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DIALOGO DELLA LUNA E DI LEOPARDI

 

Lorenzo Tinti

 

 

Dedico questa stramberia ai ragazzi della mia quinta.

 

 

LUNA: C’è stato un tempo, ricordo, nel quale dicevi di intendere la mia voce compassionevole, e di riferirne poi a Carlo e a Paolina.

LEOPARDI: Non lo nego.

LUNA: Eppure sono sei anni che non mi parli più. E anche stanotte siedi lì sull’arida schiena di quel monte da ore, con quel cipiglio, come si mi avessi in dispetto; e non ti è ancora sovvenuto di rivolgermi una parola.

LEOPARDI: L’ultima volta non hai risposto alla mie domande.

LUNA: Lo credo bene. Me le hai rivolte, e in gran numero, sotto mentite spoglie.

LEOPARDI: Allora non ti interrogavo per me solo. Avevo bisogno di un travestimento da uomo qualunque.

LUNA: E ti è parso acconcio un pastore nomade dell’Asia?

LEOPARDI: Avresti preferito un islandese?

LUNA: Che caratterino! Bada, così fai del male solo a te stesso.

LEOPARDI: Tranquilla; perito perfino l’inganno estremo, nulla è più in grado di ferirmi. Nessuna cosa vale ormai i moti del mio stanco cuore.

Rimugino su quando l’infelicità mi occupava per intero, e sapevo dall’oggi ciò che mi aspettava domani. L’infelicità mi riempiva talmente che non avevo voglia d’altro. A distanza di tempo, da quando essa mi lasciò di colpo, avverto un vuoto, e non ho più difese contro me stesso. Questa superficie di marmo che sono diventato mi disgusta; nondimeno mi ha donato un metodo. «Fuori dal metodo un pessimista può soffrire quanto vuole, ma non diviene pessimista per questo. Lo diviene in virtù del metodo. Così il pessimista può rivolgersi con diritto agli sventurati huius mundi habitatores solo se e in quanto s’è messo tra parentesi nel metodo. Anzi, egli può arrivare a dire: “il compito del pessimista è quello di indagare la verità definitiva”, e può aggiungere che di verità definitiva si può parlare solo secondo il metodo pessimista, e che sempre secondo questo metodo la verità si può indicare quasi con un dito».[1]

LUNA: Cosa aspetti, dunque?

LEOPARDI: Il tuo tramonto. Ho qualcosa, un’ultima cosa, da dire al mondo e la tua luce nebulosa mi toglie la concentrazione.

LUNA: Anni fa non mi trattavi così.

LEOPARDI: Sia pure. Ma questo accadeva quando ancor lungo la speme e breve aveva la memoria il corso.

LUNA: Cosa ti aspetti di trovare nella tenebra che lascerò dietro di me?

LEOPARDI: L’abisso orrido, immenso di «quel mare d’astri», di «quel cupo vortice di mondi».[2] Ho bisogno di immergermi in esso, di sentirmi piccolo: devo zittire la mia innata mania di protagonismo. Non c’è eroismo se non nell’umiltà, che poi non è che corretta consapevolezza di sé.

LUNA: Ancora giovinetto, mi pare, non disdegnavi di naufragare nel mare dell’immensità.

LEOPARDI: Non sono più l’uomo che ero. Non ho intenzione di naufragare nell’infinito, ma di «omne immensum» peragrare «mente animoque»,[3] per usare parole forse a te sconosciute.

LUNA: Non t’illudere. Conosco bene le farneticherie di quel pazzo suicida. Il suo senno, dopo che lo ebbe perso, finì qui da me: da allora ne ho accumulato una montagna.

Ma qual è, insomma, il metodo di cui vaneggiavi poc’anzi?

LEOPARDI: Ormai mi affido con fierezza alla ragione, testimonio la sua funzione critica e liberatrice, rifiuto ogni consolazione e ogn’inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera.

LUNA: Non mi sembra un granché. Roba da pazzi!

LEOPARDI: So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome.

LUNA: Ho capito che le cose prendevano una brutta piega già quando, una dozzina d’anni or sono, in uno scritto satirico mi costringevi a dialogare con la Terra, sragionando – se ben ricordo – dei suoi e dei miei abitanti. Ma che un giorno mi avresti addirittura rinnegata, proprio non lo immaginavo.

LEOPARDI: Non ti ho rinnegata. Ti ho semplicemente smascherata per quello che sei.

LUNA: Ovvero?

LEOPARDI: Un silenzioso, brullo satellite di roccia.

LUNA: Non provi nostalgia del tempo in cui ti sembravo allo stesso tempo dea, amica e confidente? Di quando venivi pien d’angoscia a rimirarmi e a cercare in me conforto? Di quando t’affacciavi a salutar il cielo che, grazie a me, sì benigno ti appariva in vista? Proprio non ti rammenti della promessa che mi facesti in un’altra stagione della tua vita, quando dicesti, riferendoti al mio tranquillo raggio: “Sempre loderollo, o ch’io ti miri veleggiar tra le nubi, o che serena dominatrice dell’etereo campo, questa flebil riguardi umana sede”?

LEOPARDI: Ho memoria di quei giorni, certo, e ne ho nostalgia.

LUNA: E non vorresti affidarti nuovamente alle mie cure?

LEOPARDI: Non più di quanto un rinsavito, novellamente conscio della miseria dell’esistenza, desideri ricacciarsi nell’ebete beatitudine dell’insipienza. Preferisco «sopportare qualsiasi sventura, piuttosto che tornare a quelle opinioni confuse, allo squallore umbratile di quella vita».[4] È più nobile, infatti, uno schiavo consapevole del proprio stato o uno schiavo che lo ignori? O, meglio, che, per tollerare più facilmente la propria condizione, si illuda di essere libero?

Mi spiace, ho chiuso con le superbe fole.

LUNA: Così, figlio mio, finirai per isolarti. Quegli uomini che preferiscono credere all’indimostrabile, purché paia esorcizzare le loro paure, o che da sempre si adoperano nelle più forsennate occupazioni, pur di non pensarci, figurati quanto amino i menagrami che li richiamano alle loro ipocrisie! Ti diranno misantropo e ti lasceranno solo. E tu non crederti capace della solitudine; nessuno lo è.

LEOPARDI: Ad ogni filosofo, ma più di tutto al metafisico è bisogno la solitudine. Ma sia ben chiaro che i veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l’uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. Del resto la mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente, e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbono esser chiamati né creduti misantropi, portano però cordialmente a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi.

LUNA: La tua logica è conseguente, ma va troppo per il sottile. Sai meglio di me che gli uomini da sempre si consorziano seguendo ideali grossolani, che molti possano comprendere e tutti sottoscrivere, e che poi quando giudicano non si concedono eccessivi distinguo, ma sentenziano così, a spanne, pronunciando un verdetto di accoglimento o di esclusione. Non ti sorprenderà, immagino, il filisteismo connaturato agli individui, che sacrificano con leggerezza la propria autenticità di esseri umani, nonché la solidarietà che naturalmente dovrebbe legarli agli altri rappresentanti della stessa specie, per aderire consapevolmente agli interessi corporativi di gruppi di potere sociale.

Sai inoltre che alcuni uomini, giudicando, si arrogano il compito di rappresentare lo spirito del secolo, di cui sono i più accaniti sostenitori; e dovresti sapere che l’obblio preme chi troppo all’età propria increbbe. Ben facile ti sarebbe invece imitare gli altri, e vaneggiando in prova farti agli orecchi lor cantando accetto.

LEOPARDI: Tanti più nemici, tanto più onore. A questo mi sono ridotto; ma non pensare che non abbia tentato, fin dalla giovinezza, di stabilire relazioni umane autentiche. Nondimeno il mondo, oggi, appare mosso unicamente dall’utile e dal conveniente, e, per il resto, sembra dividersi tra coloro che nutrono una fiducia metafisica nell’aldilà e coloro che nutrono una fiducia sociale nel progresso. Le quali cose mi risultano egualmente inaccettabili.

Da una parte, proprio non mi entra nel cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica. Anzi, considerando filosoficamente l’inutilità quasi perfetta degli studi fatti dall’età di Solone in poi per ottenere la perfezione degli stati civili e la felicità dei popoli, mi vie­ne un poco da ridere di questo furore di calcoli e di arzigogoli politici e legi­slativi; e umilmente mi domando se la felicità de’ popoli si può dare senza la fe­licità degl’individui. I quali sono condannati all’infelicità dalla natura, e non dagli uomini né dal caso.

Dall’altra parte, mi chiedo come si possa scorgere nelle cose un ordine provvidenziale, magari ideato per l’uomo. Come si possa ritenersi, in coscienza, esseri eletti, votati a un destino sovrannaturale o alla cura dell’amante natura. C’è chi ha sostenuto che questo sia il migliore dei mondi possibili. A me pare, al contrario, che la natura del mondo non porti all’uomo maggior rispetto che alle formiche e che, se queste muoiono più che quello, è solo perché il loro numero è maggiore. Lodasi senza fine il gran magisterio della natura, l’ordine incomparabile dell’universo. Non si hanno parole sufficienti a commendarlo. Or che ha egli, perch’ei possa dirsi lodevole? Almen tanti mali, quanti beni; almen tanto di cattivo, quanto di buono; tante cose che vanno male, quante che camminan bene. Dico così per non offender le orecchie, e non urtar troppo le opinioni: per altro, io son persuaso, e si potrebbe mostrare, che il male v’è di gran lunga più che il bene. Ora un tal magisterio, sarà poi tanto grande? un tal ordine tanto commendevole?

LUNA: A tal punto irridi le convinzioni del tuo secolo?! A tal punto disprezzi quelle debolezze – sia pure – che sole, però, rendono la vita degna di essere vissuta, e alle quali tu stesso hai largamente indulto anni fa?!

LEOPARDI: Dei disegni e delle speranze di questo secolo non rido: desidero loro con tutta l’anima ogni miglior successo possibile, e lodo, ammiro ed onoro altamente e sincerissimamente il buon volere: ma non invidio però i posteri, né quelli che hanno ancora a vivere lungamente. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade, nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non sa uscire. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, e il pensiero d’esser vissuto invano, mi turbano più, come solevano. Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo e il solo benefizio che può riconciliarmi al destino.

LUNA: Ma prima di morire, non desideri dunque avere quelle risposte che anche da me hai un tempo preteso? Ove tende questo vostro breve vagare; voi cosa siete; perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella conviene consolare; se la vita è sventura perché da voi si dura; ma soprattutto a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che la compongono.

LEOPARDI: il fine della natura universale è la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di ogni animale entra nel fine della detta natura almen tanto quanto la conservazione di esso, ma anche assai più che la conservazione, in quanto si vede che sono più assai quelle cose che cospirano alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la sua conservazione. In altre parole, l’uomo (e così gli altri animali) non nasce per goder della vita, ma solo per perpetuare la vita, per comunicarla ad altri che gli succedano, per conservarla. Né esso, né la vita, né oggetto alcuno di questo mondo è propriamente per lui, ma al contrario esso è tutto per la vita. – Spaventevole, ma vera proposizione e conchiusione di tutta la metafisica. L’esistenza non è per l’esistente, non ha per suo fine l’esistente, né il bene dell’esistente; se anche egli vi prova alcun bene, ciò è un puro caso: l’esistente è per l’esistenza, tutto per l’esistenza, questa è il suo puro fine reale. E questo è quanto. È una verità alla portata di tutti, cercarvi un senso invece è il frutto di una nostra deformazione conoscitiva, piuttosto che il dovere di un’indagine proficua.

C’è stato un tempo nel quale mi bastava sapere che c’eri, sentire che ti facevi carico in nome della natura della mia sofferenza: sensibile io, sensibile tu. Ad un tratto, tuttavia, cominciò a mostrarmisi sospetta quella mano che mi forniva un lenitivo per un dolore di cui, in fondo, era l’unica responsabile; e in nome di una fratellanza che pensavo ci legasse, venni a te con somma modestia, perché mi aiutassi a strappare il manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano. Capii in fretta che quella complicità che mi ero figurato in precedenza non rispondeva alla realtà e che i nostri destini erano sempre stati affatto diversi; sperai allora che perlomeno il dovere dell’onestà, se interrogata, ti spingesse a dare risposte. Ma niente. Volli illudermi, infine, che semplicemente non fossi interessata alle vicende dell’umano stato e tacessi perché del tutto indifferente. Mi spinsi addirittura a vederti come l’aguzzino, come il fedele servo di colei di cui confondevi i figli. Solo in ultimo ho inteso: nemmeno tu conosci il senso delle cose. Sei giusto un globo di cenere, che splende di luce riflessa.

Ed ora, che sei giunta al confin del cielo, che si scolora il mondo, concludi pure il tuo corso. E, una volta per tutte, lasciami in pace.

 

 

La luna è quasi del tutto tramontata. Su una pendice del Vesuvio, nel buio più pesto, Giacomo Leopardi siede tra cespugli di ginestre, e guarda l’ultimo orizzonte.

                 Poi, quasi riavendosi, parla a se stesso:

 

 

LEOPARDI: Ecco che ti è successo ancora, debole uomo. Hai parlato a un fantasma della tua immaginazione. Ti sei rifugiato in una confessione, quando è tempo di denunce. Il tuo bisogno di consolazione è pari solo alla tua esigenza di comunicare, alla tua ricerca di un’assoluta compensazione spirituale. Sei la prova vivente che le illusioni, per quanto sieno illanguidite e smascherate dalla ragione, tuttavia restano ancora nel mondo, e compongono la massima parte della nostra vita. E non basta conoscer tutto per perderle, ancorché sapute vane. E perdute una volta, né si perdono in modo che non ne resti una radice vigorosissima, e continuando a vivere, tornano a rifiorire in dispetto di tutta l’esperienza, e certezza acquistata.

Leopardi, uomo di pena, ti basta un’illusione per farti coraggio.

Ma il cielo è finalmente sgombro. Orsù, cominciamo: Qui sull’arida schiena del formidabil monte sterminator Vesevo…

     

 


 

[1] M. Sgalambro, La conoscenza del peggio, Milano 2007, pp. 18-19.

[2] G. Pascoli, La vertigine, vv. 14-15.

[3] Lucrezio, De rerum natura, I, 74.

[4] Platone, Simposio, 516d.

 

 

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