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Giordano Bruno Cabala del cavallo pegaseo a cura di Fabrizio Meroi; Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2004.

 

"Eretico pertinace ed ostinatissimo". Con queste parole che sono quelle che chiudono la vicenda terrena del Bruno, viene marchiato a fuoco e, forse per l’eternità, il filosofo di Nola. Nel bene e nel male è infatti questa la vicenda che l’ha reso famoso e ricordato come il martire della libertà, definizione dietro la quale si è nascosta la sua filosofia. Una conseguenza, questa, quasi inevitabile se si considera che la filosofia del nolano è quasi inscindibile dalla sua vita, sempre inquieta ed errabonda e che dopo gli iniziali entusiasmi per l’ordine dei predicatori (e dopo essere stato scoperto in possesso della Bibbia con gli scoli di Erasmo) non sembra trovare mai un porto sicuro.

 

Prima in Svizzera, poi in Francia e infine in Inghilterra, il Bruno può a buon diritto essere considerato il primo filosofo viaggiatore tout court. E la sua vicenda è tanto più complicata se si considera il fatto che è ben difficile definire il suo un vero e proprio ateismo. Certo la sua giovanile conversione (anche se era costume intraprendere la vita religiosa molto prima dei diciassette anni) fu soprattutto una conversione intellettuale confortata dal fascino suscitato in lui dalle capacità oratorie dei domenicani e accesa dalla lettura di un testo di Pietro Ravennate; quest’ultimo avrebbe indirizzato i suoi interessi verso quella mnemotecnica che lo renderà tanto noto ma anche tanto inviso soprattutto per i metodi, ritenuti dal suo accusatore Mocenigo "magici". Presso i domenicani Bruno ha anche modo di approfondire la conoscenza dei testi di S. Tommaso, unico filosofo cristiano che non sarà tacciato di asinità e il cui sistema non cesserà mai di affascinarlo.

 

La cabala del cavallo pegaseo è il quinto dei sei dialoghi composti quasi febbrilmente fra il 1584 e il 1585 nel periodo inglese che è probabilmente, escludendo il processo per eresia, il più travagliato della sua vita. Abbandonata la Francia, per motivi non del tutto chiari, il nolano giunge a Oxford dove, dopo un breve periodo d’insegnamento, viene accusato di plagio. Il testo assume un’importanza decisiva se si considera che assieme allo Spaccio la polemica antireligiosa diviene esplicita. Entrambi i dialoghi non erano conosciuti dall’Inquisizione e ciò è tanto più importante perché dimostra che non era l’irreligiosità del Bruno ad essere condannata quanto la sua filosofia. La sua posizione "eretica" era innegabile e su questo punto tutti i più importanti studiosi sono concordi. In secondo luogo la lettura della Cabala mostra un testo che, se per lo stile e la critica dei vizi è simile allo Spaccio, presenta non poche novità soprattutto per quel che concerne il rapporto fra fede e verità e fra anima individuale ed anima universale, ma anche sulla celeberrima questione dell’asinità, decisiva per comprenderne il pensiero. Diviene infine qui esplicita la condanna del luteranesimo, che, è bene ricordarlo, è il vero bersaglio polemico di Giordano Bruno.

(Marco Antonellini)

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