Breve ma veridico profilo di Alessandro D’Ancona
SARA POLEDRELLI
In Italia, il severo, rigido approccio filologico proprio degli studi letterari settecenteschi – oggi d’altronde universalmente stimato, per più ragioni, quanto mai obsoleto ed opinabile – perviene ad uno stato di grave decadenza nelle università italiane della prima metà dell’Ottocento. Da più parti, siffatta diminuzione di precisione ed acribia analitiche è stata imputata a taluni aspetti caratteristici della temperie romantica: si allude, generalmente, al suo generoso quanto generico idealismo, nonché al suo vago, sfuggente sentimentalismo…
D’altro canto, l’arretratezza degli studi letterari nell’Italia di quell’epoca sicuramente è da relazionarsi anche al clima politico: sono gli anni della difficile gestazione dell’unità nazionale e dell’attesa di un “risorgimento”. Il movimento romantico, in questo senso, contribuisce alla creazione del mito di un’anima comune del popolo italiano: si tratta di una forza propulsiva solida per l’ideologia della futura Italia unita, ma troppo eterea e asistematica dalpunto di vitsa della necessità di serietà scientifica negli studi umanistici.
Il passaggio dal Romanticismo al Positivismo nella nostra Penisola (sfasato di almeno un ventennio rispetto agli altri paesi europei) corrisponde proprio alla transizione verso l’unità nazionale, raggiunta nel 1861, che incarna la realizzazione storica dell’ideale romantico-risorgimentale. Parallelamente, si nota un generale risorgere degli studi umanistici, linguistici e letterari (ben si sa, d’altronde, che la lingua di un popolo è elemnto fondamentale della sua identità), con un impianto scientifico di stampo schiettamente positivista.
È in questo contesto storico che emerge la figura emblematica, per l’accademia italiana, di Alessandro D’Ancona (1835-1914). Questi, in effetti, reagendo all’impostazione romantica, priva - a suo dire – di una metodologia sistematica ed affidabile, richiamava l’attenzione sulla concretezza del fatto letterario. Ciononostante, in qualità di uomo del Risorgimento, non rinnegherà in toto il mito romantico della letteratura quale espressione dell’anima nazionale: al contrario, in lui convivrà l’ideale romantico del Volkgeist italiano con lo scientismo positivista, che diventerà strumento per dimostrare fattivamente l’esistenza di un’anima comune, sorta già nel lontano Medioevo con la nascita dei vari vernacoli italici.
Il giovane D’Ancona, che per formazione era giurista[1] e giornalista[2], approda alla letteratura pressoché da autodidatta[3]. E tuttavia, nel periodo torinese era stato perspicuo uditore di Francesco De Sanctis, allora punta di diamante de facto incontrastata nell’ambito della storia e della critica letteraria italiana, e l’unico che, forse, abbia fatto veramente scuola...
Il D’Ancona, però, pur apprezzando l’insigne studioso napoletano, ed assimilandone in parte l’alta lectio, se ne distaccherà; ottenuta nel 1860 (dunque a soli 25 anni) la cattedra di letteratura italiana presso l’Ateneo pisano[4], egli sarà l’iniziatore – insieme con altri suoi colleghi coetanei (tra cui spiccano Carducci[5], Bartoli, Comparetti, Graf, Teza, ma anche Del Lungo e Villari) – di un rinnovato indirizzo scientifico, fondato sul massimo rigore storico-filologico.
Cardine della nuova linea metodologica è la preminenza accordata al con-testo storico della genesi del testo, muovendo dalla concezione secondo cui il fatto letterario, seppure autonomo, è comunque prodotto dalle interazioni di società, politica, economia, religione e cultura. Il D’Ancona pone così in primo piano il problema della storicizzazione[6] del testo, per quanto ai suoi criteri di analisi non siano certo estranee considerazioni di tipo estetico.
L’intenzione è quella di applicare un metodo sperimentale e scientifico al campo delle materie letterarie (il testo è visto come un fatto: “fatto letterario” appunto), che, nella pratica, proceda per deduzione, sempre partendo dall’esposizione meticolosa e rigorosa delle premesse che stanno alla base della tesi che si vuol sostenere. Da questa viene fatto derivare un articolato svolgimento delle argomentazioni, sostenute da un apparato bibliografico assai nutrito (a questo punto è imprescindibile un severo vaglio delle fonti), che porta infine alla logica conclusione, solitamente conforme alla tesi di partenza.
In sostanza, il lavoro del critico, nell’ottica della neonata “Scuola storica”, che programmaticamente rinunciò alla formulazione teorica dei suoi princìpi, è inteso come ricerca erudita, ricostruzione dei testi, esame di fonti, raccolta di documenti, con un’attenzione puntualissima alla biografia intellettuale dell’autore. Ulteriore elemento, generalmente condiviso dagli esponenti di questa Scuola, fu l’interesse per l’inedito[7]: si pensi per esempio alla riscoperta di una certa memorialistica di viaggio[8], solitamente negletta dagli storici della letteratura.
Il robusto ed animoso magistero dell’insigne studioso sarà un’autentica fucina donde scaturiranno molti dei futuri “padri” della filologia italiana, e non solo nell’àmbito dell’italianistica, bensì anche delle letterature classiche e romanze (si pensi a figure del calibro del D’Ovidio e del Rajna). Riconosciamo, inoltre, al critico pisano il gran merito d’aver contribuito a liberare l’accademia italiana da uno stato d’isolamento e arretratezza, fornendo nuova linfa alla filologia e alla critica e riducendo, così, la distanza rispetto agli originali e, per tanti versi, rivoluzionari orientamenti europei, mirabilmente rappresentati – in Francia ed in Germania – da Paris, Gröber, Mussafia (col quale il Nostro intrattenne, fra l’altro, un rilevante carteggio) e Köhler.
A differenza degli approdi ecdotici danconiani – ai quali la filologia moderna e contemporanea de facto molto devono –, diverse posizioni teoriche e ideologiche tout court sostenute e propugnate dal Nostro, che risentono senza dubbio d’un ideale risorgimentale sempre abbracciato in maniera sobria quanto equilibrata, appaiono oggi alquanto datate. Ricordiamo, ad esempio, la teoria monogenetica della lirica italiana[9] o quella della matrice popolare nella poesia – viceversa dottissima e solo in apparenza popolareggiante – di Jacopone da Todi o di Cecco Angiolieri[10]. Inoltre, Natalino Sapegno ha indicato apertis verbis – oramai parecchi decenni fa –come limite non lieve della critica storica nella sua globalità l’evidente sproporzione sussistente fra l’immane quantità dei dati presi in esame e l’esiguità dei risultati effettivamente ottenuti.
Comunque sia, talune delle sue opere restano autentiche pietre miliari nella storia della filologia italiana: alludiamo, in primis, alle Origini del teatro in Italia (1877), ove s’affrontava un àmbito pressoché inesplorato prima del D’Ancona, oppure alle ricerche su Le sacre rappresentazioni dei secoli XIV e XV (1878). In queste indagini esemplari, ove lo studioso si muove parallelamente sul piano dell’analisi testuale e su quello della ricostruzione storica, viene puntualmente messa in luce l’origine liturgica del teatro medievale: si dedica un attento studio al suo significato simbolico e rituale, nonché ai tipi dei personaggi e alle loro funzioni in relazione a questioni di carattere morale e religioso. Seguendo lo sviluppo del genere drammatico, si rileva il progressivo umanizzarsi (e vivacizzarsi) dei personaggi e dei motivi, mano a mano che si abbandona l’originaria ieraticità per avvicinarsi, in epoca rinascimentale, a modelli antichi e pagani.
Pure il volume a cui il critico pisano attese, assieme col Comparetti, dal 1875 al 1888 – Le antiche rime volgari, secondo la lezione del codice vaticano 3793 – ne esprime una sorta di “credo” filologico e, in specie, manifesta l’esigenza di stabilire secondo criteri scientifici il testo delle rime antiche.
Un indubbio interesse per l’elemento popolare si conferma altresì ne La poesia popolare italiana (1878), che corona ed ordina ricerche già avviate sin dagli anni operosissimi della sua formazione: non senza ben precise venature di romantico patriottismo, vi si proclama, inter alia, l’«ingenita virtù al poetare» del popolo italiano. Sulla stessa linea tematica costruisce pure Venti canti popolari italiani (1887).
Un ruolo assai importante nella bibliografia danconiana hanno, poi, gli studi danteschi, condotti in varie epoche e raccolti infine nel 1912 in un volume intitolato Scritti danteschi. Ricordiamo, in particolare, La Beatrice di Dante e l’edizione commentata della Vita Nuova.
Non furono peraltro estranee all’attività dello studioso preoccupazioni squisitamente didattiche, tanto che, in collaborazione col Bacci, redasse un fortunatissimo Manuale di letteratura italiana (1892-1895): sarà, fra l’altro, il libro di testo più adottato nei licei durante gli anni ’90 del sec. XIX. Testi ad uso scolastico sono pure le edizioni commentate delle Odi di Giuseppe Parini (1884) e delle Liriche di Alessandro Manzoni (1892).
Da ultimo, citiamo la sua “opera prima”, il Discorso sulla vita e sulla dottrina di Tommaso Campanella (1854), scritta ad appena diciannove anni, ma che costituisce ancora nella bibliografia relativa al filosofo calabrese un “monumento” d’importanza storico-filologica non comune e che, soprattutto, testimonia i felici esordi d’un ricercatore de race, capace, già allora, d’armonizzare sapientemente filosofia, storia e, in primis et ante omnia, filologia.
Habent sua fata libelli; e il Journal du Voyage en Italie di Michele de Montaigne ebbe davvero avversi i fati. Concesso anche ch'e' sia soltanto un primo getto, per memoria: che troppa parte vi occupino certi particolari, non sempre piacevoli né del tutto decenti, sulle vicende di salute dell'autore: che l'esser dettato mezzo in francese e mezzo in italiano, ne rendesse in patria men cercata la lettura, non si spiegano però la dimenticanza e il disdegno in che cadde dal 1744, quando la prima volta fu messo in luce, fino ai dì nostri. Ora però, dopo l'edizione con molte note illustrative, che a mia cura ne fu procurata fra noi[11], una nuova stampa ne ha data alla Francia il sig. L. Lautrey[12] pur essa ricca di note e colla parte italiana voltata in francese[13].
Il Journal del Montaigne è invero un'opera per molti aspetti notevole, e in che si ritrova l'impronta così originale e propria, del grande scrittore. Certo, se il Montaigne avesse avuto agio e tempo di tornarvi su, sfrondandolo e riordinandolo, questo giornale del suo viaggio avrebbe forse anch'esso formato un capitolo, e non de' meno attraenti, de' suoi Essais, dei quali tuttavia nell'assidua osservazione del proprio interno e nella sagace e retta considerazione delle cose esterne, serba il costante, carattere. Il Saggio sulla educazione de' fanciulli[14] nel quale tanta parte è data ai viaggi, ottima «eschole à façonner la vie»[15], non avrebbe avuto altra miglior rincalzo di questa relazione su cose ed uomini veduti in Svizzera, in parte di Allemagna e soprattutto in Italia.
Imprendendo in età ormai matura il viaggio d'Italia, il Montaigne, benché travagliato da malori noiosi e insidiosi, trovavasi del resto nelle migliori attitudini di animo e di cultura per trarne diletto insieme e profitto. Già conosceva egli ed amava l'Italia. Il padre suo vi era stato a cagione di guerra, e ne aveva riportato «un papier journal de sa main»[16], e anche, parrebbe, istitutori e norme di educazione pel figlio[17]; il latino era stato l'idioma nel quale prima si era sciolta la lingua del giovinetto Michele, che con esso aveva appreso la storia di Roma, rendendosene familiari i fatti e gli eroi.
Per siffatta educazione, egli conobbe i fatti romani prima che quelli di casa, e prima gli furono domestici il Campidoglio e il Tevere, del Louvre e della Senna. Aveva spesso tenuto il campo disputando in favore di Bruto e di Pompeo[18]. Ma, quanto i classici antichi, gli erano noti gli scrittori italiani, sì da poter parlare con competenza e con dirittura di giudizio dell'Ariosto[19], del Guicciardini[20], de' Comici[21], del Caro[22], dell'Aretino[23], e di fatti e costumi italiani. Aggiungasi, ch'egli aveva avuto seco, e con ogni cura allevato «un page, gentilhomme italien», perduto in uno scontro d'armi: «et feut ex teinte en luy une tresbelle enfance et pleine de grande esperance»[24]. Ricordi paterni, adunque, prima educazione, studi civili e letterari, affetti, tutto in lui ravvivava e manteneva l'amore all'Italia e alle cose italiane.
Altri impulsi ancora lo spingevano a varcare le Alpi, e contemplare l'Italia. La salute sua era minacciata dalla nefrite, della quale il padre suo era morto; aveva provato più e vari assalti di codesto male e cercatone invano sollievo in patria, a Aigues-Caudes e a Banières[25]: ora si cullava nell'illusione che potessero riuscirgli più efficaci le stazioni balnearie italiane, e soprattutto quella dei Bagni di Lucca. Un altro tentativo, non per sé ma per l'unica figlia vivente, pontava fortemente sulla sua volontà. Di sei figliuole, quante gli diede la moglie, sopravviveva la sola Eleonora «d'une complexion tardive, mince et molle»[26]; con tutto il suo scetticismo, si era fatto fare un bel ex-voto da appendere all'immagine della Madonna di Loreto. Chi sa?... avrà egli pensato in cuor suo, collocando di propria mano il quadretto argenteo, dove erano le figure sua propria, della moglie e della figlia con sopra quella della Vergine; tanto più che a Loreto trovava un giovane parigino, che aveva invano sperimentato ogni cura alla sua povera gamba, e asseriva di esser guarito soltanto in quel luogo. Chi sa?... e forse quel dono, poiché v'era anche la propria immagine, poteva esser propizio anche a sé: alla figlia e al padre insieme. Oh fragilità dei più saldi caratteri umani!
Ma l'attrattiva maggiore nel fargli lasciare gli agi della casa avita, doveva essere la vista di Roma. Giunto ch'egli vi fu, sciolse come un canto alla città eterna qual'era nella sua immaginazione e quale gli si presentava nella realtà. L'Ampère, riferendo questo passo[27], lo giudica alquanto declamatorio e gonfio, e frutto di un entusiasmo voluto e forzato. Ma, quanto a noi, siamo d'accordo col Sainte-Beuve[28] nel riconoscervi un linguaggio augusto e magnifico, e un alto ideale. La passata grandezza e la presente abbiezione di Roma hanno ispirato felicemente la mente e l'immaginazione dello scrittore e l'hanno innalzato oltre la sua consueta misura. Giudichi il lettore questo brano[29], che tiene insieme dell'inno e dell'elegia.
«Il disoit», è il segretario, che parla a dettatura del suo signore, «il disoit qu'on ne voïoit rien de Rome que le ciel sous lequel elle avoit esté assise, et le plant de son gite: que cete science qu'il en avoit, estoit une science abstraite et contemplative, de laquelle il n'y avoit rien qui tumbat sous les sens: que ceus qui disoint qu'on y voyoit au moins les ruines de Rome, en disoint trop; car les ruines d'une si espouvantable machine rapporteroient plus d'honneur et de reverence à sa mémoire: ce n'estoit rien que son sepulcre[30]. Le monde, ennemi de sa longue domination, avoit premieremant brisé et fracassé toutes les pieces de ce corp admirable, et parce qu'encore tout mort, ranversé et desfiguré il lui faisoit horreur, il en avoit enseveli la ruine mesme[31]. Que ces petites montres de sa ruine, qui paressent encores au dessus de la biere, c'etoit la fortune qui les avoit conservées, pour le tesmoingnage de cette grandur infinie, que tant de siecles, tant de fus, la conjuration du monde reiterées à tant de fois à sa ruine, n'avoint peu universellemant esteindre. Mais qu'il estoit vraisamblable que ces mambres desvisagés qui en restoint, c'estoint les moins dignes, et que la furie des ennemis de cete gloire immortelle, les avoit portés, premieremant, à ruiner ce qu'il y avoit de plus beau et de plus digne; que les bastimans de cete Rome bastarde, qu'on aloit asteure atachant à ces masures antiques, quoi qu'ils eussent de quoi ravir en admiration nos siecles presans, lui faisoint resouvenir propremant des nids, que les moineaus et les corneilles vont suspandant en France aus voutes et parois des eglises que les Huguenots viennent d'y démolir. Encore creignoit-il, à voir l'espace qu'occupe ce tumbeau, qu'on ne le reconnût pas tout, et que la sépulture ne fût elle mesme pour la pluspart ensevelie. Que cela, de voir une si chetifve descharge, come de morceaus de tuiles et pots cassés, estre antiennemant arrivée à un monceau de grandur si excessive, qu'il egale en hauteur et largeur plusieurs naturelles montaignes, c'étoit une expresse ordonnance des destinées, pour faire santir au monde leur conspiration à la gloire et préeminance de cete ville, par un si nouveau et extraordinere tesmoingnage de sa grandur. Il disoit ne pouvoir aiséemant faire convenir, veu le peu d'espace et de lieu que tiennent aucuns de ces sept mons, et notammant les plus fameus, comme le Capitolin et le Palatin, qu'il y ranjat un si grand nombre d'édifices. A voir sulemant ce qui reste du Temple de la Paix, le long du Forum Romanum, duquel on voit encore la chute toute vifve, come d'une grande montaigne dissipée en plusieurs horribles rochiers, il ne samble que deus tels batimans peussent tenir en toute l'espace du mont du Capitole, où il y avoit bien 25 ou 30 tamples, outre plusieurs maisons privées. Mais, à la vérité, plusieurs conjectures qu'on prent de la peinture de cete ville antienne, n'ont guiere de verisimilitude, son plant mesme estant infinimant changé de forme; aucuns de ces vallons estans comblés, voire dans les lieus les plus bas qui y fussent; come, pour exemple, au lieu du Velabrum, qui pour sa bassesse recevoit l'esgout de la ville et avoit un lac, s'est tant eslevé des mons de l'hauteur des autres mons naturels qui sont autour delà, ce qui se faisait par le tas et monceaus des ruines de ces grans bastimans; et le Monte Savello n'est autre chose que la ruine d'une partie du teatre de Marcellus. Il croioit qu'un an tien romain ne sauroit reconnoistre l'assiette de sa ville, quand il la verroit. Il est souvent avenu qu'après avoir foullié bien avant en terre, ou ne venoit qu'à rencontrer la teste d'une fort haute coulonne, qui estoit encore en pieds au dessous. On n'y cherche point d'autres fondemens aux maisons que des vieilles masures ou voutes, comme il s'en voit au dessous de toutes les caves, ny encore l'appui du fondement antien, ny d'un mur qui soit en son assiete. Mais sur les brisures mesmes des vieus bastimans, come la fortune les a logés, en se dissipant, ils ont planté le pied de leurs palais nouveaus, come sur de gros loppins de rochiers, fermes et assurés. Il est aysé à voir que plusieurs rues sont à plus de trante pieds profond au dessous de celles d' -à -cete heure».
E di questo culto per Roma ebbe egli ampia ricompensa col conseguire l'ambito titolo di cittadino romano; « ne fut-ce que pour l'antien honnete religieuse memoire de son authorité». La bolla senatoriale ch'egli riferisce negli Essais[32] e che era « pompeuse en sceux et lettres dorees» gli fu carissima, perché «n'estant bourgeois d'aulcune ville, je suis bien ayse de l'estre de la plus noble qui feut et qui sera onques». Non prevedeva che di lì a breve il suo viaggio verrebbe interrotto per l'elezione che sarebbesi fatta di lui a maire di Bordeaux.
Neanche forse prevedeva, varcando le Alpi e obbedendo alle ragioni di sopra enumerate, qual largo campo gli si apriva ai prediletti suoi studi morali col poter osservare coi propri occhi mores hominum multorum et urbes. Da lungo tempo aveva egli disciplinato se stesso all'osservazione assidua dell'uomo: e la « grande image de nostre mere Nature»[33] in tanto gli importava, in quanto la Natura è teatro alle umane azioni. Ma era, e si diceva, «naturaliste»[34], perché nell'uomo studiava i moti e le impronte della natura. Per ben avviare questo studio aveva cominciato dal presentare se stesso a sé «pour argument et pour subject»[35]; e laddove gli altri, per lo più, guardano innanzi e attorno, egli guardava dentro: «moy je regarde dedans moy, je n'ay affaire qu'à moy, je me considere sans cesse, je me contreroolle, je me gouste»[36]; di ciò aveva egli fatto la sua fisica e la sua metafisica[37]. Per questo modo egli era riuscito a bilanciar tra loro le più disparate facoltà e forze dell'intelletto e dell'animo, a dirigerle e governarle, e a far bene la parte toccatagli in sorte. «Il n'est rien si beau et legitime, que de faire bien l'homme et deuement; ny science si ardue, que de bien et naturellement, sçavoir vivre cette vie; et de nos maladies, la plus sauvage c'est mespriser nostre estre»[38]. Perciò l'universale consenso ha ratificato la sentenza del Sainte-Beuve che lo chiama «le français le plus sage qui ait jamais existé»[39]; modificandola tuttavia in ciò, ch'ei non sia soltanto il francese più saggio, ma uno fra gli uomini meglio meritevoli di tal lode.
Le qualità essenziali che appariscono nelle meditate pagine degli Essais, si mostrano anche in queste affrettate ed estemporanee del giornale di viaggio. Anche di queste egli avrebbe potuto dire, come nella prefazione agli Essais: «Je suis moy mesme la matière de mon livre»; anche questo è un libro «consubstantiel à son aucteur»[40] e soprattutto un libro «de bonne foy». Le parti stesse mena gradevoli del giornale, dove si nota la qualità ed efficacia dei diversi bagni da lui visitati, e giorno per giorno si registrano gli effetti che ne provava, scritte come sono per proprio ricordo e non per offrirle a un lettore, rispondono allo studio costante di accordare fra loro le forze dei corpo e quelle dell'animo, e quietar questo, ristorando quello e rinvigorendolo. Osservava le proprie infermità e ne verificava ogni alterazione, facendo esperienze su se medesimo, poco fidandosi dei medici, e ben guardandosi dal lasciare alterare il giudizio «par art et par opination»[41]. E così più che alla vana scienza de' medici, credeva alla virtù riparatrice delle acque, naturale e semplice, «qui au moins n'est point dangereuse, si elle est vaine»[42], e ch'egli stimava largita a beneficio degli uomini dalla Natura stessa. Ma a taluno tuttavia potrà non garbare, né tal dritto vorremmo contendergli, quanto nel giornale si riferisce a infermità ed a mediche cure. Altra cosa è però un'opera pubblicata dall'autore stesso, che liberamente sceglie ciò che altrui vuole di sé comunicare, altra un'opera trovata e pubblicata dai posteri. Nessuno tuttavia dei diversi editori si è attentato a mutilare il testo. Il lettore passerà dunque leggermente, e forse sorridendo, su cotesti episodi del Viaggio; ma terminata la lettura di esso, e considerandolo nell'insieme, non rimprovererà altri di non avere voluto arbitrariamente cambiare la figura caratteristica del libro. Anche qui del resto il Montaigne ci dà qualche utile insegnamento. Egli curava di recuperare «la belle lumière de la santé»[43], perché la parte fisica dell'uomo non dominasse sull'animo e sulla volontà: noi moderni nelle cure dei bagni cerchiamo il più spesso non la reintegrazione della salute, ma un modo di più liberamente abusarne di poi.
Ciò che piacerà certamente al lettore di gusto fine e delicato, sarà la parte narrativa. È, lo ripetiamo, un primo getto, ma di mano vigorosa e che sa infonder la vita in ciò che rappresenta. Là dove nei viaggi moderni è il più spesso l'autore che parla, qui si direbbe che le cose, interrogate dal viaggiatore, parlino esse stesse nel proprio loro linguaggio. L’autore si pone in disparte; e di quest'opera sua minore può dire come degli Essais: «J’ay faict icy un amas de fleurs estrangieres, n'y ayant fourny du mien que le filet à les lier»[44]. Il Montaigne aveva in proprio «l'honneste curiosité de s'enquerir de toutes choses»[45]; tutto gli pareva utile a conoscere: «Il fault tout mettre en besongne et emprunter chasscun selon sa marchandise, car tout sert en mesnage »[46].
Egli è, che in fondo, ciò che lo attrae è l'uomo nella varietà delle sue inclinazioni, dei costumi, della storia. Delle bellezze dei luoghi che percorre non fa quasi nessuna menzione, o rapidissima; ma passando, ad esempio, dalla valle di Spoleto, si lascia scappare dalla penna ch'essa «est la plus bele pleine entre les montagnes qui est possible de voir»[47]; concorde in ciò con San Francesco, che soleva dire: «Nil jucundius vidi valle mea Spoletana»: notevole consenso di un entusiasta credente e di un freddo scettico. A Roma, termine sommo del pellegrinaggio, gli preme il popolo quanto il papa: le cerimonie del rito giudaico lo richiamano quanto gli spettacoli della Settimana Santa, che giudica più magnifiche che devote. Vuol, via via, conoscere di persona il duca di Ferrara, il granduca di Toscana, il sommo pontefice; tutti ricerca, con tutti parla, da tutti vuol apprendere una particella di esperienza. Conversa coi dotti, e colle cortigiane, che ahimè! erano una delle maggiori attrattive dell'Italia di que' tempi: si aggira fra le rovine, e si mescola coi comici e colla plebe; porge l'orecchio con egual piacere alle dotte discussioni conviviali presso all'ambasciatore di Francia, alle improvvisazioni rusticali della poetessa de' Bagni di Lucca, a dispute di teologi e a consulti di medici; assiste egualmente ad esorcismi, a spettacoli di flagellanti, a rappresentazioni teatrali, a esecuzioni di malfattori, a feste contadine, a partite d'armi fra gentiluomini. Visita il Tasso nella squallida prigione di Sant'Anna[48], e le cortigiane di Venezia e di Firenze e di Roma nelle loro dimore. Nulla vi ha di frivolo per lui, perché nulla ei guarda con frivolezza. Egli non viaggia «à la mode de la noblesse française» per riportarne soltanto «combien de pas a Santa Rotonda, ou la richesse de calessons de la Signora Livia, ou, comme d'aultres, combien le visage de Neron, de quelque vieille ruyne de là est plus long ou plus large que celluy de quelque pareille medaille», ma per conoscere «les humeurs de ces nations et leurs façons, et pour frotter et limer sa cervelle contre celle d'aultruy»[49]. ln ogni dove egli prosegue e rinviene l'oggetto perenne delle sue meditazioni: «J’ay veu des maisons ruynees et des statues et du ciel et de la terre: ce sont tous jours des hommes!»[50]. Quaero hominem starebbe bene per epigrafe, come ad ogni altro scritto del nostro autore, cosi a questo viaggio. Ma cercando l'uomo, non faceva distinzioni di popoli e di razze: «j'estime tous les hommes mes compatriotes»[51].
Preparato da sì virile educazione di se stesso, scevro d'ogni pregiudizio nazionale, il Montaigne scese fra noi a studiare l'Italia e gli italiani.
«Ennemy juré de toute espece de falsification»[52], guardò le cose così com'elle erano, e per tal modo le ritrasse nei suoi ricordi. «Je me suis deffendu d'oser alterer jusques aux plus legieres et inutiles circonstances: ma coscience ne falsifie pas un jota: mon inscience, je ne sçay»[53].
Ma la rettitudine dell'osservare, il lungo studio e il forte amore delle cose italiane gli impedivano di metter piede in fallo. Le note dei tre successivi illustratori del Voyage chiariscono e ampliano i rapidi accenni dell'autore; mai, o quasi, rettificano o correggono.
Il Voyage è pertanto vivo ritratto dello stato d'Italia sul finire del secolo decimosesto; e per la materia, come pel dettato, quasi italiano, tanto da appartenerci a buon diritto.
Diciamo, pel dettato, poiché, come avvertimmo, un buon terzo di esso è nella nostra lingua. Il Montaigne è autorevolmente giudicato dal Picot, il quale passò in rassegna i francesi che nel sec. XVI scrissero in italiano, come il più notevole fra tutti[54]. Ma una cosa è parlare una lingua straniera, ed altra è scriverla. Quanto al primo caso, egli era di manica larga, e gli bastava di farsi capire alla meglio. «Je conseillois en Italie à quelqu'un qui estoit en peine de parler italien que, pourveu qu'il ne cherchast qu'à se faire entendre sans y vouloir aultrement exceller, qu'il employast seulement les premiers mots qui luy viendroient à la bouche, latins, françois, espaignols ou gascons, et qu'en y adjoustant la terminaison italienne, il ne fauldroit jamais à rencontrer quelque idiome du pays, ou toscan, ou romain, ou venitien, ou piemontois, ou napolitain, et de se joindre à quelqu'une de tant de formes»[55]. Se non che, quando fece proposito di servirsi del parlare del paese, tenne altro modo, né ci si provò se non quando l'idioma straniero gli si porgeva più puro e genuino all'orecchio. «Assaggiamo», egli scrive posatosi ai Bagni di Lucca, «di parlare un poco questa altra lingua, massime essendo in queste contrade, dove mi pare sentire il più perfetto favellare della Toscana, particolarmente tra li paesani, che non l'hanno mescolato e alterato con li vicini»[56].
Ne venne fuori una forma che tiene un poco dell'antico e scritto e altrettanto del vivo e parlato. Ai Bagni di Lucca veramente si sente più l'accento lucchese che il toscano; ma a Firenze, il bravo guascone fiorentineggia come può meglio. Del resto, in tutta questa parte della sua narrazione, si rinvengono non poche reminiscenze francesi, come nel suo francese frequenti italianismi, e molto più che non ne abbia notato chi scrisse di proposito sulla lingua dei Montaigne[57].
Ma, uscendo dalle generali, mostriamo con un esempio come se la cavasse egli collo scrivere italiano, e scegliamo, fra gli altri, questo passo del suo diario ove ci si presenta autore e narratore di una idillica festa campestre ai Bagni di Lucca[58].
«La Domenica mattina mi bagnai, non la testa: e feci dipoi pranzo un ballo a premi pubblici, come si usa di fare a questi bagni; e volsi dare il principio di questo anno. Prima, cinque o sei giorni innanzi, feci pubblicare per tutti i lochi vicini la festa. Il giorno innanzi mandai particolarmente a invitare tutti li Gentiluomini e Signore, che si trovavano all'uno e l'altro bagno. Gli faceva invitar io al ballo, e poi alla cena. Mandai a Lucca per li premi. L'uso è che se ne danno più, per non parer scegliere una sola donna fra tutte, per schifare e gelosia e sospetto. Ce n'è sempre otto o dieci per le donne: per gli uomini due o tre. Fui richiesto da molte di non scordare chi se stessa, chi la nipote, chi la figliuola. Gli giorni innanzi messer Giovanni di Vincenzo Saminiati, secondo che gliene avea scritto, molto mio amico, mi fece portar di Lucca una cintura di corame e una berretta di panno nero per gli uomini. Per le donne, due grembiali di tafetas, l'uno verde, l'altro pavonazzo (perché bisogna avvertire, che ci sia sempre qualche premio più onorevole, per favorir una o due che volete), due grembiali di buratto, 4 carte di spille, 4 paia di scarpette (ma di queste ne diedi uno a una bella giovane fuora dei ballo), un paro di pianelle (il quale giunsi a un paro di scarpette, e ne feci di questi dui uno solo premio), 3 reti di cristallo, e 3 intrecciature, che facevano tre premi; 4 vezzetti. Furono premi 19 per le donne. Venne tutto a sei scudi, poco più. Ebbi cinque piffari. Gli dava a mangiare tutto il giorno, e uno scudo a tutti: che fu la mia ventura, perché non lo fanno a questo prezzo. Questi premi s'appiccano a un certo cerchio molto adornato d'ogni banda e si mettono alla vista del mondo.
«Cominciammo noi il ballo con le vicine alla piazza: e temeva al principio che restassimo soli. Fra poco giunse gran compagnia di tutte le bande, e particolarmente parecchi gentiluomini di questa signoria, e Gentildonne, le quali io ricevetti, e intrattenni secondo la mia possa. Tanto è, che mi parve che ne restassino satisfatti. Perché faceva un poco caldo, andammo alla sala dei Palazzo di Buonvisi, molto convenevole. Come il giorno cominciò a calare, sulle 22, m'indrizzai alle Gentildonne di più importanza; e dicendo, che non mi bastava l'ingegno e l’ardire di giudicar di tante bellezze e grazia e buon modi ch'io vedeva a queste giovani, le pregava pigliassino questo carico di giudicare esse, e premiare la compagnia secondo i meriti. Fummo là su le cerimonie, perché esse rifiutavano questo carico, che pigliavano a troppa cortesia. In fine ci mescolai questa condizione, che se lor piacesse ricevermi ancora di consiglio loro, ne diria la mia opinione. Per effetto fu, ch'i' andava scegliendo con gli occhi or questa, or quella: dove non mancai a aver certo rispetto alla bellezza e vaghezza proponendo che la grazia del ballo non dipendeva solamente dei movimento de' piedi, ma ancora del gesto e grazia di tutta la persona e piacevolezza e garbo. Gli presenti furono così distribuiti chi più chi manco, secondo il valore, questa signora offerendoli alle ballatrici da parte mia, e io al contrario rimettendo a lei questo obbligo tutto. Andò la cosa assai ordinatamente e regolarmente: fuora che una di queste rifiutò il premio. Ben mi mandò pregare, che io lo dessi per amor suo a un'altra: e questo non lo comportai. Questa non era delle più favorite. Si chiamava una per una dal suo loco e veniva a trovare questa signora e me, ch'eramo a sedere darente l'un l'altro. Io dava il presente che mi pareva, alla signora, basciandolo: e lei, pigliandolo, lo dava alla giovane, dicendole con buon modo: “Ecco il signor cavaliere che vi fa questo bel presente; ringrazia. – Anzi, n'avete l'obbligo a Sua Signoria, che vi ha giudicato degna di premiarvi ira tante altre. – Ben mi rincresce, che non sia il presente più degno di tale virtù vostra”: diceva, secondoché erano. Fu d'un tratto fatto il medesimo alli uomini. Non si mettono in questo conta li gentiluomini né gentildonne, conciosaché abbino parte della danza. Alla verità, è bella cosa e rara a noi altri francesi, di veder queste contadine tanto garbate, vestite da signore, ballar tanto bene: e a gara di nostre Gentildonne le più rare in questa virtù, ballano altro. Invitai tutti alla cena, perché li banchetti in Italia non è altro ch'un ben leggiero pasto di Francia. Parecchi pezzi di vitella e qualche paro di pollastri, è tutto. Ci stettero a cena il colonnello di questo Vicariato, sig. Francesco Gambarini gentiluomo bolognese, mio come fratello: un gentiluomo francese, non altri. Fuora che feci mettere a tavola Divizia. Questa è una povera contadina, vicina duo miglia de i bagni, che non ha, né il marito, altro modo di vivere che del travaglio di lor proprie mani: brutta, dell'età di 37 anni: la gola gonfiata: non sa né scrivere né leggere. Ma nella sua tenera età, avendo in casa del patre un zio che leggeva tuttavia in sua presenzia l'Ariosto e altri poeti, si trovò il suo animo tanto nato alla poesia, che non solamente fa versi d'una prontezza la più mirabile che si possa, ma ancora ci mescola le favole antiche, nomi delli Dei, paesi, scienzie, uomini clari, come se fusse allevata alli studi. Mi diede molti versi in favor mio. A dir il vero non sono altro che versi e rime. La favella, elegante e speditissima.
«La compagnia del ballo fu di cento persone forestiere, e più, con questo che il tempo fusse incomodo; ché allora si fa la ricolta grande e principale di tutto l'anno, di seta: e in questi giorni s'affaticano senza rispetto di festa nissuna a coglier mattina e sera le foglie di mori, per loro bigatti e frugelli: e a questo lavoro s'adoprano tutte queste giovani».
Una scena campestre, sbozzata, non è vero? con vivacità di fresche tinte, e che ritrae felicemente usi e costumi della Toscana del buon tempo antico.
[1] Nel periodo dal 1854 al 1859 studia giurisprudenza a Torino. Qui entra in contatto con personaggi di spicco del liberalismo unitario, come Bettino Ricasoli e Camillo Benso di Cavour. In questo milieu, svolge attività di intermediario fra i liberali toscani e quelli piemontesi.
[2] Tra il 1859 e il 1860 fonda e dirige il giornale fiorentino La Nazione, che, nei primi anni, ospita articoli e recensioni di vari uomini chiave nella vita politica e culturale dell’epoca, tra cui ricordiamo almeno il Carducci.
[3] Si tratta di un cursus comune a parecchi suoi coetanei, tutti giovani fra i venti e i trent’anni, cresciuti in ambienti liberali, i quali assurgeranno via via a ruoli decisivi nell’università postunitaria, anche in forza del loro consenso nei confronti del nuovo assetto politico.
[4] Incarico che deterrà per quarant’anni, ovverosia fino al 1900.
[5] Con questi intrattenne rapporti di amicizia nonché una viva corrispondenza (nota e pubblicata col titolo di Carteggio D’Ancona-Carducci), che aveva per tema, fra gli altri, questioni di carattere accademico e metodologico.
[6] Già il De Sanctis aveva rilevato l’importanza del momento storico in cui un testo letterario viene prodotto. Peraltro, l’illustre caposcuola campano resta legato ad un concetto di storia fortemente influenzato dall’idealismo hegeliano, che non raggiunge i connotati di concretezza imprescindibili per il D’Ancona. Inoltre, l’elemento storico per il De Sanctis è funzionale al concetto di “forma”, e rientra, dunque, in valutazioni d’ordine più propriamente estetico.
[7] Rammentiamo, a questo proposito, l’edizione danconiana di Un sonetto inedito di Mess. Francesco Petrarca e una canzone a lui attribuita, premesso un sonetto di Tommaso da Messina al Petrarca indiritto (1874), La leggenda di Adamo ed Eva, testo inedito del XIV (1870), così come La leggenda di Sant’Albano: prosa inedita del XIV sec., accompagnata dalla Storia di San Giovanni Boccadoro, secondo due lezioni antiche in ottava rima (1865). Questi ultimi testi furono poi raccolti nel volume Poemetti popolari italiani (1889), insieme con altre edizioni critiche di poemi medievali in ottava rima, fra cui giova ricordare Attila flagellum Dei, La storia della Superbia e morte di Senso e La storia di Ottinello e Giulia.
[8] Citiamo Viaggiatori ed avventurieri, il cui intento principale è restituire l’immagine di un’Italia remota, filtrata dagli occhi di viaggiatori illustri - stranieri e non - in varie epoche storiche. Di particolare interesse appare ictu oculi il saggio sul Giornale di viaggio di Michel de Montagne del 1580; non meno suggestivo sembra tuttavia quello su Giacomo Casanova e la sua famigerata “fuga dai Piombi”. D’indubbia rilevanza, nell’ambito degli studi storici e della memorialistica di viaggio, risulta infine Scipione Piattoli e la Polonia.
[9] La lirica sarebbe nata in Sicilia, nella corte normanna di Federico II, da dove si sarebbe trasferita in Toscana per poi diffondersi al resto dell’Italia.
[10] Si tratta di teorie che il Nostro andò sviluppando in due ampi saggi poi raccolti nel poderoso volume intitolato Studi sulla letteratura italiana de’ primi secoli (1884): Jacopone da Todi, il giullare di Dio del XIII sec., e Cecco Angiolieri da Siena, poeta umorista del secolo decimoterzo. Circa la metà del libro è peraltro occupata dal saggio Il contrasto di Cielo dal Camo (sic. nel testo originale), ove pure non è arduo rintracciare la tesi della prevalenza, nei rimatori delle origini, d’una matrice schiettamente popolare sull’esercizio dell’ars poetica.
* Prefazione all’Italia alla fine del secolo XVI: Journal du Voyage de M. de Montaigne. Città di Castello, Lapi, 1889 e 1895, con molte aggiunte.
[11] Città di Castello, Lapi, 1889 e 1895.
[12] Paris, Hachette, 1906.
[13] Nel 1903 apparve una traduzione inglese del Viaggio: The Journal of M.'s Travels in Italy by way of Switzerland a. German, trans. a. edit. with an Introduction a. notes by W. G. Waters, in 3 volumetti, London, Murray. Il traduttore ha arricchito questi eleganti volumetti con figure di città e monumenti antichi, e li ha illustrati di brevi note, dalle quali apparisce chiaro che ha avuto presente il mio commentano, e vi ha spigolato per entro, ma non ha creduto dover suo di mai ricordarlo.
[14] Essais, II, 8.
[15] Ivi, III, 9.
[16] Ivi, II, 2.
[17] Ivi, I, 25.
[18] Ivi, III, 9.
[19] Ivi, II, 10.
[20] Ivi, II, 10.
[21] Ivi, I, 25; II, 10.
[22] Ivi, I, 39.
[23] Ivi, I, 51.
[24] Essais, II, 5.
[25] Ivi, II, 37. E cfr. Voyage (ed. Lapi) , pp. 23, 39.
[26] Ivi, III, 5.
[27] La Grèce, Rome et Dante, Paris, Didier, 1870, p. 152.
[28] Nouveaux Lundis, Paris, Lévy, 1876, II, p. 174.
[29] Nell'edizione nostra, vedilo a pp. 241-245.
[30] Cfr. con Erasmo nel Ciceronian, I: «Postremo Roma, Roma non est, nihil habens praeter ruinas, ruderaque, priscae calamitatis cicatrices ac vestigia».
[31] Ricorda Lucanus, IX, 969: « etiam periere ruinae...».
[32] Essais, III, 9.
[33] Ivi, I, 25.
[34] Ivi, III, 12.
[35] Ivi, II, 8.
[36] Essais, II, 17.
[37] Ivi, III, 13.
[38] Ivi, III, 13.
[39] Nouveaux Lundis, II, p. 177.
[40] Essais, II, 18.
[41] Ivi, III, 13.
[42] Ivi, II, 37.
[43] Ivi, III, 13.
[44] Ivi, III, 12.
[45] Ivi, I, 25.
[46] Ivi, I, 25.
[47] Viaggio ecc., p. 341.
[48] Essais, II, 12.
[49] Ivi, I, 25.
[50] Ivi, III, 9.
[51] Ivi, III, 9.
[52] Ivi, I, 39.
[53] Ivi, I, 26.
[54] E. Picot, Des français qui ont écrit en italien au XVI s., Paris, Bouillon, 1902, p. 264.
[55] Essais, II, 12.
[56] Voyage ecc., p. 419.
[57] Voizard, Étude sur la langue de M., Paris, Cerf, 1885, pp. 228, 241.