e a concepire forme più oculate di coordinamento e di distribuzione di fondi sia alle varie associazioni ricreative, culturali, sportive, corali e musicali, sia a determinate manifestazioni cittadine (mostre di pittura, spettacoli teatrali, concerti ecc.).
4. I rapporti con l’Università, il Piano Regolatore e il Bilancio
Nel Libro bianco, Dossetti e il suo gruppo considerarono necessario soffermarsi approfonditamente sul rapporto tra Bologna e la sua Università, un legame che «la storia e la stessa realtà sociale cittadina qualifica[vano] come fondamentale»[29]; ciò, «non solo e non tanto per l’importanza economica di un così insigne centro di cultura (che richiama[va] studenti da tutte le parti d’Italia e si pone[va] [...] tra le maggiori imprese cittadine) ma per la più profonda sostanziale connessione della vita universitaria con la città di Bologna, con la formazione delle sue correnti culturali e delle sue classi dirigenti»[30]. A dispetto del non secondario ruolo rivestito dall’Ateneo in seno alla collettività felsinea, le amministrazioni Dozza – secondo il giudizio della DC – non avevano saputo esprimere politiche lucide ed organiche, limitandosi sovente a ridurre il Comune a semplice finanziatore interessato esclusivamente ad elargire generosi donativi per scopi singoli. Viceversa, il Libro bianco prometteva che, in caso d’insediamento di Dossetti a sindaco, sarebbero state tempestivamente approntate tanto «un’opera di stimolo e di coordinamento tra imprese economiche e le facoltà ed istituti scientifici in grado di svolgere assistenza tecnica e sperimentazioni per l’industria cittadina» quanto «un’azione analoga tra attività culturali cittadine e Università, per le facoltà così dette umanistiche»[31]; inoltre, non si sarebbe trascurato d’incoraggiare, insieme con l’intervento dello Stato, la liberalità dei privati verso obiettivi idonei a catalizzare l’attenzione specifica dei Bolognesi più abbienti. Per sviluppare i rapporti tra Comune e Ateneo, la DC prendeva nel dettaglio i seguenti sei impegni con la cittadinanza felsinea: 1) avrebbe elargito «[u]n cospicuo contributo comunale pluriennale» e sollecitato la «munificenza di cittadini e di associazioni, per la istituzione di un Centro biologico per lo studio dei tumori, tenuto conto della grave e crescente incidenza che, anche a Bologna, [avevano] i tumori come causa di morte»[32]; 2) avrebbe costituito, «[i]n riferimento al programma di sviluppo economico industriale, con particolare interesse per una razionalizzazione della produzione artigiana [...], un Centro di assistenza tecnica ed amministrativa, con capitali parte di [i]stituti di [c]redito cittadini, parte di imprese e parte del Comune, al fine di garantire da un lato il pieno impiego delle competenze e il miglioramento delle attrezzature universitarie e dall’altro un complesso di servizi altamente qualificati e moderni a servizio anche della piccola industria e delle attività commerciali»[33]; 3) avrebbe fatto pressione perché all’Ateneo venisse garantito un flusso continuo di fondi ministeriali; 4) avrebbe promosso «iniziative di educazione popolare con il concorso di docenti universitari, specie delle [f]acoltà umanistiche»[34]; 5) avrebbe favorito «l’avvio professionale, anche attraverso il Centro di assistenza tecnico-amministrativa», di quei «neo-laureati che lo richied[essero], specie dei migliori»[35]; 6) avrebbe messo allo studio un’equilibrata riforma delle modalità di finanziamento dell’Ateneo da parte del Comune.
Dossetti e il suo gruppo erano persuasi che, realizzando senz’esitazione questi punti programmatici, la città felsinea sarebbe stata verosimilmente in grado di recuperare il tempo che era stato perduto a causa di quella che veniva considerata l’imbarazzante inettitudine delle Amministrazioni social-comuniste nell’attuare il coordinamento delle politiche a favore delle istituzioni universitarie.
Una questione trattata con grande ampiezza nelle pagine del Libro bianco era quella concernente il Piano Regolatore. Secondo la DC, urgeva mettere allo studio una gamma di disposizioni mirate a disciplinare con efficacia l’espansione urbanistica di Bologna. Tale sviluppo sarebbe dovuto avvenire in maniera organica, permettendo uno sviluppo della città che fosse omogeneo al suo passato. La lista democristiana accusò le giunte Dozza di essere state anche in questo campo tutt’altro che all’altezza delle sfide degli anni della ricostruzione; e quella loro lacunosissima visione generale di Bologna, unita ad una certa carenza di energia nell’esecuzione delle politiche municipali e a non pochi episodi di favoritismo a scopi propagandistici, era arrivata a far perdere al Comune il controllo sulle periferie in via di espansione e finanche sul centro storico, il quale era rapidamente arrivato a contare oltre 300.000 abitanti, pur essendo stato costruito per 60.000. Il Libro bianco analizzava da diversi punti di vista la natura e gli esiti della recente e profondissima trasformazione urbanistica della città felsinea maldestramente regolamentata negli ultimi anni, non mancando di metterne in luce le conseguenze nefaste sulla qualità dei rapporti interpersonali tra i cittadini e sulla conservazione dello spirito civico in seno al corpo sociale.
A differenza di quanto era avvenuto nel recente passato, allorché le Amministrazioni social-comuniste avevano palesato una grave incapacità di elaborare ben definite idee direttrici e una propria sintesi e prospettiva organica sul futuro di Bologna, lasciando ai tecnici l’onere di un compromesso empirico, la DC s’impegnava, in caso di vittoria elettorale, a garantire un intervento attivo e anticipatore degli organi comunali, affinché lo sviluppo della città servisse non all’arbitrio individualistico, ma all’interesse generale. A questo scopo, Dossetti e il suo gruppo erano favorevoli all’approvazione di un organico Piano Regolatore comunale, lo strumento primario per dar forza di legge all’orientamento e alla disciplina dell’espansione edilizia e stradale cittadina.
Su questi argomenti, la polemica democristiana contro le ultime Giunte era particolarmente dura e circostanziata. Innanzitutto, invece di avviare lo studio del nuovo Piano Regolatore già nel 1945, come sarebbe stato opportuno, gli amministratori vi avevano posto mano solo sette anni dopo, lasciando così troppo a lungo campo libero allo sviluppo disordinato e casuale della città; inoltre, il Piano Regolatore, approvato pochi mesi prima dal Consiglio comunale, risultava tutt’altro che preciso e sistematico, ed appariva – anzi – traboccante di errori, oltre che privo del necessario respiro regionale e – addirittura – «di alcuni punti fermi quali la previsione non equivoca né sommaria dei limiti di espansione e di densità demografica della città»[36]. Di conseguenza, secondo il Libro bianco, si trattava di un «amalgama mal riuscito di tesi particolaristiche», «non [di una] sintesi unitaria, frutto di una superiore visione amministrativa, culturale, economica e sociale dei destini di Bologna»[37].
In caso d’insediamento, l’amministrazione Dossetti avrebbe in tempi ragionevoli configurato un vero progetto di città in espansione, capace di fare salve le esigenze primarie della comunità urbana, intesa quale sviluppo di istituzioni, teatro dell’agire sociale e simbolo estetico di unità collettiva oltre che plesso geografico ed organizzazione economica. Alla luce della situazione venutasi a creare per quella che riteneva l’imperizia e la svogliatezza delle Giunte social-comuniste, la DC non aveva dubbi: sarebbe occorso mettere allo studio una revisione radicale del Piano Regolatore che scaturisse da una consultazione di base, da un’approfondita discussione e da un’intelligente applicazione dell’Esecutivo, in modo che non venissero soffocate le correnti di sviluppo sociale cittadino e, allo stesso tempo, che fossero tenute in adeguato conto le richieste dei Bolognesi abitanti nelle diverse zone del territorio comunale. Per iniziare a concepire una riforma organica di questo capitale documento, nel Libro bianco venivano riportate le seguenti indicazioni programmatiche di massima:
1) identificazione della zona storico-artistica monumentale e definizione delle relative norme di protezione;
2) riordino delle attuali zone periferiche allo scopo di dare loro una più definita individuazione e autonomia di servizi primari (piazza con mercato coperto, giardino, chiesa, campo sportivo, uffici comunali);
3) protezione delle aree verdi poste ai margini dell’attuale aggregato urbano, e costituzione di zone verdi proporzionate all’effettiva necessità della popolazione anche entro l’area dei quartieri [...] che ne [erano] sprovvisti;
4) la creazione, specie nelle aree destinate all’edilizia popolare sovvenzionata, debitamente integrata dall’iniziativa del ceto medio, di quartieri organici e non di città satelliti, che riempi[ssero] i vuoti tra le punte massime di espansione dell’edilizia privata ed evit[assero] concretamente una irrazionale e ulteriore massiccia espansione a macchia d’olio;
5) maggiori aree ad uso industriale, in considerazione delle possibilità espansive dei settori dell’industria (con la possibilità di formazione di un villaggio per la piccola industria e per l’artigianato [...]);
6) studio del raccordo tra le arterie di traffico, specie tra quella di scorrimento e le nuove autostrade nazionali[38].
Allo scopo di provvedere all’applicazione del Piano Regolatore, il Libro bianco impegnava l’amministrazione Dossetti, qualora fosse entrata in carica, a mettere allo studio nel primo semestre un Piano quadriennale di opere pubbliche, riguardante «edifici civici, scuole, asili, [c]ase comunali di quartiere, strade, parchi, giardini e campi di gioco, mercati coperti, case popolari per il risanamento del vecchio centro civico, fogne ed allacciamenti del gas, dell’acquedotto, della illuminazione, dei servizi auto-filo-tramviari»[39]. Nell’ambito di quel Piano quadriennale, sarebbe stato necessario definire precise linee-guida del processo di recupero del centro urbano. Perché tale risanamento potesse completarsi, il Libro bianco considerava opportuno percorrere la strada delle trattative fra il Comune, i consorzi obbligatori di proprietari e gli enti di edilizia popolare convenzionata. In sede di Piani particolareggiati di attuazione, la lista democristiana prometteva d’approntare un progetto urbanistico e finanziario per la ristrutturazione graduale del centro cittadino, dosando negli anni l’operazione e attribuendo la priorità ai consorzi costituitisi nei punti nevralgici della città, in modo da attuare armonicamente il Piano Regolatore e in seguito bonificare con questo sistema le zone più malsane; la giunta Dossetti avrebbe altresì garantito un nuovo decoroso e sano alloggio popolare agli inquilini non abbienti degli stabili meno igienici da ricostruire.
Parecchie, e non poteva essere diversamente, erano le pagine che il Libro bianco dedicava al Bilancio della città di Bologna. In estrema sintesi[40], la DC puntava a consolidarne un saldo attivo, così da riuscire senza affanni a pagare le quote d’ammortamento dei mutui da destinarsi ad opere che fossero nel pieno senso della parola incrementi della sostanza patrimoniale del Comune. Ogni aumento di quest’ultima attraverso debiti avrebbe dovuto essere graduata nel tempo e rispondere a rigorosi criteri di priorità, proporzionando a tale politica l’attrezzatura degli uffici municipali. La lista democristiana prendeva l’impegno, in caso di vittoria elettorale, di far ricorso al bilancio straordinario solo per finanziare una politica anticongiunturale e di sviluppo della città, evitando che venissero autorizzati mutui a copertura di deficit; la promessa era pertanto quella di differenziarsi nettamente dal tipo di gestione amministrativa del PCI, che in anni recenti non aveva esitato a servirsi di denaro pubblico per scopi meramente elettoralistici.
5. Dossetti consigliere comunale a Bologna
Quelli precedentemente esposti erano i cardini del progetto dossettiano volto a disegnare il profilo di una città incamminata verso uno sviluppo organico che fosse sensibile al tema della giustizia sociale, che non riproducesse le divisioni di classe, che promuovesse la mutua collaborazione tra i cittadini e che garantisse il pluralismo. Si sarà di certo rilevato che alcune delle proposte contenute nel Libro bianco apparivano del tutto inedite e assai avanzate per l’epoca. Non di rado, esse furono fatte proprie dalle successive Amministrazioni social-comuniste di Bologna, come stanno per esempio a dimostrare le idee di quartiere inteso come partizione territoriale della città ove dar vita ad un’autentica “democrazia dal basso” e di piano razionale di riassetto qualitativo della politica urbanistica (cura del centro storico, tutela della collina, viabilità di maggior respiro tra zone periferiche in via di sviluppo ecc.)[41].
Gli elettori non premiarono tuttavia la proposta politica dossettiana, optando per la continuità: il 27 maggio 1956, infatti, il PCI vinse con larga messe di voti e il sindaco Dozza venne confermato. Molto buono, comunque, fu il risultato della DC, la quale ottenne il 27,73% dei consensi, una percentuale che alle consultazioni amministrative felsinee questo partito non era mai stato in grado di raggiungere fino ad allora e che non avrebbe più toccato in seguito[42].
Un mese dopo il giorno della sconfitta elettorale, Dossetti iniziò la sua “avventura” fra gli scranni del Consiglio comunale di Palazzo d’Accursio[43], mettendosi in luce come il più lungimirante e determinato oppositore del modello della “città rossa”, che egli considerava – come si è visto nel Libro bianco – pericolosamente incline al compromesso con gli interessi di certa borghesia trasformistica e poco aperto alle ragioni del pluralismo e della partecipazione sociale. Oltre che nella semplice attività amministrativa e nella denuncia del comunismo in “salsa emiliana”, l’ex costituente si distinse anche per nette prese di posizione intorno ad alcuni importanti nodi della politica internazionale del tempo[44]. A quest’ultimo proposito, memorabili furono soprattutto le argomentazioni che, nell’ambito di appassionati discorsi, egli dedicò nell’autunno 1956 ai gravissimi fatti che stavano allora accadendo in Egitto e in Ungheria[45]. Secondo il consigliere democristiano, gli eventi che erano seguiti alla nazionalizzazione da parte del presidente egiziano Gamāl ’Abd al-Nāṣer della compagnia che gestiva il canale di Suez (atto risalente al 26 luglio), dimostravano senz’ombra di dubbio l’intima crisi del mondo occidentale che, rimasto privo di guida spirituale e politica, si trovava ormai in balìa di un sistema economico carente a livello morale, sociale e culturale. A suo avviso, poi, la cruenta repressione di cui si era resa protagonista l’Armata Rossa all’inizio di novembre nei confronti della rivolta anti-sovietica scoppiata alcuni giorni prima in terra magiara, insurrezione che aveva clamorosamente portato l’Ungheria ad uscire dal Patto di Varsavia, stava a preannunciare il prossimo tramonto del comunismo reale.
Dopo venti mesi d’impegno alacre a Palazzo d’Accursio, il 29 marzo 1958 Dossetti si dimise dalla carica di consigliere[46], uscendo definitivamente dalla scena pubblica per fare il suo ingresso in seminario (avrebbe pronunciato i voti sacerdotali già il 6 gennaio 1959) e ritirarsi all’interno della comunità monastica da lui fondata, la Piccola Famiglia dell’Annunziata[47].
Note
* Si ringrazia Luigi Giorgi per avere letto con grande attenzione e discusso con rara competenza una prima versione del presente contributo.
[1] Dossetti fondò il quindicinale «Cronache sociali» nel maggio 1947, affidandone la direzione a Giuseppe Glisenti. Su quest’importante pubblicazione politico-culturale, cessata nell’ottobre 1951, cfr. soprattutto Paolo Pombeni, Le «Cronache sociali» di Dossetti (1947-1951). Geografia di un movimento di opinione, Firenze, Vallecchi, 1976; ma vedi anche Mario Tesini, Oltre la città rossa. L’alternativa mancata di Dossetti a Bologna (1956-1958), Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 41-53. A sessant’anni esatti dalla nascita della rivista, furono proposte ai lettori due distinte riproduzioni anastatiche di tutti i suoi fascicoli: Le «Cronache sociali» di Giuseppe Dossetti (1947-1951). La giovane sinistra cattolica e la rifondazione della democrazia italiana, 3 voll., intr. di Walter Veltroni, Reggio Emilia, Diabasis, 2007; Cronache sociali. 1947-1951, con suppll. (di Dossetti, Giorgio La Pira ed Emmanuel Suhard) e DVD (versione digitale dei numeri della rivista, di Michele Ciuffreda), 2 voll., a cura di Alberto Melloni, Bologna, Istituto per le scienze religiose, 2007. Si segnala, inoltre, il volume Le «Cronache sociali» di Giuseppe Dossetti (1947-1951). La giovane sinistra cattolica e la rifondazione della democrazia italiana, antologia a cura di Luigi Giorgi, saggio intr. di Paolo Pombeni, Reggio Emilia, Diabasis, 2007.
[2] L’allontanamento dell’ex costituente dalla scena pubblica non fu istantaneo, ma durò quasi un anno: anticipato durante i due incontri organizzati nell’estate 1951 nel castello di Rossena, sull’Appennino reggiano (4-5 agosto e 30 agosto - 2 settembre), nell’ambito dei quali venne sancita la fine della “corrente” dossettiana, si perfezionò nell’autunno seguente con l’uscita dalla direzione del partito (discussa nella seduta dell’8 ottobre del Consiglio nazionale della DC) e si concluse con la lettera di dimissioni da deputato che egli consegnò il 12 luglio 1952 nelle mani del presidente della Camera, Giovanni Gronchi, una decisione che l’interessato confermò sei giorni dopo.
[3] Il 4 settembre 1952 Dossetti incontrò il cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna dal 22 giugno, per esporgli la propria idea di aprire un istituto di ricerca di laici, libero da legami universitari, unito da un vincolo di fede e preghiera; il giorno 7, su interessamento dell’onorevole Angelo Salizzoni, vennero presi in locazione tre ambienti di un edificio in via San Vitale (al numero 114, in uno stabile dove trovavano singolarmente sede anche sezioni delle ACLI, del PSI e del PCI) e Dossetti, insieme con alcuni collaboratori, vi si trasferirì e cominciò ad organizzare senza requie il Centro di documentazione, la cui attività prese formalmente il via il 1° aprile 1953. Sui motivi che spinsero Dossetti a fondarlo e sui primi anni di vita di quest’istituzione, cfr. Daniele Menozzi, Le origini del Centro di documentazione (1952-1956), in Angelina e Giuseppe Alberigo (a cura di), “Con tutte le tue forze”. I nodi della fede cristiana oggi. Omaggio a Giuseppe Dossetti, Genova, Marietti, 1993, pp. 333-369; Paolo Prodi, Crisi epocale e abbandono dell’impegno politico. Riflessioni di Giuseppe Dossetti nei ricordi dei primi anni ’50, «Rivista di storia del cristianesimo», a. I (2004), fasc. 2, pp. 441-466. Utile è anche Giuseppe Alberigo (a cura di), L’«officina bolognese» 1953-2003, Bologna, EDB, 2004, un volume che raccoglie testimonianze e altro materiale riguardanti il primo mezzo secolo di attività del Centro, il quale nel 1960 assunse la denominazione di Istituto per le scienze religiose e fu poco dopo coinvolto in un ininterrotto fiancheggiamento dei lavori del Concilio Vaticano II (come si può rilevare, tra l’altro, sullo sfondo dell’amplissimo saggio che Alberigo dedicò anni fa al ruolo di Dossetti, ormai monaco [cfr. l’explicit del presente articolo], nel corso dei dibattiti conciliari: Giuseppe Alberigo, Giuseppe Dossetti al Concilio Vaticano II, in Giuseppe Dossetti, Per una «chiesa eucaristica». Rilettura della portata dottrinale della Costituzione liturgica del Vaticano II. Lezioni del 1965, a cura di Giuseppe Alberigo e Giuseppe Ruggieri, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 139-247 [poi, con lo stesso titolo, nella raccolta di saggi già pubblicati Transizione epocale. Studi sul Concilio Vaticano II, a cura di Alberto Melloni, pref. di Karl Lehmann, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 393-502]).
[4] A proposito del leader del PCI bolognese, alla guida della civica municipalità ininterrottamente dal 1945 al 1966, cfr. soprattutto Luisa Lama, Giuseppe Dozza. Storia di un sindaco comunista, Reggio Emilia, Aliberti, 2007. Ma si vedano anche: Aa.Vv., Giuseppe Dozza a dieci anni dalla morte. Dalla lotta antifascista al governo delle sinistre, Atti del Convegno (Bologna, 15-16 dicembre 1984), Bologna, Comune di Bologna, 1985; Luigi Arbizzani, Giuseppe Dozza, in Walter Tega (a cura di), Storia illustrata di Bologna, 8 voll., Milano, AIEP (vol. I) e Nuova Editoriale Aiep (voll. II-VIII), 1987-1991, vol. V (Bologna contemporanea: gli anni della democrazia, 1990), pp. 61-80; Andrea Fontana, I sindaci di Bologna. 7 primi cittadini da Dozza a Cofferati, immagini di Walter Breveglieri e Paolo Ferrari, Bologna, Minerva, 2009, cap. I (Giuseppe Dozza. 1945-1966, pp. 19-45). Cfr., inoltre, «Bologna. Documenti del Comune», a. VI (1975), fasc. 9 (n. monogr.: Giuseppe Dozza a un anno dalla morte, a cura di Luigi Arbizzani e Sergio Soglia; si tratta di una raccolta di documenti di varia natura riguardanti la vita dell’esponente politico); Il fondo Giuseppe Dozza, repertorio del fondo a cura di Virginia Sangiorgi e Paola Zigatti, pref. di Gian Mario Anselmi, saggi di Luca Baldissara e Tiziano Ravagnani, collab. di Luigi Arbizzani, Bologna, Il Nove, 1994 (il fondo in oggetto è conservato presso l’Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Bologna). Molto utile – anche per inquadrare e approfondire le argomentazioni da noi svolte a testo – è infine Luca Baldissara, Per una città più bella e più grande. Il governo municipale di Bologna negli anni della ricostruzione (1945-1956), Bologna, Il Mulino, 1994. Del «sindaco della ricostruzione» esiste una raccolta di testi: Giuseppe Dozza, Il buon governo e la rinascita della città. Scritti 1945-1966, saggi intrr. di Walter Tega, Luciano Bergonzini e Luigi Arbizzani, Bologna, Cappelli, 1987.
[5] Sulla scelta della DC felsinea e dell’arcivescovo di puntare sul «professorino» di Cavriago, cfr. M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., specie la seconda metà del cap. I (La genesi della candidatura di Dossetti, pp. 11-32: 20-32) e l’intero cap. III (Il «ritorno» di Dossetti e l’avvio del confronto elettorale, pp. 63-114); Achille Ardigò, Giuseppe Dossetti e il Libro bianco su Bologna, Bologna, EDB, 2003 (questo volume contiene una riproduzione parziale del Libro bianco e, in appendice, tre brevi «contributi alla riflessione», firmati – rispettivamente – da Luigi Bettazzi, Giovanni Nervo e Pierluigi Castagnetti), cap. II (Giuseppe Dossetti si candida a sindaco di Bologna nel 1956 per sollecitazione del card. Lercaro, pp. 17-28). A dispetto di ciò che è usuale rinvenire non soltanto nelle semplificazioni giornalistiche, ma pure negli studi di ieri e di oggi dedicati alla ricostruzione di quel momento storico, non fu il cardinal Lercaro a concepire per primo l’idea d’interpellare Dossetti: «L’iniziativa – è stato autorevolmente scritto – nacque [...] all’interno della Democrazia [C]ristiana, ed in particolar modo negli ambienti del comitato cittadino del partito, dove ricoprivano incarichi di responsabilità uomini in qualche modo “orfani” del dossettismo, anche se, per ragioni generazionali, non tutti ne avevano vissuto l’intensa stagione politica» (M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., pp. 23-24). Sembra che i primi a pensare a questa candidatura fossero stati l’onorevole Angelo Salizzoni, Ferdinando Felicori (come accennato a testo, presidente della DC felsinea), Giancarlo Tesini (come detto, segretario), Giordano Marchiani (vice-segretario) e alcuni iscritti a loro vicini. Molto probabilmente, fu proprio Salizzoni a discutere di quest’ipotesi con l’arcivescovo (Ardigò è certo che le cose siano andate così: cfr. Achille Ardigò, Profezia e realtà del Libro Bianco [sic: nella forma originale del titolo, non c’è differenziazione tra parole in corsivo e parole in tondo], in Aa.Vv., Decentramento e partecipazione civica, Atti del Convegno [Bologna, 17-18 dicembre 1976], con estratti dal Libro bianco in appendice, Roma, Cinque Lune, 1978, pp. 7-19: 9). È appurato che il 30 settembre 1955, nel corso di un lungo incontro, Lercaro propose la candidatura a Dossetti, e che questi avanzò alcune obiezioni; ugualmente, il 17 ottobre il cardinale gli comunicò che aveva deciso di patrocinarla.
[6] Sull’esperienza politica di Dossetti fino al primo ritiro del 1952 e sulla cerchia di giovani intellettuali che intorno a lui gravitava, si rimanda soprattutto a Gianni Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La DC di De Gasperi e di Dossetti 1945/1954, 2 voll., Firenze, Vallecchi, 1974, vol. I, pp. 149 e ss. (passim), e vol. II, pp. 297 e ss. (passim); Paolo Pombeni, Il gruppo dossettiano e la fondazione della democrazia italiana (1938-1948), Bologna, Il Mulino, 1979; Id., Un riformatore cristiano nella ricostruzione della democrazia italiana. L’avventura politica di Giuseppe Dossetti 1943-1956, saggio intr. a Le «Cronache sociali» di Giuseppe Dossetti (1947-1951), cit., pp. 7-73; Giuseppe Trotta, Giuseppe Dossetti. La rivoluzione nello Stato, Firenze, Calmunia, 1996, pp. 171 e ss. (passim); Luigi Giorgi, Giuseppe Dossetti. Una vicenda politica 1943-1958, intr. di Giuseppe Trotta, pref. di Pierluigi Castagnetti, Milano, Scriptorium/Ikon, 2007 (seconda edizione, riveduta e notevolmente ampliata, di Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti. 1945-1956, intr. di Giuseppe Trotta, Cernusco sul Naviglio, Scriptorium/Ikon, 2003), capp. I-VI (pp. 17-368). Ma cfr. anche Paolo Pombeni, I dossettiani e la fondazione della Cassa per il Mezzogiorno, «Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli», a. VI (1982), n. 21, pp. 91-112; Guido Formigoni, Dossetti vicesegretario della DC (1950-1951). Tra riforma del partito e nuova statualità, «Il Margine», a. XVII (1997), fasc. 8-9 (n. monogr.: La «memoria pericolosa» di Giuseppe Dossetti, Atti del Seminario [Trento, 4-5 ottobre 1997]), pp. 38-59; Giovanni Tassani, Il vice-segretario intransigente. Giuseppe Dossetti e la DC: 1950-1951, dinamica di un distacco, «Nuova storia contemporanea», a. XI (2007), fasc. 5, pp. 55-86.
[7] Si veda Giuseppe Dossetti, Introduzione a Luciano Gherardi, Le querce di Monte Sole. Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno. 1898-1944, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. VII-LXVII: XLI. A proposito del concetto di abiti virtuosi, cfr. Paolo Marangon, La via di Dossetti: una strada impraticabile per la Chiesa, «Il Margine», a. XXV (2005), fasc. 7 (n. monogr.: La memoria sempre viva di Giuseppe Dossetti), pp. 10-20: 16-18; Paolo Prodi, Dossetti e dossettismo, in Id., Lessico per un’Italia civile, a cura di Piero Venturelli, Reggio Emilia, Diabasis, 2008, pp. 104-111: 107-108.
[8] La DC organizzò per il 19 marzo 1956 nella Sala Borsa, adiacente a quel Palazzo d’Accursio che era (ed è tuttora) sede della Giunta e del Consiglio comunale, una pubblica assemblea di tutti gli iscritti per ascoltare le proposte politico-amministrative dell’ex deputato reggiano; ad essa, aperta anche a quei cittadini che desiderassero parteciparvi, furono invitati i rappresentanti delle forze politiche e sociali di Bologna: complessivamente, affluirono all’incirca 1200 persone. I lavori dell’adunanza si conclusero con la presentazione di un ordine del giorno che approvava le dichiarazioni di Dossetti e conferiva mandato al comitato cittadino di procedere alla redazione del programma (che, in realtà, era in corso di stesura da tempo: cfr. nota 10) e alla scelta di candidati che dessero ferme garanzie all’elettorato di attuarlo. Gli iscritti si espressero – a scrutinio segreto – con 1042 «sì», 6 «no» e un voto nullo, e l’ex leader della Sinistra democristiana venne così proclamato ufficialmente capolista del partito per le votazioni comunali del 27 maggio seguente.
[9] Su tutti questi temi, cfr. i tre saggi introduttivi al «Libro bianco su Bologna». Giuseppe Dossetti e le elezioni amministrative del 1956, a cura di Gianni Boselli, Reggio Emilia, Diabasis, 2009 (d’ora in poi: LbB), la recente ristampa del programma elettorale democristiano: Luigi Pedrazzi (Per una città, con l’anima, pp. 13-29), Paolo Pombeni (Il 1956 di Giuseppe Dossetti, pp. 31-44) e Luigi Giorgi (Dossetti, Bologna e la cura della città, pp. 45-60). È poi indispensabile tenere presenti M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., capp. II (Le elezioni amministrative del 1956 e la situazione politica nazionale e internazionale, pp. 33-61), IV (La campagna elettorale: sfida e proposta del Libro bianco, pp. 115-139) e V (La campagna elettorale: le ragioni del conflitto politico, pp. 141-176); L. Giorgi, Giuseppe Dossetti, cit., cap. VII (L’esperienza amministrativa bolognese [1956-1958], pp. 369-459); L. Lama, Giuseppe Dozza, cit., cap. VI (La sfida, pp. 261-318). Tali questioni sono ben sintetizzate in Aa.Vv. [gruppo “Gli Eventi del XXI Secolo”], I quartieri e il decentramento. Bologna 1956-1975, pres. di Virginiangelo Marabini, Bologna, Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, 2004, cap. III (Le elezioni amministrative del 1956: dal sindaco Dozza al candidato “straniero”, pp. 26-36). Per meglio comprendere le pagine che seguono a testo, va sottolineata un’importante precisazione di Paolo Pombeni: «Secondo le leggi elettorali dell’epoca il sindaco non usciva dalle urne, ma veniva designato poi dal Consiglio comunale eletto in quell’occasione. Perciò, in senso proprio, le elezioni della primavera del 1956 non erano in grado di eleggere il sindaco di Bologna; ma tutti sapevano che il leader del partito vincente aveva un diritto quasi automatico a essere poi eletto dal Consiglio alla carica di sindaco. Per questo, le elezioni vennero presentate come una competizione per avere sindaco o il riconfermato Giuseppe Dozza o il leader della DC, se questa avesse guadagnato la maggioranza relativa» (P. Pombeni, Il 1956 di Giuseppe Dossetti, in LbB, p. 31, nota 1).
[10] Libro bianco su Bologna, Bologna, Democrazia Cristiana, 1956 (per la precisione, il volume fu stampato dalla S.p.A. Poligrafici Il Resto del Carlino nel maggio di quell’anno. In Profezia e realtà nel Libro Bianco, in Aa.Vv., Decentramento e partecipazione civica, cit., p. 7, si legge – invece – che il volume contenente il programma democristiano uscì «a fine marzo del ’56, ma [era] già [stato] anticipato in versioni popolari e diffuso per tutte le parti della città»; si tratta di un lapsus calami che l’autore del testo non ebbe evidentemente modo di correggere: gli Atti andarono in tipografia prima che alcuni dei relatori del Convegno felsineo – Ardigò incluso – potessero controllare il testo delle proprie comunicazioni). Un’ampia anticipazione del Libro bianco venne fatta da Dossetti nel corso dell’assemblea di presentazione del programma, svoltasi la sera del 2 maggio all’interno di Palazzo d’Accursio (vi parteciparono approssimativamente 3000 persone, molte delle quali non riuscirono ad entrare nella Sala Farnese, il luogo dove era stato allestito l’evento). Anche se il Libro bianco venne pubblicato senza l’indicazione del nome degli autori, è comunque risaputo che ad esercitare il ruolo più importante sia alla sua ideazione sia alla sua stesura fu il sociologo trentacinquenne Achille Ardigò, il quale ha ancora di recente affermato che esso venne «da [lui] curato nel 1955-1956, sotto l’alta guida di Giuseppe Dossetti e con molti collaboratori, tutti anonimi» (Id., Presentazione di Id., Giuseppe Dossetti e il Libro bianco su Bologna, cit., pp. 5-6: 5. Altrove, egli scrisse – con maggiore precisione – di avere cominciato a prepararlo alla fine del 1955: cfr. Profezia e realtà nel Libro Bianco, in Aa.Vv., Decentramento e partecipazione civica, cit., pp. 9-10). Dopo le elezioni, peraltro, lo stesso Ardigò non tacque il nome di coloro che ebbero un’importanza di primo piano nella redazione del programma: da Beniamino Andreatta a Giuseppe Coccolini, da Emilio Miccoli ad Osvaldo Piacentini, da Anna Serra a Giorgio Trebbi e a Luciano Zanotti (cfr. ibid., p. 10).
[11] P. Pombeni, Il 1956 di Giuseppe Dossetti, in LbB, p. 43. Occorre peraltro precisare che, pur nella sua forte fede personale e nell’obbedienza al vescovo, il «professorino» di Cavriago era convinto che una riconquista cristiana della città (e del Paese intero) non fosse un obiettivo fondatamente perseguibile in quella fase storica di gravissima ed irreversibile crisi della Modernità. Anche da questa posizione si può riscontrare come le sue idee politiche non tradissero affatto un’impronta “integralista”.
[12] M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., pp. 92-93.
[13] LbB, p. 63 (sono parole tratte dalla Prefazione al Libro bianco, ibid., pp. 63-64; la Prefazione venne lasciata anonima, anche se Mario Tesini si è detto sicuro che l’autore fosse Dossetti in persona [M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., p. 120, nota 6]). Intorno a questo tentativo di analizzare “scientificamente” la realtà bolognese e di elaborare risposte “serie” (ossia, non demagogiche) ai problemi dei cittadini, è stato affermato che «[q]uello del Libro bianco non era certo un programma teso alla conquista di un facile consenso: e qui sta anche la ragione della sua sopravvivenza al di là del negativo esito delle urne» (ibid., p. 139; ma cfr. anche pp. 119-120 e 152-153). Su quest’ultimo aspetto, torneremo brevemente a testo nel § 5.
[14] Le altre due s’intitolavano Rianimare il volto spirituale della città (la seconda) e Condizioni e prospettive per una nuova, coraggiosa e responsabile amministrazione civica (la terza). In LbB, le tre parti sono collocate – rispettivamente – alle pp. 67-80, 83-131 e 135-251.
[15] Gli ultimi giudizi qui sintetizzati, al pari di altri di questo tipo da noi esposti più innanzi nell’articolo, erano oggettivamente abbastanza lontani dal vero e anche ingiuriosi: il PCI felsineo aveva infatti dato spesse volte prova inequivocabile di saper entrare in contatto profondo, e non solo “dietro le quinte”, con realtà sociali ben difformi da quelle privilegiate dalla dottrina marxista; per molti aspetti pretestuosa e gratuita, oltre che infamante (soprattutto, perché veniva indirizzata ad una classe dirigente i cui membri erano stati protagonisti in Emilia e in Romagna della lotta di Liberazione), si rivelava poi l’accusa indirizzata ai comunisti di star plasmando un sistema di amministrazione locale tutto sommato affine a quello introdotto dal fascismo durante il Ventennio.
[16] LbB, p. 89. Sulla nozione di consorzio, si dirà tra poco a testo e nella nota 17.
[17] Intorno all’idea di consorzio, cfr. LbB, pp. 89, 90 e passim. Tra gli studiosi, è probabilmente Tesini a mettere in maggior risalto l’importanza di questo aspetto del programma democristiano: «La parola consorzio – afferma lo studioso – è una parola chiave per intendere il significato profondo della proposta di Dossetti alla città. Se la comunità civica è un consorzio, essa presuppone una sostanziale unità di intenti e di finalità, costituisce un’unità organica di energie umane in relazione tra loro, rispetto alle quali tutti – singoli ed associati – hanno il dovere di portare un proprio originale ed insostituibile contributo» (M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., p. 110; ma vedi anche p. 79). Anche Giorgi porta l’attenzione su tale concetto, considerandolo di primario rilievo in seno al Libro bianco: cfr. Luigi Giorgi, Dossetti, Bologna e la cura della città, in LbB, p. 54.
[18] Come si è ricordato nella nota 14, la seconda parte del Libro bianco s’intitolava proprio Rianimare il volto spirituale della città.
[19] Durante la campagna elettorale, Dozza e i suoi sostenitori furono caparbi nel loro tentativo di ridestare l’anima risorgimentalista e carducciana della città, arrivando persino ad evocare il fantasma del cardinale legato: in sostanza, si metteva in guardia l’elettorato bolognese contro il rischio di ritrovarsi tutti a fare presto i conti, in caso di vittoria della DC, col “braccio secolare” della Chiesa riesumato dall’arcivescovo Lercaro, da colui – cioè – che era da molti visto come il primo patrocinatore – se non l’unico reale “artefice” – della candidatura di Dossetti (su questi aspetti, cfr. M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., pp. 17 e 84-85). Accanto a ciò, il capolista democristiano venne attaccato duramente – talora, con parole e gesti inurbani – da diversi esponenti di primo piano della federazione provinciale e del comitato cittadino del PCI: l’obiettivo era quello di screditarlo a livello non soltanto politico, ma anche personale.
[20] LbB, p. 76.
[21] LbB, pp. 77-78.
[22] LbB, p. 96.
[23] LbB, p. 102 (le righe da noi citate erano originariamente scritte in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere).
[24] Se ne tratta in LbB, p. 103 (le parole citate erano originariamente scritte in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere).
[25] Cfr. LbB, p. 103 (le parole citate erano originariamente scritte in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere).
[26] Vedi LbB, pp. 103-104.
[27] LbB, p. 104 (prima di «dal pubblico», le parole citate erano originariamente scritte in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere).
[28] LbB, p. 104 (a parte l’inciso tra parentesi, tutte le parole citate erano originariamente scritte in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere).
[29] LbB, p. 106.
[30] LbB, pp. 106-107.
[31] LbB, p. 108.
[32] LbB, p. 111 («Centro biologico per lo studio dei tumori» era originariamente in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere).
[33] LbB, pp. 113-114 («Centro di assistenza tecnica ed amministrativa» era originariamente in corsivo, che qui abbiamo preferito togliere). Subito dopo, veniva precisato che «[c]iò [avrebbe consentito] un’espansione delle entrate ordinarie delle Facoltà di Ingegneria, Scienze naturali, biologiche, ecc., Economia e Commercio e Giurisprudenza» (ibid., p. 114).
[34] LbB, p. 114.
[35] LbB, p. 114.
[36] LbB, p. 141.
[37] LbB, p. 140.
[38] LbB, p. 141 (nel testo del quarto punto programmatico, le parole «che riempi[ssero] i vuoti tra le punte massime di espansione dell’edilizia privata» erano originariamente scritte in corsivo, ma qui abbiamo preferito toglierlo).
[39] LbB, p. 221.
[40] Per semplicità, riprendiamo qui di seguito il sunto – collocato in LbB, p. 204 – degli aspetti programmatici più originali e significativi della lista democristiana in ambito economico-finanziario. È noto che a questa parte del Libro bianco lavorò alacremente Beniamino Andreatta, all’epoca nemmeno ventottenne.
[41] Su questi ambiti di discorso, si vedano soprattutto Dieci anni di decentramento a Bologna, a cura di Bruna Zacchini, pref. di Sabino Cassese, Bologna, Edizioni Parma, 1976 (raccolta di documentazione riguardante il tema, tratta dai dibattiti del Consiglio comunale, dagli Atti amministrativi ecc.); Francesco Ceccarelli - Maria Angiola Gallingani, Bologna: decentramento, quartieri, città. 1945-1974, pres. di Walter Vitali, s.l. [ma: Bologna], Istituto per la storia di Bologna, s.d. [ma: post 1983] (alle pp. 55-69 [con note alle pp. 87-93], ci si sofferma su Dossetti e il Libro bianco); Aa.Vv., I quartieri e il decentramento, cit. (nel cap. IV [Quartieri e decentramento nel Libro Bianco, pp. 37-43] si tratta del programma elettorale amministrativo democristiano del 1956; all’inizio del cap. V [Progetto della città e modello emiliano, pp. 44-52: 44-46] si parla della presenza di Dossetti tra gli scranni del Consiglio comunale); Marco Cammelli (a cura di), L’innovazione tra centro e periferia. Il caso di Bologna, prem. di Angelo Varni, Bologna, Il Mulino, 2004 (cfr. soprattutto Alberto Preti, Politiche e governo locale nella Bologna degli anni Cinquanta e Sessanta, pp. 29-105; Paolo Fareri - Alessandra Spada, Innovazione nelle politiche e costruzione della città: ambiente, sviluppo e progettualità locale nella Bologna degli anni Sessanta, pp. 107-159).
[42] Intorno agli esiti dello scrutinio elettorale, cfr. specialmente M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., cap. VI (Il bilancio delle urne. Un voto conservatore?, pp. 177-201); di grande utilità è pure la pagina web < http://www.comune.bologna.it/storiaamministrativa/terms/detail/35759 >. I votanti della consultazione comunale bolognese del 27 maggio 1956 furono 273.999, pari al 95,41% del totale (gli aventi diritto risultavano 287.169). Il PCI, che si era presentato anche quella volta sotto l’emblema civico delle Due Torri, un accorgimento palese per conferire alla lista un aspetto più amministrativo che politico, ebbe 121.404 voti (45,18% degli elettori) e 29 seggi al Consiglio comunale (sui 60 disponibili); la DC, col simbolo dello Scudo Crociato - Libertas, 74.501 (come riferito a testo, pari al 27,73% dei consensi), 17 seggi; il PSDI, col simbolo del Sole Nascente, 23.253 (8,65%), 5 seggi; il PSI, col simbolo del Sole Libro Falce Martello, 19.957 (7,42%), 4 seggi; l’MSI-PNM, col simbolo Fiamma Stella Corona, 13.622 (5,07%), 3 seggi; il PLI, col simbolo Bandiera, 12.496 (4,65%), 2 seggi; il PRI - P. Rad., col simbolo Edera - Berretto Frigio, 3487 (1,30%), senza seggi. Anche se il PCI non fu in grado di ottenere la maggioranza assoluta dei consiglieri (com’era invece successo nel precedente mandato, quando tuttavia non vigeva ancora un sistema elettorale proporzionale), l’accordo consiliare e di governo col PSI veniva dato per scontato, viste le salde alleanze del recente passato e le affermazioni in merito più volte ripetute nel corso delle settimane precedenti. Per ciò che riguarda le preferenze attribuite ai leader dei due partiti maggiori, Dozza ne contò 31.007 e Dossetti 13.144. I nomi dei consiglieri eletti nella DC, oltre al capolista, furono (in ordine alfabetico): Federico Alzona (indipendente), Achille Ardigò, Giuseppe Coccolini, Fernando Felicori, Carlo Adolfo Jachino (indipendente), Loris Luppi, Luigi Pedrazzi (indipendente), Adriano Rubbi, Carlo Salizzoni, Emilio Sassòli Tomba della Rosa (indipendente), Angiola Sbaiz (indipendente), Angelo Senin (indipendente), Anna Serra, Maria Strassera, Giorgio Stupazzoni ed Ettore Toffoletto. Rubbi optò per la Giunta provinciale amministrativa e fu sostituito dal primo dei non eletti, Giovanni Battista Cavallaro.
[43] La seduta inaugurale dei lavori della rinnovata assemblea civica si tenne il 30 giugno.
[44] Per considerazioni e giudizi sull’intensissimo periodo trascorso dall’ex deputato reggiano come consigliere a Palazzo d’Accursio, cfr. soprattutto M. Tesini, Oltre la città rossa, cit., capp. VII (Dossetti in consiglio comunale: tra amministrazione e politica, pp. 203-231) e VIII (Dossetti in consiglio comunale: il confronto politico e ideologico, pp. 233-252); Paolo Pombeni, Giuseppe Dossetti consigliere comunale. Una riconsiderazione, intr. a Giuseppe Dossetti, Due anni a Palazzo d’Accursio. Discorsi a Bologna 1956-1958, a cura di Roberto Villa, Reggio Emilia, Aliberti, 2004, pp. III-XLI; Roberto Villa, Due anni in servizio alla città, ivi (postf.), pp. 293-307. L’appena citato volume Due anni a Palazzo d’Accursio è stato oggetto di un’interessante nota critica: Michele Nicoletti, Contro il machiavellismo e la ragion di Stato. Dossetti in Consiglio Comunale a Bologna (1956-1958), «Il Margine», a. XXV (2005), fasc. 7, pp. 36-42.
[45] Ci si riferisce qui a tre interventi che, nel caldissimo autunno 1956, Dossetti dedicò in Consiglio comunale a queste gravi crisi (le intitolazioni sono di Roberto Villa): Sento catene di schiavitù dall’una e dall’altra parte (22 ottobre, discorso in cui – peraltro – si riscontrava poco più di un accenno alle questioni medio-orientale e ungherese, anche perché a quella data non erano ancora avvenuti né la repressione sovietica nello Stato magiaro, dove le manifestazioni anti-governative avrebbero assunto solo l’indomani la forma di una vera e propria rivolta armata dei cittadini, né le azioni militari israeliana e franco-britannica in territorio egiziano, attacchi che sarebbero stati sferrati una settimana dopo); I fatti di Suez e di Ungheria. Un uomo senza maestri e senza cultura (3 novembre, nel pieno tanto dell’offensiva delle truppe francesi e britanniche nella zona del Canale quanto dell’insurrezione a Budapest); I fatti di Suez e di Ungheria. Nessuna ragion di Stato (12 novembre, a guerra guerreggiata conclusa in Egitto e a rivoluzione magiara sostanzialmente schiacciata). I testi di tali interventi possono ora leggersi in G. Dossetti, Due anni a Palazzo d’Accursio, cit., rispettivamente pp. 47-49, pp. 52-66 e pp. 70-81.
[46] Il 25 marzo 1958 Dossetti consegnò al sindaco Dozza una lettera in cui rassegnava ufficialmente le dimissioni. Essa venne letta e accettata nel corso della seduta di quattro giorni dopo del Consiglio comunale; Giancarlo Tesini entrò subito in carica al posto del «professorino» reggiano. Tra le file dei consiglieri democristiani, si trattava del secondo avvicendamento dell’anno, giacché alcune settimane prima, il 15 gennaio, Enzo Anceschi aveva sostituito Alzona, scomparso il giorno 9. In quella legislatura, se ne contò un terzo, in autunno: il 22 ottobre, infatti, morì Emilio Sassòli Tomba della Rosa e, in quella stessa data, gli succedette Ubaldo Mora.
[47] Su questa comunità monastica, cfr. Giuseppe Dossetti, La Piccola Famiglia dell’Annunziata. Le origini e i testi fondativi 1953-1986, intr. di Agnese Magistretti, Milano, Paoline, 2004.