“Billy bar”
tratto dal romanzo Il Glicine di Monet
Tommaso Simoni
Al Billy Bar ho conosciuto una ragazza di nome Lara. Quando lei nacque, nei migliori cinema proiettavano un romantico film di David Lean che ispirò i suoi genitori nel darle il nome.
Suo padre si chiama Benito. Fu chiamato così in onore di un uomo un po' speciale, ma lui non gradisce ricordarlo. Del resto anche a quell’uomo, che nacque nell’ottocentottantatre, il padre e la madre avevano dato un nome che a quei tempi era di moda presso la gente di queste parti: quello di Benito Juarez, che aveva colpito l’immaginario popolare scacciando anni prima i francesi dal Messico e fucilando nientemeno che Massimiliano d’Asburgo, arciduca d’Austria e fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, dagli italiani ribattezzato Cecco Beppe. Probabilmente invece, al loro bimbo nato nell’ottocentosei, i genitori di Juarez avevano dato il nome in onore di San Benedetto, cosicchè i nostri Benito portano il nome di un grande santo. Loro forse nemmeno lo sanno e secondo me bisognerebbe dirglielo.
La nonna di Lara, nata nel novencentododici, si chiamava invece con il nome di una piccola città africana: Derna. In quel sito era morto, all’epoca, un maschio di famiglia, capitato in Libia dopo una gara tra soldati che si giocavano l’andata in guerra sorteggiando fiammiferi: chi beccava il più corto doveva partire, qualche volta per sempre come in questo caso.
La famiglia di Lara ha insomma sempre rispettato una tradizione, piuttosto diffusa in passato da queste parti, di mettere ai figli nomi profani.
Lara è bella e intelligente. Sana perchè figlia di genitori robusti, ma non sportiva. Dedita piuttosto alla cura del proprio corpo con ginnastica da palestra, e della propria immagine mixando nel vestire femminilità romantica e note sexy. Segretaria d’azienda, il suo linguaggio non è ricchissimo, (nella sua scuola hanno eliminato ogni orpello), ma esauriente e corretto. Apprezzata nel suo lavoro, mi dicono farà strada. Il suo ragazzo è aperto e virile e, come oggi capita, ha il culto della motorizzazione veloce. Il mondo sarà loro non c’è dubbio.
E’ un pomeriggio di tarda primavera e io, Lara e il suo ragazzo siamo seduti a un tavolino del Billy, talvolta chiamato ancora Bar Caduti, il vecchio nome del locale prima che fosse ristrutturato: ci vediamo ai Caduti, anche se il nuovo nome si sta imponendo velocemente. Lì vicino c’è un monumento ai morti della guerra quindici-diciotto, dal quale traeva origine il vecchio nome del bar. Sono fanti con il caratteristico elmetto alla francese, adottato dai nostri, in origine disegnato da uno scultore. Quello inglese a scodella l’aveva invece realizzato un artigiano, quello tedesco dei chirurghi. I soldati del monumento, comandati da una donna a seni nudi, sono fatti di un bronzo ricavato da cannoni presi al nemico.
Il bar è vasto, accogliente e molto allegro specialmente l’estate, e ha una grande veranda aperta ma protetta dal sole e dalla pioggia. Splendido l’allestimento. In un angolo, come in un salotto, una moderna cornice d’argento con il ritratto di una ragazza bella ed ammiccante, con una dedica: Kiss Me Stupid, Milly. La dedica sembra un film di Billy Wilder. Il viso e la cornice, invece, ne ricordano uno di Fritz Lang: La Donna Del Ritratto, la storia di un sogno.
La veranda normalmente è ricolma di giovani, ma non più giovanissimi, molto vivaci. Alcuni di loro lavorano bene, possono vendere alimentari pregiati oppure abbigliamento di firma. Qualche altro lavora in banca. Altri ancora non so, ma hanno genitori piuttosto arricchiti che, ex poveri, affidano ai figli l’incarico di non privarsi di nulla in loro nome.
Le loro vacanze sono ormai proiettate lontano: Thailandia e Costa d’Avorio (sesso orientale e sesso internazionale), U.S.A. coast to coast e Dallas (epopea americana e avventura postmoderna). Il Kenia è acqua passata. Poi tornano al grembo, fuori porta, sul fiume, trattoria “Al Traghetto”, a raccontarsi tutto. Qualcuno di loro non è mai stato a Roma.
Accoppiati a ragazze gradevoli e libere, da loro chiamate gherl, pur potendo ogni tanto cambiarle sono spesso dei tranquilli monogami.
Quasi nessuno di loro fuma più. Rito e mito della sigaretta sono cenere, e il culto del proprio corpo prevale su tutto. Mi chiedo cosa sarebbe stato il mio mondo piccolo senza il sigaro Cavour, la sigaretta di Zeno Cosini, l’ultima del condannato, quella di Bogey in Casablanca, senza Smoke Gets in Your Eyes, senza Cotten che accende dopo il passaggio della gelida Alida nel finale del Terzo Uomo, senza il bocchino delle maliarde, senza l’Avana degli avventurieri, senza il fumo delle taverne, senza il Toscano delle osterie, senza il Virginia di mio zio, senza le Milit dei soldatini, le Africa della tessera, le Cirene fumate al gabinetto, senza le Lucky Strike degli Alleati, senza il “fumiamo l’ultima” dei perdinotte, senza posacenere, senza Minerva, senza cerini, senza accendini, senza cartelli “proibito fumare”, ed infine senza cicche.
I giovani del bar sono immortali, e per loro i vecchi non esistono. Quando ne vedono uno, però, ne hanno rispetto come fosse un viandante che viene da lontano, stanco ma non mendico, costretto alla mitezza dalla sua solitudine e quindi inoffensivo.
Arriva per Lara un gigantesco gelato, roba da raffinato arredo urbano, cromaticamente adorno di frutti esotici. Il gelataio, quasi un architetto. Non a caso ogni tanto qualcuno chiama “oè Renzopiano, porta uno dei tuoi bobur”. La barista, di nome Zina, chiamata romanamente Zinna per via dei seni spinti, serve un caffè sceccherato al ragazzo di Lara: lui i caffè li beve solo così. Un altro giovane, unico laureato di questo posto, il cui nome curiosamente è Goliardo, sorseggia invece un vanto della casa, una bevanda chiamata Sabrina che, per la verità, è una vera delizia.
Luminosa è la giornata e molta l’allegria, malgrado le Ferrari continuino a deludere e l’America’s Cup, in omaggio alla dottrina di Monroe, sia rimasta agli americani.
Io mi diverto molto, anche se trovo rumoroso il pur splendido nastro degli U Due, un classico, ormai, anche per me. Un certo Sandro, faccia ancora contadina di un sano quasi offensivo, è fra quelli del bar che si compiacciono di esibirmi simpatia.
Entra al Billy l’unico del gruppo che sia veramente diverso, fatto con un altro stampino. Alto, pallido, triste, smisuratamente magro, faccia e ventre incavati.
- Arriva Nobèl - mi dice Sandro, ras del Billy.
- Nobel per cosa - chiedo senza l’accento sulla e.
- Tisica nucleare - è la risposta di Sandro, che grida premuroso:
- Nobèl viene qua, ti presento un signore doc, guarda le scarpe, che si diverte un mondo alle nostre stronzate!
Nobèl non è mai stato un problema, benchè diverso e così “poco in salute”. Dandogli il premio più famoso del mondo hanno sancito la sua integrazione nel gruppo.
Sandro il contadino, è l’unico ad accorgersi veramente di me e dei miei fondelli, dei quali pare intenzionato a fare uso. Del resto è l’unico ad accorgersi per davvero anche degli altri, e li ha ribattezzati quasi tutti. Credo, almeno, sia tutta opera sua. L’altra barista, ad esempio, (le bariste sono due), si chiama Claudia: un giorno arrivò zoppicando e subito divenne Claudica, per sempre.
Entra Berto, altra vittima, per così dire, di questo rito, ribattezzato Ossiuro. Normalmente veste yachtman, giacca blu con bottoni di metallo e stemma royal navy sul taschino, ma oggi è inguainato in una muta da ciclista che lo fascia tutto di un tessuto quasi psichedelico. E’ chiaro che si sente bellissimo, ma io francamente lo trovo antiestetico per il suo naso rosso e i glutei bassi. Sandro ci presenta.
- Non sembra veramente un antico ossiuro?
Berto si schermisce, ma capisco che si sente proprio nobile e bello come un antico ossiuro. Sandro si accorge del mio sconcerto, ridacchia e poi, in confidenza, ammette che Berto costituisce effettivamente un problema: sono anni che accetta volentieri di farsi identificare come ossiuro, e tutti temono tragedie grandi se scoprirà che gli ossiuri non sono un popolo nobile e guerriero scomparso nella notte dei tempi, ma vermi che escono dai sederi dei bambini quando questi si mettono troppo le mani in bocca dopo avere toccato per terra.
E’ stato ribattezzato nel bar anche un venditore negro, praticamente adottato dal Billy. Il nome questa volta non è originale: Bongo. Bongo trova quelli del bar tutti simpatici. Essendo solo, e cioè non in compagnia di milioni di amici negri, è accolto molto bene. A suo modo ama quelli del bar, anche perchè spesso gli comprano cose completamente inutili e quindi invendibili, per divertirsi a tirare sul prezzo, e, ottenute condizioni stracciate, pagano lasciandogli più soldi di quelli pattuiti, talvolta regalandogli la merce appena comperata. Per Bongo una vera pacchia. In più gli offrono sandwiches e birre alla grande.
Bongo, per di più, è una delle occasioni per provocare dibattiti su problemi di tipo planetario, il che succede soprattutto quando è presente Gorbi il Mancino: Gorbi perchè di sinistra e Mancino perchè con la destra non sa fare proprio nulla. Gorbi aspira ad essere la coscienza politico sociale del gruppo, ma senza successo.
Anche oggi la presenza di Bongo e Gorbi scatena la discussione sul terzo-mondo-che-preme. Ordine del giorno, negri si, negri no. Il moderatore è come sempre quello sprizzasalute di Sandro che, a dimostrazione della prontezza di riflessi del gruppo nell’assimilare gli umori del mondo, da quando ci sono problemi di là dal mare che ormai si attraversa con lo sci acquatico, viene chiamato Bosniaco, oppure Bosnia per brevità. Da quanto ho capito, il nome di Bosniaco è stato considerato, per quel villico che è Sandro, di stirpe fisicamente dura, più consono di Sloveno, Boemo o Moldavo, di più dolce pronuncia.
Gorbi parte in quarta sulle nostre colpe, e subito qualcuno gli domanda chi nel bar sarebbe il più colpevole, mentre dal fondo sbotta una voce:
- Ma è colpa nostra se il Padreterno a noi manda brezze nei capelli, lucertoline e mucche da latte, e loro invece li annichilisce con tifoni bestiali, un’afa che mozza il fiato, cobra, scorpioni e tigri del Bengala?
Una voce femminile puntualizza in modo acre:
- Con te il Padreterno non è stato attento. Alla prima brezza ti sono volati via tutti i capelli!
- Sono lucido in testa per sentire meglio l’arietta nelle sere d’estate, quando sono in vacanza con la mamma, proprio nel Bengala, dove lei andava da piccolina a passare il ferragosto.
- Arriveranno a frotte - insiste Gorbi - li sfruttiamo e non gli diamo niente!
- Mandategli le brioss di Maria Luigia! - arriva dal fondo un’altra voce. E qualcuno di rimando:
- Ignorante, era Maria Antonietta!
- No, proprio la Luigia, la nonna di Nobèl che fa la fornaia. Quand’era giovane e c’era il presidio le faceva ai soldati, calde calde!
Inevitabile la conclusione:
- E cornetti al marito!
E poi, per finirla, tutti d’accordo, in Africa brioss, niente bobur, però, sennò si squagliano nel viaggio.
Sconsolato, Gorbi li mette in guardia sulle prossime invasioni, se non altro a causa di una realtà inoppugnabile, il numero.
- Un miliardo che preme, ricordatevi!
A questo punto entra in campo Froid, che deve il nome al fatto di essere innamorato di Vienna ma anche di avere sempre freddo.
- Se è questione di numeri, allora vince chi i negretti non li vuole. Quattrocento milioni di europei, trecento di nordamericani, (ci metto pure i canadesi che è gente anche quella), quattro o cinquecento di russi, giapponesi e affini, fanno già un miliardo e passa. E aggiungo: gli americani sono sgangherati da negri e ispanici, i russi e i loro amici si scannano come vitelli, gli indiani si sparano in bocca tra loro come africani e arabi, gli jugoslavi se nuotiamo un poco al largo ci prendono a cannonate. E allora chiedo: ti ha ordinato il dottore di rovinarci il gelato con la tua società multietnica che non la vuole nessuno al mondo? E poi mio zio, che va sempre in Cina, dice che laggiù stanno industrializzando con roba nostra tutta la parte costiera che è grande come mezza America, e fra un po' di anni saranno la più grande potenza occidentale del mondo, e intanto diventeranno due miliardi, e sai quanto gliene impippa a loro dei negri, e anche di noi. E, sempre il mio zione, dice che tutta l’industria dell’Asia è in mano ai cinesini emigrati, e quando la Cina sarà modello macdonald, che a Pechino c’è già e fanno la fila per le patatine, torneranno dalla mamma e saranno padroni di mezzo mondo. La loro mafia è già dappertutto.
- Ne hanno visti anche sul monte Giove - interviene Sandro.
- E mentre tu continui a brontolare per le nostre Kawasaki consumiste, fra poco ci daranno un’inquinata che il caffè della Zinna diventerà cianuro! Gorbi, sveglia, smetti di fustigarci e comincia a farlo anche con i tuoi amici, la cui unica aspirazione è diventare come noi: si stanno già riempiendo di auto e motorini. Fra poco niente più bici e tante malattie del ricambio!
- Renzopiano, un bobur consumista per consolare Gorbi, che ormai piange perchè forse è il meno stupido di noi e lo abbiamo invece convinto che forse è il più cretino! - conclude Sandro, che si rivela anche un moderatore.
Viene così ristabilito un rapporto affettuoso con Gorbi, e io sono ammirato di Sandro anche per quei suoi “forse”, e a lui la cosa non sfugge e mi dice, divertito:
- Così lei impara il barese!
Sono stato spesso in Puglia e non capisco. E lui:
- Qui niente inglese e neppure sinistrese. Si figuri, tutte le volte che Gorbi pronuncia le parole “esaustivo” e “ininfluente” deve pagare il caffè a tutti. Qui si deve parlare solo barese, il linguaggio del nostro bar, il più significativo raggruppamento di testicoli del mondo. Scriva di noi e farà fortuna.
Sono sempre più preso. E aggiunge:
- Sa come hanno sempre chiamato la mia famiglia? Scarpe Grosse, niente male per gente che andava scalza. Io poi ho fatto il chierichetto, prima di fare lo stronzo professionale. Ma lei sa come finisce il detto?
- Cervello fino - lo rimbecco - E lei sa che nel quaranta fecero anche un film intitolato Scarpe Grosse? C’era Amedeo Nazzari, mannò lei non può saperlo!
- Come no! E’ uno dei pochi film che ha visto la mia mamma da bambina: quello, e Luciano Serra Pilota, sempre con Amedeo. La portarono a vederlo con la scuola, me lo raccontava sempre da piccolo.
L’ho conquistato, ma anche io sono definitivamente conquistato da lui.
Lara, intanto, sempre attraente, sta finendo di demolire il gelato con evidente piacere. Il mondo è proprio suo, penso, e con il fine di nascondere l’invidia per la sua giovinezza sfoglio ogni tanto il mio quotidiano. Oggi, nelle pagine interne della cultura, si rievoca qualche moderna tragedia europea, non importa quale. Una delle grandiose occasioni di inaudita sofferenza collettiva del nostro pur caro novecento che ormai è alla frutta. Forse Verdun, con il suo milione di morti, (un colpo di cannone per centimetro quadrato, un battaglione francese ancora lì, pietrificato sotto il suo cunicolo), o la feroce guerra spagnola, o i seicentomila civili di Leningrado, tra i quali una bimba, Tania Saviceva, che ogni giorno segnava sulla sua agendina chi dei suoi se ne andava, e ovviamente la sua data non c’è. In trent’anni, fra il quattordici e il quarantacinque, saranno stati sessanta milioni di persone e oltre. Di più se ci mettiamo anche i kulaki e gli armeni, gli ebrei invece sono già compresi. Orride, vecchie foto di repertorio, sciattamente spiegate tanto da confondere luoghi epoche e persone in una approssimazione sempre più praticata, adornano gli articoli.
Sui tavoli stanno gazzette sportive e i consueti rotocalchi patinati sull’argomento auto-moto-barca, con splendide figure corredate da didascalie informatissime. Sparsi dappertutto bitter, anacardi e altre amenità da smangiucchiare. Hanno anche cambiato nastro, e la musica adesso è dolce e ancor più accattivante. L’animazione monta ancora, con risate fragorose, all’arrivo di tre eroi del gruppo, uno dei quali detto Il Laureato perchè studia da tanto tempo e mai si laureerà. Si ride per il divertente aggancio di inglesine in vacanza italiana, realizzato dai tre: favorendo la curiosità culturale delle ragazze, si sono infatti procacciata una partita serale, ovviamente di piacere, che promette bene.
Poco lontano c’è una bella chiesa, il Corpus Domini, di impianto molto antico, con importanti rimaneggiamenti barocchi all’interno, che a me paiono splendidi, seppure posticci. Come tutte le chiese, dentro è fresca anche d’estate, e ogni tanto ci vado per riposarmi un po'. Pochi metri dal mondo che però sembra lontano. Immagino che solo nelle notti invernali, spesso nebbiose nella zona, la chiesa si senta a suo agio. Quando cioè silenzio e buio ricordano epoche passate, sempre silenti in provincia e, d’inverno, inesorabilmente fredde e buie, proprio penitenziali.
Le inglesine, attratte anche dai torsi abbronzati dei tre eroi del nostro tempo, ne hanno accettato le effusioni, per ora solo verbali, a patto di non tradire la voglia di arte italiana. Si sono fatte così accompagnare al Corpus Domini dove Il Laureato e i suoi amici, appena usciti dalla vicina enoteca, hanno sfoggiato grande competenza illustrando alle biondine in estasi gli affreschi di Brunello da Montalcino, scuola senese, del Gattinara e del Sassella, scuola piemontese e scuola lombarda, fermandosi anche davanti a una splendida natività di Fra Agnolotto da Parma, detto il Parmigiano, qui approdato dalla sua città nel Seicento.
Il racconto dei tre nel bar, condito dalle prospettive della serata ormai prossima, provoca il tripudio collettivo. Da questo momento i due compari del Laureato diventano ovviamente Sassella e Gattinara. Malgrado la stagione sono stappate bottiglie di quei celebri vini e offerte ai presenti scaglie del migliore parmigiano.
Uno splendido rombo di moto attrae il ragazzo di Lara, che si allontana per ammirare l’ultima giapponese acquistata in città. Un mostro di bellezza che occhieggia dalla strada attraverso il cristallo del bar. Io però sono sempre in ritardo: non è l’ultima giapponese ma una filante e grintosa FXRS Sport americana. Il Giappone perde qualche colpo, l’America ne recupera qualcuno. All’inizio del Novecento, a Milwakee, dove già sgambettava Spencer Tracy piccolino, nel Wisconsin che era stato dei fieri Cayuga, Algonquian, Kickapoo e Athapascan, due ventenni intraprendenti, l’uno appassionato di motori, l’altro di biciclette, mescolarono le loro passioni creando una moto che aveva anche i pedali per aiutarsi in salita: si chiamavano William S. Harley e Artur figlio di Davide, cioè Davidson. Artur aveva due fratelli e, insieme a William, tutti e quattro fecero una società chiamata Harley - Davidson Motor Co.
Un altro giovanotto, Ole Evinrude, futuro fuoribordo del mondo, rielaborava nel frattempo una specie di barattolo: il carburatore della prima Harley. Donava anche consigli: ingrandite il volano! E il motore migliorò.
Quella moto: una diva di Hollywood. La polizia, con il berretto a stella, nei film dell’anteguerra in bianco e nero, in sella all’Harley - Davidson inseguiva i gangster piazzati sulle Buick.
La FXRS Sport oltre il cristallo: storia americana che ci raggiunge qui, fuori del bar.
Quei giovani creatori: cenere ed oblio.
Lara fuma poco, ma dopo il gelato una sigaretta ci vuole. Ne accende una e, fra un tiro e l’altro, mi informa del suo prossimo matrimonio. Se avrà un figlio lo chiamerà Alvise, se una figlia Diamante. Di impulso, pur sapendo che i suoi nonni facevano il bracciante e il gelataio col carretto (un cigno con le ruote), le chiedo quale fosse il loro mestiere. Lei non lo sa, e forse dice il vero ma qui nessuno tranne uno, forse, vuole sapere cosa faceva il nonno. Le chiedo, allora, se sa chi fu Adolf Hitler. Mi guarda con la sua bella faccia un po' sorpresa, poi dopo una boccata di fumo che le serve a prender tempo, cercando di non dispiacermi dice sorridendo:
- Non ricordo se fosse nei programmi. La Germania! Quando c’era la guerra! Adesso non mi viene, ma giuro che lo sapevo! Lei è speciale per queste cose, però le voglio bene anche se si diverte sempre a mettermi in croce con i suoi indovinelli!
Poi si alza, mi bacia su una guancia e raggiunge il suo Zivago.
E’ stato scritto che il futuro ha un cuore antico. Non credo si possa più dire. Insieme a qualche inutile single scomodamente sfuggito a chi possiede le verità, ormai un cuore antico possono averlo solo preti, rabbini o gente del genere. A questo punto, verrebbe quasi da dire che il Signore ce li conservi.