VIta, LETture e sorte di MIGUEL DE Cervantes,
il ‘Padre’ INQUIETO di Don Chisciotte (1605)
(Traduzione e adattamento di Davide Monda)
Miguel de Cervantes Saavedra (1547-1616) nacque ad Alcalà de Henares, com’egli stesso afferma in un documento ufficiale sottoscritto a Madrid il 18 dicembre 1580; s’ignora la data esatta della sua nascita, ma fu battezzato nella chiesa di Santa Maria Maggiore, ad Alcalà de Henares, domenica 9 ottobre 1547. Era il secondogenito di Rodrigo de Cervantes e di Leonor de Cortinas; nulla di particolare si sa della madre; il padre, che aveva un diploma, era - sembra - un modestissimo chirurgo: la sordità, infatti, non gli avrebbe permesso di conseguire brillanti successi nella sua professione, e così rimase povero per tutta la vita. E’ poco probabile che Cervantes abbia studiato a Salamanca: la sua erudizione era piuttosto limitata, e certi pedanti lo schernivano perché non possedeva un diploma; probabilmente acquisì una modesta istruzione accompagnando il padre di città in città alla ricerca di clienti. Ancor bambino aveva visto recitare Lope de Rueda e ne aveva tratto un grande amore per il teatro; nutriva pure ambizioni letterarie. Raymond Foulché-Delbosc ha ritrovato un sonetto con il nome di Cervantes dedicato a Isabella di Valois, terza moglie di Filippo II, la cui data di composizione si collocherebbe fra il 1560 e il 1568, sicché questo sonetto costituirebbe la più antica fra le opere conosciute dell’autore. Nel 1569 Cervantes è menzionato da un maestro di scuola madrilena, Juan Lopez de Hoyos, che parla di lui come del suo «caro e diletto allievo»; se ne è dedotto - invero un po’ superficialmente - ch’egli fosse una sorta di assistente nella scuola di quell’insegnante. In occasione della morte di Isabella di Valois (3 ottobre 1568), per la prima volta vengono date alle stampe alcune sue opere. Lopez de Hoyos pubblicò un volume intitolato Historia y relacion verdadera de la enfermedad, felicissimo transito, y sumptuosas exequias funebres de la Serenissima Reyna de España doña Isabel de Valoys nuestra Señora (1569). Cervantes vi figura con una copla, quattro redondillas, un’elegia di 199 versi e (forse) un epitaffio in forma di sonetto; l’elegia è indirizzata al cardinal Diego de Espinosa a nome di tutta la scuola. Ma ben poco si sa del significato dell’espressione «a nome di tutta la scuola». Si tratta di testi privi di qualsiasi valore, ed è possibile che Cervantes non li abbia mai visti stampati. Il libro di Lopez de Hoyos, infatti, apparve non prima dell’autunno del 1569: nel dicembre del 1569, Cervantes era a Roma, ed è verso questa data ch’egli sarebbe divenuto ciambellano di Giulio Acquaviva, che era stato inviato in Spagna in qualità di legato alla fine del 1568. Non va attribuita alcuna importanza alle leggende create per spiegare tale partenza di Cervantes: avrebbe avuto una relazione con una damigella d’onore, e si sarebbe reso colpevole di lesa maestà ferendo un uomo vicino alla corte. A quel tempo, Cervantes era quel che rimase poi per tutta la vita agli occhi della maggior parte dei suoi compatrioti: un personaggio di scarso rilievo. Andò in Italia a cercar fortuna, o per guadagnarsi da vivere.
Ma non rimase a lungo al servizio di Acquaviva. Nel 1570 si arruolò nella compagnia comandata da Diego de Urbina, capitano del reggimento di fanteria di Miguel de Moncada, che allora serviva sotto Marc’Antonio Colonna: al figlio di quest’ultimo, Ascanio (divenuto poi cardinale) fu dedicata La Galatea. Nel 1571 Cervantes combatté a Lepanto, ove si prese due pallottole nel petto e subì la mutilazione della mano sinistra: «per la massima gloria della destra», come diceva con scusabile orgoglio. Sappiamo peraltro che non perse la mano sinistra, come hanno creduto certi ignoranti, artisti o altro, fuorviati dal soprannome di «monco di Lepanto» ch’egli stesso si era dato. Prese quindi parte ad alcune battaglie davanti a Navarino (1572), Tunisi (1573), la Goulette (1573), e poi tornò in Italia, di cui certo apprese la lingua, giacché tracce d’idiotismi italiani sono state individuate nelle sue opere da parte di alcuni editori meticolosi. Nel settembre 1575, da Napoli s’imbarcò per la Spagna con lettere di raccomandazione di Don Giovanni d’Austria e del duca di Sessa, viceré di Napoli. Il 26 settembre, la sua nave, il Sol, fu attaccata dai pirati barbareschi, e Cervantes e la maggior parte di quanti erano a bordo vennero deportati ad Algeri. Lo scrittore vi rimase schiavo per cinque anni, componendo opere teatrali e piani d’evasione, nonché impegnandosi ad organizzare una rivolta generale dei prigionieri cristiani. Il suo rilascio, che invano la famiglia aveva cercato d’ottenere, avvenne per un caso fortunato. Il missionario Juan Gil offrì 500 scudi d’oro per il riscatto di un gentiluomo aragonese di nome Jeronimo Palafox; sebbene insufficiente per riscattare un uomo del rango di Palafox, la somma bastò invece a ridare la libertà a Cervantes, che si trovava già a bordo della galera del dey in partenza per Costantinopoli. Abbiamo già rilevato ch’egli aveva fatto ritorno a Madrid il 18 dicembre 1580. Un documento a sua firma (1590) farebbe credere che lui e suo fratello Rodrigo (1550-1600) prestassero servizio militare (1582-1583) in Portogallo e alle Azzorre; ma la redazione di quelle frasi è confusa, la cronologia non va presa alla lettera, e in questo passo Cervantes parrebbe voler parlare soltanto del servizio militare del fratello: vi afferma di aver compiuto una piccola missione ad Orano e a Mostaganem. Poi, non trovando impiego, si era stabilito a Madrid verso il 1582 o 1583, ed aveva tentato di guadagnarsi da vivere facendo lo scrittore.
Le opere teatrali composte durante la prigionia sono andate perdute: di quel periodo abbiamo soltanto due sonetti (1577) indirizzati a Bartolomeo Ruffino, suo compagno di prigionia ad Algeri, una bella epistola in rima (1577?) al segretario di Stato Mateo Vazquez, e dodici ottave (1579) al poeta siciliano Antonio Veneziano, anch’egli prigioniero ad Algeri a quel tempo: l’autore si sarebbe poi giovato di quell’epistola, introducendone quasi settanta versi nella commedia El trato de Argel. A Madrid, le prime tracce di Cervantes, come autore, sono i sonetti elogiativi nel Romancero (1583) di Pedro Padilla (n. 1550) e ne La Austriada (1584) di Juan Rufo Gutierrez; nel suo Jardin espiritual (1585), Padilla (già carmelitano) restituisce le lodi a Cervantes, classificandolo tra i più famosi poeti di Castiglia. Cervantes aveva tuttavia troppo buon senso per credergli, e si presentò al pubblico con la Primera Parte de la Galatea dividida en seys libros (1585). Si è sostenuto ch’egli compose questo romanzo pastorale fra il 1568 e il 1570 e che lo ritoccò in seguito; si è detto pure che lo scrisse per condurre a buon fine la corte che faceva a Catalina de Palacios Salazar y Vozmediano. Nulla ne sappiamo. Il privilegio del volume è datato 22 febbraio 1584; il 12 dicembre 1584 Cervantes sposò Catalina de Palacios Salazar y Vozmediano, originaria di Esquivias, e più giovane di diciotto anni. Per il romanzo ricevette 1336 reali, una somma che, insieme con la piccola dote della moglie, gli permise di metter su casa.
Scrivendo La Galatea, Cervantes tese le sue vele al vento del gusto popolare, e non si può biasimarlo. La teoria dell’arte per l’arte non fu mai fra le sue preoccupazioni: doveva piacere per guadagnarsi da vivere. «Voglio guadagnare, perché senza guadagno la celebrità non vale un soldo», dice l’autore in Don Chisciotte (II, cap. LXII), esprimendo i suoi propri sentimenti. Come speculazione finanziaria, La Galatea fu nondimeno un fallimento: ne furono fatte solo due ristampe durante la vita dello scrittore, una a Lisbona nel 1590, l’altra a Parigi nel 1611. Ma Cervantes non poteva prevedere quell’insuccesso. Seguì la moda, d’accordo. Non aveva forse, d’altra parte, un debole per il genere pastorale in quanto tale? Più tardi, il suo senso dell’umorismo lo costrinse a riconoscere l’artificiosità di quei canoni convenzionali, e fece dire al saggio Berganza che tutte le pastorali sono «prive di verità, e composte per divertire gli scioperati». Ma Cervantes non perse mai la passione per la pastorale ed era particolarmente affezionato a La Galatea. La risparmia quando dà alle fiamme la biblioteca di Don Chisciotte, ne loda le qualità inventive, ed invita il barbiere ad aspettarne il seguito, che viene già annunciato nel testo. Nel corso di 31 anni, Cervantes prometterà per ben cinque volte una seconda parte de La Galatea. Non dobbiamo perciò pensare ch’egli valutasse positivamente la prima, e che la sua vocazione per le pastorali fosse incorreggibile? Ma La Galatea sopravvive soltanto per la fama del suo autore. Hazlitt confessa d’aver rimandato di continuo la lettura de La Galatea e de Los trabajos de Persiles y Sigismunda: «Sono assolutamente convinto che la lettura di queste opere non mi darebbe un’opinione più elevata dell’autore di Don Chisciotte, e potrebbe pure, per qualche istante, darmene un’opinione peggiore». Hazlitt sapeva il fatto suo. Ne La Galatea avrebbe trovato tutti i difetti che censura così severamente nell’Arcadia di Sir Philip Sidney: l’antitesi, l’oscurità metafisica, il sistematico intervento dello spirito, del sapere, dell’ingegnosità, della saggezza dell’autore, e la sua perpetua impertinenza. Se Cervantes commette tali errori, li commette di proposito. Come Sannazaro pone all’inizio dell’Arcadia Ergasto e Selvaggio, così Cervantes mette in primo piano Erastro ed Elicio; nel quarto libro, inserisce una digressione sulla Bellezza, traendola da Leone Ebreo; l’idea del Canto de Caliope, in cui l’autore celebra interi battaglioni di poeti contemporanei, è presa direttamente dal Canto de Turia della Diana enamorada di Gil Polo.
La prolissità, l’artificio, l’ostentazione, la monotonia, la stravaganza sono i difetti tipici del romanzo pastorale del XVI secolo, e La Galatea non ne va esente; essa non è d’altronde priva d’immaginazione e di fantasia, e la sua retorica fiorita rappresenta un valido esempio di prosa artificiosa. Come che sia, egli non riuscì a conquistare i lettori, e si rivolse allora alla poesia. Troviamo dei suoi versi nel Jardin espiritual di Padilla, nel Cancionero (1586) di Gabriel Lopez Maldonado, nelle Grandezas y excelencias de la Virgen Señora nuestra (1587) di Padilla e nella Philosophia cortesana moralizada (1587) di Alonso de Barros (1552?-1604?): scriver versi era una sua idea fissa, e quando Francisco Diaz pubblicò un trattato sulle malattie renali (Tratado nuevamente impresso, de todas las enfermedades de los riñones, vexiga, i carnosidades de la verga, y urina, 1588), il nostro instancabile rimatore stese un sonetto sull’insolito argomento, che fu pure il pretesto per un entusiastico sonetto di Lope de Vega.
Evidentemente, però, Cervantes dovette riconoscere che l’uomo non può vivere soltanto di sonetti, e si cimentò nel teatro. Ci informa che, in quell’epoca, scrisse dalle venti alle trenta opere drammatiche, anche se di alcune conosciamo solo il titolo: El trato de Constantinople y muerte de Selin, La gran Turquesca, La Jerusalen, La batalla naval, La Amaranta, El bosque amoroso, Arsinda e La Confusa. Le date ad esse attribuite appaiono decisamente congetturali. Olivares (1587-1645) sembra aver avuto un esemplare de La batalla naval, e l’Arsisnda circolava ancora nel 1673, l’anno in cui Matos Fragoso la menzionava ne La corsaria catalana. Nulla sappiamo delle altre, tranne che l’autore stesso considerava La confusa come «un buon dramma fra i migliori»: tale compiacimento è umano e divertente ad un tempo. Cervantes aveva la felice convinzione di essere un eccellente drammaturgo, ma non riuscì a farla condividere dai suoi contemporanei, ed anche i posteri non nascondono una certa insofferenza. Due drammi di questo periodo - El trato de Argel e Numancia - furono stampati nel 1784. L’argomento del primo è ispirato alla vita degli schiavi cristiani ad Algeri, e precisamente alla passione della mora Zara per il prigioniero Aurelio, innamorato di Silvia. Tale argomento doveva essere nelle corde di Cervantes, poiché l’avrebbe utilizzato circa trent’anni dopo ne El amante liberal. L’opera è assai fragile, le situazioni non hanno alcuna verosimiglianza, la versificazione appare dozzinale; banale è poi l’introduzione di un leone, del diavolo, di astrazioni quali la Necessità e l’Opportunità; maggior cura è invece riservata al personaggio del prigioniero Saavedra, perché Saavedra è di certo lo stesso Cervantes. El trato de Argel è una colorita rappresentazione delle dure prove sopportate dall’autore e dai suoi compagni: potrebbe forse interessare un pubblico di amici, ma non possiede alcun valore drammatico.
Sull’altra opera di Cervantes, Shelley ha dato questo giudizio generoso: «Ho letto Numancia e, dopo aver faticosamente percorso la straordinaria stupidità del primo atto, ho cominciato ad essere decisamente affascinato, ed infine interessato al massimo, dalla capacità dell’autore di risvegliare in noi la pietà e l’ammirazione, qualità nella quale egli, che io sappia, non è superato da alcuno. In quest’opera non c’è - lo ammetto - poesia degna di questo nome, ma la maestria del linguaggio e l’armonia del verso sono tali da farsi accettare come poesia». Pure Goethe cedette per un attimo a quel fascino, ed anche la scuola dei romantici tedeschi dette fondo al proprio vocabolario tessendo le lodi di Numancia, che resta indubbiamente la migliore fra le opere serie di Cervantes. Il suo grandioso argomento è l’assedio e la conquista di Numanzia da parte di Scipione l’Africano, dopo una resistenza durata quattordici anni. Ventiquattromila sarebbero stati i Romani, mentre gli Spagnoli non arrivavano a quattromila: nella città conquistata, i vincitori non trovarono alcun superstite. Alle scene eroiche si mescola la patetica storia d’amore di Morandro e Lyra; ci sono, senza dubbio, bei brani e begli episodi, ma essi non sono collegati al nucleo principale della composizione, e producono lo spiacevole effetto di un ritratto dipinto sotto molteplici luci. Inoltre, l’effetto è compromesso dall’introduzione di astrazioni quali la Guerra, la Malattia, la Fame, la Spagna e il fiume Douro. I dialoghi, d’altronde, non sono peggiori di quelli di nessun altro scritto teatrale di Cervantes, e la scena di Marquino e del cadavere, nel secondo atto, appare davvero impressionante. Non bisogna tuttavia paragonarla con le scene migliori di Marlowe e di Shakespeare: sono livelli diversi. Ha il merito d’essere un arabesco d’eloquenza, che però non porta a nulla. Ben più drammatico è il discorso pronunciato da Scipione quando Viriato, l’ultimo abitante di Numanzia, si getta dall’alto della torre; ma il brano - ancora una volta - ci guadagna ad essere staccato dal contesto. In verità, l’interesse che può suscitare Numancia non è di tipo teatrale, ed i suoi versi, pur con le loro qualità, possono indurre ad elogi eccessivi, come nel caso di Shelley. L’opera è soprattutto un’appassionata espressione di patriottismo: Fichte la reputava tale quando ne trasse ispirazione per le sue Reden an die deutsche Nation, ed è proprio per questo che i compatrioti dell’autore la tengono in gran considerazione. Come il fantasma risvegliato da Marquino, anche Cervantes doveva conoscere una momentanea risurrezione. Si dice che, quando i Francesi assediarono Saragozza nel 1809, Numancia fu rappresentata nella città per incoraggiare i difensori, che accolsero l’opera con vivo entusiasmo. Ci piacerebbe credere ad una leggenda tanto pittoresca quanto inverosimile: Cervantes, da vivo, non aveva mai ottenuto un trionfo simile; e nessun altro, da morto, potrebbe piacergli di più.
Egli affermava che i suoi drammi erano popolari, e probabilmente ne era convinto, ma i fatti dimostrano il contrario. Se non avesse fallito come autore drammatico, avrebbe forse deciso di abbandonare il teatro e Madrid per cercare un impiego altrove? Nel 1587, troviamo Cervantes a Siviglia che si occupa degli approvvigionamenti di grano, agli ordini di Diego de Valdivia, con un salario di dodici reali al giorno. Nel gennaio 1588, divenne fornitore dell’Invincibile Armata, ma il mese seguente fu ammonito ed escluso per eccesso di zelo a Ecija; prima della partenza dell’Armata, scrisse un’ode che profetizzava la vittoria; e, prima della fine dell’anno, ne scrisse una seconda deplorando la sconfitta. Nel maggio 1590 la sua situazione gli era divenuta così penosa che fece domanda per uno dei tre posti vacanti nell’America spagnola: la richiesta però fu respinta. Ma non aveva rinunciato completamente alla letteratura. Nel 1501, scrisse un romanzo per la Flor de varios y nuevos romances di Andrés de Villalta; nel 1592, firmò con Rodrigo Osorio, direttore teatrale a Siviglia, un contratto in base al quale gli doveva fornire sei commedie a cinquanta ducati l’una, somma che gli sarebbe stata corrisposta solo a patto che Onorio giudicasse le opere «fra le migliori di Spagna». S’ignora poi il risultato di questo accordo, probabilmente perché, qualche giorno dopo averlo sottoscritto (5 settembre 1592), Cervantes, a Castro del Rìo, fu condannato al carcere per aver effettuato delle vendite di grano senza l’autorizzazione. Nel 1593, lo ritroviamo nell’esercizio delle sue funzioni a Siviglia e altrove; nel 1594 è inviato a Granada, e nel 1595 vince il primo premio - tre cucchiai d’argento - in un torneo letterario tenutosi a Saragozza in onore di San Giacinto. Il suo sonetto al celebre ammiraglio Santa Cruz viene stampato nel Commentario en breve compendio de disciplina militar (1596) di Cristobal Mosquera de Figueroa (1544?-1610); è dello stesso anno il sonetto satirico sull’entrata di Medina Sidonio a Cadice, già messa a sacco ed evacuata dal secondo conte di Essex.
Nel 1597, trovandosi a Siviglia in occasione della morte di Herrera, Cervantes avrebbe scritto un sonetto in memoria del poeta: si tratta peraltro di un testo che ci pare di dubbia autenticità. Durante il 1597, Cervantes fu messo in carcere: nel 1595 aveva affidato i fondi del Tesoro a tal Simon Freire de Lima, che fallì e scomparve. Imprigionato nel settembre 1597 e rilasciato in dicembre, Cervantes fu congedato in via definitiva. Notiamo che, in tutta questa faccenda, non risulta la benché minima accusa nei confronti dell’onestà di Cervantes: nella peggiore delle ipotesi, si può dire che fu imprudente o sfortunato nell’affidare il danaro dello Stato ad un banchiere sull’orlo della bancarotta; e lo Stato, in realtà, non vi perse nulla, dal momento che si fece risarcire con le restanti fortune del bancarottiere. Ciononostante, il Tesoro richiese il danaro a Cervantes, che però non ne aveva. A Siviglia, così, il poveretto condusse una vita misera e stentata. Verso la fine del 1598 compose due sonetti e delle quintillas in occasione della morte di Filippo II; perdiamo quindi le sue tracce sino al 1601, data di un rapporto ufficiale sul suo caso. Nel 1602 scrisse un sonetto per la seconda edizione (1602) della Dragontea di Lope de Vega; verso quella data, sarebbe stato nuovamente in prigione; nel 1603, poi, gli venne notificata una citazione del Tesoro, e dovette comparire a Valladolid per presentare le giustificazioni del caso. Non essendo però in grado di versare alcunché, il suo debito restò in sospeso. Quel viaggio non fu comunque inutile per lui, giacché trovò l’editore per un libro intitolato El ingenioso hidalgo Don Quixote de la Mancha: il privilegio è datato 26 settembre 1604, e nel gennaio del 1605 l’opera veniva pubblicata a Madrid da Francisco de Robles, libraio del re. Cervantes lo dedicò al settimo duca di Béjar, con una dedica composta, come già detto, di frasi tratte da Medina e da Herrera.
Quando aveva scritto il Don Chisciotte? Certamente dopo il 1591, poiché sin dall’inizio dell’opera si fa riferimento al Pastor de Iberia di Bernardo de la Vega, pubblicato in quell’anno. Un tempo si sosteneva che il libro era stato cominciato in carcere, ad Argamasilla de Alba, e la tradizione fissava la scena nella dispensa della casa di Medrano. Ma se davvero Don Chisciotte fosse stato iniziato in carcere, la prigione doveva essere piuttosto quella di Siviglia. Sembra probabile, d’altro canto, che Cervantes abbia abitato ad Argamasilla: i versi burleschi alla fine del romanzo indicano con precisione quel «certo paese della Mancia di cui proprio non desidero ricordare il nome». Abbiamo detto che Don Chisciotte fu pubblicato all’inizio del 1605: esso è però menzionato in La picara Justina di Lopez de Ubeda, il cui privilegio è datato 22 agosto 1604; e Lope de Vega, in una lettera del 14 agosto 1604 indirizzata ad un ignoto medico, profetizza amabilmente che «nessun nuovo poeta è scadente quanto Cervantes, e nessuno è tanto sciocco da elogiare Don Chisciotte». Ma tralasciamo questi fatti. Escludiamo poi un’edizione del 1604: gli argomenti invocati contro quest’ipotesi la fecero abbandonare anche da chi l’aveva formulata. Evidentemente, il libro fu discusso parecchi mesi prima della stampa, e gli sfortunati critici dovettero riconoscere ancora una volta che le loro opinioni non contano nulla per il pubblico, che continua a divertirsi a dispetto delle regole e dei dogmi. E Don Chisciotte l’ha conquistato: sin dal luglio 1605, una quinta edizione era già in corso di stampa a Valencia…
L’autore vi espone con franchezza il suo scopo, che è quello di «sminuire l’autorità e la considerazione che i romanzi cavallereschi riscuotono nel mondo e fra il volgo». Persone più maliziose di Cervantes rifiutano tale dichiarazione. Secondo loro, Cervantes s’ingannava: il suo libro sarebbe stato un attacco contro la Vergine, un attacco contro l’Inquisizione, un trattato filosofico; Sancio Panza sarebbe simbolo del popolo o dei politici, i mulini a vento sarebbero l’Errore, Maritorne la Chiesa, e Dulcinea «l’anima oggettiva di Don Chisciotte». E’ il colmo: ben si sa a quante stupidaggini sono stati applicati il termine «oggettivo» ed altri vocaboli dello stesso gergo. Da vivo, Cervantes fu sfortunato e le sue disgrazie non finirono con lui. Egli è un maestro dell’invenzione, un umorista impareggiabile, un esperto dell’osservazione ironica, una mente creativa di poco inferiore a William Shakespeare. Certi ammiratori, invece, vogliono farlo passare per un dio, un poeta, un pensatore, un riformatore politico, un perfetto sapiente, un purista della lingua ed un asceta. Si potrebbe poi riempire una piccola biblioteca con le opere consacrate a Cervantes medico, giurista, marinaio, geografo e che altro ancora? Invero, Cervantes non deve essere idolatrato. Accettiamolo per quello che fu realmente, ovverosia un artista migliore nella pratica che non nella teoria, grande per talento naturale piuttosto che per qualità acquisite. Certi Spagnoli l’hanno accusato d’avere uno stile scadente, ma esagerano. In certi passi brevi, infatti, si rivela fra i più raffinati maestri della prosa castigliana: è chiaro, diretto, potente; ma si stanca in fretta, e ricade facilmente in quelle sue frasi sovraccariche di relativi inutili. Non è un prosatore perfetto, non ha neppure un ascendente esclusivamente intellettuale; il suo stile è trasandato e diseguale, ma spesso possiede la bella semplicità e la bella potenza della natura: il suo pregio principale è infatti la naturalezza. Cervantes è immortale in virtù della sua capacità creativa, delle risorse della sua immaginazione, di simpatie illimitate. Di là deriva il carattere umano e universale della sua opera e lo splendore della sua rinomanza secolare.
Diceva il vero quando affermava che il suo scopo era di sminuire l’autorità e la considerazione che i romanzi cavallereschi hanno nel mondo. Inizialmente si era proposto di scrivere una breve storia comica, ma il progetto dell’opera gli crebbe fra le mani sino a comprendere tutta quanta la commedia umana. Prima di lui, altri scrittori - come Chaucer e Folengo - avevano messo in ridicolo i romanzi cavallereschi, ma questo non era altro che satira. Cervantes introduceva una simpatia discreta; insieme idealista e realista, liberava la letteratura dal falso idealismo e la metteva in rapporto con la realtà. Eppure, un tal Juan Marujan, accanito patriota e detestabile imbrattacarte, l’ha fatto disprezzare giudicandolo «il carnefice e la mannaia dell’onor di Spagna». Più tardi, Byron sosteneva che Cervantes aveva fatto scomparire con un sorriso la cavalleria dalla Spagna. Sarebbe un po’ ingenuo prendere troppo sul serio gli accenti dispettosi di Don Juan, ma la follia cavalleresca, in realtà, era già passata da un pezzo allorché Cervantes le dichiarò guerra: egli si limitò ad accelerarne la fine. Voleva distruggere i cattivi libri di quel genere e vi riuscì. Dopo l’apparizione di Don Chisciotte, si scrissero ancora dei romanzi cavallereschi, che tuttavia non vennero pubblicati. Perché mai quest’arresto improvviso? Perché Cervantes dava più di quanto non togliesse.
E’ possibile che neppure lui abbia compreso appieno la portata del suo capolavoro. Presenta il Cavaliere della Mancia come affabile, coraggioso, assennato in tutto tranne che in quel punto insignificante che annulla il Tempo e lo Spazio, e cambia l’aspetto dell’Universo; a questo eroe dà poi per compagno Sancio Panza, che è egoista, prudente e pratico. Si tratta di tipi eterni, ma nei due personaggi non c’è alcuna intenzione esoterica. Cervantes dà briglia sciolta all’istinto dell’artista creatore, che lo fa divertire con la sovrabbondanza di fantasia ingegnosa, la sublimazione dei caratteri, la ricchezza degli incidenti, il genio della canzonatura. La sua opera è un elaborato mosaico: egli v’incrosta poesie ora burlesche, ora idealiste, e vi aggiunge altresì ricordi d’Africa, scene picaresche a cui aveva assistito durante la sua vita errabonda di esattore d’imposte, intrecci italiani derivati dall’Ariosto, e taluni sarcasmi indirizzati a Lope de Vega o a Mariana… Si tratta, insomma, di un vero e proprio tesoro d’avventure e d’esperienze. Non meraviglia perciò che il pubblico abbia accolto con entusiasmo Don Chisciotte, che conclude un’epoca e ne inizia un’altra. Don Chisciotte sta nel punto ove le strade divergono, e domina l’intero campo del fantastico: i posteri l’accoglieranno come un prodigio di approfondita osservazione, d’incomparabile invenzione, di fantasia umoristica. Non mancano tuttavia le eccezioni, come lo scrittore citato da Victor Hugo in Toute la lyre: «Barbey d’Aurevilly, spaventoso imbecille». Pur ammettendo il genio di Cervantes, Barbey d’Aurevilly trovava infatti Don Chisciotte «un libro monotono, di un umorismo da mulattieri, con sempre lo stesso sapore d’aglio e di proverbi». Autori altrettanto celebri si sono mostrati di gusti meno difficili. «Rileggo in questo momento Don Chisciotte, scriveva Flaubert a George Sand. Che libro gigantesco! Ce n’è forse uno più bello?» No, nessuno. Cervantes deve esser posto accanto ad Omero ed a Shakespeare come uomo di tutti i tempi e di tutti i paesi: Don Chisciotte, al pari dell’Iliade e di Amleto, appartiene alla letteratura universale ed è divenuto per tutte le nazioni un godimento eterno dello spirito.
L’originale, ristampato in Spagna e in Portogallo, fu riprodotto a Bruxelles nel 1607. A Parigi, César Oudin introdusse il racconto del Curioso impertinente nella seconda edizione (1608) de La Silva curiosa (1583) del navarrese Julian de Medrano; ancora a Parigi, Nicolas Baudoin ripubblicò il testo de El curioso impertinente con una traduzione francese (1608), e un adattamento francese anonimo della storia di Marcela, seguita dal discorso sulle armi e le lettere, apparve con il titolo di Le meurtre de la fidélité et la défense de l’honneur (1609). Grande fu il successo anche in Inghilterra, ove Don Chisciotte fu tradotto nel 1612; se ne trovano tracce, inoltre, nei drammi di George Wilkins, Middleton, Ben Jonson, Cyril Tourneur, Nathaniel Field e Fletcher. Se si accetta la tradizione relativa ad un’opera perduta, pure Shakespeare avrebbe collaborato ad una riduzione teatrale di Don Chisciotte.
Eccetto alcuni versi di circostanza, per otto anni Cervantes osservò il silenzio. Un tempo gli veniva attribuita una relazione (1605) dei festeggiamenti organizzati in onore di Lord Nottingham, inviato dall’Inghilterra, e del battesimo del futuro Filippo IV, ma il vero autore è Antonio de Herrera. Le notizie autentiche su Cervantes che abbiamo per quel periodo sono davvero curiose. Lo troviamo in stato di carcerazione preventiva, con l’accusa di saperne più di quanto non voglia ammettere sulla morte violenta di Gaspar de Ezpeleta a Valladolid nell’estate del 1605. Per una strana concezione del dovere, alcuni biografi pubblicarono gli atti del processo in forma mutila, sopprimendo la dichiarazione di un testimone secondo il quale Isabel de Saavedra (m. 1652), figlia naturale di Cervantes, era pubblicamente e notoriamente l’amante di un portoghese di nome Simon Mendez. Tale dichiarazione può esser falsa, ma, com’era prevedibile, la sua soppressione ebbe effetti disastrosi. Il fatto che ci fosse una cospirazione del silenzio danneggiò assai Cervantes, facendo nascere voci per lui disdicevoli. Alla fine, il processo è stato stampato integralmente; sembra tuttavia esserci qualche lacuna nei documenti pubblicati, la cui lettura - stando ai testi che ci sono pervenuti - è ben poco edificante, anche se ci mostra come Cervantes fosse del tutto estraneo all’affare di Ezpeleta. E giacché abbiamo nominato Isabel de Saavedra, escludiamo le congetture romanzesche diffuse sul suo conto. Ella non era figlia di una nobile dama portoghese, non era l’unico sostegno del vecchio padre, e non si era mai fatta monaca. Era nata poco prima, o poco dopo il matrimonio di Cervantes; la madre era Ana Franca de Rojas, una povera donna più tardi sposata con un certo Alonso Rodriguez; nel 1509 la ragazza fu sistemata come domestica presso la sorella di Cervantes, Magdalena de Sotomayor; di là passò poi nella casa del padre, e finché visse quest’ultimo, si sarebbe sposata due volte. Ella non aveva alcun interesse letterario: a crederci (ma è piuttosto difficile), al momento del processo non sapeva neppure scrivere il suo nome.
Dal processo risulta che Cervantes godeva di un tenore di vita assai modesto. Ciononostante, se si dovesse prestar fede a Gayangos, Cervantes sarebbe stato, intorno a quell’epoca, frequentatore abituale delle case da gioco di Valladolid, ma si tratta forse di un omonimo, poiché il nome di Cervantes, oggi raro, era piuttosto diffuso nel XVII secolo. Comunque utilizzasse il suo tempo, poco ne dedicò alla letteratura. Dal 1605 al 1608 compose soltanto tre sonetti, uno dei quali è talora attribuito a Quevedo, e poco si può dire degli abbozzi e dei tre entremesas raccolti da Aureliano Fernandez-Guerra e Adolfo de Castro, la cui autenticità è più che dubbia. Nell’aprile 1609, Cervantes entrò nella nuova confraternita degli Schiavi del Santissimo Sacramento; nel 1610 apparve il suo sonetto in memoria di Diego Hurtado de Mendoza. In quel periodo, ebbe la grave delusione di non esser nominato al seguito del Conte di Lemos (1576-1622), il nuovo vicerè di Napoli, ma questa sua sfortuna costituisce una fortuna per noi. Nel 1611, infatti, entrò nell’Academia Selvaje, fondata da quel Francisco de Silva (m. 1618?) cantato più tardi nel Viage del Parnaso, e si dedicò seriamente a quella miscellanea unica di fatti e fantasia, di finissimo umorismo e delle più singolari esperienze, che sono le dodici Novelas exemplares (1613), il cui privilegio risale al 12 agosto 1612. Per quest’opera ricevette 1600 reali, oltre a ventiquattro copie del volume.
Alcune di queste novelle erano probabilmente state scritte assai prima del 1612. In Don Chisciotte, l’autore aveva già menzionato Rinconete y Cortadillo, un racconto picaresco assai pungente che ritroviamo nelle Novelas. Un’altra di queste storie, la Novela y coloquio que passò entre Cipion y Berganza, perros del Hospital de la Resurreccion, que està en la ciudad de Valladolid, fuera de la puerta del Campo, a quien comunmente llaman los perros de Mahudes è un piccolo capolavoro. Monipodio, capo di una scuola di ladri; il suo pio scagnozzo, Ganchuelo, che non ruba mai di venerdì; Pipota, l’ubriacona che barcolla accendendo un cero votivo: tutti quanti costituiscono dei pezzi forti nell’arte del ritratto. E Sancio Panza stesso non è più spiritoso del cane Berganza, che passa in rassegna i suoi numerosi padroni. Ne El casamiento engañoso, la presentazione dei due picari, Campuzano ed Estefania de Caicedo, rivela una consumata abilità, e il fantastico profilo del dottor Vidriera è di poco inferiore a Don Chisciotte. Nel 1814, Agustin Garcia Arrieta pose La tia fingida fra le novelle di Cervantes, e in una forma più completa essa ora figura in quasi tutte le edizioni. Tarda è stata la scoperta del manoscritto (1788), e ancor più tarda la sua attribuzione a Cervantes, ma ci si è sempre domandati quale altro contemporaneo avrebbe avuto il talento per scriverla. Non poteva certo essere Antonio de Eslava, che sarebbe dimenticato da tempo se Shakespeare, secondo l’opinione più diffusa, non avesse tratto The tempest dalle Noches de invierno (1609). Né Lope de Vega, che non brillava come narratore. Né Mateo Aleman, troppo cupo e inacidito. In realtà, resta solo Cervantes, e l’ingegnosa argomentazione di Adolfo Bonilla y San Martìn ne rende estremamente probabile l’attribuzione al nostro autore.
Tralasciamo gli imitatori che trovava in Spagna: un segno più sicuro del suo successo ci è fornito dalla qualità e dal numero dei suoi imitatori settentrionali: qui ne possiamo segnalare soltanto alcuni. La gitanilla non è una creazione originale, inquantoché la sua zingara Preciosa discende dalla Tarsiana del Libro de Apolonio; ma è proprio il personaggio di Cervantes che ritroviamo nella Preciosa di Weber e di Wolf, nell’Esmeralda di Victor Hugo e in The spanish gipsie di Middleton e Rowlwy, che vi hanno introdotto pure alcuni elementi tratti da La fuerza de la sangre. Bisogna rilevare anche i debiti di Fletcher: The queen of Corinth si basa su La fuerza de la sangre; Love’s pilgrimage su Las dos doncellas; Rule a wife and have a wife su El casamiento engañoso; e Chances su El celoso estremeño (da cui Bickerstaffe trasse The padlock). E’ poi superfluo indicare le fonti di Cornelie, La force du sang di Alexandre Hardy; di Les deux pucelles di Rotrou, L’amant libéral di Georges de Scudéry (El amante liberal ispirò anche La belle provençale di Regnard); Le docteur de verre di Quinault; più interessante sarebbe invece sapere se la scena del sonetto ne Le misanthrope sia stata suggerita a Molière da El licenciado Vidriera. Si sa che Fielding era orgoglioso di riconoscere in Cervantes il suo maestro, ed anche Sir Walter Scott ammetteva che «le Novelas di quest’autore gli avevano, per prima cosa, ispirato l’ambizione di eccellere nel romanzo». Qualcosa, in effetti, è rimasto nella memoria di Scott: la famosa descrizione d’Alsatia ne The fortunes of Nigel gli era stata probabilmente suggerita da un passo di Rinconete y Cortadillo.
Ma è come poeta che Cervantes si presenta nel suo Viage del Parnaso (1614), imitato dal Viaggio in Parnaso (1582) di Cesare Caporali di Perugia. Il Viage altro non è che un elenco in rima dei poeti contemporanei, ed appare un’opera decisamente malriuscita: il genio di Cervantes era più creativo che critico, e il verso non era un mezzo espressivo adeguato per la sua insinuante ironia. Pur presentando numerosi tocchi personali interessanti, il Viage finisce col degenerare in una ridda di elogi e, quando Cervantes vi arrischia un attacco, non sa poi condurlo con slancio. Forse si proponeva di stroncare i cattivi poeti, così come aveva stroncato i cattivi romanzieri; ma con la differenza ch’egli, prosatore straordinario, scriveva versi assai modesti. Perché non riconoscere senza mezzi termini ch’è soltanto un buon dilettante? Egli vi aggiunge peraltro un eccellente poscritto in prosa, il che non sorprende certamente: la lettera di Apollo è datata 22 luglio 1614; due giorni prima, Sancio Panza aveva dettato la sua famosa lettera alla moglie. Il maestro riprendeva il controllo di sé, ed era già avviato il seguito di Don Chisciotte. Ci furono però dei ritardi: Cervantes era impegnato a scrivere un sonetto per la Parte primera de varias aplicaçiones y transformaciones… (1613) di Diego de Rosel y Fuenllana, delle quartine (1613) per Gabriel Perez del Barrio Angulo (1558?-1652?), e delle stanze (1615) in onore della futura Santa Teresa, appena beatificata.
Volle, inoltre, cimentarsi nuovamente nel teatro. Dal momento che nessun direttore accettava le sue opere, fece stampare i suoi Ocho comedias y ocho entremeses nuevos (1615). Se si esclude Pedro de Urdemalas, queste commedie sono un vero e proprio fallimento, e quando l’autore cerca d’imitare Lope de Vega, come ne La casa de los zelos, y selvas de Ardenia, il fiasco appare stupefacente: e ben gli sta, visto che in Pedro de Urdemalas Cervantes attacca con cattiveria il suo rivale vincente. Viceversa, i suoi entremeses sono farse movimentate e spiritose, interessanti in sé e, per così dire, quadri realistici di vita popolare, presi dal vero. Talvolta la fedeltà della pittura diviene persino fastidiosa, come per esempio ne El viejo zeloso, denigrato da Grillparzer come l’opera più vergognosa registrata negli annali del teatro: ciò non impedisce peraltro a El viejo zeloso d’ispirare The fatal Dowry a Massinger, il quale si servì anche di Los baños de Argel in The renegado. Un altro di questi brevi intermezzi, La cueua de Salamanca, fornì l’idea della farsa tedesca Der Bettelstudent e di El dragoncillo di Calderón (che sceneggiò anche un Don Chisciotte ora perduto). Tre entremeses - Los habladores, La carcel de Sevilla e El hospital de los podridos - vengono aggiunti alla settima parte (1617) del teatro di Lope de Vega, che tuttavia ne rinnega recisamente la paternità; se l’attribuzione che se ne fa a Cervantes è corretta, essi potrebbero unirsi agli Ocho entremeses per provare che il creatore di Don Chisciotte poteva rivaleggiare con Luis Quiñones de Benavente sul suo terreno. Specialmente Los habladores sono di un umorismo irresistibile: notiamo fra l’altro una certa somiglianza tra quest’opera e il Gert Westphaler del drammaturgo danese Holberg. Si è inoltre attribuito a Cervantes un Auto de la soberana virgen de Guadalupe, y sus milagros, y grandeza de España (1605), ma è una congettura che non ha avuto seguito e che, d’altronde, manca di prove.
Mentre scriveva il cinquantanovesimo capitolo della seconda parte del Don Chisciotte, Cervantes apprese che ne era apparsa una continuazione apocrifa a Tarragona (1614), sotto il nome di Alonso Fernandez de Avellaneda. Sulla scorta di una vaga congettura dello stesso Cervantes, si è supposto che Avellaneda fosse uno pseudonimo, e si è attribuita la falsa continuazione a Luis de Aliaga (1565-1626), confessore di Filippo III; al poeta Bartolomé Leonardo de Argensola; a Lopez de Ubeda, autore de La picara Justina; ai celebri autori drammatici Lope de Vega, Tirso de Molina e Ruiz de Alarcon; a Gaspar Schöppe, un erudito che si è supposto - senza ragione - essere l’ispiratore del dottor Vidriera; al domenicano Alonso Fernandez (1569?-1633), che scrisse la Historia y anales de la ciudad y obispado de Plasencia (1627); a un tal Alfonso Lamberto, letterato irrilevante; a Juan Marti, che sarebbe l’autore di un seguito apocrifo della Primera parte de Guzman de Alfarache; a Juan Blanco de Paz (1537?- 1594?), prigioniero ad Algeri insieme con Cervantes, e a Luis de Granada, morti l’uno da vent’anni e l’altro da venticinque. Infine, per colmo d’assurdità, s’è diffusa l’ipotesi che Avellaneda fosse uno pseudonimo dello stesso Cervantes. Ma non abbiamo ancora - e forse non avremo mai - la soluzione di tale enigma. Quel che pare certo è che Cervantes ignorava chi fosse l’autore di questo seguito; altrimenti, si sarebbe di sicuro affrettato a smascherare chi lo derubava.
Come che sia, dobbiamo a lui un libro piuttosto divertente, brutale e cinico, che si stampa ancora, ed il nostro debito nei suoi confronti non si limita a questo. Benché non ne avesse affatto l’intenzione, con tutta probabilità portò alla pubblicazione del seguito autentico, la Segunda parte del ingenioso cavallero Don Quixote de la Mancha (1615). A lungo si era dubitato che Cervantes fosse il suo autore: al termine della prima parte, egli sembrava persino invitare qualcun altro a provarci, e, per nove anni, non si era mosso. Si può ammettere anche che Avellaneda cominciasse la sua continuazione in buona fede, con la prospettiva di un utile economico. La sua insolente prefazione dovette derivare dalla rabbia di vedersi togliere il pane di bocca, quando la seconda parte autentica venne annunciata nel 1623 nella premessa alle Novelas exemplares. Se la sua intrusione e le sue grossolane ingiurie non avessero punto sul vivo Cervantes, il secondo Don Chisciotte avrebbe verosimilmente avuto il destino della seconda Galatea, promessa per più di trent’anni e mai pubblicata. La conclusione un poco affrettata della seconda parte di Don Chisciotte appare di livello inferiore rispetto a quello abituale dell’autore, così come la violenza contro Avellaneda e l’auspicio di vedere il libro del rivale «gettato nell’inferno più profondo». Ma tale precipitazione è il suo unico difetto, e i primi cinquantotto capitoli costituiscono un capolavoro davvero assoluto. Anche se Goethe e Lamb erano di parere opposto, la seconda parte supera la prima. La parodia non è più così insistente, l’interesse è più ampio, maggiore la varietà degli episodi, più sottile l’umorismo; i caratteri nuovi appaiono più convincenti, il tono più cortese e più fermo. Così la carriera di Cervantes si conclude con un risonante trionfo. Progettava altre opere: un dramma che doveva intitolarsi El engaño a los ojos, Las semanas del jardin, El famoso Bernardo e l’interminabile seguito de La Galatea, ma ne sono rimasti soltanto i titoli. Le tre ultime opere sono promesse nei preliminari di Los trabaios de Persiles, y Sigismondo, historia setentrional (1617), opera postuma «che osa rivaleggiare con Eliodoro», e che doveva essere il libro «migliore o peggiore mai scritto nella nostra lingua». Questo romanzo, ricco di ambizioni, non ha avuto successo, malgrado le innumerevoli avventure; contiene, tuttavia, il passo più patetico che Cervantes abbia mai steso: la nobile dedica al suo protettore, il Conte de Lemos, scritta il 19 aprile 1616. Allegro sino alla fine, egli cita - l’aveva invero già citato ne La illustre fregona - l’incipit di un romance che Foulché-Delbosc ha ritrovato:
Puesto ya el pie en el estribo.
«Un piede già nella staffa»: con queste parole affronta sorridendo il destino, e si prepara all’ultima tappa nella valle dell’ombra della morte. Morì il 23 aprile 1616, e fu seppellito - vestito col saio francescano, «col viso scoperto» - nel convento dei trinitari in via de Cantarranas.
Montesquieu, nelle Lettres persanes (1721), fa dire a Rica, parlando degli Spagnoli, che «il solo loro libro valido è quello che mostra il ridicolo di tutti gli altri». Seppur competente di cose ispaniche, Montesquieu non è sempre di una precisione meticolosa. Se però vuol intendere che Don Chisciotte è l’unico libro spagnolo che abbia ottenuto un costante successo nel mondo intero, ha espresso in forma pungente la verità. Un autore ch’è insieme nazionale e universale è il miglior vanto che una letteratura possa augurarsi. Cervantes è proprio questo: malgrado la vasta produzione, la sua immensa celebrità gli deriva dal Don Chisciotte, che è un capolavoro incomparabile. Eppure, anche se avesse scritto solo le Novelas exemplares, sarebbe ugualmente annoverato fra i maggiori romanzieri di Spagna.
R. Campa, La destrezza e l’inganno. Saggio sul Don Chisciotte di Miguel de Cervantes Saavedra, Roma, Il Veltro, 2002.
J. Canavaggio, Cervantes, Roma, Lucarini, 1988.
A. Castro, Il pensiero di Cervantes, a cura di M. Cipolloni, Napoli, Guida, 1991.
B. Frank, Cervantes. Una vita più interessante d’un romanzo, Milano, Bietti, 1936.
C. Fuentes, L’ingegnoso Don Chisciotte. Cervantes e il nuovo mondo del romanzo, a cura di M. R. Alfani, Donzelli, 2005.
F. Meregalli, Introduzione a Cervantes, Roma-Bari, Laterza, 1991.
E. C. Riley, La teoria del romanzo in Cervantes, Bologna, il Mulino, 2000.
A. Ruffinatto, Cervantes. Un profilo su smalti italiani, Roma, Carocci, 2005.
I. Turgenev, Amleto e Don Chisciotte, a cura di M. A. Curletto, Genova, Il Nuovo Melangolo, 2004.
M. de Unamuno, Vita di Don Chisciotte e Sancio Panza. Introduzione di C. Bologna. Traduzione di A. Gasparetti, Milano, Bruno Mondadori, 2005.
Illustre ispanista, apprezzato conoscitore di Cervantes e membro della British Academy, James Fitzmaurice-Kelly morì il 30 novembre del 1923. Il testo qui offerto è tratto dalla sua opera principale, la pregevole e fortunatissima Storia della letteratura spagnola: pubblicata per la prima volta nel 1898, essa fu rielaborata ed arricchita dall’Autore fino alla morte, e fu tradotta in spagnolo, in francese e in tedesco. (D. M.)