DUE RITRATTI CLASSICI DI BLAISE PASCAL
SAINTE-BEUVE E FAGUET
DAVIDE MONDA (a cura di)
Università di Bologna
Pascal[1]
di Charles-Augustin Sainte-Beuve
Nell’accingermi a scrivere queste poche pagine su Pascal[2], ho lo svantaggio di avergli già dedicato un intero grosso volume, in cui mi occupavo quasi esclusivamente di lui. Questa volta, invece, dovendo parlare a un pubblico molto vasto di un libro che occupa un posto di rilievo fra i nostri classici, cercherò di dimenticare quel che ne ho scritto di troppo specifico, e di limitarmi a quanto può interessare la maggioranza dei lettori. Mi sarà d’aiuto l’eccellente edizione che ho sotto gli occhi, e in cui Havet ha tenuto conto di tutti i lavori precedenti.
Pascal era uomo di gran cuore e, insieme, di grande intelligenza, cosa piuttosto rara negli spiriti grandi; e tutto ciò ch’egli ha fatto nell’ambito dell’intelletto e in quello del cuore è improntato ad una notevole originalità e capacità d’invenzione, che testimoniano forza, profondità ed una ricerca appassionata e quasi accanita della verità. Nato nel 1623 da una famiglia che si era distinta per ingegno e virtù, educato liberamente da un padre ch’era egli stesso di mente elevata, Pascal aveva ricevuto dalla natura qualità mirabili, un’eccezionale attitudine per il calcolo ed i concetti matematici, e una squisita sensibilità morale, che lo rendeva appassionato al bene e nemico del male, bramoso di felicità, ma di una felicità nobile e infinita. Le scoperte da lui compiute sin dall’infanzia sono celebri; dovunque posasse il suo sguardo, cercava e trovava qualcosa di nuovo, e gli era più facile procedere per proprio conto che non studiare seguendo gli altri. Egli sfuggì quella spensieratezza e quel disordine che sono le difficoltà comuni della giovinezza, ma la sua natura era ben capace di passioni tempestose: egli le conobbe e le incanalò nel campo della scienza, e soprattutto nell’ambito dei sentimenti religiosi. L’eccesso di lavoro intellettuale lo rese assai presto soggetto a una strana malattia nervosa, che sviluppò ulteriormente la sua naturale sensibilità, già così viva. L’incontro con i Signori di Port-Royal fornì alimento alla sua attività morale, e la loro dottrina, che costituiva qualcosa di nuovo e di audace, divenne per lui un punto di partenza dal quale, con la sua originalità, prese le mosse per riedificare completamente il mondo morale e religioso. Cristiano sincero ed appassionato, concepì un’apologia in difesa della religione con un metodo e con argomenti mai usati in precedenza, e che doveva vincere anche le resistenze degli increduli. All’età di trentacinque anni, Pascal si votò a quest’opera con l’ardore e la precisione che metteva in tutte le cose: nuove e più gravi complicazioni sopravvenute nella sua salute gl’impedirono di dedicarvisi con continuità, ma vi ritornava ogni momento negli intervalli del suo male, buttando sulla carta idee, concetti, illuminazioni. Morto a trentanove anni (1662), non poté riordinarne l’insieme, e i Pensieri sulla religione apparvero solo sette od otto anni più tardi (1670), a cura della famiglia e degli amici.
Cos’era, e cosa mai poteva essere quella prima edizione dei Pensieri? Non è difficile immaginarlo, anche senza averne la prova dagli originali. Quella prima edizione non contiene tutto ciò che Pascal aveva lasciato; ne furono pubblicate soltanto le parti principali, ed anche in queste, scrupoli di varia natura, vuoi dottrinali, vuoi persino grammaticali, consigliarono di correggere ed attenuare, nonché di spiegare certi passi in cui la vivacità e l’insofferenza dell’autore apparivano troppo bruschi o troppo concisi, e in maniera così determinante che, in una materia simile, avrebbe potuto risultare compromettente.
Nel XVIII secolo, Voltaire e Condorcet s’impadronirono di alcuni Pensieri di Pascal, così come in guerra si cerca di trar profitto dai movimenti troppo avanzati di un audace e temerario generale nemico. Pascal era soltanto audace, non temerario; ma, avendolo paragonato a un generale, aggiungerò che si trattava di un generale ucciso nel momento stesso dell’azione, rimasta così incompiuta, e in parte allo scoperto.
Ai nostri giorni, ricostruendo il testo autentico di Pascal, offrendo le sue frasi in tutta la loro semplicità, la loro ferma e precisa bellezza, ed anche con quell’ardito atteggiamento di sfida e, a volte, di straordinaria familiarità, si è ritornati ad una prospettiva più corretta e per nulla ostile. Cousin è stato il primo ad incoraggiare, nel 1843, questo lavoro di ricostruzione completa di Pascal; Faugère ha il merito di averlo realizzato nel 1844. Grazie a lui, ora possediamo i Pensieri di Pascal conformi ai manoscritti, e in questa forma li ha appena pubblicati il giovane, esimio professor Havet, dopo aver circondato il testo di tutte le necessarie attenzioni, valendosi di spiegazioni, raffronti e commenti. Egli ci ha dato un’edizione eccellente e davvero classica nel senso migliore del termine.
Non potendo in questa sede fare un esame approfondito del metodo di Pascal, tenterò d’insistere, con l’aiuto del professor Havet, soltanto su un punto, ossia di mostrare come, nonostante tutti i cambiamenti sopravvenuti nel mondo e nelle idee, nonostante la riluttanza che sempre più spesso si prova di fronte a certe concezioni personali dell’autore dei Pensieri, noi ci troviamo oggi in una condizione migliore per simpatizzare con Pascal, rispetto a quella dei tempi di Voltaire, così come ciò che scandalizzava Voltaire nell’opera di Pascal scandalizza noi meno di quanto ci commuovano e incantino le parti belle e cordiali che troviamo nella sua opera.
Pascal, infatti, non è soltanto un ragionatore, un uomo che incalza in tutti i sensi il suo avversario, che si accanisce a sfidarlo su tutti i punti che solitamente costituiscono l’orgoglio e la gloria dell’intelligenza: Pascal è, nel contempo, un’anima che soffre, che ha sentito vivamente ed esprime in sé la lotta e l’agonia.
Ai tempi di Pascal non mancavano gli increduli; il XVI secolo ne aveva prodotti in gran copia, specialmente nei ceti intellettuali; erano pagani più o meno scettici, di cui Montaigne resta per noi l’esempio più elegante, e dei quali si può vedere continuata la stirpe in Charron, in La Mothe Le Vayer, in Gabriel Naudé. Ma questi uomini del dubbio e dell’erudizione, o anche soltanto i libertini mondani e di spirito quali Théophile o Des Barreaux, prendevano le cose un poco alla leggera: sia che perseverassero nella loro incredulità, sia che finissero col convertirsi in punto di morte, in nessuno di loro si avverte quell’inquietudine profonda che testimonia una natura morale elevata, o una natura intellettuale segnata dal sigillo dell’Arcangelo. Non si tratta, in una parola, e per dirla con Platone, di nature regali. Chi appartiene a quella stirpe originaria e gloriosa è invece Pascal: più d’un segno ne porta nel cuore e sulla fronte; è fra i mortali più nobili, ma è malato, e vuole guarire. Egli per primo ha introdotto nella difesa della religione quell’ardore, quell’angoscia e quella profonda melanconia che altri più tardi hanno posto nel loro scetticismo.
«Biasimo egualmente», afferma Pascal, «sia quelli che decidono di lodare l’uomo, sia quelli che decidono di condannarlo, sia quelli che non fanno altro che divertirsi; non posso approvare se non quelli che cercano gemendo».
Il metodo ch’egli impiega nei suoi Pensieri per combattere gli increduli, ma soprattutto per risvegliare gli indifferenti, e suscitare il desiderio nel loro cuore, è pieno di originalità e d’imprevisto. Si sa come procede. Preso l’uomo in mezzo alla natura, in seno all’infinito, e considerandolo di volta in volta in rapporto con l’immensità del creato e in rapporto con l’atomo, egli lo mostra alternativamente grande e piccolo, sospeso tra due infiniti, tra due abissi. La lingua francese non ha pagine più belle delle righe semplici e severe di questo quadro incomparabile. Considerando l’uomo dall’interno, così come ha fatto dall’esterno, Pascal si propone di dimostrare l’esistenza di altri due abissi nello spirito: da una parte l’elevarsi verso Dio, verso il bello morale, un moto di ritorno verso un’origine illustre; dall’altra l’abbassarsi al male ed una sorta di scellerata attrazione verso il vizio. Qui indubbiamente c’è l’idea cristiana del peccato originale e della Caduta; ma per il modo che ha d’impadronirsene, in un certo senso Pascal la fa sua, tanto la spinge all’estremo. Pascal concepisce l’uomo innanzitutto come un mostro, una chimera, qualcosa d’incomprensibile. Fa il nodo e lo stringe in maniera inestricabile, affinché più tardi solo Dio, cadendo come una spada, possa reciderlo.
Per variare la lettura di Pascal, ho voluto togliermi la soddisfazione di rileggere insieme qualche pagina di Bossuet e di Fénelon. Ho preso Fénelon nel trattato Sull’esistenza di Dio, e Bossuet in quello Sulla conoscenza di Dio e di se stesso, e, senza cercar d’approfondire le differenze dottrinali (se ci sono), ho avvertito prima di tutto quelle dei caratteri e degl’ingegni.
Com’è noto, Fénelon esordisce chiedendo le prove dell’esistenza di Dio all’aspetto generale dell’universo, allo spettacolo delle meraviglie che risplendono ovunque: gli astri, i diversi elementi, la struttura del corpo umano, tutto per lui è un mezzo per elevarsi dalla contemplazione dell’opera, e dall’ammirazione per l’arte alla conoscenza dell’artefice. C’è un progetto e ci sono delle leggi: esiste dunque un architetto ed un legislatore. Ci sono fini evidenti, esiste dunque una volontà suprema. Dopo aver accettato fiduciosamente questa modalità d’interpretazione mediante le cose esteriori, e la dimostrazione di Dio attraverso la natura, nella seconda parte del Trattato, Fénelon affronta un altro ordine di prove. Egli ammette il dubbio filosofico sulle cose esteriori, e si chiude in sé per giungere allo stesso obiettivo per un’altra strada, e dimostrare Dio unicamente con la natura delle nostre idee. Ma, ammettendo il dubbio universale dei filosofi, non si spaventa di quella condizione, anzi la descrive con pacatezza, quasi con indulgenza; non ha fretta, non è impaziente, non soffre come Pascal; nella sua ricerca non ci appare, come invece Pascal, innanzitutto un viaggiatore smarrito che anela ad un ricovero e che, sperduto senza guida in una foresta oscura, sbaglia ripetutamente strada, va avanti e indietro sui propri passi, si scoraggia, si siede al crocevia della foresta, lancia invocazioni a cui nessuno risponde, poi si rimette in cammino, agitato e in pena, si smarrisce di nuovo, si getta a terra e vorrebbe morire, e infine arriva solo dopo aver provato le angosce più terribili e sudato sangue.
Nulla di simile in Fénelon, nel suo procedere scorrevole, graduale e misurato. Vero è che, nel momento in cui si chiede se l’intera natura non sia un fantasma, un’illusione dei sensi, e in cui, per seguir la logica, assume l’ipotesi del dubbio assoluto, è pur vero ch’egli si dice: «Questo stato d’incertezza mi stupisce e mi spaventa, e getta il mio spirito in una solitudine profonda e piena d’orrore; esso m’angustia, mi tiene come sospeso in aria: non può durare, ne convengo, ma è il solo stato ragionevole». Quando Fénelon dice questo, si sente benissimo, dal modo stesso in cui parla e dalla levità dell’espressione, che non è spaventato sul serio. Poco oltre, rivolgendosi alla ragione e apostrofandola, le chiede: «Fino a quando mi troverò in questo dubbio, che è una specie di tormento, e che tuttavia è l’unico uso ch’io possa fare della ragione?». Questo dubbio, che è una specie di tormento per Fénelon, non è mai ammesso come ipotesi gratuita da Pascal, e nella realtà gli appare come la tortura più crudele, la più odiosa, la più ripugnante alla natura stessa. Fénelon, mettendosi in questo stato di dubbio come Descartes, per prima cosa si assicura della propria esistenza e della certezza di alcune idee originarie. Continua poi su questa strada di ampia deduzione, facile e piacevole, con qualche piccolo slancio affettuoso qua e là, ma senza ombra di tempesta. Leggendolo, sembra di sentire una natura angelica e lieve, che basterebbe si lasciasse andare per risalire da sola al suo principio celeste. Il tutto è coronato da una preghiera rivolta particolarmente al Dio infinito e buono, al quale s’abbandona con fiducia, chiedendogli perdono se talvolta è stato tradito dalla parola: «Perdonate questi errori, o Bontà, che non siete meno infinita di tutte le altre perfezioni del mio Dio; perdonate i balbettamenti di una lingua che non può astenersi dal lodarvi, e la debolezza di un intelletto che voi avete creato soltanto per ammirare la vostra perfezione».
Nulla meno somiglia al metodo di Pascal di questa via piana e agevole. In essa non si ode mai un grido di disperazione, e Fénelon, adorando la Croce, non vi s’attacca come Pascal all’albero durante il naufragio.
Innanzitutto, Pascal comincia col respingere le prove dell’esistenza di Dio ricavate dalla natura: «Ammiro», dice ironicamente, «con quanto ardimento certuni si mettono a parlare di Dio, rivolgendosi agli empi. Il loro primo capitolo è volto a provare la Divinità attraverso le opere della natura». E continuando a sviluppare il suo pensiero, sostiene che quei discorsi, miranti a dimostrare Dio con le opere della natura, in verità hanno effetto solo sui fedeli e su quelli che già l’adorano. Quanto agli altri, gli indifferenti, quelli che mancano di vera fede e di grazia, «andare a dir loro che basta vedere la minima cosa che li circonda per scorgervi Dio in modo visibile, e presentare per tutta prova di questa grande e importante materia il corso della luna o dei pianeti, e pretendere di averne completato la dimostrazione con tale argomento, è come invitarli a credere che le prove della nostra religione siano assai fragili; e io so, per ragione e per esperienza, che nulla è più adatto a fargliela disprezzare».
Da questo passo si può vedere chiaramente fino a che punto Pascal trascurasse e persino respingesse con disprezzo le mezze prove. Peraltro, così facendo, si mostrava più difficile della Scrittura stessa, la quale in un celebre salmo dice: Coeli enarrant gloriam Dei:
Les Cieux instruisent la terre
A réverer leur Auteur, etc.[3]
È curioso notare che la frase un poco sprezzante di Pascal: «Ammiro con quanto ardimento, ecc.» inizialmente era stata stampata nella prima edizione dei Pensieri, e da poco la Biblioteca Nazionale ne possiede un unico esemplare, datato 1669, ove tale frase si legge testualmente (p. 150). Ma ben presto gli amici, o gli esaminatori e censori del libro, si allarmarono nel vedere codesto modo esclusivo di procedere, che era in contraddizione con i Libri sacri; sostituirono la pagina prima di mettere in vendita il volume, e attenuarono la frase presentando l’idea di Pascal con quelle precauzioni che l’energico scrittore non assume mai, neppure nei confronti degli amici e dei collaboratori. Ma intendo qui insistere unicamente sull’aperta contrapposizione di Pascal a quello che sarà ben presto il metodo di Fénelon. Sereno, fiducioso e senza intimo tormento, Fénelon osserva l’ordine mirabile di una notte stellata e si dice, come il Mago e il Profeta, o come il pastore di Caldea: «Come dev’essere potente e saggio colui che crea mondi innumerevoli come i granelli di sabbia che coprono le rive dei mari, e guida senza fatica e per tanti secoli tutti quei mondi erranti, come il pastore guida il suo gregge!». Pascal considera la medesima notte scintillante, ma in essa avverte un vuoto che, da studioso di geometria qual è, non è in grado di colmare, ed esclama: «Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti m’atterrisce». Come un’aquila sublime e ferita, egli vola oltre il sole visibile, e, attraverso i raggi illanguiditi, va cercando, senza raggiungerla, una nuova ed eterna aurora. Il suo lamento e la sua paura derivano dal non incontrare altro che buio e silenzio.
Non meno sorprendente appare il contrasto con il metodo di Bossuet. Anche se, nel Trattato sulla conoscenza di Dio, il grande prelato non si rivolgesse al giovane Delfino, suo allievo, e parlasse ad un lettore qualunque, non si comporterebbe diversamente. Bossuet prende la penna, ed espone con grande pacatezza i punti dottrinali, la duplice natura dell’uomo, la sua nobile origine, l’eccellenza e l’immortalità del principio spirituale che è in lui, e il suo legame diretto con Dio. Bossuet insegna da grandissimo vescovo, seduto in cattedra, e tenendovisi ben appoggiato. Non è un uomo inquieto o addolorato che cerca, ma un maestro che indica e conferma la strada. Dimostra e sviluppa da cima a fondo il suo discorso e la sua concezione senza lotta né sforzo, e non soffre affatto nel fornire le sue prove. In un certo senso, non fa altro che dichiarare e proclamare le cose dello spirito, da uomo sicuro di sé che da gran tempo non combatte più lotte interiori. Parla un uomo di grande autorità ed equilibrio che si compiace di osservare ovunque l’ordine, o di affrettarsi subito a ristabilirlo con la sua parola. Pascal invece insiste sul contrasto e sul disordine, a suo parere inerente ad ogni natura. Là dove l’uno stende e dispiega la solenne azione del suo magistero, l’altro mostra le sue piaghe ed il suo sangue e, proprio quando si fa più ardito, è più simile a noi e riesce ancora a commuoverci.
Non per questo Pascal tratta del tutto alla pari chi guida e chi cerca di convertire. Senza essere vescovo né sacerdote, è sicuro del fatto suo, conosce in anticipo il suo scopo, e lascia trapelare la sua certezza, il suo sdegno, la sua impazienza; rampogna, schernisce e strapazza chi gli resiste e non vuole intendere: ma, tutto ad un tratto, la carità o la naturale schiettezza prendono il sopravvento; l’aria dispotica scompare ed egli parla in nome proprio e nel nome di tutti, unendosi con quell’anima in pena che ormai non è altro che la sua immagine vivente, nonché la nostra.
Bossuet non rifiuta i lumi ed il sostegno della filosofia antica, né la disprezza; secondo lui, tutto ciò che porta all’idea della vita intellettuale e spirituale, tutto ciò che aiuta l’esercizio e lo sviluppo della parte più elevata di noi stessi, in virtù della quale siamo conformi all’Essere supremo, tutto questo è buono, e tutte le volte che una verità eccelsa ci appare, pregustiamo quell’esistenza superiore alla quale ogni creatura dotata di ragione è originariamente destinata. Nel suo eloquio sontuoso, Bossuet ama associare, unire i nomi più illustri, e in un certo senso intrecciare la catena d’oro mediante la quale l’intelletto umano raggiunge le più alte vette. È opportuno citare il passo seguente, d’incomparabile bellezza:
Chi vede Pitagora, tutto in visibilio per aver trovato i quadrati dei lati di un certo triangolo in rapporto al quadrato della sua base, sacrificare un’ecatombe in segno di ringraziamento; chi vede Archimede, assorto in qualche nuova scoperta, dimenticarsi di mangiare e di bere; chi vede Platone celebrare la felicità di quelli che contemplano il bello e il buono, in primo luogo nelle arti, secondariamente nella natura, ed infine nella loro origine e nel loro principio, che è Dio; chi vede Aristotele lodare i momenti felici in cui l’anima è posseduta soltanto dall’intelligenza della verità, e giudicare tale vita la sola degna di essere eterna, e di essere la vita di Dio; ma (soprattutto) chi vede i Santi talmente rapiti dal divino esercizio di conoscere, amare e lodare Dio, che non abbandonano mai, e che, per continuarlo, per tutta la vita reprimono ogni desiderio carnale: chi vede, dico, tutte queste cose, riconosce nelle operazioni intellettuali un principio e un esercizio di vita eternamente felice[4].
Ciò che porta Bossuet a Dio è il principio della nobiltà dell’uomo piuttosto che il sentimento della sua miseria. La sua contemplazione s’innalza gradatamente di verità in verità, e non ha bisogno di scendere di continuo d’abisso in abisso. Ci ha descritto quella gioia spirituale di prim’ordine che ha inizio con Pitagora e Archimede, passa per Aristotele e giunge salendo fino ai Santi: egli stesso, considerandola in questo esempio supremo, sembra non aver fatto altro che salire un gradino in più sull’altare.
Ben diverso è il modo di procedere di Pascal: egli vuol far notare maggiormente, e in maniera insuperabile, la differenza degli ambiti. Nella filosofia antica non riconosce quanto poteva esserci di graduale e di preparatorio al cristianesimo. Il dotto e misurato Daguesseau, nel progetto di un’opera che propone di realizzare sui Pensieri, ha potuto esprimersi così: «Chi s’accingesse a studiare i Pensieri di Pascal dovrebbe cominciare col rettificare in molti luoghi le idee imprecise ch’egli dà della filosofia del paganesimo: la vera religione non ha bisogno di presupporre, negli avversari o negli emuli, errori che non ci sono». Messo a confronto con Bossuet, Pascal può dapprima sembrare pieno di durezze e ristrettezze dottrinali che ci colpiscono. Non contento di credere, con Bossuet, Fénelon e tutti i cristiani, in un Dio nascosto, gli piace insistere sui caratteri misteriosi di questa oscurità, e arriva a dichiarare esplicitamente che Dio «ha voluto accecare gli uni e illuminare gli altri». Alle volte, finisce per cozzare, per ostinarsi (così si esprime) contro certi scogli che è più saggio per la ragione, e persino per la fede, evitare anziché avvistarli e metterli a nudo. Per esempio, delle profezie citate nel Vangelo dice: «Voi supponete che vengano riferite per farvi credere. No, è per allontanarvi dal credere». E dei miracoli dirà: «I miracoli non servono a convertire, ma a condannare». Come una guida troppo intrepida in un’escursione in montagna, egli deliberatamente costeggia dirupi e precipizi; si direbbe che voglia sfidare le vertigini. All’opposto di Bossuet, Pascal tende ad affezionarsi alle piccole chiese, ai piccoli greggi di pochi eletti, che poi conducono alle sette: «Mi piacciono», dice, «gli adoratori sconosciuti al mondo e ai Profeti stessi». Ma, accanto e attraverso queste durezze e asperità del suo percorso, quante parole penetranti, quante grida commoventi, quante verità ben note a tutti coloro che hanno sofferto, che hanno desiderato, perduto e poi ritrovato la strada, e non hanno mai voluto disperare! «È cosa buona», esclama, «stancarsi e sfinirsi nell’inutile ricerca del vero bene, per poter tendere le braccia al Liberatore». Mai nessuno meglio di lui ha fatto sentire che cos’è la fede; la fede perfetta è «Dio sensibile al cuore, non già alla ragione». E aggiunge: «Quale abisso vi è tra conoscere Dio ed amarlo!».
Questo lato affettuoso di Pascal, facendosi strada attraverso tutta l’asprezza e la severità della sua dottrina e del suo metodo, acquista tanto più fascino e ascendente. Lo stile concitato con cui questo grande spirito, nella sofferenza e nella preghiera, ci parla di quanto v’è di più particolare nella religione – di Cristo in persona –, è fatto per conquistare tutti i cuori, per infondere in essi un non so che di profondo, ed imprimervi per sempre un commosso rispetto. Si può rimanere increduli dopo aver letto Pascal, ma non è più possibile lo scherno né la bestemmia. In tal senso, è ben vero ch’egli ha vinto, da un certo punto di vista, lo spirito del diciottesimo secolo e di Voltaire.
In un frammento inedito, la cui prima pubblicazione è dovuta a Faugère, Pascal medita sull’agonia di Gesù Cristo, sui tormenti che quell’anima perfettamente eroica, e così sicura di sé quando vuol esserlo, si è inflitta volontariamente in nome e per la salvezza di tutti gli uomini. In questi versetti ove la meditazione si alterna alla preghiera, Pascal penetra nel mistero di quel dolore con una passione, una tenerezza, una pietà, a cui nessun animo umano può restare insensibile. Ad un tratto, immagina un dialogo in cui il divino Agonizzante prende la parola e si rivolge al suo discepolo, per dirgli:
Consòlati, tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato. Tu non mi cercheresti, se non mi possedessi. Non preoccuparti dunque.
Pensavo a te nella mia agonia; per te ho versato quelle gocce di sangue!
E vorresti che io versassi sempre il mio sangue umano, e tu nessuna lacrima?...
Bisogna leggere questo frammento per intero e nel suo contesto. Rousseau non avrebbe potuto ascoltarlo, oso supporre, senza scoppiare in singhiozzi, e forse senza cadere in ginocchio. Con pagine simili, ardenti e appassionate, ove si respira nell’amore divino la carità umana, Pascal fa oggi presa su di noi più di ogni altro apologista del suo tempo. In questo tormento, in questa passione, in questo ardore, c’è più di quanto basti a riscattarne le durezze e gli eccessi dottrinali. Pascal è insieme più violento di Bossuet e più simpatico ai nostri occhi; più di Bossuet egli è nostro contemporaneo in virtù del sentimento. Lo stesso giorno in cui si è letto Childe Harold o Amleto, René o Werther, si legga Pascal, ed egli terrà testa a tutti, o piuttosto ci farà comprendere e sentire un ideale morale e una bellezza d’animo che a tutti loro manca e che, una volta intravista, è essa stessa fonte di disperazione. Ma è già onorevole che l’uomo provi una disperazione di livello così alto.
Certi curiosi e certi eruditi continueranno a studiare a fondo tutto Pascal; ma il risultato che oggi sembra valido ed utile per le menti semplicemente serie e per gli animi retti, e il consiglio che posso dare dopo una lettura dei Pensieri fatta su quest’ultima edizione, è di non pretendere di penetrare troppo nel Pascal personale e giansenista, di accontentarsi d’immaginarlo sotto questo aspetto, e d’intenderlo in alcuni articoli essenziali, ma di limitarsi allo spettacolo della lotta morale, della tempesta e di quella passione ch’egli sente per il bene e per una felicità degna. Prendendolo per questo verso, non sarà difficile resistere alla sua logica un po’ ristretta, ostinata ed assoluta, ma in compenso si andrà incontro al suo fuoco, ai suoi slanci, a tutto quanto c’è in lui di dolce e di generoso; senza fatica sarà possibile condividere quell’ideale di perfezione morale ch’egli personifica con tanto ardore in Gesù Cristo. Sentiremo allora di esserci elevati e purificati nelle ore trascorse a colloquio con questo atleta, con questo martire ed eroe del mondo morale invisibile. Per noi, Pascal è tutto questo.
Il mondo cammina, si sviluppa sempre più per strade che sembrano del tutto opposte a quelle di Pascal, nel senso degli interessi concreti, della natura fisica manipolata e sottomessa e del trionfo umano conseguito per mezzo dell’industria. Ma è bene che ci sia qualche contrappeso, che in qualche studio solitario – senza con ciò voler protestare contro il dinamismo del secolo – delle menti sicure, generose e senza acredine si dicano quanto ad esso manca, e in che modo potrebbe esser completato e coronato. Tali serbatoi di elevati pensieri sono necessari perché non se ne perda del tutto l’abitudine, e perché la prassi non assorba completamente l’uomo. La società umana, e per fare un esempio più chiaro, la società francese, mi sembra talvolta simile ad un viaggiatore instancabile, che compie il suo cammino e persegue la sua strada sotto aspetti diversi, cambiando molto spesso nome e abito. Dopo l’’89, noi siamo in piedi e andiamo: dove siamo diretti? chi sa dirlo? ma pure andiamo sempre avanti. La Rivoluzione, nel momento in cui la si credeva esaurita in una forma, riappariva e continuava in un’altra: ora sotto l’uniforme militare, ora sotto l’abito nero del deputato; ieri era proletaria, l’altro ieri borghese. Oggi, essa è prima di tutto industriale: l’ingegnere ne è trionfalmente alla testa. Non rammarichiamocene, ma ricordiamoci anche dell’altra parte di noi stessi, che per tanto tempo è stata la gloria più preziosa dell’umanità. Andiamo a vedere Londra, andiamo a visitare e ammirare il Palazzo di Cristallo e le sue meraviglie, andiamo ad arricchirlo e a farlo superbo dei nostri prodotti: sì, ma durante il viaggio, e sulla via del ritorno, ci sia qualcuno che ripeta con Pascal le parole che dovrebbero essere incise sulla facciata:
Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi regni, non valgono la mente più piccola, poiché essa conosce tutto ciò, e se stessa, mentre il corpo non conosce nulla. Tutti i corpi insieme, e tutte le menti insieme, e tutte le loro produzioni, non valgono il più piccolo gesto di carità, che è di un ordine infinitamente più elevato.
Da tutti i corpi messi insieme non si potrebbe far sortire un piccolo pensiero; ciò è impossibile e di un ordine diverso. Da tutti i corpi e le menti non si potrebbe cavare un gesto di vera carità; ciò è impossibile, perché di un ordine diverso, soprannaturale.
Così infatti s’esprime Pascal in questi Pensieri concisi e brevi, scritti per sé soltanto, un po’ a scatti, e usciti quasi di getto dalla sua mente.
Havet, il presente editore, mi ha trattato con tanta indulgenza in una pagina della sua Introduzione che provo un po’ d’imbarazzo nel doverlo, concludendo, lodare a mia volta; mi pare, tuttavia, ch’egli si sia proposto ed abbia raggiunto lo scopo principale da me indicato, e che con la sua dotta edizione abbia reso un servizio a tutti. Il carattere filosofico e indipendente ch’egli ha voluto lasciarvi non ne altera il pregio, ed anzi lo accresce ai miei occhi. Il libro di Pascal, nello stato in cui ci è pervenuto, e nell’audacia o nella frammentarietà delle recenti ricostruzioni, non può essere per nessuno un libro puntuale e completo di apologetica; è piuttosto una lettura che nobilita e riporta l’anima a quella sfera morale e religiosa da cui troppi interessi meschini facilmente la distolgono. Havet si è costantemente preoccupato di mantenere tale espressione di nobiltà, e di sfrondarla dalle questioni settarie in cui la dottrina personale di Pascal poteva trascinarlo. La conclusione bene riassume anche lo spirito di tutto il suo lavoro: «In generale», dice Havet, «noi uomini d’oggi, nel nostro modo d’intendere la vita, siamo più ragionevoli di Pascal; ma, per potercene vantare, dovremmo, nello stesso tempo, come lui esser puri, disinteressati e caritatevoli».
***
PASCAL[5]
di émile Faguet
I
La vita
Blaise Pascal nacque a Clermont-Ferrand il 19 giugno 1623. La sua famiglia, appartenente alla migliore nobiltà di toga, godeva di una certa agiatezza. Il padre, presidente della Corte delle Imposte di Clermont, era uomo di vasta cultura, assai desideroso di conoscere, specialmente nell’ambito delle scienze matematiche, e in contatto con un gran numero di dotti dell’epoca. Rimasto vedovo nel 1626, allevò il figlio con un metodo tutto particolare, che doveva farne, nel caso la sua natura vi si adattasse, un pensatore e un dotto: conversazioni e riflessioni sulla realtà che ci circonda, lezioni di cose, scienze naturali, invito all’indagine personale, educazione delle capacità di giudizio, e infine studio delle lingue antiche. Da quando il fanciullo aveva otto anni (1631), Pascal padre si era trasferito a Parigi, dimettendosi dalla sua carica per consacrarsi interamente a completare l’educazione del piccolo Blaise.
Quest’ultimo dimostrava una straordinaria precocità, formidabile e morbosa. A dodici anni scrisse un trattato sui suoni, a sedici uno sulle sezioni coniche, che fu apprezzato da Descartes. Senza voler attribuire un credito assoluto al racconto di Madame Périer (sorella di Pascal) sulla geometria inventata dal fratello, al quale si proibivano i libri per timore che si affaticasse troppo, ben si vede come quel fanciullo sia stato non solo studioso, ma addirittura infiammato dalla febbre del lavoro e dalla sete di conoscenza. A vent’anni, il giovane Pascal era già annoverato fra i dotti del suo tempo. Inventò una macchina calcolatrice, uno strumento per trasportare carichi denominato barroccio; suggerì, si dice, la prima idea di una pressa idraulica, realizzò lavori apprezzati e seguiti da tutti gli scienziati europei sul peso dell’aria, l’equilibrio dei liquidi, il calcolo delle probabilità, la cicloide, la roulette etc.
Ciononostante egli era dedito anche a una vita mondana e disordinata. Entrato in possesso, venticinquenne, del suo patrimonio a seguito della morte del padre, condusse per qualche anno, pur continuando i suoi studi scientifici, la vita lussuosa ed elegante del gran signore, accolto e festeggiato nel mondo brillante e spiritoso del cavaliere di Méré, del duca di Roannez e del viaggiatore Thévenot, tutti giovani che, curiosi d’ogni piacere, a Parigi erano molto in vista nell’alta società, ma non sfiguravano neppure nei laboratori, e s’interessavano di poesia, di teatro, di riunioni, di gioco e di chimica. Nei suoi ricordi, Padre Rapin li considera quasi dei demoni e dei veri e propri maghi.
A quell’epoca (ossia verso il 1650), sembra pure aver già attraversato un periodo di scetticismo. Teneva un busto di Montaigne nella sua camera e i Saggi erano il suo libro prediletto
La conversione di Pascal avvenne nel 1654. Crediamo avesse sempre conservato – quanto meno – teneri ricordi della religione della sua infanzia.
Un incidente in carrozza presso il ponte di Neully, in cui vide la morte da vicino, lo indusse a serie riflessioni sulla vita disordinata che conduceva da alcuni anni, e quelle riflessioni lo portarono, o meglio lo riportarono, alla devozione.
Da quel giorno egli portò sempre su di sé un amuleto contenente una splendida giaculatoria che per lui rappresentava il momento del suo ritorno a Dio: «Gioia, gioia! lacrime di gioia! riconciliazione dolce e totale!…».
Molte leggende letterarie hanno preso corpo da questo repentino mutamento della vita morale di Pascal. Hanno preteso che a quel tempo, o a partire dall’incidente di Neully, in lui si fosse manifestata una crisi di follia; che avesse avuto delle visioni, che credesse sempre di vedere un abisso aperto di fianco alla sua sedia e, probabilmente, gli uni ritengono che si trattasse del lato sinistro, mentre altri sono convinti di aver validi motivi per sostenere che fosse il destro. Ma tali leggende cominciano ad apparire solo molto tempo dopo la morte di Pascal, in pieno Settecento, e sono state diffuse con eccessivo compiacimento dai filosofi interessati a far credere ad una debolezza mentale dell’autore dei Pensieri. È bene diffidarne. Senza entrare in un particolare, peraltro molto interessante, che si può leggere nel Port-Royal di Sainte-Beuve, basta forse, per escludere la bizzarra idea di un Pascal privo delle sue piene facoltà mentali, osservare che l’incidente di Neully risale al 1654 e le Provinciali al 1656. Che un esaltato e uno squilibrato scriva i Pensieri, a rigore, lo si potrebbe anche sostenere; ma le Provinciali, che sono un’opera di polemica sottile, di abili e astuti cavilli, di fredda irrisione, d’ironia misurata e puntuale, le Provinciali, dico, quella battaglia in cui tutti i colpi sono calcolati da un tattico di prim’ordine, risalgono al 1656, e sono state scritte da un uomo nel pieno possesso delle sue facoltà, e terribilmente sicuro di sé.
Ma ora limitiamoci a rilevare che l’incidente di Neully scosse profondamente l’immaginazione di Pascal, l’immerse nella devozione, e che, più tardi, dalla devozione egli si spinse fino ad un ardore religioso cupo e violento, che l’ha sfinito e di cui è morto: quest’ipotesi non soltanto è plausibile, ma corrisponde certamente al vero.
In effetti, dopo l’incidente di Neully, Pascal entra in rapporto con i solitari di Port-Royal. La Conversazione con Monsieur de Sacy su Epitteto e Montaigne, compresa nelle sue opere complete, risale al 1655. Fin dal 1654 egli aveva compiuto un primo “ritiro” a Port-Royal-des-Champs e un altro ne fece nel 1655. Presto divenne quasi una sorta di ospite fisso o di visitatore quotidiano di quei solitari. Là conversava col grande Arnauld, Arnauld d’Andilly, Nicole, Le Maître de Sacy. Uscendo dal pio rifugio, egli andava diffondendo nella società quelle idee religiose. La sua conversione determinò anche quella del duca di Roannez e del giurista Domat.
L’affaire delle Provinciali, che fece allora tanto rumore, e durò dal 23 gennaio 1656 al 24 marzo 1657, rese ancor più stretti i legami che l’univano a Port-Royal. A partire dal 1657, la sua vita è tutta occupata dalla preparazione di un grande libro in difesa della religione, libro che non ha scritto, ma i cui materiali, note, indicazioni, progetti, idee staccate, brani cominciati, brani ultimati, sono divenuti il volume che noi chiamiamo i Pensieri di Pascal. La sua vita trascorre soprattutto nel compiere atti di carità, esercizi di esaltata devozione, mortificazioni, nonché veri e propri supplizi su quel suo corpo esausto e divenuto assai fragile: si tratta di una cintura dalle punte di ferro, di cilìci, etc.
Nel 1662, lo troviamo debolissimo, spossato. Era consunto da una sorta di malattia nervosa e frequenti svenimenti lo portarono sull’orlo della tomba. In un primo tempo, allora, egli si ritira a casa della sorella, poi manifesta il desiderio di morire come un povero, agli Incurabili. Durante la prima metà d’agosto, sentì che s’avvicinava la fine e chiese con insistenza l’estrema unzione. Il sacerdote gliela portò dicendo: «Ecco Colui che avete tanto desiderato». E avrebbe potuto aggiungere «e che servite da otto anni con l’energia di un soldato e l’abnegazione di un martire». Pascal morì in un’estasi di gioia cristiana, il 19 agosto 1662, e fu sepolto a Saint-étienne-du-Mont. Aveva solo trentanove anni.
II
Il carattere
Già da questi brevi cenni biografici ben si vede quale sia stato il carattere, complesso e difficile da penetrare, di Pascal. Egli ha sbalordito i suoi contemporanei, ma incerto è il giudizio dei posteri. L’audacia di certi passi dei Pensieri ha spaventato i suoi amici di Port-Royal – i primi editori di quel libro bizzarro e profondo –, i quali hanno attenuato talune espressioni, dato un tono più accettabile a certe idee e soppresso intere parti. Ai giorni nostri, lo trattano, di volta in volta, come il massimo genio filosofico dell’epoca classica, e come un cuore tormentato e una mente oscura, ai limiti della sregolatezza.
A volerlo considerare nel suo complesso, pare in lui riproporsi ora un uomo del medioevo assillato dai terrori, asceta e mistico, cupo e disperato che, stanco della propria guerra con se stesso, si rifugia in una sorta di torpore e d’abbandono timoroso e umiliato nelle mani di un Dio più temibile che buono. Ora, invece, pare di scoprire in lui le caratteristiche di un uomo moderno, di un contemporaneo nervoso e appassionato, curioso, intrepido nella ricerca della verità, avido di conoscenza che, nel contempo, scruta, con occhio penetrante e cuore disincantato, il vuoto di quella stessa conoscenza, la vanità degli sforzi per raggiungerla, e la stoltezza dell’intelligenza che crede di possederla. Ora il cristiano energico e saldo, sicuro della propria fede, che abbraccia come l’incrollabile colonna del tempio, appare ai nostri occhi in tutta la sua imponente e solenne grandezza. In altri momenti, ancora, pare delinearsi ai nostri occhi una sorta di Montaigne, scettico, amaramente malizioso, dolorosamente ironico, un Montaigne malato, che si tortura anziché riposarsi sul “guanciale” del dubbio universale. Ma non ci si deve illudere di poter arrivare ad un’esatta definizione di quest’anima dalla pieghe profonde.
Si può sì ritenere, senza tema di sbagliarsi in maniera grossolana, che la base di Pascal sia la fede; che abbia creduto per nascita, per educazione, per intimo istinto del cuore, e forse senza interruzione, se non senza tumulti. Ma su tale base di solida fede è intervenuta la scienza a travolgerla e turbarla; per un momento la vita mondana l’ha distratta; la vita di lotte e di polemiche ha lasciato in lui tracce di sottigliezze logiche; ed infine la malattia l’ha tormentato, esaltato e incupito, facendo del suo sapere un’arma onde incalzare gli uomini nelle loro credenze ingenue ed abbatterli nella loro superbia; facendo del suo genio oratorio, già un po’ cavilloso, un’eloquenza aspra, bizzarra, insieme offensiva e tendenziosa, sempre alla ricerca di perifrasi, trabocchetti e sorprese trionfali; e, della sua stessa fede, una religione cupa e difficile, senza dolcezza né sorriso, che spinge verso Dio come ad una fatalità, e spalanca un cielo simile ad un abisso.
III
La filosofia
Come sempre accade, anche il pensiero di Pascal è stato tormentato come il suo carattere. Se tuttavia cerchiamo d’immaginarci il corso e l’ordine di tale pensiero, l’impulso di questo spirito, da dove sembra partire e dove porta, ecco quel che più verosimilmente siamo indotti a supporre.
Quando egli si pone volontariamente fuori dalla fede, senza peraltro mai rinunciare al proposito di farvi ritorno, Pascal è dapprima un Montaigne allo stato puro. Il suo pensiero filosofico è già tutto contenuto nell’Apologia di Raimondo di Sebunda. La preoccupazione prima, imperiosa e ardente, del suo spirito è quella di convincersi, attraverso mille riflessioni morali, dell’incurabile debolezza della natura umana, dell’incapacità dell’uomo di afferrare qualsivoglia verità per fondarvisi. Montaigne è dentro di lui, l’occupa interamente, lo tormenta e l’anima. Gli stessi argomenti con cui Montaigne denota la debolezza dell’intelligenza umana ricompaiono ad ogni istante nelle pagine di Pascal.
Montaigne, con la sua grazia noncurante, dice: «Questo corpo grande dai tanti volti e movimenti, questo mostro furioso con tante braccia e tante teste, è sempre l’uomo, debole, calamitoso e miserabile… Un soffio di vento contrario, il gracchiare d’uno stormo di corvi, il passo falso d’un cavallo, un sogno, una voce, un gesto, un litigio mattutino bastano a sconvolgerlo e ad abbatterlo. Dategli soltanto un raggio di sole sul viso, ed eccolo sciogliersi e svenire». Pascal esclama: «Lo spirito di questo gran giudice del mondo non è abbastanza indipendente da non lasciarsi turbare dal primo baccano che si fa intorno a lui. Non occorre il rumore d’un cannone per impedire i suoi pensieri: basta il rumore d’una banderuola o di una puleggia. Non vi stupite se adesso non ragiona bene: una mosca ronza alle sue orecchie e tanto basta a renderlo incapace di ragionare. Se volete che possa trovare la verità, cacciate la bestia che tiene in scacco la sua ragione… Che bella divinità! O ridicolosissimo eroe![6]».
La debolezza della ragione umana, flessibile e pieghevole in ogni senso, a seconda dell’età, della salute, delle circostanze, è richiamata quasi con i medesimi termini in Montaigne come in Pascal. Montaigne dice: «Non abbiamo forse la mente più sveglia, la memoria più pronta, il linguaggio più acuto se siamo in salute che non quando siamo malati? la gioia e l’allegria non ci fanno forse accogliere le cose che si presentano alla nostra anima in modo diversissimo rispetto alla pena e alla malinconia?…». E Pascal: «Se si è troppo giovani, non si giudica bene; lo stesso accade se si è troppo vecchi; se non ci si pensa abbastanza…; se ci si pensa troppo, ci s’intestardisce, e ci se ne infatua. Se si considera la propria opera immediatamente dopo averla compiuta, si è ancora pieni di dubbi; se dopo troppo tempo, non ci si rientra più. Lo stesso vale per i quadri… Un solo indivisibile punto è il luogo giusto [per osservarli bene]. Nell’arte della pittura lo fissa la prospettiva. Ma chi lo fisserà nella verità e nella morale?».
L’impossibilità per l’uomo di trovare un solido fondamento alle sue convinzioni ispira a Montaigne una pagina mirabilmente vivace: «Per giudicare dalle apparenze che riceviamo dalle cose, ci occorrerebbe uno strumento di giudizio; per verificare tale strumento, ci occorre una dimostrazione; per verificare la dimostrazione, uno strumento: eccoci daccapo… Non si stabilirà nessuna ragione senza un’altra ragione: ed ecco che andiamo a ritroso all’infinito… Insomma non c’è alcuna presenza costante, e noi e il nostro giudizio ed ogni cosa mortale trascorrono e se ne vanno incessantemente: non si può così stabilire nulla di sicuro dall’uno all’altro, poiché il giudicante e il giudicato si muovono e mutano di continuo». Pascal sostiene per l’appunto la stessa cosa con ardente eloquenza: «Navighiamo in un ambiente immenso, sempre incerti e fluttuanti, spinti da un’estremità all’altra. Qualsiasi approdo, ove ritenevamo di poterci aggrappare e sostenere, vacilla e ci abbandona; e, se lo seguiamo, sfugge alla nostra presa, ci scivola e sfugge in un’eterna fuga… Bruciamo dal desiderio di trovare un equilibrio stabile ed un’ultima base durevole per costruirvi una torre che s’innalzi all’infinito; ma le nostre fondamenta cedono, e la terra si spalanca fino alle sue viscere».
Pensiero comune a entrambi i filosofi è l’inquietante assimilazione della vita umana ad un sogno: «Noi vegliamo dormendo, e dormiamo vegliando, dice Montaigne… E il sonno, nella sua profondità, talora addormenta i sogni; ma il nostro vegliare non è mai così desto da eliminare e disperdere le fantasticherie». «Nessuno è certo… se veglia o dorme, dice Pascal… Chissà se l’altra metà della vita in cui crediamo di essere svegli non sia un altro sonno, un po’ diverso dal primo?… La vita è un sogno, un po’ meno mutevole».
Non senza un certo imbarazzo si legge in Pascal la teoria sull’obbedienza dovuta alle leggi, non perché siano giuste e ragionevoli – essendo umane, non possono esserlo –, ma perché esistono, e perché valgono quanto potrebbero valere altre leggi. Montaigne: «Le leggi hanno credito non perché sono giuste, ma perché sono leggi. È il fondamento mistico della loro autorità».
«Comica giustizia delimitata da un fiume!» dice Pascal; «verità di qua dai Pirenei, errore di là!». E Montaigne: «Quale bontà è mai quella che vedevo ieri godere di gran credito, e domani non più, e che il passaggio di un fiume trasforma in un reato? Quale verità è mai quella che delimitano queste montagne, e che è menzogna per la gente che sta al di là di esse?».
E lo stesso accade per tutte le idee generali di Pascal. La teoria del «divertimento» necessario per l’uomo, che «mira al riposo attraverso l’agitazione», appare molto originale nelle pagine mirabili che Pascal vi consacra. Ma attenzione. è di Montaigne: «Lo stesso stimolo e la stessa eccitazione che si trovano in certi piaceri e paiono elevarci al di sopra della pura e semplice salute e dell’indifferenza, tale voluttà attiva, mutevole, e non so come pungente e corrosiva, anch’essa ha come unico scopo l’indifferenza».
I due infiniti, quadro terribile della meschinità e della miseria dell’uomo, smarrito come un punto impercettibile tra l’infinita grandezza che sente al di sopra di lui e l’infinita meschinità che sente al di sotto di lui, costituiscono un brano ove Pascal ha rivelato la sua impronta in maniera somma; ma, come idea generale, non è altro che lo svolgimento della pagina di Montaigne. «Consideriamo dunque per ora l’uomo da solo, senza un aiuto esterno… Chi mai l’ha convinto che questo mirabile movimento della volta celeste…?».
E parimenti per quanto riguarda tutte le considerazioni di Pascal sull’uomo, la società, i costumi, le leggi, il mondo. Lo sa e lo dice. Si appella a Montaigne come ad un meraviglioso maestro nell’arte di far riflettere l’uomo sul suo nulla. Fin dal 1654, prima delle Provinciali, diceva a Monsieur de Sacy: «Montaigne è mirabile nel confondere l’orgoglio di quelli che, al di fuori della fede, si vantano di una vera giustizia; nel disingannare coloro che s’aggrappano alle loro opinioni e credono di trovare verità incrollabili nelle scienze; nel convincere la ragione della sua poca luce e dei suoi sbandamenti a tal segno che è difficile, quando si fa buon uso dei suoi principi, provare qualche avversione verso i suoi misteri». Ecco, per l’appunto, il proposito di Pascal: fare buon uso dei principi di Montaigne per condurre le anime a non avversare i misteri. I Pensieri saranno l’Apologia di Raimondo di Sabunda, ripresa, rafforzata e presa più seriamente dal commentatore che non dallo stesso autore. Il pensiero generale è il medesimo, sia pur con maggior energia e convinzione nelle conclusioni.
Anche il metodo non è affatto diverso. Consiste quasi sempre, in Pascal come in Montaigne, in digressioni e opposizioni. Ora col contrapporre l’una all’altra le dottrine estreme, Epitteto a Montaigne, i «Pirroniani» ai «dogmatici», onde distruggere le opinioni umane le une per mezzo delle altre, e ridurre lo spirito del lettore a una dolorosa incertezza; ora, senza contrapporle, col percorrere la moltitudine delle credenze e dei pregiudizi degli uomini, ridicolizzandoli con vivacità, lasciando sempre supporre che al di là di essi esiste una condizione di certezza ove poter trovare la serenità. Lo stesso Pascal così definisce quest’ultimo procedimento: «la digressione su ogni punto che abbia attinenza con il fine per mostrarlo costantemente».
Lo schema dei Pensieri, insomma, doveva essere pressappoco il medesimo dell’Apologia di Sabunda. Tutti gli sforzi, ben meritori, dei critici moderni volti a ritrovare il seguito del libro incompiuto di Pascal portano a immaginare un’opera che avrebbe dovuto riprodurre la disposizione generale dell’Apologia. È assai probabile che effettivamente così dovesse essere. Far l’analisi completa dell’uomo: prendendolo «nell’ampio seno della natura», mostrarlo meschino, smarrito, miserabile, cieco, un impercettibile punto nello spazio infinito, un attimo nel tempo infinito; esaminandolo nella società ch’egli ha creato, farlo vedere in essa di nuovo incerto e abbandonato al caso, mentre segue opinioni senza fondamento, abitudini irragionevoli, pregiudizi, menzogne e fatuità. E, considerandolo in sé, mostrarlo limitato in ogni senso, ingannato da tutto quanto è in lui, dai sensi che l’illudono, dai desideri che lo spingono verso la felicità per poi condurlo al mero disinganno, dai sentimenti che l’accecano, dall’immaginazione che gli crea intorno un mondo falso, dalla sua conoscenza malsicura e incoerente, dalla sua ragione impotente e rovinosa; e in questa condizione sopraffare con aspro disprezzo «quello stupido verme della terra» incapace di conoscere, a cominciare da se stesso, e gridargli: «Umìliati, ragione impotente; taci, stupida natura, e ascoltate dal vostro signore la vostra autentica condizione, che ignorate. Ascoltate Dio!». Ecco, con ogni probabilità, il percorso che Pascal avrebbe seguito nella sua lotta contro l’incredulità, contro l’orgoglio, contro le umane vanità; contro l’uomo stesso, ma anche a beneficio dell’uomo, contro la terra per ricondurla al cielo.
Si sente ancora Montaigne, se si rammentano le ultime righe dell’Apologia. Ma, come ha osservato acutamente Prévost-Paradol[7], è un Montaigne ancor più colpito dagli argomenti di Montaigne dello stesso Montaigne. Quello che Pascal aggiunge al suo maestro è, anzitutto, una forza di convinzione e una sincerità nello scetticismo che fa dello scetticismo un sistema onde ricavarne un’arma, una dottrina per renderlo fecondo. Lo scetticismo di Montaigne «supera se stesso per sapere se dubita» (Pascal), ossia giunge a dubitare persino del dubbio, e spinge a tal segno l’indifferenza per qualsiasi opinione da trovarsi, egli stesso, indifferente. Lo scetticismo di Pascal afferma energicamente che bisogna dubitare, e questa è una prima affermazione dalla quale potranno derivare altre.
Ecco una prima differenza, e Montaigne è già superato, o abbandonato. Ma ce ne sono altre. Montaigne dubita sorridendo; Pascal, invece, è scettico, o si finge tale, solo per dolersene. Non si esagera dicendo che la stupidità della natura umana diverte Montaigne, mentre Pascal ne soffre. Montaigne trova l’uomo meschino, Pascal lo trova meschino e miserabile. L’immenso enigma dell’universo, che grava sull’uomo e lo schiaccia, induce Montaigne a sorridere della vanità delle nostre pretese. Pascal, invece, ne è impaurito: «Chi si considererà in questo modo si spaventerà di se stesso…». «Mi spaventa l’eterno silenzio degli spazi infiniti». Da questo momento, l’aspetto delle cose muta, e muta pure la forma mentis di chi le guarda. Dallo scetticismo assoluto deriva il pessimismo. Non appare più solo un gran disprezzo per l’uomo, ma anche una grande pietà e un dolore immenso. Pascal vede la debolezza degli uomini, ma, dietro ad essa, e approfondendo il problema, scorge la loro ferita incurabile, il loro eterno tormento, la vanità dei loro piaceri, la realtà crudele della loro sofferenza.
È il secondo passo. A questo punto, se si fosse fermato, Pascal avrebbe scritto un libro pieno d’amaro disincanto e di aspra ironia, alla maniera di La Rochefoucauld. Molto spesso i Pensieri richiamano le Massime, e gli uni fanno pensare alle altre[8]. Lo scettico appassionato, nervoso, che soffre nel corpo ed è ferito al cuore, prova una sorta di dolente piacere nel far toccare con mano agli uomini la loro ferita segreta.
Ma stiamo attenti. Il crollo delle illusioni può non penetrare sino in fondo all’anima degli uomini onesti, sino alla loro bontà, e il credere al male universale può non rendere malvagio l’uomo. A Pascal è rimasta la carità, che lo condurrà alla speranza e alla fede. Egli ama quegli stessi uomini che pur trova ciechi, quegli stessi uomini che pur trova malvagi. Notate, inoltre, ch’egli non è un eremita indifferente né un altezzoso aristocratico. È un uomo d’azione. Si è speso per la scienza e ha combattuto accanitamente e con violenza per le scelte compiute. Difficilmente gli uomini d’azione possono essere scettici o trincerarsi in un pessimismo del tutto negativo. Il bisogno di credere fa parte del bisogno d’agire, essendone la condizione. Con la carità e con il suo istinto di creatore, Pascal ricostruisce tutto l’edificio che ha abbattuto con uno scossone tanto violento.
Ma su cosa, se non c’è più nulla? Tutto è abbattuto. La certezza umana è stata fatta crollare fino alle sue basi, ed estirpata fino alle radici. Dunque, non può ricostruire su nessuna certezza umana, ma può farlo sulla certezza divina. Una volta dimostrato che ogni espressione umana è menzognera, è necessario, se si vuole credere, confidare nella rivelazione dall’alto. Quando tutto è crollato sulla terra, occorre affidarsi al cielo. Siate cristiani. «Ascoltate Dio!».
E allora ritroviamo tutta la forza di convinzione, d’azione, d’ardore e d’entusiasmo di Pascal, e tutto il suo scetticismo e il suo pessimismo ne vengono tramutati in fede e speranza. Sì, la ragione umana da sola è impotente, ma beata quell’impotenza, giacché costringe l’uomo a far ricorso alla ragione somma! Sì, l’uomo è miserabile, ma è una miseria splendida se consapevole, dato che aver coscienza della malattia già significa desiderarne il rimedio. Che importa, dunque? Tanto meglio, piuttosto! Più l’uomo diverrà consapevole della propria ignoranza, più si precipiterà con impeto ardente verso colui che tutto sa. Più si colmerà della propria miseria, più adorerà chi lo guarisce. Sarà sapiente di tutta la sua ignoranza, e sarà forte di tutta la sua debolezza. «Quando sono debole, sono potente». Se poco fa era meschino, eccolo invece risollevato, giacché ha compreso la propria meschinità. Poc’anzi veniva umiliato perché fiero di un’illusoria nobiltà. Ora invece viene esaltato, perché l’unica maniera, per l’uomo, d’esser grande è quella di comprendere la sua infermità. «Se si esalta, lo umilio; se si umilia, lo esalto».
Ed eccolo proprio com’è: «uno stupido verme della terra», è vero, ma «anche il giudice di tutte le cose»; una «cloaca d’incertezza e d’errore», ma anche il «depositario del vero»; un «rifiuto dell’universo», ma anche la sua «gloria». Vada egli, ora, sapiente per la consapevolezza della propria ignoranza, forte del sentimento che ha della propria nullità; felice, poiché la felicità non è in noi, come credono gli stoici, né fuori di noi, come pretendono gli uomini del mondo; essa è infatti «fuori di noi e in noi» insieme: «è in Dio!».
A una tale altezza, a un tal punto d’intima e sicura comunione fra la creatura e il suo creatore, sono scomparsi lo scettico e il pessimista, e non appare e prorompe soltanto l’uomo di carità e d’amore, l’apostolo eloquente, ma anche il grande poeta lirico. Si stabilisce un dialogo sublime fra l’uomo e Dio (Mistero di Gesù): «Pensavo a te nella mia agonia, ho versato tante gocce del mio sangue per te[9]… Vuoi che sempre mi costi il sangue della mia umanità, senza che tu versi lacrime?… I medici non ti guariranno, giacché tu alla fine morirai. Sono io che guarisco, e rendo immortale il corpo… Mia ne sia la gloria, non tua, verme della terra».
Il percorso è compiuto. Dalle inquietudini dello scetticismo, dalle tristezze della disperazione, l’uomo d’azione e d’amore s’è slanciato fino alle più pure vette. Ma le aveva abbandonate davvero? No, perché in una natura simile, così ardente e insaziabile di verità e di bene, l’accanimento nel dubitare di tutto non era mai esente dalla riserva mentale e dalla speranza che esistesse qualcuno che sa; scoprire la malvagità del mondo era la via per cercare chi compiesse l’azione riparatrice, e un barlume per intravederlo. Le ultime parole di Pascal, che risolvono le sue contraddizioni apparenti o volute, e insieme mostrano tutti i punti della sua dottrina, si trovano ancora nel Mistero di Gesù. Al culmine della sua angoscia Dio gli ha detto: «Consòlati: tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato».
Di tal fatta è quest’uomo così grande, che ha vissuto come un operaio della scienza, poi come un soldato di Dio, ed è morto come un martire. Ha sofferto la sete della verità fino a starne male. Ha ignorato tutto ciò che è vile, ed anche ciò che è semplice. In tutta la sua vita non è mai stato calcolatore, e neppure ha mai saputo cosa significasse. Le sue collere, le sue audacie e le sue disperazioni avevano la loro origine, giustificazione e ricompensa nella grande causa che serviva con ardore. Egli può sconvolgere i timorosi e spaventare i cuori semplici. Poco crediamo a sue vittorie conseguite sugli spiriti intransigenti e i cuori presuntuosi, che erano i destinatari delle sue argomentazioni e dei suoi ardenti inviti. Un San Francesco di Sales seduce maggiormente gli animi di quanto un Pascal non riesca conquistarli. Ma ognuno serve la fede con il proprio temperamento e la propria indole, e sono i più venerabili, se non i più utili, quelli che la servono con un febbrile accanimento di cui essi stessi sono i primi a soffrire, e «che cercano gemendo».
IV
Pascal è il vero creatore della prosa classica francese, così come Corneille è il vero creatore del verso classico francese.
Guez de Balzac prima di Pascal, e Malherbe prima di Corneille, sono stati dei valenti iniziatori, con esiti spesso assai felici, che hanno preparato l’avvento dei grandi scrittori e consentito loro di nascere. Prima di costoro, il quindicesimo, ma soprattutto il sedicesimo secolo hanno avuto prosatori e poeti di genio in una lingua ancora mutevole, che creavano man mano che se ne servivano, ma che non era ancora stabilmente fissata e destinata a rimanere quale patrimonio comune delle generazioni successive. La lingua francese, come la si parla e come la si dovrebbe scrivere, è, dopo due secoli e mezzo, quella che nasce con il Cid, per quanto concerne la poesia, e con le Provinciali per la prosa. Occorre infatti far risalire a questa data – come ha affermato Voltaire con la sua chiarezza un po’ tassativa – la nascita della lingua classica. Ed è vero, poiché tale lingua è chiara, forte, breve nell’espressione, dotata di un rilievo preciso e vigoroso, definitivamente svincolata dal latino tanto nell’espressione quanto nel portamento; ed è vero specialmente per Corneille e per Pascal, la lingua dei quali è infinitamente flessibile e variata. Quella dei Malherbe e dei Guez de Balzac è già buona, ma fusa in una forma monotona. La lingua dei Montaigne e dei Ronsard è variata e flessibile, ma disordinata. La forza d’espressione, l’agilità e la varietà di una frase sicura e regolata nel suo corso, e l’unione di queste qualità diverse, costituiscono la lingua classica francese, inventata da Corneille e da Pascal.
Quanto alle sue qualità specifiche, Pascal possiede una concisa energia nell’espressione che colpisce come un’arma o scintilla come un lampo, un impeto fiero e repentino nell’andamento, un’immaginazione stupefacente nell’utilizzo di alcune parole semplicissime accostate con semplicità («mi spaventa il silenzio eterno di quegli spazi infiniti»; «l’uomo è una canna che pensa»; «la terra, questo compendio d’un atomo»); ha inoltre il vigore dell’eloquenza nella dimostrazione più rigorosa, o, come ha osservato Victor Cousin, «la geometria appassionata». E incontriamo infine, nelle Provinciali, ma pure nei Pensieri, un’incredibile capacità d’ironia, che fa scivolare e affonda uno strale affilato e penetrante nella frase più piana e semplice, che conferisce un valore speciale a una parola buttata lì con apparente negligenza, che corre e serpeggia nel tessuto del discorso senza interromperlo, sovraccaricarlo o lasciarvi qualche grinza, e tuttavia sempre sentita e inquietante, per esplodere infine in tutta la foga violenta e nell’inebriante trasporto di un’imprecazione e di una vittoria.
[1] Questo saggio di Charles-Augustin Sainte-Beuve (1804-69) – di certo uno fra i maggiori storici e critici letterari dell’Ottocento, nonché l’autore del monumentale Port-Royal (1840-59), 5 voll., ove molto spazio è consacrato a Pascal – venne pubblicato originariamente nel 1852 su “Le Constitutionnel”, e fu quindi ripreso nelle celeberrime Causeries du lundi (1851-81, 15 voll.). Quantunque per certi aspetti datato e, qualche volta, piuttosto discutibile specie nelle conclusioni, esso rappresenta nondimeno uno dei ritratti più fini, penetranti e fortunati che la “critica classica” abbia consacrato all’incomparabile pensatore di Clermont. La nostra versione e il relativo apparato di note si basano sulla dottissima, meticolosa edizione saintebeuviana curata, parecchi decenni or sono, da Maurice Allem (Sainte-Beuve, Les grands écrivains français, XVIIe siècle: Philosophes et moralistes, Paris, Garnier, 1928).
[2] Per la precisione, il pezzo apparve lunedì 29 marzo 1852, in occasione dell’uscita del seguente libro: Pensées de Pascal, publiées dans leur texte authentique avec un commentaire suivi et une étude littéraire par Ernest Havet, Paris, Dezobry et E. Magdeleine, 1852.
[3] J.-B. Rousseau, Odes, I, 11. è un’ode tratta dal Salmo 18.
[4] J.-B. Bossuet, De la connaissance de Dieu et de soi-même, V, XIV.
[5] Fra gli studiosi di civiltà letteraria francese vissuti fra Otto e Novecento, Émile Faguet (1847-1916) è stato senz’altro uno dei più fecondi, influenti ed apprezzati. Professore di poesia francese presso la Facoltà di Lettere della Sorbona dal 1897, fu eletto membro dell’Académie française il 15 febbraio 1900. Compose oltre una sessantina di opere (di cui diverse in più volumi) fra cui spiccano quelle consacrate a protagonisti della letteratura d’oltralpe del Sei, del Sette e dell’Ottocento, e manifestò sovente un notevole interesse per la storia delle idee moderne. Offriamo qui un ampio saggio complessivo su Pascal, che Faguet accolse in Dix-septième siècle. Études et portraits littéraires, un libro assai fortunato che, fra un secolo e l’altro, egli rivide ed ampliò a più riprese. Invero, si tratta di un contributo che, quantunque non di rado approssimativo e, talora, francamente datato nei giudizi, rimane comunque un approdo nella “storia degli effetti” pascaliana. La nostra traduzione si basa sull’edizione stampata da Boivin et Cie intorno al 1900. I numerosi corsivi presenti nelle pagine sono tutti dell’autore.
[6] In italiano nel testo.
[7] Giornalista, polemista, storiografo e critico letterario, Lucien-Anatole Prévost-Paradol (1829-1870) aveva solo trentasei anni quando, il 6 aprile 1865, fu eletto all’Académie française, prendendo il posto di Jean-Jacques Ampère, il figlio filologo del grande, celeberrimo fisico. Dopo non poche critiche, dettate essenzialmente dalla giovane età e dalla relativa esiguità della sua produzione, questo intellettuale sui generis, ch’era noto altresì come animoso rappresentante dell’opposizione liberale al Secondo Impero, fu comunque accolto fra gli “Immortali” da François Guizot l’8 marzo 1866. Confidando nello sviluppo liberale del regime napoleonico portato da Ollivier (1870), Prévost-Paradol infine vi aderì, e accettò la carica di ministro plenipotenziario di Francia negli Stati Uniti. Pochissimo tempo dopo, profondamente afflitto per lo scoppio di quella Guerra franco-prussiana ch’egli aveva intuito e paventato – così come, a onor del vero, diverse altre tragedie che hanno funestato la storia del mondo contemporaneo – con una chiaroveggenza affatto rara e, per certi aspetti, sconcertante nella sua opera più famosa e fortunata (La France nouvelle, 1868), si diede la morte con un colpo di pistola. Il testo a cui allude qui Faguet è compreso in un’intelligente, originale raccolta di saggi consacrata a taluni classici della letteratura moralistica francese (études sur les moralistes français, suivies de quelques réflexions sur divers sujets, Paris, 1865).
[8] «Compiangere gli sventurati non è contrario alla concupiscenza; tutt’altro: è davvero comodo dover testimoniare la propria amicizia e conquistarsi fama di animo sensibile senza dare nulla». Questa massima è di Pascal (N. d. A).
[9] Cfr. il Faust di Marlowe: «Vedete! Il sangue del Cristo scorre dall’alto; una goccia di quel sangue mi salverebbe. Cristo mio!».