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Mirco Dondi, La resistenza tra unità e conflitto. Vicende parallele tra dimensione nazionale e realtà piacentina, Milano, Bruno Mondadori editore, 2004.

 

    Quando si affrontano problemi storici non è forse ortodosso spostare il punto di vista dell’analisi nell’ambito della scienza fisica, ma si leggano queste parole: “…a scale minori di quelle di Planck, sia spaziali sia temporali, l’incertezza quantistica rende la trama del cosmo così irregolare e spiegazzata che non è più possibile servirsi dei normali concetti di spazio e di tempo.”[i] Se si tiene conto che la scala di Planck definisce l’ordine di grandezza degli effetti quantistici, e dunque rileva un quadro della situazione più intima ed inafferrabile di una materia che intride la natura fisica, gli uomini, i loro sogni, si capirà perché ci sono venute in mente queste parole nel  leggere l’eccellente testo di Mirco Dondi su: La resistenza tra unità e conflitto edito nella collana Ricerca dell’Editore Bruno Mondadori. Il senso della citazione rapportato alla prospettiva analitica in questione è che se si guardano i fatti umani e si prova ad andare oltre il cardine semplicistico e rassicurante di certe interpretazioni, dunque, di certa metodologia analitica, si può misurare lo spettro di una realtà complessa e problematica in cui non è facile districarsi, in cui è sempre più arduo aprirsi ad un ordine chiarificatore.

    Il libro è, al tempo stesso, una nuova storia della Resistenza, riletta alla luce della categoria del conflitto, e una narrazione di due vicende di notevole importanza che coinvolgono anche i quadri nazionali del movimento. La prima concerne l’uccisione da parte di un gruppo di carabinieri appartenenti alle formazioni partigiane di una banda rivale, ma di orientamento comunista. La tragicità dell’evento è seconda soltanto a quella di Porzus, le cui vicende sono ricostruite nella prima parte del testo. La seconda prende in considerazione la ruvida rimozione, alla vigilia della liberazione, del comandante militare provinciale di Piacenza, l’anarchico Emilio Canzi. Si tratta dell’anarchico che ricopre il più alto grado nella Resistenza italiana. La sua posizione è insediata, già a partire dal dicembre 1944, dai comunisti, i quali cercano di occupare con un loro uomo il comando provinciale al fine di acquisire una posizione di rendita  per la politica futura. La scalata comunista al comando provinciale è tenace e conta di sopperire alla debolezza organizzativa del partito nella zona. Alla vigilia della liberazione, Canzi viene arrestato da un commando comunista, permettendo in questo modo l’insediamento di un nuovo comandante designato dal Pci. Canzi, liberato qualche giorno dopo con un’altra azione di forza partigiana, partecipa da semplice partigiano alla liberazione della città continuando poi a lottare anche dopo la guerra per il riconoscimento del suo grado. Dietro questa vicenda ci sono equilibri politici che cambiano nel corso del tempo in un serrato gioco delle parti. Anche la precedente vicenda – l’uccisione dei quattro partigiani – continua a esercitare un forte peso sugli sviluppi seguenti. In entrambi i casi, i vertici politici e militari del movimento di Resistenza cercheranno di ricomporre queste delicate situazioni.

    Dondi svolge poi alcune ricostruzioni sul modo in cui si formano le prime bande (tema mai eccessivamente chiarito nella letteratura resistenziale) e sul rastrellamento nazifascista di novembre (è un’offensiva di notevole ampiezza che non coinvolge solo il piacentino) in quanto funzionali per comprendere pienamente le due vicende cardine. Sul piano nazionale incontriamo una serie di uccisioni di comandanti “scomodi”, attuata da formazioni di diverso orientamento, mentre sulla questione del comando è proprio la vicenda nazionale ad essere fortemente paradigmatica; in quanto si può vedere come i contrasti in seno al Cvl (il Comando generale partigiano) portano al coinvolgimento di Parri, Longo e Cadorna con la sorprendente rimozione  in seno al Clnai (il Comando politico della Resistenza), alla vigilia della liberazione, del presidente Alfredo Pizzoni.  

 A nostro avviso questa è  forse l’idea di resistenza che emerge dal testo: una resistenza brulicante di inquietudini, di spinte autonome; vi si contrappongono tentativi di inglobamento, di centralizzazione, in un gioco dinamico di opposizioni, di contrasti, conciliazioni che lasciano intravedere, al di là del reperto storico, tratti emblematici caratteristici, anzi, universali, dell’umano.

Dondi, docente presso l’Università di Bologna, è forse uno dei migliori studiosi delle generazioni più giovani di storici che si occupano di Resistenza (imprescindibile per studi del settore  il saggio La lunga Liberazione uscito presso Editori Riuniti nel 1999), ed il suo testo è inquadrabile in una ripresa di interesse che il tema resistenziale ha trovato negli ultimi anni, soprattutto nel vortice della conflittualità politica che lo ha dissepolto, anche in ragione di un suo furor non sempre leale e chiarificatore. La Storia della Resistenza viene qui indagata con un’analisi lucida e rigorosa, fondata su una messe veramente notevole e verificata di fonti storiche in cui l’autore si muove con la destrezza di chi sembra illustrare una tavola sinottica; inoltre, pur dichiarandosi lontano da ogni forma di mitizzazione, (ma non dimentichiamo che in greco la parola mito significa molto semplicemente racconto) il fitto e serrato dettato  storico scientifico lascia campo al pathos delle vicende individuali, alla bellezza ed alla tragicità della storia degli individui, e sembra trasparire, forse, il richiamo ad una visione shakespeariana del mondo, di un male senza possibilità di redenzione.

(Mauro Conti)
 

[i] Brian Greene, La trama del cosmo, Einaudi, 2004, Torino pag. 397

 

 

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