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Una piccola avventura pisana

con carlo azeglio ciampi[1]

 

Liano Petroni

 

 

 

        Questo titolo un poco scherzoso non è qui usato per far pensare che io abbia una privilegiata familiarità con l’attuale - bravo - Presidente della Repubblica italiana, poiché dall’anno accademico pisano 1940-41 non l’ho più incontrato.

        Non l’ho usato neppure per attribuirmi titoli che non possiedo; né, tanto meno, per mancar di riguardo a chi impersona la più alta carica rappresentativa delle nostre istituzioni.

        L’ho dunque adottato solo per dar rilievo all’esito felice di un piccolo episodio, che avrebbe potuto avere uno svolgimento ben più drammatico; e per me - come sarà peraltro facile capire da quanto racconterò - forse tragico…

        Né, d’altronde, avrei pensato di scriverne, se non avessi ricevuto sollecitazioni cordiali da amici alapini. Un ricordo, infine, che, doverosamente, dedico altresì alla giovinezza stroncata di Italo Troiani, caduto in Corsica durante la seconda guerra mondiale.

        Ma veniamo ora al fatto. Eravamo nell’autunno del 1940; ed io cominciavo a seguire le lezioni all’Università di Pisa e alla Normale. Come matricola - allora votata all’obbedienza indiscussa nei riguardi di un desiderio espresso da due laureandi: Carlo Azeglio Ciampi e Italo Troiani -, fui arruolato sic et simpliciter come timoniere. In più, la richiesta era stata fatta con garbo e la novità mi tentava. Fu così che mi trovai a pilotare una iole a due vogatori con timoniere (appunto), che la Scuola Normale Superiore di Pisa metteva a disposizione dei normalisti, sia per allenarsi, sia per fare semplicemente dell’esercizio fisico.

        La mia osservazione che mai avevo fatto il timoniere (venivo dal Montecarlo lucchese, e il mare lo si vedeva solo d’estate) non era valsa a nulla. E neppure era valsa la confessione che non sapevo nuotare! Ero magro, perciò leggero; e tanto bastava per assolvere il compito assegnatomi. Esso non permetteva alcuna valida obiezione di cui far conto. Lì si era acquisito d’ufficio...

        Tutto filò liscio per qualche settimana. S’andava a prendere la iole al Circolo Nautico, situato (se ben ricordo) non lontano dalla torre del vecchio Arsenale; e si vogava…

        Loro due erano robusti ed esperti vogatori, laddove io - magrolin magrolino - tenevo la barra... Poco alla volta, s’era sciolta l’iniziale rigidità di rapporti (ovvia: chi li aveva mai visti prima, Ciampi e Troiani - come allora si usava dire - chiamandosi per cognome e non per nome, come oggi invece si usa); sicché con Troiani, più riservato, e con Ciampi, era nata una buona cordialità.

        Così, fra una sgobbata e l’altra, mi godevo delle belle e distensive passeggiate sull’Arno, senza faticare granché.

        Un giorno, però, commettemmo un’involontaria imprudenza. La giornata era limpida, dopo lunghe piogge, e l’aria  serena, invitante. L’Arno era tuttavia gonfio, giallastro… ma in apparenza, visto dalla riva, non sembrava creare problemi. Perciò, all’ora prevista, dopo i consueti preparativi, entrammo in acqua, vogando verso San Rossore. Nessun problema all’andata, nulla da segnalare al ritorno.

        Il fiume, in tale zona, si fa più largo, e risalire la corrente non suscitava perplessità di sorta: solo un po’ più di fatica. Lo specchio d’acqua - là placido e più sporco, per i detriti raccolti e trasportati - rifletteva una luce dolce, paciosa. Ciampi e Troiani remavano, affiatati, di buona lena.

        Arrivammo così, quasi senza accorgercene, al ponte della ferrovia, i cui archi erano ravvicinati, più stretti. La barca rallentò decisamente, come se qualcuno l’avesse frenata. La scena mi è rimasta bene impressa nella memoria. Guardai il fiume, lì, accanto a me, sotto di me. C’erano dei vortici, violenti, turbinosi. Che fare?

        La corrente, tenace, testarda, ci spingeva indietro, in direzione del mare. I due vogatori, all’opposto, spingevano sulle pale dei remi con tutte le loro forze. Avanzammo di poco e fummo nuovamente respinti. Tentarono ancora, due, tre volte, forse più: questo non lo ricordo.

        La barca oscillava, con un rollio sempre più preoccupante. Sapevo che, se si fosse rovesciata, non sarei stato capace di nuotare. Si capisce facilmente che, perciò, potessi avere un poco di fifetta; mentre, per la rapidità e l’imprevedibilità di quanto stava accadendo, non ebbi affatto il tempo di rendermi conto che in realtà avrei dovuto avere una fifa nera. Le facce dei due rematori poi, dopo i duri sforzi, inutili, compiuti senza dire una parola, erano tese, stanche anche. Che fare?

        Ci fu, inatteso, un colpo di fortuna. Dalla riva sinistra, un vecchio renaiolo, che stava scrutando il fiume, da lui ovviamente conosciuto palmo a palmo, ci gridò qualcosa. Sul momento non capimmo. Il rumore della corrente intorno ai piloni del ponte ferroviario e la distanza non facilitavano le cose. Poi qualche parola giunse ed i gesti fecero il resto.

        Tornammo indietro di alcune decine di metri. I rematori ripresero fiato e, anziché affrontare gli archi del ponte al centro del fiume, ci spostammo verso la riva sinistra, meglio protetta perché il fiume poco a monte curva leggermente sulla destra; e ci avvicinammo il più possibile alla sponda. Sempre seguendo le indicazioni del renaiolo, la costeggiammo per un po’, fin quasi a rasentarla; e, con sforzi rinnovati ma ormai incoraggianti, Ciampi e Troiani dettero dentro ai remi, finché riuscimmo a superare di slancio la difficoltà inattesa. Poi, rasserenati, ci allargammo verso il centro del fiume, per dirigerci verso la riva destra: per raggiungere, infine, il nostro punto d’attracco abituale.

         Affrancati dalle preoccupazioni patite, ci sentimmo allora nuovamente liberi: la tensione che ci aveva oppressi si era sciolta. Attraccammo stanchi, certo, molto stanchi, soprattutto i vogatori; lieti però, ormai, di essere rientrati senza danni né per noi, né per la barca.

        Giunti «fuor del pelago a la riva» (un pelago ridotto sì, ma quanto mai vorticoso), ci sentimmo come scaricati di un peso enorme, fino a quel momento non pienamente avvertito. Non ci restava che rendere mentalmente omaggio (come nel bene e nel male gli antichi romani facevano, e come i miei due maggiorenti - entrambi classicisti - ben sapevano) alla divinità del Bonus Eventus… o più semplicemente - ma anche shakespearianamente - pensare che tutto è bene quel che finisce bene!

 

***

 

RISPOSTA DI CARLO AZEGLIO CIAMPI

  

Carissimo Petroni,

 

        mi è giunta gradita la copia de “Il rintocco del campano”, che mi hai  cortesemente inviato.

        Ho letto con viva gioia il Tuo contributo alla rivista, dal titolo Una piccola avventura pisana, che evoca un evento della nostra gioventù di cui sono lieto di aver ritrovato la memoria.

        Hai evocato da par Tuo ricordi di un periodo che è stato importante e, al tempo stesso, difficile, in cui la nostra generazione si trovava nella contraddizione di vivere l’epoca delle grandi speranze, in uno scenario di guerra che mortificava ogni aspettativa.

        La guerra, certo, cambiò la nostra vita, ma non la nostra volontà di salvare gli alti valori che la Scuola Normale di Pisa ci ha insegnato. La fede in quegli ideali di Giustizia e Libertà - per la cui affermazione abbiamo combattuto e vinto - ci ha dato la forza di superare il baratro, dando significato ad ogni sacrificio.

        Penso in primis all’amico Italo Troiani, ma pure a tanti altri ragazzi italiani, caduti in una guerra di cui oggi l’Unione Europea conferma l’assurdità. Nella loro perspicace memoria, il Paese rinnova con forza il proprio impegno alla pace.

        

        Con mia moglie Ti ricambio i saluti più cordiali.

                                                                                    

   Roma, 4 luglio 2000                                                        

 

Carlo A. Ciampi


 

[1] Una versione più ampia ed articolata di questo pezzo è uscita su “Il rintocco del campano. Rassegna periodica dell’Associazione Laureati Ateneo Pisano”, Anno XXX, Genaio-Aprile 2000, pp. 25-28.

 

 

 

 

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