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IL CARDINALE MANZONIANO:

UNA RISCOPERTA DEL PENSIERO LETTERARIO

 DI GIOVANNI COLOMBO

 

 

Alessandro Manzani

 

 

Con l’elezione a Sommo Pontefice dell’allora Cardinale Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, il 21 giugno 1963, la Cattedra Episcopale ambrosiana si rendeva vacante. Con tempestiva decisione, Paolo VI nominava suo successore a Milano l’allora Rettore Maggiore dei Seminari Ambrosiani  e Vescovo Ausiliare Mons. Giovanni Colombo.

Nato a Caronno Milanese (oggi Caronno Pertusella  provincia di Varese), Archidiocesi di Milano, il 6 dicembre 1902, da una tipica laboriosa famiglia lombarda e ordinato presbitero nel Duomo di Milano dal Cardinale Eugenio Tosi il 29 maggio 1926, il sessantunenne Arcivescovo succedeva a quel Cardinale Montini, che da Pontefice sarà ricordato da tutti come il Papa amico degli intellettuali.  Anche il nostro Giovanni Colombo non era estraneo al mondo della cultura, anzi possiamo dire che sentirà per tutta la vita il richiamo struggente al suo sogno di giovane prete: quello dell’insegnamento.

Aveva frequentato da giovanissimo l’Università Cattolica, rimanendo affascinato dalla poliedrica personalità di Giulio Salvadori (del quale sostenne la causa di beatificazione), laureandosi in Lettere nel 1932 con la tesi La rinascita Cattolica e il suo secolo – Primi saggi. Successivamente divenne Lettore alla Facoltà di Magistero della Cattolica e docente di Lettere nei Seminari dell’Archidiocesi Ambrosiana. “Era fatto per fare il professore di letteratura italiana e non deluse le aspettative”[1].

Il grande amore di Giovanni Colombo era la Letteratura che concepì come “[…] ricerca della presenza o della nostalgia o del desiderio o del tragico rifiuto di Cristo e della sua grazia […]”[2].  Predilesse le opere di Manzoni. Egli era profondamente convinto che Don Lisander fosse oltre che un grande genio, anche un grande catechista del popolo lombardo, tanto da farsi promotore dell’iniziativa della traslazione delle spoglie mortali del Manzoni in Duomo. Non si trovò l’accordo col suo successore, il Cardinal Martini, che non era dello stesso avviso, e anche per questo i rapporti fra i due si incrinarono bruscamente. Fu sempre del Cardinal Colombo la felice idea di inserire, nella versione rinnovata a norma dei Decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II della Liturgia delle Ore in rito Ambrosiano, alcuni brani degli Inni Sacri.

Cercheremo ora qui di riprendere in mano qualche scritto e lucida riflessione del Colombo, certi che trarremo beneficio dalla lettura di questi pensieri e augurandoci che presto si possa disporre di una edizione completa di tutti gli scritti letterari del Cardinale. La produzione manzoniana del Cardinale Colombo è di diverso tipo: dagli opuscoli di critica, alle omelie pronunciate nelle varie ricorrenze manzoniane, alle conferenze tenute per un pubblico il più variegato possibile.

Per Colombo tutto il messaggio che Manzoni vuole trasmettere è intriso di religiosità e di profonda adesione ai supremi Valori del Vangelo. Egli afferma: “Qualunque sia lo scenario storico in cui muovono i personaggi manzoniani, l’arte pronuncia sempre il medesimo messaggio: no alla violenza sotto qualsiasi forma; sì alla giustizia che ci fa tutti uguali e alla misericordia che ci fa sentire d’esser tutti fratelli. No alla violenza della paura che compra la sua vile sicurezza calpestando i diritti sacrosanti dell’amore; no alla violenza dello stupido orgoglio del punto d’onore; no alla violenza alimentata dalle sfrenate passioni erotiche; no alla violenza della piazza e no a quella dell’egoismo familiare che con le felpate insidie paterne spia i momenti indifesi per soffocare e predeterminare la libertà di una figlia; no alla violenza degli eserciti stranieri che appaiono con lo stendardo della liberazione; no alla violenza di un governo che lascia schiacciare i deboli con la proliferazione di grida imbelli e con la boria di magistrati litigiosi.”[3]

Per il Cardinal Colombo, Manzoni vuole mostrare all’uomo errante  che la via che lo porta a vivere secondo giustizia è la Religione. “La vera soluzione dei gravi e dolorosi problemi umani che ci affliggono esige da tutti fatica, sacrificio, operosità, responsabilità, esige una conversione interna, una vittoria sull’egoismo e sull’orgoglio che sono in ciascuno di noi. Ma è possibile questa conversione e questa vittoria senza Religione, senza aprire il cuore al soffio gagliardo dello Spirito…? Il messaggio del Manzoni afferma che non è possibile.”[4]

Di particolare intensità e bellezza, e che meriterebbe una nuova pubblicazione, è il volumetto agile ma profondo che il Colombo scrisse sul ritratto che del Cardinale Federigo Borromeo ci dipinge il Manzoni[5]. Qui possiamo accostarci alla finezza dell’analisi tipicamente colombiana unita alla sensibilità e alla lucida visione ecclesiale del pastore: non dimentichiamo che Federigo è un predecessore di Colombo sulla Cattedra di Sant’Ambrogio. Non solo traspare la profonda conoscenza della lingua e dell’opera, ma a ciò si mescola con calda passione la conoscenza delle difficoltà che ogni giorno un Vescovo si trova davanti: si potrebbe azzardare che il Colombo quasi si immedesimi nel suo predecessore. Quante incomprensioni e a volte difficoltà col clero affidato alla sua persona (non a caso il Colombo si sofferma sul dialogo fra Federigo e Don Abbondio, quasi a indicare le spine del quotidiano rapporto con un clero non sempre facile). Non dimentichiamo che Colombo fu Pastore nella tempesta dei turbolenti anni del dopo Concilio, quando non poche furono le defezioni dolorose e le brusche sbandate dei sacerdoti verso dottrine marxiste e non teologicamente ortodosse. Così inizia Colombo riferendosi al Manzoni: “Per il Cardinale Federigo scrive pagine che gli innalzano un monumento famoso e duraturo perché era un grande dal cuore umile e mite, e rivolse la nobiltà del sangue, del censo e della cultura a servizio del prossimo e specialmente della povera gente.”[6] E prosegue: “[…] è doveroso ammettere che il Manzoni non intendeva fare del secondo Borromeo un santo da altare al fianco del cugino San Carlo. Si noti anzitutto che nel profilo storico non lo chiama mai categoricamente santo, ma si riferisce a lui con espressioni più dimesse, anche se piene di ossequio. L’epiteto santo risuona spesso nel romanzo ma sempre sulla bocca del popolo.”[7] Per Colombo, Manzoni ci presenta Federigo come “precursore dell’illuminismo settecentesco, interpretato in senso cristiano.”[8] Il Cardinale “nella sua totale verità vive e palpita essenzialmente nei due famosi colloqui: il colloquio con l’Innominato, di cui raccoglie la conversione, e il colloquio con don Abbondio, di cui riesce a turbare sinceramente, anche se per un fugace momento, un egoismo malato d’inguaribile paura.”[9].

“Il colloquio con don Abbondio si articola in tre momenti essenziali, ciascuno provocato da un’infelice espressione del curato che il Cardinale non può lasciare senza severo commento. Pronuncia allora parole ardenti e risolute che svelano l’ideale di pastore evangelico a cui aveva consacrato la vita e illuminano, per contrapposizione, la grettezza d’animo di chi si era lasciato scappare di bocca parole tutt’altro che pastorali.”[10] Al termine del colloquio il Borromeo e Don Abbondio vengono paragonati ad una grande torcia e allo stoppino di una candela e Colombo si sofferma in una analisi: “[…] lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, ma non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, ben o male, brucia”[11]e prosegue dicendo che per Don Abbondio questo è il primo timido segnale di conversone. Certo non è la conversione grandiosa dell’Innominato, ma tutti noi “abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno”[12], cioè ognuno con le sue forze risponde al Redentore nella maniera “che conviene alla piena maturità di Cristo”[13].

Per il Cardinale Colombo alla sorgente di questo grande fermento religioso del Manzoni ci sono una persona, un fatto, un avvenimento concreto e una “compagnia” importantissima: Enrichetta Blondel con la sua limpida e maturata Fede di convertita. Così infatti il Colombo si esprime: “Un critico di vasta cultura e nemico del favellio frammentarista, il Borgese, ha scritto che la letteratura e l'arte italiana sorsero da un ceppo rigidamente religioso, di cui continuarono tenacemente a nutrirsi. […] protagonista fu il Pantocratore, cioè il Cristo vincente della Divina Commedia e del Giudizio Universale di Michelangelo; eroina fu la «Panaghía», la tutta santa, la tutta pura, la Vergine amata. […] In Dante il posto della Madonna è preso da Beatrice […]. A questo punto rivolgiamoci una domanda: «Che nome ebbe su questa terra, la 'beatrice' di Alessandro Manzoni? Quella che era venuta «di cielo in terra a miracol mostrare?  […] A settant'anni il Manzoni, sopra un esemplare dei Promessi Sposi, dedicato a una nipote di nome Enrichetta, scriveva: Enrichetta! Nome soave, sacro, benedetto per chi ha potuto conoscer quella, in nome di cui ti fu dato; nome che significa fede, purità, senno, amor de’ suoi, benevolenza per tutti, sacrifizio, umiltà, tutto ciò che è santo, tutto ciò che è amabile. Possa questo nome, con la grazia del Signore, essere per te un consigliere perpetuo, e come un esempio vivente.”[14]

 

 

 

 

 

 


 

[1] Cfr. I. Biffi, Il Cardinale Giovanni Colombo. Un maestro di sapienza sulla Cattedra di S. Ambrogio, Milano, NED, 2002, pag. 25.

[2] ibidem

[3] Cfr. G. Card. Colombo, Omelia per la Messa in occasione del primo centenario della morte del Manzoni, in G. Colombo, A.

 Ferrari, G. B. Montini, I. Schuster, Discorsi sull’arte, Milano, Ancora, 2005, pag. 158.

[4] ibidem pag.159.

[5] Cfr. G. Card. Colombo, Il Cardinale Federigo nella immortale trasfigurazione Manzoniana, Azzate (Va), Otto/Novecento, 1981.

[6] Cfr. G. Card. Colombo, Omelia per la Messa in occasione del primo centenario della morte del Manzoni, in G. Colombo, A.

 Ferrari, G. B. Montini, I. Schuster, Discorsi sull’arte, Milano, Ancora, 2005, pagg. 158-159.

[7] Cfr. G. Card. Colombo, Il Cardinale Federico nella immortale trasfigurazione manzoniana, Azzate (Va), Otto/Novecento, 1981, pagg. 3-4.

[8] ibidem

[9] ib., pag.8.

[10] ib., pag. 11.

[11] Cfr. A. Manzoni, I Promessi Sposi, ed. cit. pag. 448.

[12] Cfr. Rom. XII, 6.

[13] Cfr. Ef. IV, 13.

[14] Cfr. G. Card. Colombo, Enrichetta Blondel: “la santa di casa Manzoni”, intervento tenuto al convegno di Studi Manzoniani a

 Casorate d’Adda il 16 Febbraio 1985. Il testo è disponibile nel sito web dell’Archidiocesi Ambrosiana http//www.chiesadimilano.it

 nella sezione dedicata agli Arcivescovi Martini, Colombo, Montini.

 

 

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