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BRILLIANT  WOMEN

A  PROPOSITO  DI  MARY  WOLLSTONECRAFT

 

GIOIELLA  BRUNI  ROCCIA

Libera Università Maria SS. Assunta  -  Roma

 

 

Nella stagione primaverile che si è appena conclusa, dal 13 marzo al 15 giugno 2008, la National Portrait Gallery di Londra ha ospitato una mostra di rilevante interesse storico e culturale, che ha attirato un pubblico prevalentemente femminile e che alle donne, in particolare, era dedicata: Brilliant Women: 18th-Century Bluestockings. Intento primario della exhibition londinese è stato quello di ripercorrere le tappe iniziali di un processo di emancipazione sociale e culturale della donna del ceto medio, che prende avvio nell’Inghilterra del XVIII secolo ad opera di alcune protagoniste di eccezione. E sono proprio i sodalizi femminili delle cosiddette bluestockings che, a partire dalla metà del Settecento, danno vita a circoli culturali di carattere privato, volti a promuovere il talento delle donne e a favorire il loro accesso alle forme nobili del sapere e dell’arte [1]. Il termine stesso «bluestocking» – rimasto nell’uso, talora con valenza spregiativa, ad indicare una donna che professi o affetti interessi letterari – sottolinea comunque uno spostamento di attenzione da aspetti frivoli e mondani, legati alle convenzioni sociali e al rispetto esteriore delle forme, alla nuova esigenza che le donne avvertono di coltivare le proprie facoltà intellettuali e creative. D’altronde, è proprio questo il mutamento sostanziale che Virginia Woolf fisserà, con una lapidaria affermazione, in un celebre saggio del 1929: «verso la fine del Settecento si produsse un cambiamento tale che, se dovessi riscrivere la storia, io lo descriverei più a fondo e lo riterrei più importante delle Crociate o della Guerra delle Due Rose. La donna della classe media cominciò a scrivere» (Una stanza tutta per sé).

In effetti, il secolo che nella storia della civiltà britannica sarà ricordato come “the long Eighteenth Century” – un “lungo Settecento”, carico di fermenti e di attese di libertà e di uguaglianza – manifesta al suo interno fasi di transizione e passaggi significativi. E la mostra allestita presso la National Portrait Gallery di Londra, sviluppando un percorso progressivo attraverso tre differenti sezioni, si rivela attenta a scandire momenti evolutivi e punti di svolta. Così, passando dalla prima alla seconda generazione delle bluestockings, si può cogliere un allargamento e una più diffusa risonanza dei motivi ideali che animano questi sodalizi femminili. Certo, la loro azione non è mirata deliberatamente ad affermare “i diritti delle donne”, le quali rimangono di fatto escluse dalla politica, dall’istruzione e dal pubblico impiego. E tuttavia, tale movimento contribuisce a creare un clima intellettuale più aperto e disponibile ad accogliere la presenza femminile nel mondo della cultura, sfatando antichi pregiudizi e promuovendo il ruolo attivo della donna nel campo delle lettere e dell’arte. Bisognerà comunque giungere alla fine del secolo, nella temperie culturale e politica che si accende intorno alle due Rivoluzioni – la Rivoluzione americana e quella francese, di cui l’Inghilterra è così vivamente partecipe – perché si possa davvero parlare dell’affermazione della donna come di un nuovo soggetto sociale: un soggetto in formazione, la cui identità viene responsabilmente assunta e proclamata dalle donne stesse. Ad illustrare questo passaggio decisivo è dunque dedicata l’ultima sezione della exhibition londinese, opportunamente intitolata «A Revolution in Female Manners».

Protagoniste di questa rivoluzione al femminile sono due straordinarie figure di donna, intellettuali e scrittrici, la cui vicenda biografica appare indissolubilmente legata alla denuncia sociale di cui si fanno interpreti: Catharine Macaulay (1731-1791) e Mary Wollstonecraft (1759-1797). Comune ad entrambe è la passione storiografica – certo inusuale per le donne del tempo – che fa di Catharine Macaulay l’autorità indiscussa in materia, con la pubblicazione di una monumentale History of England in otto volumi. Comune è l’entusiastica adesione ai princìpi ideali della Rivoluzione francese, del cui scenario Mary Wollstonecraft sarà poi testimone diretta. Comune è soprattutto l’interesse per la questione educativa, e quindi la denuncia di un sistema sociale che discrimina le donne, privandole di una regolare istruzione e di modelli di comportamento ispirati all’uso della ragione. È proprio su questo terreno che le due scrittrici s’incontrano idealmente: nel 1790, un anno prima della morte, la storica Catharine Macaulay pubblica le Letters on Education, che vengono recensite positivamente da Mary Wollstonecraft sulla «Analytical Review». L’anno seguente la stessa Wollstonecraft inizia a scrivere A Vindication of the Rights of Woman, il trattato che rivendica il diritto delle donne all’istruzione, quale precondizione indispensabile per lo sviluppo di una umanità integrale, in vista di una collaborazione attiva degli uomini e delle donne per il progresso di tutta la società. Pubblicato nel 1792 dall’editore Joseph Johnson, A Vindication of the Rights of Woman rappresenta un momento culminante della rivoluzione culturale che investe l’Inghilterra di fine secolo: considerato l’atto di nascita del femminismo tout court, il trattato di Mary Wollstonecraft costituirà un punto di riferimento ineludibile per ogni successiva riflessione sui “diritti delle donne”.

«A revolution in female manners»: l’espressione, carica di tutta la portata eversiva della Vindication – da cui peraltro è tratta –, coglie bene il senso di una trasformazione radicale, che coinvolge in prima persona il soggetto medesimo di tale affermazione. Ed è veramente un soggetto “nuovo” – un soggetto in formazione, in progress – quello che si manifesta attraverso i sei ritratti di Mary Wollstonecraft, tutti visibili in rapida sequenza nello spazio allestito in occasione della mostra londinese. Ne emerge l’immagine mobile e vibrante, coerente e contraddittoria insieme, dell’autrice della Vindication of the Rights of Woman: donna e scrittrice, sensibile e razionale, illuminista e romantica, onestamente aperta e leale nei giudizi e nell’espressione dei sentimenti.

In particolare, due sono i ritratti più famosi di Mary Wollstonecraft, entrambi realizzati dal pittore ed amico John Opie: e va subito osservato che, nel panorama generale della ritrattistica dell’epoca, essi spiccano per la spontanea naturalezza che li contraddistingue, tanto da catturare letteralmente l’attenzione del visitatore. D’altronde, la maestria dell’artista si rivela proprio nella singolare capacità di trasporre sulla tela i lineamenti di una fisionomia interiore. In netto contrasto con la maggior parte dei ritratti femminili che illustrano questo variegato Settecento, l’immagine di Mary Wollstonecraft s’impone allo sguardo per una viva impressione di immediatezza e di sorprendente semplicità. Ne è prova un bellissimo dipinto a olio, che la ritrae proprio nell’anno in cui l’autrice era dedita alla scrittura della sua opera maggiore. Opie la rappresenta nell’atteggiamento di una donna che è evidentemente impegnata in un lavoro intellettuale, con un libro aperto dinanzi a sé, di cui trattiene la pagina con la mano destra. Poco più in là s’intravede un calamaio con una penna, appena percepibile nell’oscurità avvolgente dello sfondo; e la densità opaca di un colore impenetrabile, che contorna interamente la figura umana e la pagina del libro, va a ricongiungersi con i toni cupi dell’abbigliamento di lei, semplice e austero. L’ambiente, per nulla delineato, suggerisce l’idea di uno spazio interiore di intensa concentrazione, da cui il soggetto femminile viene momentaneamente distratto per rivolgere il volto verso l’osservatore. E in questo sguardo serio e diretto, mentre la mente sembra ancora presa dai pensieri che l’assorbono, rivive per noi l’onestà intellettuale di una donna che, alla fine del Settecento, ha osato prendere la parola pubblicamente, per mezzo della scrittura, uscendo dai confini delle parole e dei generi letterari tradizionalmente assegnati alle donne.

Ma forse il ritratto più suggestivo di Mary Wollstonecraft, che è servito di modello anche a pittori successivi, è il celebre dipinto in cui John Opie ne fissa le fattezze pochi mesi prima della morte prematura, avvenuta il 10 settembre 1797. L’immagine di lei, delineata a mezzo busto contro lo sfondo scuro e anonimo del quadro, rappresenta inequivocabilmente una donna della middle class: sobriamente vestita di bianco, con la vita appena segnata sotto il seno come a velare l’imminente maternità, del tutto priva di ornamenti, questa figura femminile sembra quasi esibire spontaneamente un atteggiamento di connaturata dignità. È l’ultima immagine di Mary Wollstonecraft, che di lì a poco avrebbe dato alla luce la futura Mary Shelley, per poi morire di setticemia dopo dieci giorni. Ma l’espressione dolce e pensosa del volto, con lo sguardo che appare come sospeso verso un punto indefinito, sembra racchiudere l’immagine della donna – di tutte le donne – a cui è rivolto il lucido e appassionato appello della Vindication: «È giunto il momento per una rivoluzione nel comportamento delle donne [a revolution in female manners], è il momento di restituire loro la dignità perduta, e di fare in modo che esse, in quanto parte dell’umana specie, si adoprino a trasformare il mondo, iniziando da de stesse» (M. Wollstonecraft, I diritti delle donne, a cura di Franca Ruggieri, Edizioni Q, Roma 2008, p. 127).

 

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Talora accade che volti e ritratti del passato riemergano con particolare intensità; talora testimonianze di vita e di pensiero, incise nella scrittura e nella storia, riaffiorano alla memoria collettiva di questo nostro tempo, così turbinoso e vorace. E accade pure che certi temi di riflessione ritornino puntualmente: si ripropongono per vie diverse, sollecitando un rinnovato impegno di revisione e di disamina, di rilettura e di confronto. È quanto si è verificato di recente in Italia, con la riproposta della Vindication of the Rights of Woman nella traduzione di Franca Ruggieri: una traduzione intitolata I diritti delle donne, uscita per la prima volta nel 1977, che allora aveva avuto il merito di far conoscere l’opera di Mary Wollstonecraft al pubblico italiano. Quella prima edizione, pubblicata da Editori Riuniti, era corredata da un’ampia introduzione storico-biografica, che contestualizzava la Vindication alla luce del dibattito coevo sui diritti umani e sulla condizione femminile. D’altra parte, il fatto stesso di presentare in italiano l’opera di Mary Wollstonecraft, intorno alla metà degli anni Settanta del secolo appena trascorso, non poteva non implicare un confronto con la storia più recente e con i movimenti per l’emancipazione della donna. Tanto più, dunque, appare oggi opportuna la ristampa, a distanza di trent’anni, del testo integrale curato da Franca Ruggieri e della sua Introduzione di allora, con la semplice aggiunta di un aggiornamento bibliografico. Se infatti lo scopo primario di tale operazione culturale è quello di rimettere in circolazione un testo storico, va anche detto che una lettura equilibrata de I diritti delle donne, ieri come oggi, non può fare a meno di evidenziarne la carica di persistente attualità.

Si auspica dunque che la nuova edizione, che si offre al lettore in una veste curata e piacevolmente ariosa, sia l’occasione di una rilettura serena del testo: ovvero libera da pregiudizi e da visioni restrittive, che rischierebbero di strumentalizzare il messaggio dell’autrice, riducendo la portata autenticamente innovativa della Vindication. A tale scopo risulta illuminante, nella «Nota introduttiva alla nuova edizione», l’accento posto sul contesto ideologico da cui ha preso forma l’opera di Mary Wollstonecraft. Si tratta del pensiero alimentato dal dibattito sulla Rivoluzione francese, con l’affermazione dei princìpi fondamentali di libertà e di uguaglianza, in vista di una giustizia economica e sociale non più fondata sui privilegi ereditari, ma sul valore personale e sul merito. In tale prospettiva va collocata l’affermazione dei diritti degli uomini e delle donne, affinché ciascuno sia libero di esplicare le proprie facoltà intellettuali e morali per contribuire al progresso della collettività umana. La stessa Wollstonecraft infatti, nella sua Introduzione al trattato, dichiara che «il primo fine di una lodevole ambizione è di acquisire il carattere di essere umano, indipendentemente dalle distinzioni di sesso» (p. 66). E il messaggio conclusivo dell’autrice, che rivendica l’esercizio della ragione e della virtù per gli uomini e per le donne, insiste sullo sviluppo consapevole di ogni persona in quanto essere perfettibile, al fine di realizzare una civiltà più autentica e più giusta.

Muovendo da questi presupposti, Wollstonecraft svolge una riflessione organica e coerente sulla condizione della donna nella famiglia e nella società del suo tempo. Già nell’Introduzione, delineando l’impianto generale dell’opera, l’autrice dichiara che le donne si trovano in una condizione di innegabile inferiorità, e che tale stato di cose è imputabile al tipo di educazione che esse abitualmente ricevono. Di qui scaturisce l’appassionata esortazione che Mary Wollstonecraft rivolge alle donne del suo tempo, per persuaderle della necessità di trasformare se stesse, modificando innanzitutto il proprio atteggiamento mentale. Rileggere oggi I diritti delle donne può essere un’esperienza vivificante, al di là di quanto appare inevitabilmente datato. Ciò che subito colpisce il lettore odierno è la serietà e la limpidezza dell’argomentazione, la lucidità dell’analisi, la perspicacia psicologica, e soprattutto l’onestà equilibrata di una visione organica che valorizza l’essere umano nella sua interezza.

Indubbiamente molto è cambiato dai tempi di Mary Wollstonecraft, quando una ben precisa suddivisione dei ruoli discriminava le donne sin dai primi anni di vita. Anche nel ceto medio, infatti, mentre i giovani venivano addestrati nel corpo e nella mente e preparati all’esercizio di una professione, le donne erano avviate «ad acquisire una vernice di qualità formali» in vista del matrimonio, unica possibilità per loro di assicurarsi una posizione economica e sociale (p. 67). Le conseguenze di un simile condizionamento mentale, imposto alle donne sin dall’età dell’adolescenza, vengono analizzate con penetrante riflessione nelle pagine della Vindication. Secondo l’autrice, la liberazione della donna dal suo permanente stato di minorità, determinato da secoli di consuetudine e di assuefazione, potrà compiersi soltanto attraverso un responsabile e convinto impegno educativo da realizzarsi su un duplice piano, fisico e intellettuale. Sul piano fisico, la donna dovrà preoccuparsi di rinvigorire il proprio corpo, al fine di raggiungere una maggiore resistenza e stabilità di salute. Questo, fra l’altro, le consentirà di esercitare una professione e di essere indipendente: «dalla dipendenza fisica nasce infatti quella mentale», osserva con acutezza Mary Wollstonecraft (p. 125).

Per quanto riguarda le facoltà intellettuali, la donna dovrà esercitarle non diversamente dall’uomo, abituandosi all’osservazione, all’analisi, al confronto, e quindi sviluppando la capacità di risalire dagli effetti alle cause, dal particolare all’universale. Notevole in tutto il discorso è l’appello illuministico alla ragione, che aveva caratterizzato l’affermarsi dell’emergente middle class nel corso del Settecento. Ma non basta proclamare il diritto di ogni uomo all’uso autonomo delle proprie facoltà razionali, perché tale diritto possa di fatto realizzarsi. O la ragione viene gradualmente esercitata attraverso un adeguato processo educativo, così come avviene per lo sviluppo delle facoltà fisiche, oppure essa è fatalmente destinata a svilirsi.

Con sorprendente modernità, dall’inizio alla fine del trattato, viene a delinearsi uno stretto collegamento tra la condizione sociale e materiale della donna del ceto medio, e le relative implicazioni sul piano cognitivo, psicologico e morale. Assolutamente decisiva, in ogni caso, è l’importanza attribuita all’istruzione e ad una formazione adeguata della mente: poiché non si dà alcun progresso autenticamente umano – né per l’individuo, né per la collettività – che non sia preceduto da una retta valutazione e da una decisione consapevole. E non esiste vita morale senza una chiara presa di coscienza, che permetta di vincere i pregiudizi e di smascherare le false apparenze. A distanza di oltre due secoli, la vibrante denuncia di Mary Wollstonecraft continua a risuonare attraverso le pagine della Vindication. Senza dubbio molti aspetti appariranno superati, e talora il lettore si troverà a sorridere dinanzi ad alcune ingenuità; ma i problemi trattati sono autentici, e umanissima e profondamente vera è l’aspirazione che anima questa coraggiosa parola di donna. Viene il desiderio di incontrare il suo sguardo, così aperto e diretto, come appare nel ritratto contemporaneo alla scrittura della Vindication. Viene da dire: parla anche di noi.

 

●   Le citazioni, con indicazione del numero di pagina, sono tratte dalla seguente edizione:

M. Wollstonecraft, I diritti delle donne, a cura di Franca Ruggieri, Edizioni Q, Roma 2008.

 

[1]   Il termine “bluestocking” allude scherzosamente ad un abbigliamento informale – le calze di lana blu che uomini e donne portavano abitualmente – in contrasto con le rigide convenzioni che regolavano i costumi e la vita dell’alta società. Nei circoli delle bluestockings, dunque, si tendeva ad elevare il livello degli intrattenimenti femminili, passando dalle consuete “chiacchiere” di salotto sui temi alla moda, a conversazioni di carattere artistico e letterario.

 

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