La Didone di Ovidio: una morte o un suicidio?
Federico Cinti
Università di Bologna
Che Enea non sia stato un gentiluomo con Didone, credo lo si sia pensato tutti, almeno una volta, leggendo il triste epilogo della loro storia d’amore, nel IV dell’Eneide di Virgilio. Ma è proprio così colpevole Enea? Nell’episodio testé ricordato la regina Didone giganteggia, come un’eroina della tragedia, pronta a morire piuttosto che piegarsi al volere del fato. Enea parte, ma la sua scelta non pare essere stata meno dolorosa. Virgilio è un po’ di parte, Virgilio non sta con Enea, e i suoi lettori stanno con Virgilio.
Roma, per Enea, Roma è sopra tutto, viene prima di tutto, anche prima della realizzazione dei propri sentimenti personali. Non è che il povero Dardanide tratti male la sua amante per semplice cattiveria: tratta male, in verità, anche se stesso, calpesta e reprime, in qualche modo e misura i propri desideri, per mettersi tutto al servizio del fine cui è stato chiamato. Mentre Didone si potrebbe inquadrare nel frangar, non flectar, Enea si potrebbe rubricare sotto la formula flectar ne frangar.
Ma anche Enea è un eroe, e la sua magnitudo è diversa rispetto a quella di Didone, perché riconosce e accoglie la missione che un ordine cosmico, che possiamo pure chiamare fatum, gli ha riservato. Non è una questione di bontà o cattiveria e nemmeno, forse, di equità o iniquità: si tratta solo di libertà individuale messa al servizio di un bene comune, di una res publica in senso pieno. Se considerato sotto quest’ottica, anche Enea riconquista il suo spessore, anche Enea risulta meno freddo e più umano. Del resto, l’allegoresi cristiana ha trovato anche in lui una mirabile figura Christi.
Dante non cede di fronte agli eccessi della regina, e ricorda che Dio ha voluto che Enea fosse il fondatore della città eterna che avrebbe ospitato in sé potere temporale e potere religioso: «Però, se l’avversario d'ogne male / cortese i fu, pensando l’alto effetto / ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale» (Inf. II 16-18). Ma Didone viene posta all’Inferno, accanto ad altre amate; anzi, la schiera dei «peccator carnali» (Inf. V 38) è proprio chiamata «la schiera ov’è Dido» (Inf. V85), quasi ella venga elevata a emblema di tale perversione peccaminosa. Dante non ne aveva fatto il nome, nel catalogo delle «donne antiche e ’ cavalieri» (Inf. V 71): ricorda semplicemente, e tragicamente, la colpa gravissima della regina fenicia: «poi è colei che s’ancise amorosa, / e ruppe fede al cener di Sicheo» (Inf. V 61-62). Didone,che chiama Enea perfidus, colui che rompe il patto di lealtà, il vincolo d’amore, viene condannata per la stessa colpa nella «bufera infernal che mai non resta» (Inf. V 31).
Dante, in sostanza, richiama la nostra attenzione su come non si debbano confondere il piano politico e quello amoroso. Per i romani, ce lo ricorda lo stesso Cicerone, l’amor è una perturbatio animi, una sorta di malattia (perturbatio animi altro non è che la traduzione del greco pathos) che rischia di minare rovinosamente il mos del civis Romanus. Il civis Romanus aveva l’obbligo morale di nonconfondere le due sfere della vita pubblica, negotium, e di quella privata, otium, pena la dissoluzione della Res publica. La scelta di Enea, in particolare, ha un valore fondativo: se avesse prevalso in lui l’amore, Roma non sarebbe mai esistita.
Non per nulla, quindi, il messaggio che dal racconto virgiliano resta – e che viene raccolto nella Comedia – è una responsabile, limpida e consapevole obbedienza al bene pubblico e comune. Enea, il pius, Enea, il sapiens, il saggio stoico che vede ciceronianamente nella salus Rei publicae suprema lex.
Anche Ovidio, nelle sue Heroides, ha ripercorso il mito, ha ridato voce all’infelice Elissa, «che s’ancise amorosa». La mia traduzione è condotta su P. Ovidio Nasone, Le lettere di eroine, a cura di G. Rosati, Milano, 1989.
DIDONE A ENEA
Accetta,
tu, Dardanide[1],
di Elissa[2]
Risoluta a morire il carme: quelle
Parole che tu leggi, tu da noi
Come fossero le ultime le leggi.
Così, allorquando il destino lo chiama,
Steso sulll’umida erba, presso i guadi
Del Meandro[3]
inizia il canto il bianco cigno.
E non perché io speri che tu possa
Commuoverti con questa mia preghiera
Parlo: l’ho inviato questo al dio avverso[4];
Ma quando malamente avrò sprecato
Del merito la fama e il corpo e l’animo
Puro, sprecare le parole è lieve.
Sei tu
davvero deciso a partire
E a lasciare la misera Didone,
E i venti stessi porteranno via
Con le tue vele anche le tue promesse?
Sei deciso, Enea,a sciogliere le navi
Insieme al patto, e a perseguire i regni
D'Italia che ove siano tu non sai?
E non ti preme la nuova Cartagine
Né le mura che crescono nè il sommo
Potere che al tuo scettro è consegnato?
Fuggi il già fatto, ti volgi al da farsi;
Devi cercare una terra nel mondo,
Quando ne avevi già cercata una.
Se anche tu la trovassi, questa terra,
Chi ti darà il suo possesso, chi a ignoti
Offrirà da occupare i propri campi?
Chiaramente ti attende un altro amore, un’altra
Didone, altre promesse hai tu dadare
Che un’altra volta ancora puoi tradire.
Quando avverrà che una città tu fondi
Come Cartagine, e alto dalla rocca
Tu i popoli tuoi possa rimirare?
Lascia pure che avvenga tutto questo
E che non ti trattengano i tuoi voti,
Donde una moglie avrai che così ti ami?
Io brucio, come le torce cerate
Ricoperte di zolfo,come il pio
incenso sparso sui fumanti roghi;
Enea sempre mi sta fisso negli occhi
Di quando sono sveglia, Enea la notte
E il giorno lo riportano alla mente.
Egli è un ingrato e ai benefici miei
È sordo, e di uno tale, se io non fossi
Fuori di me, io vorrei liberarmi.
Eppure, Enea non l’odio, nonostante
I suoi turpi pensieri; ma lamento
Che è infedele, e ancor peggio amo i lamenti.
Tua nuora salva, Venere, e il tuo duro
Fratello, abbraccia tu, Amore fratello[5]:
Nel tuo esercito possa militare.
O chi io ho iniziato (e non me ne vergogno)
A amare, offra materia alle mie pene.
Mi
inganno, e quest’immagine mi balza
Innanzi falsamente: egli è in dissidio
Col carattere proprio di sua madre.
La pietra e i monti con le querce nate
Tra le alte rupi, e le terrificanti
Belve ti han generato, oppure il mare,
Che tu vedi agitarsi anche ora ai venti,
Dove stai per andare in flutti avversi.
Dove fuggi? Ti frena la tempesta:
Della tempesta abbia io la grazia; guarda
Come incita Euro[6]
le sconvolte acque.
Ciò che avrei preferito a te dovesse,
Lascia che alle tempeste io lo debba:
Del tuo animo è più giusto il vento e l’onda.
Non valgo
tanto – forse, iniquamente
Ti valuto? – che tu perisca, mentre
Mi stai fuggendo per il vasto mare.
Tu nutri un odio prezioso e ostinato,
Se, purché tu ti possa liberare
Di me, ti è così vile anche la morte.
Si placheranno i venti ormai, e sulle onde
Piane e distese correrà Tritone[7]
Coi cerulei cavalli per il mare.
Oh, se fossi mutevole coi venti
Anche tu! E, se non superi in durezza
le querce, certamente lo sarai!
Cosa, se non sapessi, cosa possono
I mari in furia? Tanto poco credi
All’acqua che hai provato tante volte?
S’anche sciogli gli ormeggi con un mare
Buono, la vasta immensità delle onde
Non di meno riserva molti rischi.
Non serve aver violato il giuramento
A chi tenta le acque: è quello il luogo
Che per la slealtà esige le pene,
Quando l’amore soprattutto è offeso,
Perché la madre degli Amori è uscita
Dalle acque citeree[8]
– si dice – nuda.
Persa,
temo di perdere o di nuocere
A chi mi nuoce, o che il nemico beva,
Naufrago, le onde del disteso mare.
Vivi, ti prego! È meglio ch’io ti perda
Così che con la morte; tu piuttosto
Del mio morire sarai detto causa.
Immagina, suvvia, di essere preso
(Sia il mio presagio vano) da impetuoso
Turbine: tu che cosa penserai?
Ti sovverranno subito alla mente
Della tua mala lingua gli spergiuri:
E sotto i colpi della frode frigia
Didone è stata costretta a morire.
Dell’ingannata coniuge l’immagine
Ti si ergerà davanti agli occhi triste
E insanguinata con sconvolte chiome.
Che vale tanto, allora,che tu dica:
«Lo meritato: datemi perdono!»,
Che tu creda che sono stati i fulmini,
Che cascheranno, sopra te inviati?
Da’ alla tua crudeltà e a quella del mare
Un piccolo rinvio: sarà sicuro
Viaggio il grandioso prezzo del ritardo.
Ch’io non
ti dia pensieri; il bimbo Iulo
Si salvi! È sufficiente che tu l’abbia
L’onore di causare la mia morte.
Che cosa ha fatto il bimbo Ascanio, cosa
Gli dei Penati? Questi dei sottratti
Al fuoco le onde li sommergeranno?
Ma con te non li porti, e i sacri oggetti
Che con me ostenti, o traditore, e il padre
Non hanno appesantito le tue spalle.
Tu menti su ogni cosa, e non inizia
Certo da noi la tua lingua a ingannare,
E la tua prima vittima non sono.
Se tu domandi dove sia la madre
Del grazïoso Iulo, ella è caduta
Lasciata sola dal duro marito.
Questo mi avevi raccontato, ma io
Me ne commossi. Bruciami, ho sbagliato:
Avrò unapena inferiore alla colpa.
Non
dubito che ti condanneranno
I tuoi numi: è, oramai, il settimo inverno
Che sei sbattuto per mare e per terra.
Ti ho raccolto, gettato dai flutti
In sicuro rifugio, e a mala pena
Udito il nome tuo ti ho dato un regno.
Oh, se mi fossi limitata a questi
Benefici, e la mia fama non fosse
Stata sepolta dalla nostra unione!
Fu funesto quel giorno in cui la pioggia
Celeste a un immprovviso scroscio d’acqua
Sotto un antro ricurvo ci ha sospinto.
Avevo udito una voce: le ninfe
pensai che avessero ululato, i segni
Del mio destino diedero le Eumenidi.
Esigi, o leso pudore, le pene
E voi, infranti diritti coniugali,
E tu, fama, che fino alla mia tomba
Io non ho custodito, e voi, miei mani,
E anima e cener di Sicheo, dal quale,
Misera me, con gran vergogna vado.
In un tempio marmoreo è consacrato
Da me un Sicheo: lo coprono davanti
Le fronde e bianchi boccoli di lana.
Da qui mi sono sentita chiamare
Dalla ben nota voce quattro volte;
Bisbigliando egli disse: «Elissa, vieni!»
Nessun indugio, vengo, vengo moglie
A te dovuta: sono titubante
Per la vergogna di ciò che ho commesso.
Perdona la mia colpa: mi ha ingannata
Responsabile astuto; egli ha detratto
Odiosità alla mia colpevolezza.
La madre dea e il vecchio padre, fardello
Pio del figlio, hanno fatto ch’io sperassi
Sicura che restasse mio marito.
Se errare fu necessario, l’errore
Ha onorevoli cause; fui fedele,
Non dovrà aver motivo di vergogna.
Perdura
sino all’ultimo e agli estremi
Momenti della mia vita prosegue,
Come prima, costante il mio destino.
Tra gli altari di casa mio marito
Cadde colpito a morte, e mio fratello
Di così gran delitto stringe i frutti.
Sono condotta in esilio e abbandono
Di mio marito il cenere e la patria,
E sono portata in vie pericolose,
Mentre il nemico mi sta alle calcagna;
Approdo a ignoti popoli e scampata
A mio fratello e ai flutti acquisto il lido
Che, traditore, a te io ho donato.
Una città ho fondato e ho eretto mura
Che ampiamente si estendono e che sono
L’invidia delle genti confinanti.
Scoppiano guerre; sono stretta intorno,
Donna e straniera, da guerre, e inesperta
preparo allacittà le porte e le armi.
Sono piaciuta a mille pretendenti,
Che insieme con me hanno fatto un’alleanza
Lamentandosi che io ai talami loro
Ho preferito uno mai visto prima.
Perché esito in catene a consegnarmi
Al Getùlo Iarba[9]?
Al tuo delitto
Offrirei le mie braccia. Ho anche un fratello
La cui mano empia chiede che il mio sangue
La macchi come l’aveva macchiata
Un tempo già quello di mio marito.
Lascia stare gli dei e le cose sacre
Che toccando profani! Un’empia destra
I celesti non cura giustamente.
Se eri tu quello che avrebbe curato
Gli dei scampati al fuoco, ora si sono
Pentiti di essere al fuoco scampati.
Forse abbandoni una didone incinta,
Scellerato; e una parte di te, chiusa
Dentro il mio corpo, adesso si nasconde.
Si aggiungerà al destino della madre
Un bimbo sfortunato, e saraicausa
Di morte di chi ancora nonè nato,
E la sua genitrice col fratello
Di Iulo morirà, ed entrambi uniti
Si porterà via un unico castigo.
Ma un dio ordina d’andare! Avrei voluto
Che ti avesse vietato di venire,
E che la terra punica non fosse
Mai stata calpestata dai Troiani.
E, dunque, sotto questo dio che guida,
Da venti avversi sei sbattuto e lunghi
Anni consumi tra rabbiosi flutti?
Con tanto grande sforzo tu dovevi
Tornare appena in Pergamo, se fosse
Grande quant’era quando era vivo Ettore.
Tu non cerchi il paterno Simoenta[10],
Ma del Tevere le onde: se anche giungi
Dove brami,sarai certo straniero.
E poiché si nasconde l’agognata
Terra e schiva le tue navi, da vecchio
A malapena tu la toccherai.
Prendi in dote piuttosto questi popoli
E le ricchezze che con me ho portato
Di Pigmalione senza più incertezze.
Nella Tiria città Ilio trasporta
Con maggiore fortuna, e ormai il ruolo
Del re e lo scettro sacro in mano afferra!
Se brama guerra il tuo cuore, se Iulo
Cerca dove gli nascano trionfi
Con le sue forze, perché nulla manchi,
Un nemico da vincere offriremo:
Ha questo luogo leggi della pace,
Ma ha pure le armi: tu, ora, per tua madre
E per i dardi fraterni, e le frecce,
E per gli dei compagni della fuga,
Gli Dei Dardanii – così sopravviva
Chiunque riporti della tua progenie,
E sia la guerra crudele di Troia
La conclusione della tua sventura,
E Ascanio compia gli anni suoi con gioia
E riposino le ossa dolcemente
Del vecchio Anchise – salva, ti scongiuro,
La casa consegnata alle tue mani.
Che colpa m’imputi oltre a averti amato?
Non sono Ftia[11],
né nacqui nella grande
Micene e non hanno combattuto
Contro di te mio marito e mio padre.
Se ti vergogni di chiamarmi moglie,
Non sposa ma tua ospite io sia detta;
Didone
accetterà di essere proprio
Qualsiasi cosa pur d’essere tua.
Mi sono noti i flutti che si infrangono
Sulla costa africana: danno via
E la negano in tempi stabiliti.
Quando la brezza ti farà partire,
Darai le vele ai venti, ora trattiene
La mobile alga a riva la tua nave.
Ch’io osservi il tempo opportuno, comandamelo,
Sicuro andrai; né lascierò io stessa
Che, se lo bramerai, tu qui rimanga.
I tuoi compagni chiedono riposo,
La flotta, che ha subito avarie, esige,
Riparata a metà, un po’ di ritardo.
Per i meriti miei, e se qualcosa
Dovremo ancora a te, Per la speranza
Di matrimonio poco tempo chiedo,
Fin quando siano calmi i flutti e il mio
Amore, fino a quando con il tempo
E l’abitudine io fermamente
Impari a sostenere le sciagure.
Altrimenti, il nostro animo è già pronto
A deporre la vita: tu crudele
Nonpuoi contro di me essere a lungo.
Vorrei che tu vedessi quale fosse
L’immagine di me mentre ti scrivo!
Scriviamo, e sopra il grembo ho il Troico brando,
E per le guance cadono le lacrime
sul brando stretto, che ormai sarà tinto,
Invece che di lacrime, di sangue
Oh, quanto è conveniente al mio destino
Questo tuo dono! Tu il nostro sepolcro
Con un’esigua spesa ci prepari.
Non per la prima volta ora il mio petto
È ferito da un’arma: quello è il luogo
Che di un tremendo amore ha la ferita.
Anna sorella mia, mia sorella Anna,
Tu, che conosci la mia colpa, gli omaggi
Estremi alle mie ceneri offrirai.
E quando il rogo mi avrà consumata
Non porterà la mia iscrizione: «Elissa,
La sposa di Sicheo»; ma questo carme
Sopra il marmo del tumulo sarà:
«Enea fornì causa di morte e spada;
Didone cadde di sua propria mano».
[1] Dardanide: poetismo per designare i discendenti di Dardano, figlio di Giove, capostipite di Troia; per estensione, quindi, indica i Troiani e, qui, Enea.
[2] Elissa: è il nome originario di Didone, cfr. Virgilio, Aeneis, IV 335 e 610; V, 3.
[3] Meandro: fiume della Frigia.
[4] dio avverso: da intendere, probabilmente, come il dio Amore.
[5] Tua nuora… fratello: se Enea era figlio di Venere, era anche fratello di Cupido‑Amore e Didone nuora della stessa Venere.
[6] Euro: il vento di sud‑est.
[7] Tritone: dio del mare, nato da Nettuno e da una ninfa marina.
[8] citeree: ossia di Citera, isola a sud del Peloponneso – oggi Cerigo – ove, secondo una versione del mito, dal mare sarebbe nata Afrodite, la Venere dei Romani.
[9] Getùlo Iarba: era re dei Getuli, popolazione nomade del nord Africa, figlio di giove e di una ninfa secondo il mito.
[10] Simoenta: il piccolo fiume di Troia che qui, per metonimia, indica la città stessa.