Antonio Di Benedetto, L’uomo del silenzio, prefazione di Laura Pariani, traduzione di Maria Nicola, Milano, BUR, 2006, pp. 184, € 8,50
Voler scrivere, con tutte le proprie forze, non desiderare altro che iniziare un romanzo; e non riuscirci, per il rumore.
In questa modernissima paralisi sta l’originalità del romanzo, appena tradotto in Italia, dell’argentino Antonio Di Benedetto. Nato nel 1922, giornalista e direttore del giornale “Los Andes” di Mendoza, scrittore lungo gli anni sessanta di racconti fantastici (Mundo animal) e di romanzi che vengono considerati dalla critica anticipatori del nouveau roman e del racconto ‘esistenzialista’, apprezzato da Borges e da Cortázar, Di Benedetto fu arrestato dalla Junta militar nel ’76; grazie tuttavia all’interessamento di numerosi intellettuali, la sua pena fu commutata in esilio europeo; poté tornare in patria solo due anni prima della morte, avvenuta nel 1986.
El silenciero (L’uomo del silenzio) muove da un elemento squisitamente autobiografico:
Mi facevano star male i rumori – confessò in un’intervista –, li pativo come un’aggressione personale del mondo nei miei confronti. Di tale ipersensibilità e della comprensione degli effetti di ciò che io chiamo rumore materiale nacque la prima metà de L’uomo del silenzio. La seconda parte è più profonda, riguarda il rumore metafisico.
Questo romanzo sorprendente, e ondivago nella sua struttura, nel suo movimento da onda sonora, è l’autoanalisi inquietante e spietata dei fantasmi di ogni scrittore, dei mostri che popolano la sua mente, i quali, invece di prender forma di visioni, sono rappresentati da suoni.
“Stare nel rumore” è la parola d’ordine. Hanno scelto, e non per capriccio il rumore è eletto a segno o simbolo di ciò che è attuale, nuovo, di ciò che pesa e dà prestigio, della rottura. “Il mondo sarà del rumore o non sarà” “Il silenzio è dei morti” Sì…
Contro il rumore onnipervasivo, esasperante, detestato, il protagonista fugge, si ribella, trasloca, sogna senza dormire, giunge ad azioni indicibili. Cerca il silenzio che precede la creazione, trova alleati in illustri filosofi e letterati del passato, Schopenhauer, Goethe, Kant… E tuttavia non riesce a scrivere, il romanzo viene rinviato di continuo...
Il fatto è che sussiste un rumore emesso dagli esseri umani, nel loro esistere: “A volte si percepisce come un blocco, come un’onda o un’infiltrazione sonora, o come un sussurro oppressivo e deprimente”. Addirittura, il rumore persiste anche quando si è soli, “giacché se sto con me stesso non sono solo, siamo in due”. Allora questa coscienza lacerata, il cui atto della scrittura è continuamente, angosciosamente rinviato, prova a restare in se stessa; ma “quell’in suggerisce un essere all’interno di un altro, e il risultato è sempre due”.
Così il romanzo “esteriore”, quello che il lettore può leggere, va snodandosi tra elucubrazioni talora vertiginose, descrizioni maniacali e temerari atti inconsulti; demoni e labirinti, “rumori che alterano il mio essere… o non mi consentono di trovarlo”; in attesa del momento in cui l’altro romanzo, quello “interiore”, prenda forma, in cui “il mio libro, finalmente, avrà inizio”.
Una conclusione che corona la suspence disseminata con rara sapienza diegetica lungo le pagine del testo. Bello accostarsi a questa prosa quanto mai singolare, e scoprire – anche grazie alle preziose, interessanti note di apertura di Laura Pariani – l’originalità spesse volte sorprendente di uno scrittore che non merita davvero il nostro oblio.
(Magda Indiveri)