Arthur Rimbaud, Illuminations, Traduzione e commento di Adriano Marchetti, Villa Verucchio (Rn), Pier Giorgio Pazzini ed., 2006, pp. 207, € 12,00.
In Adriano Marchetti, l’annosa frequentazione della letteratura francese pare prediligere quei luoghi di essa in cui gli istituti che la costituiscono – e in primis la lingua – generano e insieme patiscono l’urgenza di ridefinirsi, in un incontenibile empito di fondazione e di liquidazione. Gli autori del suo canone (Maurice de Guérin, Arthur Rimbaud, René Char, Max Loreau, Simone Weil, ma anche figure ibride, tra scrittura creativa e scrittura critica, come Jean Paulhan o Suzanne Lilar) lo dimostrano: l’audacia espressiva e sperimentativa, la fulminea simultaneità dell’evocazione, il superamento della distinzione tra denotazione e connotazione, «la materialità del testo, sonora e scritturale» come invenzione del «processo della propria formazione» sono i caratteri che sembrano orientarne la scelte ermeneutiche, giacché, se è vero che «l’intraducibilità della poesia è il sale del tradurre» (e dell’interpretare), alcuni libri con la loro inafferrabile lontananza, con la loro «estraneità e traslucida opacità», fanno sì che la versione in una nuova lingua, «dissimulandosi essa stessa nel gesto di un’altra scrittura», li riveli nella loro interezza.
In questo senso nessun’altra opera, quanto le Illuminations del poeta di Charleville, interroga le competenze del traduttore-interprete, che, «figura della mediazione e della complicità, è compromesso nella relazione che esiste tra la parola e l’essere» (A. Marchetti, Charles du Bos: «Che cos’è la letteratura?», in Scritture di passaggio, Verona 2007, p. 13). I brevi ma lancinanti poèmes en prose che costituiscono il volume rimbaldiano, emblemi caleidoscopici del secolo in cui furono scritti, ricevono da Adriano Marchetti una nuova veste, nel tentativo «di restituire il testo, non in senso assoluto e univoco, ma il più possibilmente equo, conservando l’equivocità dei termini, contemplati in rigorosa correlazione e orientando l’attenzione a cogliere il tenore e il sapore letterale dell’originale, il suo peso semantico, i suoi valori ritmici e sonori, i suoi timbri». È un fatto, del resto, che la parola di Rimbaud non si possa ridurre al suo significato metaforico, allegorico e nemmeno simbolico, ma vada accolta come una forma moderna e irrisolvibile di rivelazione, «nel senso duplice ed essenziale dell’epiteto, poiché custodisce in sé, raccolta, l’energia originaria espressa, ma in quanto tale mai propriamente recuperabile, dimostrabile».
La spinta eversiva di Rimbaud non è semplicemente un effetto della sua precocità, ma il bisogno stesso di infrangere il positum, ovvero di demolire l’orgoglio miope di un’età che mistifica il proprio declino, trincerandosi dietro alla presunzione della omologia tra soggetto pensante e mondo pensato. Joë Bousquet ebbe a sostenere che «Tutto ciò che si può intravedere, Rimbaud l’ha superato. L’evidenza è stata in lui sollevamento. Si è servito di tutta la sua immaginazione per vedere come essa fosse (e come egli fosse) questa realtà di cui l’esistenza dell’uomo sarà soltanto il fremito. Vedere tale grado significa oltrepassare colui che si è, misurare la sua disperazione in ciò che sussiste e salta con il tutto. In un mondo inaccettabile non si può accettare se stessi. Ebbene tutto è sempre inaccettabile. La guerra non è nulla in quanto non è tutto. Rimbaud è tutto ciò che distrugge. Essere vuol dire distruggere ciò che è servito all’uomo per creare».
Il volume che Adriano Marchetti propone per i tipi di Pazzini, oltre alla traduzione dello scritto rimbaldiano (rigorosamente a fronte), si correda di una snella Introduzione e di una Premessa, in cui si rende conto della travagliata gestazione dell’opera. Sono invece relegati in calce al libro gli apparati esegetici, i quali tentano una rispettosa interpretazione del testo, secondo una concezione dell’ermeneutica come «luogo che compropria l’autore e il critico», nella «perenne e vana pretesa soggettiva di porsi su un piano distante dall’oggetto».
Ormai nessun poeta e – sembra suggerire Marchetti – nessun critico possono dirsi tali, se non hanno attraversato prima la perdurante questione rappresentata da Arthur Rimbaud, tentato «l’ampiezza e la profondità della sua rivoluzione artistica, anche dopo l’immensa letteratura interpretativa che ne è germinata». «Se la storia della critica ritraccia la sfida ai miti, Rimbaud resta pur sempre il virtuale prigioniero della forza magnetica che lo attira verso il lettore, lettore “fraterno” e “assassino”, nella morsa della sua brama di possesso e nei lacci della sua soggezione passionale. La posterità prova d’istinto il bisogno di venerarlo e abbraccia senza esitazione la sua causa in tutti i conflitti che lo hanno visto, vivente, contro i filistei» (A. Marchetti, Rapsodia selvaggia. Interpreti francesi di Rimbaud, Città di Castello, Marietti, 2008, p. IX).
(Lorenzo Tinti)