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La ballata dei viventi

 

(2004)

 

Maurizio Clementi

 

 

I

 

 

Canto le cellule degli organismi,

canto la vegetale fotosintesi,

canto la linfa che dalle radici

degli alberi sale alle alte foglie,

ancora per poco ancora per poco;

canto i bramiti, i barriti, i ruggiti,

e gli altri antichi richiami animali,

canto i vagiti dell'uomo bambino,

il canto più flebile e solo,

prima che cambi sé in frigido sistro

di metallo osceno e sconosciuto,

e finalmente canto il rifiuto,

il rifiuto più aperto e sincero

e ormai sinceramente rassegnato

di questo mondo assente di già morti.

Canto gli affanni della rondinella

sola, a parte dalle compagne, radente

i tetti, i comignoli e le antenne,

prima di posarsi triste e bella;

canto la vita profonda dei fiori

silenziosa come voce dei profeti

salire profumando dal terriccio,

canto la moltitudine delle erbe

che si stringono a folla solidale

capace di sorreggere il mio capo

mentre lontano sfollano le turbe;

canto la vita prossima a morire,

canto ogni vita che passa e lascia tracce,

anche solo umilissime e rare,

sull'arena calpestata della terra;

canto chi mi amò e le facce

di coloro che a memoria io accarezzo

ad ogni tramonto trepido, e alla sera,

e lo sgorgo puro di una fontanella

dipinto in un paesaggio di campagna,

dove le vacche vanno a dissetarsi

(l'acqua è una ricchezza cellulare),

canto la simmetria radiale

del torso dei mammiferi viventi

e di altri più piccoli organismi;

canto i pesci boccheggianti come amanti,

i serpi rinsecchiti come sterpi,

i volatili annegati in fondo al cielo,

remiganti e futili,

canto tutto quanto vive e lascia tracce.

 

 

II

 

 

Perché se penso alla vita come nasce,

come si òrgana in tutti i suoi rapporti

suddivisioni e cameratismi

e come il dorso di una coccinella

sia fatto di due metà precise,

e come lei lo sa e le usa

con divina sincronia gestuale,

credo allora che tutti gli organismi

siano una sfida al cosmo inerte

di materia inorganica, per poco

per poco, è naturale;

perché noi pure ci trasmuteremo

in relitti inanimati, foreste

pietrificate di cellule morte,

reticoli di cristallo senza eco.

Se penso alla vita come nasce

io penso alla barriera di rumore

da cui è circondata, prima e dopo,

al rumore degli urti di molecole,

e a quell'ordine che diffonde seco;

poi, dopo un breve tempo di armonia

il caso, ecco, assegna il punto e a capo.

Canto il movimento disperato,

di qua e di là di sopra e sotto

di organismi alla conserva della vita

come con una spina in petto:

perché c'è questo che ci assembra,

umani e viventi di altra specie,

il movimento, l'impulso a respirare,

la percezione sensoriale,

la pena quotidiana delle membra,

in un cosmo che sopprime le galassie

in buchi neri come pece.

Se penso a come cresce su una forma:

il fusto, il torso o il carapace,

la funzione motoria delle gambe

o rami, zampe, pinne bisecate,

obbedienti ad un'omologia,

vedo una fratellanza elementare

che si estende a tutti gli organismi.

Per tanti la vita è solo questo,

ma per altri la vita è riflessione,

quell'autovita della mente,

specchio e anche rete di sinapsi,

una specie di vita a se stante,

che non resta, è creativa, divergente,

ma poi dopo cade e tace

fra le cellule morte,

quando i fiori dal capino rosso

irraggiano di bellezza tutto il campo

e il sole scalda le umili erbe del fosso.

 

 

III

 

 

E la mente, "la mente" che cos'è?

E' una cosa che ci avanza sui viventi,

un di più della vita che ci è dato,

o è un rifugio a tutti noto

dove vivere sempre dall'interno?

E' un soggetto unitario, un sesto senso

o un immenso reticolo di celle?

Se cammino sull'orlo di un burrone,

in montagna, su un prato di erba alta,

del declive paese di Abetone,

io ho più netta percezione

del mio corpo, un  di più di adrenalina,

so che al fondo, sulle rocce, fra gli sterpi

teneri da lontano nel guardarmi,

c'è la fine, e in questo uguale al cane,

il cane, il folto husky che è con me,

che scalcia, ansima e non guarda

l'abisso, e mi batte col suo muso

a proteggermi; ma ecco, all'improvviso,

mi fermo e guardo il sole dalla cima

ed ho netta sensazione di trovarmi

sopra un monte d'Appennino dal mattino,

a un'altezza di millequattrocento,

sopra un mare di pesci addormentati,

che non vedo ma provo a immaginare,

a milleseicento metri dal fondale,

dai relitti dalle chiglie distrutte,

e a milioni di chilometri dall'astro,

su una retta a scala graduata.

La mente percepisce differenze

e differenze d'altre differenze,

come un regolo sempre più efficiente,

e la mente percepisce sé all'esterno

come un ladro sorpreso dietro l'uscio,

e non c'è parola adatta a definire

quello stupore interno del guardarsi

muovere, vivere, divergere,

fino al giorno fatale, all'imbrunire.

E la mente e il sé fanno sistema,

un sistema deperibile, sicuro,

ma un sistema omogeneo ed armonico

che procede col passo ed il respiro

di un corpo e una persona.

E c'è poi il sentimento dei pensieri,

si chiama "la coscienza" e non ha fine,

come un nàrvalo risale la corrente

supera poi il vortice concentrico

e arriva a un mare calmo e iridescente:

"la memoria", della specie umana

amplificazione cerebrale.

L'acqua della memoria lascia tracce

profonde come pene di un'infanzia

lontana ma non più cancellabile,

specie se prossima è la fine:

allora è come se le facce

scomparissero una ad una, e dentro al nulla

non ci fosse più spazio sufficiente.

La memoria consapevole è "la storia",

qualcosa che comincia dalla culla.

 

 

IV

 

 

La storia non è un oggetto da osservare

ma il senso del pensiero più elevato:

distanza immateriale,

presenti in un momento tutti i tempi,

la storia è il livello superiore

dell'autocoscienza più profonda,

perché è una negazione, nessun-luogo, un non,

che appare alla mente tramite e presenza,

un modo di pensare, sempre un dubbio

fisso nello sguardo dell'adulto.

Autodisciplina della mente,

adesso mi soccorri, forse

è tutto sbagliato, forse cambierò domani

in consapevolezza, niente

è ciò che penso oggi,

è solo la neve dell'inverno

quando la bella primavera è là.

E allora io rifletto sopra il tempo,

me compreso nell'onda della storia,

e allora io mi spingo sempre fuori

di me, guardandomi dall'alto come specie

in continua evoluzione, un campo

senza fiori certi, né stagione,

un piano senza fissa superficie.

Da qui io guardo fuori, dentro il vuoto,

ma so che il nero vuoto là non c'è,

oltre la materia delle cellule

io avverto solo un ultimo livello,

e l'ultimo livello è "l'Essenza",

il Non Finito, il Non Pensiero

che mi pensa: Dio, che mi rappresenta

e a cui non posso ascendere

da solo, ma in rapporto coi viventi,

per comparazione e compresenza,

ancora per poco, ancora per poco,

un anno, un mese, un giorno,

come un piccolo batterio in contorsione,

fino a quando dura il moto…

 

 

 

 

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