BRICIOLE DAL '68
Francesco Berti Arnoaldi Veli
Domenica 11 agosto 1968. Nei Feuillets d'Hypnos di René Char, scritti nel '43-'44, molte “illuminazioni” (il richiamo a Rimbaud è d'obbligo, per Char). Una mi colpisce, soprattutto: “Etre du bond. N'être pas du festin, son épilogue” (n. 197).
Char è partecipe del bond, come militante consapevole della Resistenza. Ed è insieme hanté dalla paura del “dopo”, di quando il profumo dell'azione-poesia si sarà spezzato (“sommes-nous voués à n'être que des débuts de vérité?” si chiede al n. 186: “esordi di verità”, traduce benissimo Vittorio Sereni). L'esser partecipi del bond richiede, come sempre il “prender-parte”, la tensione totale dello spirito; l'atteggiamento di “essere verso”, “essere nella direzione” del futuro, radicalmente (futuro come realtà che deve farsi, non come fatti che accadranno). E' curioso come io stia ripetendo cose già dette, nove mesi fa, per Guevara e Débray. Ma la parentela di questi uomini è evidente. Lo ha sentito anche Sereni, nella sua introduzione alla edizione di Einaudi dei Feuillets, uscita ora. L'interesse loro è per la verità che si fa, di cui vivono l'esordio e comprendono (con speranza, con amore; poeticamente, assolutamente) gli esiti forse lontani; mentre sono indifferenti all'epilogo, al triste festino delle verità ricevute, che si consumano nella prudenza e nell'usura del liturgico, dell'istituito, del riconosciuto.
Avere interesse al bond, al domani della verità, vuol dire rinnovarsi: si affronta il nuovo, si corre rischio. Ed invece, è tanto più facile ricevere ciò che si sa già! Dicono che a partire da una certa età l'uomo non impara più altro che quel che già possiede. Si affina, fa la critica di se stesso, si classifica e si sistema, attraverso i canali che sono già aperti in lui; ma non riceve più il “nuovo”. E' un atteggiamento che vedo abbastanza diffuso anche in persone sensibili e di ricca vita morale; e in molti antifascisti crociani. Poi accade, come per esempio a Sergio Telmon, che uno di essi si trovi fisicamente a contatto col “nuovo”, sulle barricate del Quartiere Latino; e ne rimanga folgorato, come appunto Sergio ci diceva a Parigi il 3 luglio, e in grado tale da giudicare questa esperienza più brucante e sconvolgente della stessa Resistenza, pur vissuta bravamente all'interno: Ebbene, la “moralità della verità” è proprio in questo bruciare, che è anche bruciarsi (rimettersi in questione, giocarsi; magari giocarsi la tranquillità e la riputazione; tutto, pur di non restare seduti al termine del festino. Anche se i cibi furono squisiti, e gli ospiti splendidi).
Lunedì. La frequentazione di don Mazzolari, don Milani; la lettura di “Testimonianze”; le notizie dei gruppi nuovi; il giovannismo, l'ardore di tanti preti giovani (è di ieri la straordinaria notizia dell'occupazione della cattedrale di Santiago, da parte di duecento preti e laici, per protesta contro il trionfalismo dell'imminente viaggio di Paolo VI in Colombia): tutto questo m'aveva fatto dimenticare un poco il vecchio volto del cattolicesimo, quello che mi sono visto sempre attorno. Lo ho ritrovato, massicciamente, ad una riunione di “dirigenti cristiani”. Si doveva parlare della protesta. Tono opaco, greve, senza slancio; a nessuno degli intervenuti passava per la mente di ricordare il valore di protesta del Vangelo. Finché scoppia una voce, alle mie spalle: un altro invitato, come me, pieno di rimpianto per quel che i cristiani non sono, si ribella con rabbia allo “spirito di cittadella” che i dirigenti cristiani hanno esibito con la compunta soddisfazione di chi si sente giusto una volta per tutte. E' l'unica voce vera, proprio perché rabbiosa a quel modo. Lo investono di sarcasmi, di pensieri volgari; nelle repliche migliori, con del casuismo. Dico anch'io la mia, presentandomi per quel che sono: non-cristiano, per non dar motivo ad equivoci. Parlo (ancora, ancora; non so più le volte) della mia cicatrice per l'assenza ed il silenzio della chiesa, per la fuga dei cristiani dagli impegni morali che la storia ha presentati; e saluto le parole dello sconosciuto protestante come fresche e risarcitorie. Un gesuita mi risponde con la retorica delle suorine d'ospedale che sacrificano i loro anni, dei preti umili delle parrocchie povere (come se me la fossi presa con loro). Il nome di Mazzolari, che avevo evocato, viene pudicamente lasciato cadere. Un ingegnere che conosco da anni porta ad esempio questa brava cattolicità e depreca tutte le contestazioni; quanto ai negri ed ai sottosviluppati, abbiano qualche generazione di pazienza, e siano ragionevoli. Poi, alla fine, avvicinatosi a me, mi dice: “Finitela con tutte queste parole; fatti ci vogliono. Noi andiamo tutte le settimane a lavorare per i poveri di questo o quel quartiere, e voi che cosa fate?” Provo immediata, quasi fisica, la martellata; e mi pare di vederlo (doveva avere gli occhi chiari così, quell'espressione contenta di sé, sufficiente e chiusa, liscia agli approcci) davanti a me, nei suoi veri panni (altro che mitiche tuniche astratte! sono abiti dall'ottimo taglio, con il distintivo del “Rotary” all'occhiello), lui, eterno ed eternamente da battere: ed è la sua voce senza tempo che ripete “Signore, io ti ringrazio perché non sono come quel pubblicano”. Ho bisogno di sentire, ogni tanto, questo cattolicesimo arcaico e ripugnante, che spende le buone azioni al mercato della polemica, che degli “altri” ignora tutto salvo una cosa: che sono infedeli e annegati nell'errore teologico, senza la luce di cui “essi” godono. Ho bisogno di sapere che ci sono questi cristiani, se non voglio mutare le speranze in illusioni.
Martedì. “Novità” degli studenti: loro “esser nuovi” che li fa capire di slancio, infallibilmente, quel che va buttato.
In molti quarantenni si direbbe che l'accumulata esperienza intellettuale e anche d'azione (talora di buonissima qualità) opponga una resistenza ispessita e muta a questo modo di comprendere. C'è come il timore di “lasciarsi prendere”, senza più il collaudato calore della ragione critica al proprio fianco. Si pensano disarmati, e non si concedono. Non parlo di quelli che si sono gettati francamente di là, e imprecano agli studenti, coi nervi rotti per l'ordine perduto, già così protettivo. Eppure basterebbe ripensare, basterebbe che i quarantenni ripensassero che cosa significò il non essersi “lasciati andare” nel '45, per la piccola paura di non fare abbastanza con ordine a smurare tutto e costruire come i sogni dettavano. Lo slancio c'era, ma temevamo che non fosse “legale” a sufficienza. Così i sogni finirono subito: nell'ottobre del '45. E loro furono, prima ancora di accorgersene, fuori del gioco. (Moralismo patetico di questo “loro” che uso. Come se non ricordassi benissimo il mio non voler più sapere nulla di nulla, in quell'estate: per protesta acerbissima e irriducibile contro il Lager che non aveva restituito il mio migliore amico, per reazione inconsulta, per curiosità d'una libertà materiale, che mi faceva non essere curioso delle sue ragioni ideali; e quando leggevo Croce saltavo i frammenti sulla politica. C'ero anch'io, tra loro, ad allevarmi il mio 18 aprile). E' malinconico parlare oggi degli avanzi del festino. I “nuovi” se ne disinteressano, e annunciano le feste di domani, indifferenti ai pensieri della legalità, dell'ordine, della maggioranza, della minoranza.
Mercoledì. Non nego che a leggere Fenoglio (questo “Partigiano Johnny” ritrovato postumo) ci si senta attanagliati, talora quasi con disagio fisico e con risentimento verso lo scrittore, che a spiacere al lettore non si tira mai indietro – ma intanto lo tiene legato stretto, segno indubbio di verità e poesia. Il problema della mitologia, o dell'apologia, o dell'agiografia della guerra partigiana qui non esiste nemmeno.
Il libro va per linee morali, di storia d'uomo, e il suo esser così datato, fitto di luoghi veri e cose accadute nella nostra cronaca resistenziale non inganna. Il partigiano Johnny potrebbe essere delle bande di Pugacëv, o di qualche compagnia trascorrente nelle guerre di religione in Boemia o in Baviera, e il racconto non sarebbe poi tanto diverso. Perché questo tipo di guerra, dell'uomo per la speranza contro i mostri dell'ordine sacrato e dell'autorità, s'è riprodotto tante volte, da noi; e ci ha ricaricato di tensione, da un secolo all'altro, con sangue e con dolore, e non sempre con vittoria. Insieme però – anche per la Resistenza; anche per essa – svela ora un suo carattere di non sufficiente, non consumata, non abbastanza sofferta universalità. Sono sempre state lotte “all'interno del club”, vietate a quelli di fuori. Nella nostra civiltà, in fondo, gli “altri” sono stati e continuano troppo ad essere ancora oggi solo quelli che, oltre noi, vi sono “iscritti” per privilegio razzistico (sì, bisogna pur dire questa parola); e solo tra questi si sono ammesse e perpetrate le lotte di libertà e autorità. Gli altri veramente “altri”, tutti gli esclusi dal club: gli infedeli, i barbari, i neri, i gialli, gli “incivili” da terra di missione, erano lasciati fuori, al loro preferito ufficio di oggetti, di strumenti (il colonialismo), di cose astratte (il buon selvaggio). E' così che, mentre all'interno della società inglese nasce la civiltà politica più perfezionata, e il dottor Johnson grida che si farà ammazzare perché il suo avversario abbia diritto di esprimersi liberamente, navi inglesi, generali inglesi e governatori inglesi rendono schiavi gli africani, sottomettono l'India e organizzano lo sfruttamento dell'uomo colonizzato. E' così che mentre nelle università tedesche si costruiscono le più straordinarie cattedrali del pensiero filosofico occidentale, uno spirito come Hegel esce in quelle agghiaccianti teorizzazioni sulla inferiorità e “cosità” del negro, che Roberto Giammanco ha sciorinate nell'introduzione a “Potere negro”. Gli esempi sono troppo facili. Questa civilizzazione occidentale, o “bianca” nel senso in cui ne parlava Malcolm X, finisce per apparire una sorta di forzata epopea cavalleresca: in cui vi sono cavalieri nemici, che si combattono e si ammazzano sempre però riconoscendosi come parimenti partecipi dell'unico mondo che conta, e legati alle sue regole; e alla quale assistono anonimi bruti che non hanno nemmeno il diritto di essere ammazzati con la spada, perché sono fuori di quel mondo. E per loro non valgono il Code Civil, le dichiarazioni dei diritti, le carte costituzionali, le convenzioni di Ginevra, ma nemmeno la scienza dei concetti, il bello classico, il canone della musica. Se si pensa che tutto ciò si è svolto in una civiltà che s'è chiamata comprensivamente cristiana perché ha sempre professato di trarre ispirazione da una dottrina di amore per gli “altri” (tutti i comandamenti sono già osservati “sommariamente” nell'amare il prossimo: Paolo ai Romani); se si pensa questo, si rivede tutta la nostra storia con angoscia e frustrazione. Anche con vergogna: perché non possiamo spogliarci dei panni sporchi, né più nasconderli. Bello sarebbe aver avuto solo Cristo e Francesco, Cartesio e Kant. Ma c'erano anche lo schiavismo e il colonialismo, Cortez e Lyautey; e sono il segno del fallimento millenario della società bianca a comunicare coi non-bianchi. Sono bastati pochi anni, dal '45 ad oggi, per far esplodere rapidissimamente una nuova coscienza. Ora viene il dubbio, e scava sempre più, che anche la Resistenza non sfugga a questa sorte, d'esser stata una lite in famiglia; d'una famiglia in cui c'erano dei prepotenti, e altri che si sono generosamente messi a rischio di vita e di beni per ristabilire buona volontà e libertà. Ma sempre per sé! Dentro rimangono le tentate rovine, e le emozioni grandi e i pensieri buoni di coloro che erano dalla parte della speranza; e cosa ne è uscito fuori agli “altri” che ora si pongono di fronte a noi finalmente come persone, e sono i più, e sono veramente il sale della terra, lungamente ignorato?
I cinesi ci sgomentano. Gli africani ci sgomentano. La rabbia dei peoni è concimata dal sangue di Guevara. L'anno scorso, all'epoca della guerra tra arabi e Israele, mi colpì ad un tratto il ragionamento che lessi di non so quale arabo, che rivolto agli europei diceva: se verso gli ebrei avete senso di colpa per quel che gli avete fatto o lasciato fare, perché non gli offrite un pezzo delle “vostre” terre? Una Sicilia, una regione di Francia? Perché dobbiamo pagare noi con la “nostra” terra un debito vostro?” Ed era un ragionamento alla cui logica non ci si sapeva sottrarre: logica di contrappasso, che ripugna accettare, ma che è ipocrita respingere. Con lo stesso metro, l'arabo potrebbe chiedere al partigiano Johnny perché si batteva contro i fascisti: solo perché facevano contro di lui e i suoi compagni quel che per decenni era stato fatto senza scandalo di libertà violata contro i popoli africani? Per piena e ideale che sia stata la nostra adesione ad esse, le nostre lotte non potranno levarsi al livello dei valori universali che mutano l'umanità, e non saranno veramente comprensibili e comunicabili a tutti gli uomini (non solo ai “bianchi civili”), se non le rivivremo come motivo e inizio d'una verità nuova che ci faccia strappare da noi stessi quei semi d'oppressione e d'autorità contro i quali combattevamo nella Resistenza.
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“Non sono disposto a permettere a chi mi odia di dirmi che lo devo amare”. In una sintesi così pregnante ed icastica da richiamare lo stile di Seneca e di Pascal c'è tutta la tragedia del rapporto del nostro mondo col “terzo mondo”. La frase è di Malcolm X (“Ultimi discorsi”, Einaudi 1968, pag. 168), e rispecchia il caratteristico atteggiamento “capovolto” dell'occidente sul problema della violenza. Qui da noi non sarebbe di bon ton intellettuale, nemmeno nelle persone di sinistra non-cinese, mancare di deprecare la violenza degli studenti, dei negri, dei “drop-out” (tipica quella mia intelligente amica che, dopo Watts, mi diceva: “Hanno mille ragioni, i negri; ma sbagliano quando fanno “questo”, non devono farlo”). Il bello è che la nostra storia occidentale non è violenta: è sanguinaria. A me pare che dal problema morale della violenza noi possiamo parlare solo in riferimento alla “nostra” violenza: quella che abbiamo usata con tanta abbondanza, e quella che continua a vivere dentro di noi. Solo di questa ha senso occuparsi. Invece, vogliamo insegnare (ecco la “club-consciousness” che rispunta) agli altri come si deve fare per sradicare senza violenza le ingiustizie che noi abbiamo piantate nel mondo; e parliamo, parliamo, parliamo di “non violenza”, diamo il premio Nobel a Martin Luther King e poi lo ammazziamo; sentiamo simpatia per i Vietcong ma deprechiamo il terrorismo, e siamo ormai assuefatti alle statistiche delle bombe scaricate dai B52. Anch’io sono per la non-violenza: ma per la “nostra” non-violenza. Come Capitini. Dobbiamo violentare il nostro egoismo, la nostra opulenza, la nostra ignavia per capirlo.
Venerdì. La mattina del 28 giugno, sbarcato da poche ore a Parigi, passo in rue de l’Ecole de Médecine davanti ad una facoltà non ancora occupata, una delle pochissime ormai. Sul portone, molti cartelli ed affissi. Il più grande reca una frase di Stendhal: “Tout ce qui était vieux, dévot, morose, reparut à la téte des affaires, et reprit la direction de la société”. E’ dal 1° capitolo della Chartreuse. Il piacere di trovare questa citazione vivente di Stendhal è tale, che subito fotografo portone ed affissi. Poco dopo, alla Sorbona già sgomberata e circondata da numerosissimi automezzi della polizia attraverso i quali filtriamo senza difficoltà col salvacondotto del nostro aspetto di turisti, vedo all’opera i ripulitori municipali, che scollano e raschiano dai muri tutti i manifesti degli studenti. Una settimana o due dopo, ho poi saputo, anche le ultime facoltà occupate sono state sgomberate con la forza; e così anche quel mio bellissimo Stendhal sarà finito stracciato in pezzi in qualche pattumiera. Ma come faranno, questi veramente tetri uomini dell’ordine pietrificato, a raschiar via definitivamente, a cancellare per sempre, per un sempre che escluda in modo assoluto qualsiasi ritorno, lo spirito delle parole di Stendhal; lo spirito del gesto dello studente che le ha ricopiate in stampatello per inchiodarle su quel portone di rue de l’Ecole de Médecine? La compostezza e il lucente pallore dei muri appena lavati dai getti di silicio erano cadaverici, a Parigi; mai così lustra e ordinata dev’essere stata la città, nei secoli. Mai così ricca, soprattutto: ricca come non è possibile dire né misurare; come se il corpo della Francia non fosse stato nemmeno sfiorato da vent’anni di ininterrotte e gigantesche spese militari, Indocina Algeria force de frappe. E mai così borghese e greve, nella sua paura sotto il bianco dei muri di perdere ricchezza e tranquillità; mai così detestabile e amara, se non ci fosse a farcela riamare lo spirito degli studenti che si sono riconosciuti nei moti più segreti e proibiti di Fabrizio del Dongo. Senza speranza di prossimo successo, come lui: la maggioranza assoluta (me l’aspettavo) dei francesi gli ha votato contro, proprio contro di loro e la loro insensata pretesa di protestare, di rifiutare una società così comoda e colma. Les enfants de la patrie, la Marna, la gloire, la croce di Lorena, tout ce qui était vieux, dévot, morose è sceso in campo e li ha schiacciati perentoriamente : il potere è forte, la repressione fortissima. E tuttavia sarebbe profondamente ingiusto dire che allora per gli studenti “non c’è niente da fare”. Io ho sempre trovato un poco provocatorio e incomprensivo l’appunto mosso da tanti (anche da sinistra) agli studenti, di non aver chiare le idee su ciò che volessero politicamente quando protestavano contro il sistema tutto intero. A parte che nessun movimento rivoluzionario lo sa esattamente, quando la rivoluzione è in corso (lo ha ricordato Cohn-Bendit), il senso dei movimenti studenteschi è solo in parte politico. La loro debolezza prammatica è fin troppo evidente. Se, per un colpo di bacchetta magica, gli studenti avessero ricevuto il potere politico, avrebbero creato una tirannia minoritaria e virtuistica, della famiglia storica delle utopie. No: il vero significato del movimento studentesco è proprio nell’aver evocato e fatto valere, nel mezzo della società opulenta, che bada solo ai problemi tecnologici, autoritaria e repressiva, pagana ed ipocrita, lo slancio dell’utopia come principio di rigenerazione. Si è detto che il 29 maggio il potere in Francia era ad un punto dal cedere, e che sarebbe bastata maggior decisione o esperienza negli studenti. Non è vero. Il potere è sterminatamente forte, e una paura sterminata lo sorregge. Nulla poteva accadere, nulla può accadere. Ma proprio per questo è falso che non ci sia “niente da fare”. Tutto è da fare, e tutto deve essere fatto, dietro i muri imbiancati della nostra civiltà. Il domani chiama questi giovani che sentono il nuovo dell’umanità più distintamente e immediatamente di chiunque altro, oggi.
Sabato. C’è un’altra frase di Stendhal che sarebbe stata bene nei manifesti degli studenti (molte, moltissime, ce ne sono: ma questa ha l’evidenza plastica delle idee fulminee, quelle che Stendhal fermava sul primo pezzo di carta a portata di mano, in quel suo continuo romanzo personale di marginalia che è ancora più affascinante dei grandi romanzi famosi; è infatti scribacchiata, e datata 2 febbraio 1825, sul rovescio di una lettera di Victor Jacquemont che gli era arrivata un anno prima). Dice: «Quand une baïonnette se bat contre une idée, la baïonnette finit toujours par avoir tort ». Il senso della frase mi era rimasto nella memoria, da quando l’avevo snidata. Il mio ricordo però non era esatto, e mentalmente mi citavo la frase come se fosse: “quando una baionetta combatte contro un’idea, l’idea finisce sempre per vincere”. Andato ora a rivedere il testo, lo gusto doppiamente al confronto del travisamento che ne avevo fatto. Perché il “vincere” è altra cosa che l’aver ragione. L’idea di Stendhal, di quest’uomo perdente nella vita e sempre alle prese con angustie materiali, è molto più profonda e vera. Vinca o non, la baionetta è certo che finisce per aver torto, in quell’unico giudizio che conta, e che non scaturisce né dalle urne dei voti, né dalla efficienza della polizia – di quella di Luigi XVIII come di quella di De Gaulle. Ora che “sulla Sorbona sventola il tricolore”, e che tutte le vie del Quartiere Latino sono di nuovo selciate, ora veramente sarebbe il momento di inalberare questa frase irriducibile ed inespugnabile sul fastigio del Panthéon.