Ballata contro stili prevalenti
Davide Monda
Parole, sì, parole a profusione
che parlan di parole senza prole,
covano dentro il mondo fomentate
dal demonico niente che ci spolpa.
Carogne dalle fogne tiranneggiano –
nel magma crudo, osceno, irreversibile,
forse, dell’oggi – riempiendo di vuoti,
giocando astutamente con le lingue.
Frattanto il nero sepolcro del senso,
colato nelle vene, in mezzo al petto,
trasforma il mio mattino in folte tenebre,
tritura gli universi che ho dinanzi.
Investigando il ventre del gran male,
radiografo lo scempio che ci attornia:
città vocate al peggio cogitabile
accolgono plebaglie d’ogni sorta;
e il peggior morbo di culture aliene
dirige e, dimenandosi, dilacera
la placida ignoranza del passante,
sedotto dal rotondo chiacchiericcio.
Grammatiche, stilistiche, modelli
non hanno qui funzioni condivise:
franto è un sapere logico, e il pensiero
assetato di leggi ora languisce.
E i giorni passeranno come giorni
dispersi fra le chiacchiere e le rogne:
malafede, menzogne e supponenze
guasteranno la musica del cosmo.
Se morto è il giusto e tradito il perdono,
perché restare? Per giovare un poco
a chi non se ne va, mirando altrove.
Ma tutto si scompiglia, anche nei volti.
“Salviamo dignità, doniamo linfa!”
Ma, nella casba dei poteri assurdi,
che svena libertà senza pietà,
pure i migliori implorano fiducia…
Che Dio ci sia non serve più provarlo:
parlano tradizioni ed evidenze.
Che il Logos curi ognora i nostri passi,
lo vivo, non lo posso dimostrare.
Allora? Ebbene allora non c’è un’ora
che dia tregua al fatidico tormento
che oppone le parole alla Parola,
bruttando ogni esperienza di bontà.