Maurizio Clementi, Versi per l’età oscura, 1995-2005, Bonomo editrice, Bologna, 2005
“Appeso alla sottile trama bianca…”
Dieci anni sono, nella loro perfettibile misura, una quantità considerevole di tempo, una gran manciata di giorni… In una interpretazione proustiana dell’esistenza, Maurizio Clementi come demiurgo si è preso il gusto di rimestare tra gli eventi, e di risistemare le poesie, che testimoniano di essi, secondo un ordine ricostruito, un canzoniere. Così ci dice nella prefazione: in effetti le poesie proposte in questo libretto provengono da raccolte e pubblicazioni diverse, ma piuttosto che il criterio cronologico è stato assunto quello tematico.
Clementi vuole “rendere omogenea la raccolta”, e al tempo stesso lavora sui singoli testi in un’opera di riduzione, di “liberazione” dalla scorie degli anni. E una volta riavvitato il vortice del tempo, quel che risulta sono versi “per l’età oscura”: come consegnati, questi dieci anni che sono di giovinezza e di prima età adulta, ad un’ altra epoca, quella dell’ombra lunga che in qualche modo si riverbera sulla donna di Casorati che attende alla tavola, nel quadro “l’attesa” in copertina.
L’età oscura? Quella in cui “forse la mitraglia della vita /mi avrà consumato e corso?” L’età dei ripensamenti, e delle opacità? Dunque questi versi, che in alcuni momenti iniziali corrono, specie nel tema amoroso, baldanzosi e rapidi, (“passi/con le gambe lisce di calze…”) sembrano poi rallentare, farsi respiro più rarefatto, caricarsi di ombre e di timorosi misteri (vedi la nerudiana “te assente è come il perdersi/ dei colori e dei contorni nella nebbia…”). Così procede il poeta verso quella distillazione della lingua, verso quel “dare notizia del silenzio” che è l’ultimo atto dello scavo poetico.
Lo stesso processo, dalla certezza verso il dubbio e l’umile chinarsi, sembra accadere nella sezione “poesie del divino”: “come se fossi/fragilità universale/che il vetro incrina” Ed ecco che compare forse quel Lied, quel nucleo forte di convinzione che appartiene alle fibre di Clementi: l’identità personale condivisa con “il lungo gambo verde/il petalo assetato/la formica paziente sulle zolle/ il cielo sempre urlante/l’azzurro spietato del mattino”. Così, i molti versi dedicati ai fiori, alle piante, e lo stupefacente “Ballo dei viventi” [1](“Canto le cellule degli organismi…”) in cui si esalta la fratellanza universale di tutti gli organismi. Accumunati gli umani e i non umani dall’essenza di residualità, di relitto di cui poeti come Montale o Zanzotto hanno tramato la loro poetica, il bel cantico lucreziano di Clementi ne sente il rapporto e la sincronia nel movimento “ ancora per poco, ancora per poco”…
L’approdo è sulla sezione intitolata Confessioni , da cui è possibile ricavare un senso ultimo, l’idea di un cantare l’uomo con la natura, l’uomo che è natura e di essa deve tenere i ritmi e le forme.
Così riavvolgendo il tempo a ritroso (l’oggetto libro permette ancora al lettore il privilegio del viaggiare tra le pagine, sostare, allacciare relazioni tra i testi) la poesia Confini del 1996 “io poeta cammino sopra i solchi,.. come un verme di terra” già afferma questa consonanza, questa creaturalità che in qualche modo ci salva (“che cosa resta e invece cosa passa”) e dà valore alla parola poetica.
(Magda Indiveri)