UNA COMMISSIONE DI GARANZIA
NELL’ATENEO DI BOLOGNA[1]
GIOVANNI GRECO
Università di Bologna
L’attuale politica culturale del nostro paese non marca, di norma, il raggiungimento di mete ideali: è amministrazione, burocrazia, prassismo quotidiano, e tutto sembra tendere a divenire negoziato fra le varie componenti. Troppo spesso, non è certo un mistero, mancano radicalmente idealità, aspirazioni virtuose e passioni autentiche. Oggi esistono sistemi sofisticati che appaiono e scompaiono, che parlano il linguaggio della democrazia paludata, utilizzando tuttavia la ricattabilità di taluni uomini politici per infiltrarsi nelle istituzioni, per sedurre gli intellettuali più fragili, in un Paese sì pieno di credi, ma vuoto di religione, in un Paese dove non manca la libertà, ma, parecchie volte, gli uomini liberi.
La nostra è una nazione che fa scintillare le opere d’arte, le bellezze antiche, i musei, che fa brillare generosi talenti e ingegni mirabili, ma che poi in realtà, dalle radici alle vette, nel campo politico e civile, è ricoperta di immondizia morale, fetida e maleodorante, che ha pochi eguali al mondo.
Siamo in tempi in cui la diffusa mancanza di professionalità e la scemenza vengono esibite come un bene comune, e spesse volte si assiste persino a un agghiacciante svuotamento delle parole. Le parole sembrano non avere più significato: vengono violentate, stuprate, private di ogni senso; le parole consumano insomma i contenuti, e non ci sono veline capaci di sterilizzare le coscienze.
Tutto ciò, alla lunga, può rappresentare l’anticamera della peggior violenza e farci rivivere una delle stagioni più cupe e crudeli della nostra storia.
All’inizio del terzo millennio la classe politica del nostro paese è d’infima filigrana, e, giorno dopo giorno, danneggia la nostra immagine e toglie decoro e dignità alle istituzioni. È una politica senza radici culturali, ridotta a pura tecnica del potere, è una politica da portineria, fatta sostanzialmente di battutacce farsesche, con tanto di escort o di trans di giornata: mi manda Rai trans... Basta chiedere in giro cosa si pensa di molti politici: è come chiedere ai pali della luce che cosa pensano dei cani… Del resto Churchill sosteneva che una parte della popolazione è costituita da tanti imbecilli, per cui un parlamento senza tanti imbecilli non sarebbe né democratico né rappresentativo.
Oggi, nel panorama politico italiano, i comunicatori hanno lasciato il campo ai venditori.
È terribile constatare che, in modo sempre crescente, si amplia un patrimonio di intelligenze, di sguardi, di fantasie, di creatività, che ha deciso di staccare la spina, che resta in disparte, disinnescato. In un Paese che è al punto di una evidente putrefazione morale, la vera casta è l’indifferenza, e l’indifferenza e la disattenzione sono l’essenza della disuminatà: oggi ci sono persino individui che non assistono il passante che si sente male davanti ai loro occhi; analogamente, sono in tanti che non capiscono niente, ma non capiscono con grande, appagata competenza...
Perciò quel che va fatto va fatto ora, perché vi è un accumulo di esperienze, di capacità, di memorie che non possono andare perdute.
Anche per questi motivi bisogna che il mondo universitario si attenga scrupolosamente al rispetto delle regole: è opportuno infatti uniformare taluni comportamenti, pur nella diversità dei metodi e degli stili, perché oggi più che mai l’accomodante, l’indeciso, l’opportunista rendono la vita più difficile a chi fa semplicemente il proprio dovere. Non intendiamo accettare più che, quando suona il campanello della coscienza, qualcuno finga di non essere in casa. Giovanni Minoli, qui a Bologna per un importante premio nell’ambito della “Festa della Storia” – il prestigioso ed apprezzato evento annuale promosso dai cari colleghi Dondarini e Borghi di questa Facoltà – ha detto che, per quanti credono sul serio, sarebbe giusto che chi fa male il proprio lavoro, chi tradisce l’istituzione nella quale è inserito, chi è indolente, approssimativo, superficiale andasse… all’inferno.
Vi sono settori dell’apparato universitario italiano che si stanno sfasciando nella sostanza, prima ancora che nella forma: si tratta di catastrofi provocate, da un lato, da tanti e tanti orientamenti ministeriali e, dall’altro, dal fatto che l’orgoglio di appartenenza è in caduta verticale, perché non si premia il merito, perché la deresponsabilizzazione è diffusa, perché non si dà giusta soddisfazione a chi compie davvero il proprio dovere.
L’università deve essere la casa dello spirito, deve abituare al dubbio, alla complessità, all’argomentazione, contro l’analfabetismo riduzionista, contro la maleducazione sfacciata, e le mille forme di violenza che ora amareggiano, ora funestano il nostro vivere quotidiano.
Muovendo da questi presupposti, dal 2006 la nostra facoltà – Scienze della Formazione – si è dotata di una Carta d’Intenti e di una Commissione di Garanzia, diretta prima dal professor Antonio Genovese, composta ora dalla mia persona e dai colleghi Laura Cavana e Alberto Preti, contro il malcostume dilagante (“malcostume mezzo gaudio”!), costruendo una Carta d’Intenti strettamente attagliata alle caratteristiche specifiche della nostra facoltà, come hanno fatto la Facoltà di Economia di Catania e la Facoltà di Scienze politiche di Trieste. Nel contempo, troppo spesso, le commissioni etiche d’ateneo si sono bloccate su questioni relative a parenti di docenti vincitori di concorso nelle stesse discipline, nelle stesse facoltà, negli stessi dipartimenti (e nessuna università si può considerare immune da questi pericoli esiziali) senza nessun riscontro significativo, col solo risultato di alimentare l’idea di una fragile ed estemporanea aleatorietà.
Sul nostro sito, unico in Italia nel suo genere, si sta delineando un percorso di studi, di ricerche, di riflessioni, di documentazioni che sfocerà in un saggio su queste problematiche, punto di arrivo e di partenza, supportato anche da tesi di laureandi appassionati da questi temi, che stanno monitorando al riguardo le università europee e americane. Questa è una via che non c’era, che non c’è, che si fa andando.
La nostra Commissione si è assunta l’onere di frugare nelle ferite, anzi magari di provocarle, come ha fatto magistralmente la nostra Commissione didattica nel suo ultimo documento, esempio assoluto di capacità e di onestà intellettuale, che forse anche altri dovrebbero seguire. Del resto, le verità sono più spesso arrotolate fra i panni sporchi che non nelle pieghe delle solenni cartapecore.
Noi non miriamo al concetto di etica (Sofri usa dire: «Signore, allontana da me la parola etica»), ma tutt’al più al passaggio dall’etica alla morale, ove l’etica è il punto di partenza e la morale è il punto di arrivo, tendendo a quel rigore che è fida sentinella dell’autentica serenità. Del resto, nessuno può permettersi di fissare – e a quale altezza poi – l’asticella della moralità. Noi aspiriamo ad una università delle persone, nonché ad una sempre più piena attuazione della meritocrazia vera, poiché solo siffatta meritocrazia garantisce il giovane privo di mezzi, senza vantaggi sociali, familiari ed economici, in maniera che possa raggiungere gli obiettivi migliori che si profilano al suo spirito.
Troppe frasi fatte, troppe enunciazioni a favore di questo o di quello, eccessi di inopportuno maternage da un lato e rigorismi ingiustificati dall’altro, troppe ovvietà, ovvietà che unitamente agli untuosi e melensi buonismi imperanti, raggiungono i vertici penosi della “banalità del bene”.
Per modificare la situazione, bisogna avere il coraggio anche di giudicare i giudici, giacché ce ne sono sì di validi e leali, ma pure di inadeguati, di pasticcioni e addirittura di stupidi, che non meritano neanche il nostro disprezzo.
Su certi valori universali, si può formare la polvere dell’oblio, non già quella dell’inattualità.
L’unico modo di valorizzare le tradizioni è quello di saper essere innovatori, cercando d’immettere il ricordo e le immagini dell’antico entro un circuito di passioni e di pensieri completamente rinnovato, nello sforzo non solo di preservare il passato, ma soprattutto nel tentare di realizzarne le speranze.
Noi dobbiamo avere la fierezza di essere quello che siamo, raccogliendo la sfida della modernità, a cui non si può non rispondere perché ne va del nostro futuro, perché dobbiamo decidere cosa abbiamo davvero nel sangue.
Nell’attuale contesto, spudoratamente superficiale, apatico e materialista, in tempi di qualunquismo conclamato e direi quasi militante, ciò che abbiamo evocato conferisce un senso autentico e profondo ad ogni vita “pensata”.
La fulgida stella dell’Università di Bologna, alla quale apparteniamo, della sua storia, degli studiosi incomparabili che l’hanno illustrata nel tempo, della sua straordinaria tradizione, deve essere un punto di riferimento assoluto, e la dobbiamo portare con onore sul petto! Anzi, come la stella di David per gli ebrei, sarebbe meglio portarne due: una per obbligo ed una per orgoglio.
[1] Questo testo rappresenta una rielaborazione del discorso introduttivo di Giovanni Greco – presidente della Commissione di Garanzia, vicepreside della Facoltà di Scienze della Formazione, presidente del corso di laurea in Scienze della Formazione primaria, vicedirettore del Dipartimento di Discipline Storiche – al convegno “A che serve una Commissione di Garanzia”, tenutosi presso la Facoltà di Scienze della Formazione il 25 novembre 2009.