Dario Biocca, Silone. La doppia vita di un italiano, Rizzoli, Milano 2005.
Della «doppia vita» di Ignazio Silone, Dario Biocca – dopo che il Novecento l’ha consegnata nell’aspetto della mendacia colposa – prova a illuminare, accanto al lato “rosso” della militanza comunista il lato dell’ombra, ciò che la vita rende appunto «doppia», il dialogo clandestino condotto dallo scrittore con la «polizia fascista». Silone. La doppia vita di un italiano (Rizzoli, 2005) nasce come libro–scommessa, indagine che anche di là della puntata sulla «doppia vita» vira oltre la biografia ufficiale di Silone innescando una titanica lotta con il démone dell’attendibilità e della credibilità. Il primo merito da ascrivere al libro è da dividere equamente tra la ricerca storico–biografica sullo scrittore di Pescina dei Marsi e la progressiva rivelazione della trama indimostrabile: la già preannunciata deriva politico–ideologica, la scelta del “nero” come angolo d’incidenza spionistica sul “rosso”. Ancorché aprirsi al “nero”, il ritratto del giovane Silone riflette un colore irrefutabile. Da Livorno e dal nuovo asse Bordiga–Gramsci, Silone esce rafforzato: tanto più per la forte e aurorale presenza del modello rivoluzionario russo. Di là dello slancio inquisitorio che Biocca sembra perseguire – sullo sfondo cupo e inquieto del nascente «ventennio» – riguardo il destino di traditore appioppato all’autore di Fontamara, in origine esiste soltanto una supposizione: l’opera di Silone come fonte, luogo d’apertura del «solco incolmabile tra la vita apparente e la vita segreta». Il protagonista di Pane e vino, Murica, per sbarcare il lunario accetta il ruolo di delatore–spia per la polizia fascista contro le giovani formazioni comuniste romane. Biocca cede alla tentazione: estrarre dall’opera la vita e il senso articolato dell’esperienza politica. Silone diventa «informatore». Ma non solo su questo Biocca fonda la tesi del libro. Quando più avanti ritorna sul «più compiuto e autentico capolavoro di Silone», scrivendo di «trasfigurazione letteraria della propria esperienza» sembra rientrare nel rango dell’opera rimanendovi limitrofo, collocando la vita, non al suo centro, bensì nell’immediato dintorno di essa.
Esiste tuttavia una relazione diretta tra Silone e la Questura di Roma, una “storia” nata dal dialogo a distanza con l’ispettore di polizia Guido Bellone, storia conservata tra i fascicoli della Pubblica sicurezza. Il dato allarmante non riguarda l’eccezionalità, bensì la norma: Silone è da sempre un “doppiogiochista”. Spostamenti, trattative, eventi, decisioni, relazioni e falsificazioni, indirizzi e nomi di area comunista (dapprima a Berlino, dopo a Madrid) costituiscono il patrimonio informativo raccolto da Silone e trasmesso per essere utilizzato da Bellone. Da Parigi («vero centro di irradiazione del movimento comunista occidentale») per ritornare a Berlino, dopo la sosta belga a Bruxelles, il dato forse più definitivo e insieme allarmante è offerto – veduta la continuità nella corrispondenza di Silone con Bellone – dall’identità progettuale dichiaratamente politica dell’attività spionistica. Ancora a Parigi, a partire dall’aprile del 1924, l’impegno in direzione dell’approfondimento analitico dell’informazione spionistica conosce un incremento di qualità. Essa si allarga a contributi di carattere economico poiché Silone è nominato responsabile proprio della sezione economica dell’«Humanité». Quando inizia il periodo di clandestinità in Italia – dopo aver subito una condanna per attività politica illegale violando il decreto di espulsione dalla Francia – la scalata di Silone nel Pcd’I assume una proporzione sorprendente (in parte per via dei massicci arresti di giovani comunisti tra il 1926 e il 1927, in parte per la protezione garantita dalla polizia fascista interessata a cautelate l’attività del delatore). Anche in occasione del viaggio a Mosca con Togliatti nel maggio del 1927 la protezione fascista a Silone non viene meno, anzi inizia a prendere forma l’inquietante paradosso di un Silone ai vertici del Partito comunista e insieme ai vertici delatorî della controparte: in quegli anni, per i fascisti Silone era il «Numero 1». E meglio – non è chiaro con quanta consapevolezza – uno tra i maggiori fautori della crisi comunista del 1927, considerando che proprio in quell’anno la cosiddetta «struttura illegale del Partito comunista appariva smantellata fin nei suoi gangli più vitali». E le delazioni di Silone contribuiscono in maniera decisiva: anni avvenire si comprenderà d’essere lui l’unico non arrestato.
Di lì a tre anni, dopo le dolorose vicende occorse al fratello Romoletto, Silone dà a Bellone i primi segnali d’insofferenza, specie quando in una lettera dell’aprile 1930 confessa – in prima persona – di trovarsi in un «punto molto penoso della mia esistenza». Il pensiero di continuare nel cosiddetto «equivoco» diventa sempre più «impossibile». Sulla via di un’apertamente proclamata redenzione, Biocca sembra accompagnare l’autore di Fontamara lungo il tortuoso tragitto della ripresa, una specie di viatico verso la salvezza che Silone stesso confessa come un’occorrenza necessaria, proprio all’interlocutore di tante pericolose lettere. E che il lungo tempo di lavoro e la perizia scientifica, la caratura del collaborazionismo rendono credibile. Bellone dovrà farsene una ragione. Silone dovrà invece subire l’espulsione dal Partito comunista (nell’estate 1931), atto d’ostracismo infettato dal “sospetto” e mandato dall’autore a futura memoria sulle pagine più amare di Uscita di sicurezza. Biocca ritrae, dopo le delazioni a catena e l’ipocrisia politica siloniana, i germogli di una storia improntata alla più innocente sincerità. Sincerità verso Togliatti e il Partito comunista, sincerità verso Guido Bellone, sincerità verso Gabriella Saidenfeld. Anni più tardi, dopo lo strepitoso successo di Fontamara e dopo l’abiura dall’Urss e dagli intellettuali comunisti, il progressivo desiderio di isolamento di Silone patteggia con la necessità di cancellare le orme del passato, finanche di definire come «interessi culturali ed editoriali» la relazione, tutt’altro che immune da colpe, avuta con Bellone. Non si sa quanto Silone, dacché Bellone è allontanato dai vertici della polizia per ragioni di salute mentale ed è stralciata la sezione d’archivio contenente le carte sul «doppio ruolo di dirigente comunista e informatore», abbia temuto ritorsioni.
Sta di fatto che non accade nulla. Tra il 1934 e il 1944 è ospite presso la casa di Marcel Fleischmann alla periferia di Zürichberger, una sontuosa villa gremita di opere d’arte e frequentata da studiosi, artisti ed intellettuali. Dacché entra in villa, in Svizzera iniziano a rifluire migliaia di perseguitati dal nazismo vincente in Germania nel 1933. Silone partecipa dell’esilio dei profughi e della ricchezza culturale che l’intellighenzia tedesca porta presso casa Fleischmann. Dopo la continuazione dell’epopea dei «cafoni» con il Seme sotto la neve, tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940, i lunghi anni spesi a salvaguardarsi dall’“impegno” appaiono rinnegati, poiché lo scrittore avvia l’esperienza politica del «Centro estero socialista» voluto alla guida dell’organizzazione politica da Pellegrini e poi da Modigliani e Formica. Come un guanto rovesciato, l’esperienza di Silone con il Ce (Centro estero) ripropone il medesimo clima di delazione, spionaggio, controspionaggio cui lo scrittore aveva rinunciato dedicandosi alla letteratura. Stavolta però non è più il fomentatore, è alla guida di un’istituzione sabotata dall’esterno: il male ritorna a emergere dalle oscure viscere del secolo. La fondazione dell’Oss e il dialogo aperto da Silone con diversi ambiti politico–intellettuali avrebbe protetto l’istituzione della Ce e l’incolumità dello scrittore. L’Oss infatti è un’organizzazione americana di spionaggio anti–hitleriana, protagonista, tra l’altro, del mirabolante viaggio di Silone e Darina Laracy dalla Svizzera verso le strade infiammate dell’Italia afflitta dalla guerra. L’arrivo sotto protezione a Roma significa – e Biocca lo sottolinea come un appuntamento fatale con il destino – il ritorno memoriale dell’ancora viva immagine di Bellone, la brace fascista che continua ad ardere sotto la cenere del tempo. Nonostante la morte dell’ispettore avvenuta nel 1948, l’apprensione di Silone è per una sorte ancora al bilico tra grande approvazione pubblica – riservata dallo scrittore anche a Pescina – e il segreto della stagione collaborazionista con la polizia di Mussolini.
Nella gigantesca epurazione dei membri del fascismo da parte dell’«Alto commissariato», il nome di Secondino Tranquilli o quello di Silvestri (nomi in codice di Silone) non si incagliano nell’enorme rete che porta alla bonifica. La documentazione in possesso dell’Alto commissariato non risale tanto indietro nel tempo, l’anno 1938 rimane l’anno fatale. Al 1938 risale infatti l’auto da fé ordinato dall’allora capo della polizia fascista Senise, il rogo dei cosiddetti «“fascicoli semplici”» sulle cui pagine era rivelata la storia della “prima” vita di Silone. Ed egli si nascose, opera drammaturgica che lo scrittore progetta a Roma, non meno che Pane e vino sembra ritornare sul nervo scoperto di sempre, la storia di un uomo che dopo aver conosciuto il male tenta di risarcirsi desiderando salvarsi. Biocca sembra seminare indizi di mano siloniana a vantaggio di misteriosi inquirenti, quasi a evidenziare che la caduta nell’oblio, per castigo auto–inflitto dell’autore, debba esser proprio il colpevole a doverlo dissotterrare dal buio della storia attraverso la propria opera. Esiste un gioco stringente tra le carte incriminate della spia e i pericolosi segnali che la spia invia ai lettori attraverso la propria opera: tra tali ambiti, l’esercizio di Biocca consiste nel recitare la parte dell’equilibrista capace di rimanere sul filo (le «carte incriminate della spia»), ma cosciente di cadere sulla rete (l’«opera» di Silone) perdendo l’equilibrio.
Con il progressivo indebolirsi dell’attrazione e della prassi politica (culminata con la sconfitta elettorale del 1953, tra l’Abruzzo e la corsa al Senato in una lista veneta), Silone ingaggia una specie di duello con la propria anima di scrittore, di testimone delle contraddizioni ideologiche comuniste calate nel mondo contadino abruzzese. Dopo la mondadoriana nuova edizione di Fontamara, Una manciata di more, edito ancora dall’editore milanese, provoca un vero e proprio miscuglio di ostilità, con punte di esplicita cattiveria in Salinari, ed esaltazione critica, in Vigorelli e Ajello. Biocca non accantona l’ipotesi originaria che regge la struttura e definisce il colore dell’intero libro, l’opera che al termine della lunga e articolata disamina dovrebbe permettere alla brace di riprendere vita dalla cenere. È significativo che l’autore del libro sulla «doppia vita di un italiano» attenda di infliggere il colpo fatale alla storia segreta dello scrittore di Pescina. La citazione non è nuova, sembra però ritornare da una lontananza prossima e insieme eterna: «“Nella mia vita c’è un segreto; è scritto tra le righe dei miei romanzi”». Specie di specchio deformante di L’avventura di un povero cristiano, ricostruzione della storia di Pietro da Morrone (Celestino V). Silone, anziché rivangare in filigrana la storia dello scisma dal partito comunista, mostra l’altro suo volto nascosto, quello dell’insospettabile autobiografo che fa ammenda senza redimersi, abiurando dalla Chiesa–comunismo – come Celestino V – sapendo di scegliere per sempre la via della solitudine.
(Neil Novello)