Bibliomanie.it

 

 

DIVAGAZIONI NICHILISTICHE

 

 

LORENZO TINTI

 

 

 

 

Il pensiero è per la vita la più formidabile delle zavorre. Si può farne un vanto, certo, ma è pur sempre l’orgoglio meschino dell’animale da soma. Sforzarsi di disciplinare l’intelligenza, dopo averne assecondato i sintomi fino a farla conclamare, è come schermare una fiamma viva con fogli di cartone. Né il pentimento serve a redimersi.

Del resto, c’è un residuo di benefico atavismo nell’essere umano, nel quale, delle tre anime che una lunga tradizione filosofica gli ha da sempre ascritto, la terza, quella intellettiva, è l’ultima (sia su un piano filogenetico che ontogenetico) a manifestarsi, prima latente e poi attivata dal contagio della società. Eppure l’intelletto, simile a un agente patogeno dormiente, preesiste alla società: è stato insufflato nell’uomo dalla Natura a scopo precauzionale fin da quando questo, dismettendo i modi belluini dei primati, ha palesato i primi segni di potenziale pericolosità. Fin da allora la Natura sapeva che, un giorno, qualcuna di quelle creature bipedi le avrebbe rivolto le domande che le ha rivolto l’islandese leopardiano. Fin da allora sapeva che, dichiarata, tale rivalità sarebbe risultata fatale tanto alla propria quanto all’esistenza dell’uomo; tuttavia sperava che, se non altro in forme elementari, almeno essa sarebbe sopravissuta.

Il progresso, di fatto, mistifica (sempre più a fatica) un’esigenza feroce di rivalsa, solo in parte rimossa dai processi grossolani della psicologia delle masse. Differente, invece, è il destino di colui che l’eccesso di pensiero estromette dall’esaltazione chiassosa della folla, intaccandone la fibra e predisponendolo al martirio. Egli ha visto una volta per tutte la semplice verità che «l’esistenza non è per l’esistente», ha cercato magari di proclamarla agli altri, sordi per convenienza, e forse ha perfino tentato la via dell’inconsapevolezza, che dovrebbe condurre alla pura biologia, all’utero buio e magmatico dell’essere. Ha capito infine che, se non ci accontentiamo «di parole, acconsentiamo di scomparire e siamo lieti di acconsentire, non abbiamo scelto di nascere e ci riteniamo fortunati a non sopravvivere in nessun luogo a questa vita, che ci fu imposta più che donata» (A. Caraco).

Quando la ragione intacca la fisiologia, non c’è più scampo: il processo è irreversibile. Il vizio d’introspezione che essa si porta dietro come una maledizione mette anzitutto a repentaglio la salute del soggetto, la quale non è che ignoranza di se stessa: una salute presaga di sé si avvia a diventare malattia. L’uomo di pensiero è debole, così la sua complessione atrabiliare inaridisce al suo interno il vigore di Eros. Valgano ancora oggi le domande di Montaigne, negli Essais: «E da cosa deriva che, come si vede per esperienza, i più grossolani e rozzi sono più forti e più desiderabili nelle pratiche amorose, e che l’amore di un mulattiere si rende spesso più gradevole di quello di un galantuomo, se non dal fatto che in quest’ultimo l’agitazione dell’anima turba la sua forza fisica, la fiacca e la stanca? Come, di solito, essa stanca e turba anche se stessa. Chi la squilibra, chi più spesso la spinge alla follia se non la sua prontezza, il suo acume, la sua agilità e infine la sua stessa forza? Da che cosa nasce la più sottile follia se non dalla più sottile saggezza?». L’uomo di pensiero intuisce, in fondo, che l’unico atto che possa contraddistinguerlo come specie superiore è l’astensione volontaria dalla procreazione. «Una coscienza che riflette non può che astenersi dal propagare la specie» (G. Ceronetti).

Vale la pena riandare alla questione. Che l’uomo sia un ente di natura, quale qualsiasi altro essere vivente, ormai potrebbero negarlo giusto i corifei di qualche credo rivelato, estremamente abili a bilanciare dogmi di fede e interessi corporativi, o gli ingenui che ancora accondiscendano al loro plagio mentale. Come che sia, non è nemmeno il caso di prestare loro ascolto. Continuiamo. Per tutti gli enti naturali, dunque, è primario l’istinto alla procreazione, pulsione ineludibile, imperativo categorico della loro biologia profonda. Né, prescindendo questa coercizione dal piano etico, la giudicheremmo mai attraverso le categorie di giusto o sbagliato, buono o cattivo. Semplicemente si tratta di un meccanismo originario, iscritto nella struttura necessaria dell’essere, con il quale ogni specie tutela la propria perpetuazione. Per l’uomo, ovviamente, vale lo stesso ragionamento o, almeno, è valso fino al momento in cui la ragione non ha fatto capolino tra i duri condizionamenti istintuali. Da allora egli ha cercato una giustificazione che trascendesse lo spietato meccanicismo del mantenimento della specie, dotandolo di finalità più nobili che mai lo hanno riguardato e che mai lo riguarderanno. L’amore è stata la risposta, la più tetragona delle illusioni, «l’inganno estremo»: il guanto di strass sul pugno duro dell’evoluzione.

Addirittura la pruderie più incallita indulgerebbe con un certo agio alla vista di un accoppiamento di animali, ma anche la morale più smaliziata scatterebbe perentoria a denunciare l’oscenità di un coito umano consumato coram populo. Perché? Il segreto dell’alcova non protegge la più inconfessabile delle intimità: nulla è più scontato di ciò che vi accade. Esso difende semmai la connivenza più atavica, la più inveterata delle menzogne autoassolutorie, la quale difficilmente reggerebbe davanti alla perentorietà organica di un atto così primitivo.

Ciò che nasce, poi, deve morire. E qui il complice riserbo degli umani si fa anche più impenetrabile. «La prova migliore di quanto l’umanità stia regredendo è l’impossibilità di trovare un solo popolo, una sola tribù, in cui la nascita provochi ancora lutto e lamenti» (E. M. Cioran). Perché ostinarsi a dare alla luce chi non sarà destinato che ad essere consapevole di doversi dissolvere?

Ben altra cosa è considerare la morte come necessario fenomeno biologico e sovra-individuale o come evento privato, soggettivo. La morte in natura, nessuno lo nega, è un fattore di grande logica evoluzionistica: da una parte, con il continuo ricambio degli individui permette possibilità di sviluppo genetico e di miglioramento dell’adattabilità, dall’altra, al contempo, consente di mantenere la specie evitando la congestione del territorio. Nondimeno, quando a morire non è più l’appartenente qualunque a una specie, l’uomo biologico, ma l’uomo individuo, il singolo fornito di coscienza, allora la morte non si spiega se non come illogica e irrecuperabile perdita di un’irripetibile esistenza, la quale, nel cercare una legittimazione che le sfuggiva, ha accumulato esperienza. L’identità, sostanziata di pensiero e di memoria, rende inammissibile ciò che comunque deve essere. Ecco, dunque, che il pensiero rappresenta il più grande errore dell’evoluzione biologica e, anche se non è ancora tale da costituirne uno stallo, un giorno lo sarà.

Le civiltà stesse, giunte al culmine della loro evoluzione, sembra non perseguano altro che la propria estinzione. Al progredire dello sviluppo civile di un popolo si accompagna un affiorante fastidio a rinfoltirne le legioni di corpi. I cicli naturali di creazione e distruzione funzionano a pieno ritmo fino a che la carne, permeandosi di pensiero, appaia non più sacrificabile. La sfera dell’istinto coincide con quella degli eventi materiali e, di norma, non sopravvive all’assedio della noosfera, alla sua virtualità corrosiva.  

Il progresso del pensiero, caratterizzato da una sempre crescente capacità d’astrazione, è regresso per la vita. Ciò che veramente esiste sono le sole cose e il divenire dei loro rapporti, sempre diverso, perché identico ogni attimo solo a se stesso. Ma l’uomo deve nominare e ricordare e, nominando e ricordando, fissare, quindi conoscere. C’è stato un periodo in cui esistevano unicamente gli oggetti esterni e l’uomo a indicarli con pure, gutturali onomatopee, quindi quello stadio magico in cui parole e cose coincidevano e poi, via via, attraverso un continuo processo di concettualizzazione, le cose hanno ceduto la loro matericità a particolari agglomerati di sillabe e di lettere e, infine, questi hanno cominciato a rendersi autonomi e a definire ambiti non tangibili. Dal presente al futuro, da questo elemento alla specie al genere: dallo spavento alla paura. Il pensiero, dopo averla concettualizzata, conduce nella vita la morte e non ci si può liberare dell’angoscia di questa senza liberarsi anche del pensiero.

La ragione genera i concetti e i concetti prevengono i fatti, li sostituiscono, ne potenziano l’eco trasfigurandoli. Prima dell’annullamento definitivo, allora, ciò di cui avremmo bisogno non è conoscere, ma dimenticare e dimenticare tramite uno sforzo della ragione, fino ad una sua allucinazione. Almeno dovremmo cancellare in noi la contezza razionale della nostra mortalità. Borges: «Essere immortali è cosa da poco.  Tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte». Canetti: «Un uomo che sfuggì alla morte, perché non sapeva nulla».

Dovremmo, forse, abbandonarci docilmente all’indistinto flusso dell’essere. Pirandello: «Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. […] Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi faccia il vuoto delle vane costruzioni. […] Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori». Hesse: «Posso amare una pietra […] e anche un albero o un pezzo di corteccia. Queste son cose, e le cose si possono amare. Ecco perché le dottrine non contan nulla per me: non sono né dure né molli, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null’altro che parole. Forse è questo ciò che impedisce di trovar la pace: troppe parole. […] Non faccio una gran distinzione tra pensieri e parole. Per dirtela schietta, non tengo i pensieri in gran conto. Apprezzo di più le cose».

Il silenzio è l’esperanto degli illuminati. La parola è appena uno specchio che, anziché riflettere il mondo, riflette il volto di chi la usa. Presumere di comunicare attraverso essa qualcosa che oltrepassi l’asfissia delle convenzioni è un anelito votato al fallimento. Per comunicarsi agli altri, ogni parola costringe il proprio referente sul letto di Procuste dell’approssimazione, sottraendogli densità, spessore, profondità. Una volta pronunciate, l’uomo sensibile guarda alle parole con rassegnata insoddisfazione, e con il rimorso di aver mutilato la verità. «Pur se afferrassi tutti i pensieri che mi passano per fantasia! Ne vo notando su’ cartoni e su’ margini del mio Plutarco; se non che, non sì tosto scritti, m’escono della mente; e quando poi li cerco sovra la carta, ritrovo aborti d’idee scarne, sconnesse, freddissime» (Foscolo, Ortis). «La parola umana è come un vaso di rame fenduto, su cui noi battiamo delle melodie buone a far ballare gli orsi, mentre vorremmo commuovere le stelle» (Flaubert). Dopo averne praticate il maggior numero possibile, averle memorizzate e averle scordate in buona parte, il disgusto per le parole è il sintomo più evidente della resipiscenza.

È già un fardello non indifferente ereditare e far proprio il lessico per indicare le manifestazione della phýsis, ma lo scandalo inaccettabile nasce quando formalizzazioni pensate da altri calano come una mannaia sulla complessità inesauribile del proprio intimo. Il fallimento della filosofia occidentale principia dal momento stesso in cui, distolto lo sguardo indagatore dal mondo, l’uomo lo ha rivolto verso di sé, abbandonando la ricerca dell’arché, del principio del cosmo, e accogliendo l’imperativo umanistico “conosci te stesso”. Fin da allora, infatti, la propensione a ideare modelli di comportamento ha preso il sopravvento su un’esplorazione realmente impregiudicata dell’interiorità, al punto che – per coerenza – si sarebbe dovuto rimodulare il monito socratico come “sforzati di somigliare all’altro”, ovvero a chi si è impegnato prima di te a definire il migliore esempio morale possibile. Ma “conosci te stesso” non può voler dire altro che “abbi il coraggio di sondare l’imprevedibile”, e di accettare ogni esito per quanto intollerabile e, necessariamente, incomunicabile.

L’ammonizione di molte religioni che non si possa raggiungere la salvezza senza aver rinunciato preventivamente all’albagia della ragione, ha più buon senso di quanto non sembri. Non credo che il regno dei cieli appartenga ai poveri in spirito (Matteo, 5, 1) più che ai superbi o agli orgogliosi, ma se con “regno dei cieli” intendiamo figuratamente una condizione mondana di minor sofferenza psicologica ed esistenziale, allora esso spetta senz’altro ai primi. Eppure, tenere a bada le intemperanze e la mania di protagonismo della ragione richiede un lungo tirocinio, una lunga educazione impartita in ambito famigliare: un insistito condizionamento d’autorità che, introiettato come Super-io, contenga le pretese di emancipazione del pensiero, relegandole a trascurabile rumore di fondo. Lasciare libero un fanciullo di cercare risposte proprie ed autonome significa esporlo agli inconvenienti del dubbio e alla nevrosi dell’interrogazione iperbolica.

Venuta meno l’assennatezza della paideia classica, foggiata sui valori dell’autárkeia e della metriótes, e in nome della quale Cicerone, pensando all’uomo, poteva ancora affermare che eius enim vinculum est ratio et oratio (De officis, I, 50), il corso del libero pensiero, nel migliore dei casi, ormai non può che condurre alla tragica fierezza leopardiana: «so che, malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera» (Dialogo di Tristano e di un amico).

Se non viene addomesticata fin dalla più tenera età, la ragione impone la propria legge e, per essa, reclama le proprie vittime, soprattutto tra gli uomini dotati, giacché «tanto più maligno e più silvestro / si fa ’l terren col mal seme e non cólto, / quant’elli ha più di buon vigor terrestro». Il pensiero è per la vita il più formidabile degli imprevisti, infatti, quasi dimentico di dipenderne, la sottopone ad un esame spregiudicato, ad un processo nel quale la debolezza difensiva dell’accusata spalanca la via alla furia autodistruttrice dell’accusatore. Alla fine di tutto, quasi sgomenti che a tanto ardimento si sia opposta una così fiacca resistenza, presaghi della trappola in cui si è caduti, si vorrebbe insabbiare le prove, cancellare la sentenza, riparare in qualche modo, ma il sordo meccanismo del supplizio si è ormai messo in moto, inesorabile e indifferente. E, di certo, non sono affari della vita.

«Quanto io dico è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole» (C. Michelstaedter).               

 

Bibliomanie.it