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Intervista a Barbara Garlaschelli sul suo ultimo libro “Non ti voglio vicino”

                                                                                                      

Marilù Oliva

 

 

Barbara Garlaschelli (Milano, 1965) vive e lavora a Piacenza. Con Frassinelli ha pubblicato Nemiche (1998), Alice nell’ombra (2002), Sorelle (2004, Premio Scerbanenco) e per Sperling & Kupfer ha curato, insieme a Nicoletta Vallorani, l’antologia noir Alle signore piace il nero (2009). Tra i numerosi libri che ha scritto, ricordiamo l’autobiografico Sirena. Mezzo pesante in movimento.

É tradotta in Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Serbia, Messico e Giuseppe Traina, ne L’Indice, l’ha definita “Una scrittrice di pura razza...la sua ispirazione è profonda, l'emotività della sua pagina è sempre palpabile...”

Edito da Frassinelli, è in libreria dal 26 gennaio Non ti voglio vicino,  il suo ultimo libro da cui siamo partiti per rivolgerle alcune domande.

 

 

 

Hai scelto di ambientare “Non ti voglio vicino” in un lasso di tempo compreso fra il 1939 e i giorni nostri. Perché la decisione di partire da un momento così drammatico della storia contemporanea?

 

I motivi sono numerosi. Prima di tutto perché volevo raccontare di due tipi di guerre: quella nella sua accezione più classica e poi  un’altra guerra, più subdola, che non utilizza fucili né cannoni, ma che miete numerosissime vittime in egual modo. É la guerra che si combatte tra le mura domestiche, nei rapporti famigliari.

Un altro motivo è perché sono convinta che noi siamo il frutto della storia e non solo di chi ci ha messo al mondo. Prisca (la voce, in un certo senso, del romanzo) è nata dall’unione di Lena e Lorenzo, che hanno vissuto la loro infanzia nella seconda guerra mondiale e ne sono diretta conseguenza, così come Prisca è loro conseguenza. La follia della guerra si trasforma nella follia di alcuni personaggi.

I nostri genitori, noi, saremmo stati diversi se non ci fosse stata la guerra. Migliori o peggiori, non lo so. Diversi sicuramente. Diversi come sarebbe stato diverso il nostro paese, la nostra cultura, la nostra educazione.

Un’altra ragione per la mia scelta  è che mio padre (nato nel 1932) mi ha raccontato sempre storie legate alla sua infanzia e alla sua adolescenza, che erano straordinarie e ordinarie storie di guerra. Le ascoltate e riascoltate e non le dimenticherò mai.

Infine, un motivo che li racchiude tutti e che ho già indicato: la pazzia della guerra ha lunghi tentacoli e riesce a segnare anche chi è nato lontano dalla sua fine (apparente, perché di guerre continuano ad essercene), in tempo di pace.

 

 

Qual è il tuo rapporto con la storia?

 

Attivo. Io sento di vivere nella storia, anche piccola, quotidiana. Sento la responsabilità di vivere nel mio tempo come donna, come cittadina, come artista. Come essere umano, insomma. Nessuna azione è neutra, non possiamo chiamarci “fuori” dalla storia. Citando una canzone che amo: La Storia siamo noi. Io ci credo davvero. E la Storia è legata alla memoria, bagaglio fondamentale di un individuo. Il nostro è un popolo con la memoria corta e questo è male perché dal passato (che è un passato non così remoto)  si deve imparare.

 

 

Racconti un’infanzia tradita, sentimenti calpestati, amori molesti. Quando si scrivono storie così intense, qual è la linea di demarcazione che chi scrive deve trovare tra coinvolgimento emotivo e distacco necessario?

 

Il problema del distacco emotivo, per quel che mi riguarda, si propone prima di scrivere. Mentre sto scegliendo cosa e chi raccontare, mentre mi documento e studio.  Nel momento in cui comincio a scrivere ho già risolto il tema del coinvolgimento perché divento la storia e i personaggi di cui sto raccontando. Paradossalmente il “coinvolgimento totale” mi permette anche di essere distaccata, come fossi la macchina da presa e, nello stesso istante, gli attori.

 

 

Come hanno origine le tue storie? Un’idea, una situazione, un ricordo...

 

Hanno origine da tutti e tre questi stimoli. Nel caso di Non ti voglio vicino il punto di partenza è stato la storia di una donna che mette in azione  una particolare forma di fuga dalla vita: il sonno. Un sonno che  dura più di vent’anni..

 

 

Il tema degli abusi sessuali subiti dalla protagonista quando era bambina. A quali conclusioni sei giunta in merito al problema etico che lo scrittore si pone quando affronta tematiche così delicate?

 

Come accennavo prima, non esistono azioni neutre e lo scrivere impegna perché le parole scritte hanno un peso specifico altissimo. Il mestiere di una scrittrice  è quello di raccontare delle storie e di raccontarle bene, oltre che quello di serbare la memoria. Non esiste, per me, un tema di cui non si debba o non si possa scrivere o parlare. Il punto è come lo fai e perché.

Ho voluto raccontare questa vicenda perché ho ascoltato storie, nel corso di questi  anni, che mi hanno profondamente colpita. E può capitare che chi è stato vittima diventi a sua volta carnefice…  Il silenzio è la prigione peggiore in cui queste persone si ritrovano a vivere.

 

Si può dire che i grandi epicentri del romanzo siano la rabbia, la famiglia e l’amore? La sociologia ha dimostrato che l’idea di famiglia è soggetta al succedersi delle epoche. Ma la rabbia e l’amore, anche questi cambiano nel tempo?

 

Sì, tutta la storia  ruota attorno a questi temi. Ma l’amore, se mal riposto o mal vissuto, può generare molti altri sentimenti. La rabbia, certo, ma anche l’incomprensione, la fuga e la follia.

Credo che tutti i sentimenti, non solo la rabbia e l’amore, cambino nel tempo perché è in continua mutazione ciò che li crea e siamo in continua mutazione noi e il nostro modo di sentire e di esprimerci. Senza perdere di vista che si tratta di emozioni e passioni soggettive, legate profondamente al proprio modo di essere.

E racconto anche l’amore per la mia città: Milano.

 

 

Nel tuo blog (barbara-garlaschelli.splinder.com) hai scelto di dare una sorta di anticipazione  per brevi stralci del tuo romanzo. Ci spieghi la tua dualità di scrittrice sul web e su carta? Utilizzi gli stessi registri, le stesse formule comunicative?

 

Mi piace molto “giocare” con il mio blog, nel quale ospito spesso scritti di altri piuttosto che miei, perché vivo questo spazio virtuale come a una piazza; un luogo, cioè, dove le persone che amano leggere e scrivere possono esprimersi. A differenza del blog, invece, il libro è uno spazio soltanto mio.

Vivo i due mondi  in modo molto diverso, nel senso che sul blog mi permetto una scrittura più istintiva, di “pancia”, mentre nei libri questo non accade. Scrivo e riscrivo e butto via e riscrivo e riscrivo ancora fino a quando ho trovato la parola giusta, la frase  che risponde esattamente a ciò che voglio esprimere, all’immagine che ho nella mente.

Per Non ti voglio vicino ho voluto provare a fare sul blog una sorta  di Dietro le quinte perché mi pareva divertente l’idea di lanciare piccole suggestioni sul mio lavoro.

 

 

Se si dovesse inquadrare il tuo romanzo in un genere, come lo definiresti?

 

Romanzo tout court J

 

Sei contraria alla suddivisione per generi?

 

No, non lo sono. Sono nata come autrice di genere noir. Però non sono nemmeno schiava delle definizioni che, spesso, rappresentano, per gli editori, un modo semplice per “dirigere” l’attenzione dei lettori da una parte o dall’altra. Di bello c’è che i lettori sono più liberi di quanto non immaginiamo… O, almeno, questo è ciò che spero.

 

Ci saluti con una citazione da “Non ti voglio vicino”?

 

Racconto mia madre e mio padre.

Racconto un filo che non si è mai spezzato.

Racconto un ponte fatto di vento.

Racconto di me, musica incompiuta.

Perché noi siamo tutto quello che è avvenuto prima, anche quando non lo sappiamo.

Racconto con tutte le voci che ho.

 

Nei loro nomi.

 

 

 

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