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Giovanni Calvino, La carne, lo spirito e l’amore. Scritti teologici e polemici, a cura di Davide Monda. Premessa di Roberto Roversi, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2005.

 

 

Tra latino e francese, la speculazione medievale e la meditazione umanistica si uniscono con nuovi accenti, che sono quelli di un Cinquecento drammatico e conflittuale, segnato da condanne ed esilii. Nell’ambito di una grande tradizione tematica in cui si configura l’esperienza più intensa dell’inquietum cor cristiano, spicca per molte ragioni, ora più ora meno evidenti, la severa figura di  Giovanni Calvino, con la lucidità tagliente ed infuocata dei suoi trattati e dei suoi commenti. Nella spiritualità inquieta ed agonistica del riformatore, l’ansia della salvazione si fonde con la rude certezza di una fede inconcussa, anche quando vi si insinua, per dirla con Jean Delumeau, una nevrosi ossessiva e collettiva da senso di colpa, il cupo sentimento dell’abbandono, della solitudine senza riscatto. E tuttavia non viene neppure meno il mondo degli affetti, il conforto di un calore umano, biblico e insieme moderno.

            Diceva un maestro come Lucien Febvre, che conserva ancor oggi intatta la forza della sua voce franca e robusta, che una storia spirituale e religiosa, di là dalle idee e dal gioco dei rapporti intellettuali, deve cogliere alla fine la “pasta umana”, il senso profondo dell’individualità all’interno di un clima spirituale, di un passato che nella sua interpretata differenza diviene anche parte del nostro presente, del suo interrogarsi sul mondo delle passioni e dei desideri, dei conflitti e delle convinzioni.

Così la storia delle idee scende nel cuore di una realtà umana sempre diversa, appassionata ed ardente, immersa a sua volta nel grande flusso degli eventi, nel paesaggio mobile e inquieto della storia. Anche Davide Monda si è proposto di muoversi in questa direzione, per istinto e insieme per riflessione erudita, presentando i testi calviniani che ha scelto e meticolosamente curato in questo volume: quantunque eterogenei e senz’altro diseguali dal punto di vista del valore letterario, tali scritti rappresentano con pari efficacia un momento decisivo della cultura europea oramai divisa e lacerata, in rapporto alla dialettica della miseria e della dignitas hominis, della “carne” e del “mondo”, e al suo risolversi nella struttura dinamica del “combattimento spirituale”, del conflitto della coscienza che si scruta nel suo teatro interiore dinanzi al silenzio dell’Assoluto.

 E non mi pare inutile, a questo punto, rammentare i versi tragici e travagliati di quell’Agrippa d’Aubigné (a questo autore Davide Monda ha dedicato una monografia: Un poeta militante nella storia. Agrippa d’Aubigné e il suo tempo, Bologna, Pragma, 1995)  che è forse il maggior lirico calvinista, giacché egli, in una Francia ferocemente dilaniata dalle Guerre di religione, ha vissuto e cantato con forza mirabile e ancora coinvolgente tutto questo universo di pensieri, passioni ed entusiasmi. Nel livido autunno di un Rinascimento già sulla strada della retorica barocca, risuona così la voce poetica di un profeta guerriero, con la sua tensione orgogliosa, quasi furente, con la sua teatralità introspettiva di anima nuda e implacabile, dall’eros sinistro di “Je mire en adorant dans une anatomye / Le portrait de Diane, entre les os…” all’eloquenza fiammeggiante di quell’autentica Commedia d’oltralpe che sono i Tragiques: “Cités yvres de sang, et encor altérées / Qui avez soif de sang et de sang enyvrées /Vous sentirez de Dieu l’épouvantable main”. E chi legga con attenzione questi “vers échauffés” che colpirono profondamente, fra gli altri, Hugo e Baudelaire, non potrà non sentirvi – per riprendere una formula penetrante di Marguerite Yourcenar, che a d’Aubigné ha consacrato un pregevole saggio – la passione delle idee e una curiosità inesauribile per i diversi aspetti dell’avventura umana.   

Con l’acume e l’eleganza di sempre Giovanni Macchia, scomparso da qualche anno, ha scritto che il d’Aubigné dei Tragiques ci ha forse lasciato l’esempio più schietto di una poesia oratoria e impetuosa, sorgente dal vivo di una fede minacciata e di un’interiorità ferita, e che dalla sua penna visionaria scaturiscono quadri secchi e vertiginosi di assassinii, persecuzioni, violenze, patimenti, nell’attesa di una luce che deve annientare il tempo e la morte. Anche grazie ad operazioni editoriali intelligenti, ci si può addentrare allora nei meandri di un’opera così ossessionata dai fantasmi tragici e crudeli di un reale vissuto in prima persona, per ricomporre il discorso alto e grave della denuncia e della protesta, ma per cogliervi insieme l’accento segreto degli affetti, l’emozione più umana della pietà e della speranza, dietro le maschere o i mostri dell’invettiva e dell’ira. Dentro la biblioteca del vecchio combattente ugonotto, irrompe di continuo la storia, attraversata da un vento di tempesta che è già l’annuncio di un giudizio universale.   

 Ma, per tornare a questa impresa calviniana, Davide Monda, mantenendosi fedele a quel gusto per un’erudizione fervida e paziente manifestato in altri suoi lavori, sembra chiedere ancora una volta al passato, pure quando si cala tra le sue ombre e i suoi enigmi, una verità che deve valere insieme per il suo presente, per la ricerca animosa della sua esistenza meditativa. Come ha scritto Roberto Roversi, poeta e intellettuale di libero e fine sentire, nell’intensa Premessa al libro, anche chi legge può ora trarne un alimento di vita.

 

(Ezio Raimondi)

 

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