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Giovanni Greco - Davide Monda, Bassifondi contemporanei. Malfattori, prostitute e vittime dentro la storia, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2003, pp. 416.

 

            Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese… di quella parte malfamata del consorzio umano che ne costituisce i “bassifondi”, la rottura sovente aggressiva degli schemi e dell’ordine, delle norme e della giustizia sono divenuti protagonisti (o comprimari) di certa letteratura tutto sommato da poco tempo, e da meno tempo ancora se ne occupa la storiografia, tutta presa – fino a quasi un secolo fa – da vicende rilevanti e complicate relazioni di corti e di stati, da tutti quegli avvenimenti politici e bellici decisivi che cagionarono, in ultima istanza, il mutamento dei confini nazionali. Le radicali trasformazioni sociali che, nel corso dell’Ottocento, hanno portato alla comparsa sulla scena pubblica di classi e di persone da sempre confinate in una posizione tutt’altro che centrale, di uomini e donne che, fino a quell’epoca, erano state de facto escluse dalla determinazione dei processi economici, culturali e politici. Questa profonda metamorfosi ha senza dubbio influito sensibilmente tanto sulla letteratura coeva, che manifesta spesso un’attenzione partecipata ed engagée verso tali figure, situazioni e problematiche affatto nuove o comunque rinnovate, quanto sul divenire e lo sviluppo delle scienze naturali ed umane.

 

L’interesse scientifico nei confronti delle varie forme di devianza sociale è testimoniato in maniera paradigmatica, come noto, dalle ricerche compiute da Lombroso e dalla sua “scuola”, che miravano soprattutto a stabilire – in modi che alla coscienza contemporanea appaiono ictu oculi tanto pretenziosi quanto scientificamente inaffidabili e discriminatori – le caratteristiche distintive dell’individuo criminale. Tali studi  sono comunque indicativi del mutato clima intellettuale, di uno spostamento verso il basso dell’attenzione investigativa di molteplici discipline, quali la medicina, la psichiatria, la biologia, l’antropologia, la pedagogia, la riflessione etica e il diritto. E la storia?

            Pur col ritardo che fisiologicamente la contraddistingue e che non deve pertanto esserle rimproverato, anche la storiografia si è via via sforzata di abbracciare, nei primi decenni del Novecento, il campo dei fenomeni sociali nella sua globalità, e dunque anche l’universo della  marginalità, popolato da una miriade eterogenea, ma quasi sempre dolente e fraintesa di figure. La nascita di tale interesse, la creazione di questo campo d’indagine hanno consentito, a livello potenziale ed effettivo, un confronto con altre discipline coinvolte nel medesimo tipo di studi seppur da un’angolazione diversa. Non è un mistero che questo genere di storiografia non ha mai potuto prescindere dall’interdisciplinarietà, dall’ibridazione, dall’intersezione: sin dagli albori, infatti, essa si è largamente servita, in tutte le proprie investigazioni, d’informazioni e categorie  attinte dalle altre scienze; peraltro, essa ha trascurato non di rado il dialogo con la letteratura e le altre arti, il confronto diretto con dimensioni creative indubbiamente ricche ed eloquenti in materia di povertà, emarginazione, follia, meretricio, criminalità organizzata e non.

 

            Questo volume di Giovanni Greco – che, da oltre vent’anni a questa parte, ha dato alle stampe molte importanti ricerche su temi delinquenziali – e Davide Monda sceglie di andare proprio in questa direzione, superando specialmente la sostanziale esclusione della letteratura “miserabile” dalla storiografia contemporanea. In verità, Bassifondi contemporanei si presenta come un prudente confronto fra storia e letteratura, come un  abile gioco di rimandi fra saggistica storiografica e prosa letteraria, che è presente nel libro con brani attinti in prevalenza dalla letteratura italiana e da quella francese, e composti in un arco cronologico che va dall’inizio dell’Ottocento alla fine del “secolo americano”. Si tratta, dunque, di un esperimento stimolante pure a livello metodologico, che segue di poco quello già tentato dagli stessi autori con Miserabili in poesia (Roma, Carocci, 2002), un libro di cui nell’ultima “fatica” vengono espressamente riprese talune premesse. E tuttavia, mentre Miserabili in poesia si concentrava esclusivamente sulla poesia contemporanea consacrata ai marginali, Bassifondi contemporanei include fitte reti di comparazioni e di relazioni fra  ricostruzioni scientifiche di fenomeni storicamente determinati e ricerche all’interno della scrittura letteraria.  Va aggiunto che gli  autori fanno seguire ad ogni capitolo della parte saggistica diverse preziose testimonianze di storici e di altri studiosi che, nel Novecento, hanno dedicato molte energie all’investigazione dei “bassifondi”, cosicché la struttura del libro può dirsi non duplice, bensì tripartita, unendosi allo stretto legame fra letteratura e storiografia anche la ricchezza recata dal confronto sui medesimi argomenti di voci diverse e, talvolta, lontane. 

 

            Vittime e carnefici, sfruttati e sfruttatori, oppressi che, a loro volta, opprimono, individui soggiogati dalla condizione e dagli eventi: questi i protagonisti del libro di Greco e Monda. Quattro sono le sezioni della parte saggistica. La prima è dedicata a una rassegna dei briganti più famosi nella storia d’Italia e nelle letterature europee, un intreccio fra realtà e invenzione letteraria che lascia intravedere quanto personaggi che stavano fra delinquenza tout court e ribellione alle autorità costituite siano stati circondati, per il loro stile di vita non privo di fascino, da un alone mitico, che poteva talora proteggerli, e non di rado farli accettare e persino amare al popolo. Di conseguenza, accade spesse volte che le vere vicende di un brigante romagnolo, campano o siciliano non risultino meno avventurose e coinvolgenti di quelle di un brigante immaginato o reinventato da un narratore ottocentesco. In questo caso, l’accostamento che gli autori del libro compiono non mostra solo come la letteratura, occupandosi di figure marginali, tenda a istituire una mimesi il più possibile aderente alla realtà per raggiungere una maggiore verosimiglianza, ma pure come certe realtà marginali aspirassero a costruire un’immagine di sé mirante a celare le effettive condizioni della propria origine e, viceversa, ad ottenere una più vasta accettazione sociale. In un crescendo sapientemente orchestrato, la seconda e la terza sezione trattano di  fuorilegge più comuni e di reati individuali di diversa gravità, con un occhio sempre attento e sensibile alle ragioni profonde di crimini e misfatti. La prostituzione, l’abbandono dei minori, la blasfemia, la rapina, il furto, l’omicidio, l’associazione a delinquere sono soltanto alcuni elementi del vario e vasto panorama delinquenziale che ci viene presentato, il lato oscuro di un’Italia osservata nel difficile, faticoso passaggio da insieme di stati oltremodo eterogeneo a nazione in cerca della propria identità. Minimo comun denominatore le generali condizioni di degrado e  povertà, che costituiscono da sempre, del resto, il doloroso basso continuo d’innumerevoli fenomeni penalmente rilevanti. A queste situazioni, si aggiungono altresì le contraddizioni di una società confusa e talora sconvolta da radicali trasformazioni economiche e da importanti avvenimenti politici. Siffatte contraddizioni risultano ben evidenti a chi si soffermi sulla condizione della donna che, costretta nelle maglie di una rigida morale borghese, non può sottrarsi a un tragico destino fatto di odio e di violenza, di sottomissione e di solitudine, le cui conseguenze più vistose sono la prostituzione, l’abbandono di minori, l’aborto, l’infanticidio… La quarta sezione, infine, affronta temi e problemi diversi, almeno per molti aspetti. Qui la delinquenza pare senza necessità, e si riduce a sopraffazione, avidità, prepotenza, sete di potere: qui la delinquenza è mafia. Palesi e sfuggenti, caute e violentissime ad un tempo, tali organizzazioni criminali – come nessuno più ignora – da molto tempo condizionano direttamente la vita di alcune parti del paese, e indirettamente dell’Italia tutta, infiltrandosi nelle cerchie del potere politico, economico e finanziario. Di queste presenze feroci viene dato un profilo chiaro e aggiornato, che ne abbraccia la storia, ma non tralascia al tempo stesso di mostrare luoghi della letteratura e del cinema significativi in cui trovano efficaci espressioni, visibilità interpretativa.

 

            Nella seconda parte del libro, tutte queste figure prendono vita nuova grazie alle parole di eccellenti scrittori di storie “miserabili”. Invero, tutti i  brani scelti suscitano un caleidoscopio d’immagini, accendono i riflettori sulla variegata umanità marginale che popola ogni luogo e ogni tempo, e ciò si mostra anche nella scelta di passi di autori distanti nel tempo e nello spazio, il primo dei quali è tratto a giusto titolo da I miserabili di Victor Hugo, romanzo ch’è divenuto una sorta di archetipo di questa produzione. Infatti, come ricordano gli autori nella intensa Premessa a questa parte, «non diversamente che nel grande romanzo vittorughiano, le figure descritte con fine maestria nelle pagine qui raccolte sono persone duramente oppresse da un sistema iniquo e spietato, donne e uomini che, in un modo o nell’altro, sono ‘umiliati e offesi’ da un ordine sociale ingiusto e ingiustificabile il quale, se non li costringe, fa comunque molto per incoraggiarli a violare leggi e principi fondamentali, tanto del foro esteriore come di quello interno, di quella coscienza che talora viene per l’appunto quasi obbligata, quasi forzata ad arrendersi e cedere, sopraffatta com’è da un ‘mondo alla rovescia’ irrazionale, torbido e crudele, dall’infinita malvagità del tutto». Appaiono così, pian piano, attraverso la lettura di scrittori ora più ora meno famosi, i miserabili e i luoghi diversi della loro infelice esistenza, teatri di culture differenti ma di una medesima, amara condizione. Così, Di Giacomo, Fucini, Soffici, Bracco, Marotta dipingono la Napoli spagnolesca e tragica della camorra, dei guappi, delle prostitute, del popolo famelico e indaffarato cui si contrappone un’aristocrazia sfarzosa e infinitamente distante; Pirandello, Sciascia e Carlo Levi tratteggiano la Sicilia, a un tempo ironica e crudele, della mafia e delle sue regole, che accerchia, che spezza le vite, che nega ogni diritto e ogni possibilità di miglioramento agli umili e agli indifesi; Zola e Philippe descrivono non senza risentita durezza la Parigi dei facili guadagni illegali, della vita di strada. Ed ancora colpisce la Milano borghese, così attenta a difendersi e ad isolare gli abbietti che commettono reati mossi da una drammatica necessità, ritratta da Testori, o la Roma dei “borgatari” di Moravia, le cui nemiche più crudeli sono la fame e quella legge spietata che manda in galera – come già era successo al mitico Jean Valjean – per il furto di un pane necessario e iniquamente negato.

 

(Francesco Bianchini)

 

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