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BREVE STORIA DELL’ANTISEMITISMO

DAL 1870 FINO AL TERMINE DELLA SECONDA GUERRA

 

LORENZO TINTI

 

 

 

La Storia dell’antisemitismo di Léon Poliakov, nell’edizione italiana più recente (Firenze 1990), si articola in quattro volumi per un complesso di circa millecinquecento pagine a stampa e analizza un segmento cronologico che dai tempi di Cristo si estende fino al fatidico 1933, anno della salita al potere in Germania di Adolf Hitler. Eppure la parola “antisemitismo”, al tempo in cui Poliakov dava alle stampe il suo saggio (1955), esisteva da meno di un secolo.

   Certo, è intuitivo che la realtà anticipi i concetti che la descrivono e che su di essa proiettano a posteriori lo sforzo conoscitivo dell’uomo. Non v’è dubbio, difatti, che la forza di gravità atterrasse le mele ben prima che Newton le desse un nome o che in una parte riposta dell’animo umano si agitasse qualcosa di torbido ben prima che Freud introducesse l’idea di inconscio; analogamente risulta evidente anche a chi abbia una conoscenza storica aurorale come i rappresentanti della cultura ebraica abbiano subito quasi sistematicamente nel corso dei secoli l’avversione più o meno violenta dei gruppi etnici con i quali si trovarono via via a convivere. Nondimeno, se è sempre lecito interrogarsi sulla legittimità metodologica di far reagire retroattivamente il passato alla luce di una categoria critica seriore, lo è a maggior ragione per quanto concerne la nozione di “antisemitismo”, la quale fin già dalla sua strutturazione etimologica denuncia nell’atteggiamento oppositivo verso gli ebrei un cambiamento eziologico, che con buona approssimazione si può ritenere contemporaneo alla nozione stessa. Giacché, mentre in precedenza cause di carattere religioso erano risultate preponderanti nella scaturigine del fenomeno persecutorio antiebraico (che, quindi, sarebbe più corretto definire antigiudaismo), è solo alla fine del XIX secolo, parallelamente all’imporsi dei nazionalismi europei, che a quelle si sostituirono motivazioni di tipo razziale. «Nella seconda metà del XIX secolo la vita ebraica nell’Europa occidentale si era trasformata. Gli ebrei non erano più un gruppo minoritario immediatamente identificabile, godevano di pieni diritti civili, si mescolavano liberamente con i gentili e svolgevano il loro ruolo nella vita politica, economica e culturale delle nazioni in cui risiedevano. La maggior parte dei riformatori riteneva che questa situazione avesse definitivamente eliminato il sentimento antiebraico, ma purtroppo non era così. Negli ultimi decenni del secolo sorse un’ostilità ancora maggiore nei confronti degli ebrei per diversi motivi» (D. Cohn-Sherbok e L. Cohn-Sherbok, Breve storia dell’Ebraismo, Bologna 2001, p. 123).

   A farsi interprete intorno al 1870 di questo mutamento culturale e a coniare per primo il termine “antisemitismo” fu un giornalista tedesco, Wilhelm Marr (1819-1904), il quale tentò così di fornire una patente di legittimità scientifica alla confusa formula tedesca Judenhass (“odio degli ebrei”). Nello stesso anno, 1879, egli pubblicò l’opuscolo Der Weg zum Siege des Germanentums über das Judentum (“La strada verso la vittoria del Germanismo sul Giudaismo”) e fondò la AntisemitenLiga (“Lega antisemita”), organismo che per la prima volta si impegnava pragmaticamente e programmaticamente in un progetto di allontanamento coattivo della componente ebraica dalla Germania, per la tutela e la protezione di quest’ultima. «In precedenza, all’odio verso gli ebrei era stata data una giustificazione religiosa; gli ebrei avevano rifiutato la salvezza offerta da Gesù ed erano condannati nell’immaginario popolare in quanto assassini di Cristo. La concezione di Marr era piuttosto diversa. Secondo lui gli ebrei erano un popolo biologicamente straniero, inammissibili in quanto appartenenti a una razza diversa ed estranea; Marr riteneva che la storia moderna dovesse essere intesa come una continua lotta tra lo “straniero semita” e la “schiatta nativa teutonica”» (D. Cohn-Sherbok e L. Cohn-Sherbok, Ibidem, p. 123).

   Difficile districare il viluppo di sollecitazioni teoriche che avevano preparato l’azione di Marr, il quale del resto non seppe indicare con precisione le specificità dei diversi gruppi razziali, sviluppando per converso un discorso di tipo economico (il controllo da parte degli ebrei della finanza e dell’industria tedesche) e politico (la responsabilità del liberalismo tedesco nell’emancipazione degli ebrei). A monte delle ricerche ematologiche di Eugen Dühring e di quelle frenologiche di Houston Stewart Chamberlain, è altresì improbabile che Marr fosse a conoscenza delle teorie razziali di Arthur de Gobineau esposte nel 1853 attraverso il Saggio sulla diversità delle razze umane (tradotto in Germania solo a partire dal 1898). È verosimile invece che egli fosse stato influenzato dall’ideologia del darwinismo sociale, che proprio in quel tempo attecchiva presso l’intellighenzia tedesca grazie alla divulgazione di Ernst Haeckel. Così come è credibile che Marr, convinto conservatore, fin dalla giovinezza avesse subito l’influsso dei proclami pangermanici e nazionalistici che a partire dagli anni ’20 del secolo erano pervenuti dal movimento del Burschenschaft, imbevuto di idealità romantiche e del mito herderiano del Volk.

   Sullo scorcio dell’Ottocento, tuttavia, l’urgere di atteggiamenti antisemiti non era ad esclusivo appannaggio della Germania, come avrebbe dimostrato l’Affaire Dreyfus in Francia e la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Sion per quanto riguarda la Russia; due eventi che segnarono ben più il culmine di processi annosi ed articolati che non isolate parentesi patologiche nella storia sociale delle rispettive nazioni, come spesso invece vengono ancora presentati.

   «Per diversi anni la Francia diventò la seconda patria di chiunque provasse in una maniera o nell’altra interesse per il dibattito internazionale intorno agli ebrei. […] Resta il fatto che già prima che questo [l’affare Dreyfus] scoppiasse la Francia rappresentava, nel mondo occidentale, il secondo focolaio delle campagne antisemitiche, e che non ve n’era un terzo: si era avviato quindi a questo proposito una sorta di dialogo franco-tedesco di cui siamo tentati di chiederci se non fosse per caso indice di una certa affinità, magari risalente ai tempi antichissimi allorché i discendenti di Carlo Magno regnavano sulle due sponde del Reno e la futura Germania si chiamava “Francia orientale”» (L. Poliakov, Storia dell’antisemitismo, IV, Firenze 1990, pp. 35-36).

   Dopo Le Juif, le judaïsme et la judaïsation des peuples chrétiens del cattolico Gougenot des Mousseaux (1869), che aveva saputo recuperare l’archetipo del complotto ebraico-massone a danno dei cristiani e che aveva ricevuto la benedizione di papa Pio IX, si deve ricordare la comparsa dei primi periodici francesi dichiaratamente antisemiti: l’«Antijuif» (1881) e l’«Antisémitique» (1883), il secondo dei quali seguì di poco la bancarotta della Union générale, attribuita dal suo fondatore alle manovre dei Rothschild, famiglia di potenti finanziatori ebrei. Solo dal 1886, tuttavia, con l’enorme successo di pubblico de La France juive del giornalista Edouard Drumont, si può legittimamente parlare di agitazioni antisemite di massa, mentre in precedenza l’ideologia antiebraica si era contenuta nei termini di un pregiudizio culturale, di «una tradizione un po’ disonorevole della vecchia Francia» (come avrebbe scritto su «Le Figaro» Maurice Barrès il 22 febbraio del 1890). Il saggio di Drumont, che rileggeva la storia recente di Francia in chiave teologico-razzista e individuava nell’influenza ebraica un elemento perturbatore del naturale progresso ariano, innescò una vera e propria proliferazione di titoli antisemiti, tra i quali si possono ricordare La Russie juive di Wolski (1887), L’Algérie juive di Meynié (1887) e L’Autriche juive di “Doedalus” (1900). Per quanto l’antisemitismo francese di questo periodo annoverasse proseliti soprattutto tra i cattolici e i conservatori anti-rivoluzionari, non gli mancavano sostenitori nemmeno in ambito «laico, scientista o integralmente razzista» (Poliakov, cit., p. 50). Basti pensare alle opere psicologiche di Gustave Le Bon (Du rôle des juifs dans l’histoire de la civilisation), a quelle filosofico-biologiche di Jules Soury o a quelle antropologiche di Georges Vacher de Lapouge (L’anthropologie et la science politique).

   Ad ogni modo, l’evento che per visibilità e clamore suscitato s’impose all’interesse politico francese ed europeo (quando non mondiale) fu il cosiddetto Affaire Dreyfus. Alla fine del 1894 l’unico ufficiale ebreo dello stato maggiore francese, il capitano Alfred Dreyfus, fu accusato di alto tradimento a favore della Germania e condannato all’unanimità dai membri di un tribunale militare alla deportazione a vita sull’isola del Diavolo, in base a un solo indizio consistente in un dossier segreto. Il processo si svolse a porte chiuse e del suddetto dossier venne reso pubblico solo il bordereau, ovvero una lettera autografa destinata all’addetto militare tedesco Schwartzkoppen. Dopo due anni il colonnello Picquart, integerrimo ufficiale di fede protestante che ricopriva la carica di capo dell’ufficio informazioni dello stato maggiore francese, affermò di possedere le prove dell’innocenza di Dreyfus e di aver individuato il vero colpevole nel maggiore Walsin-Esterhazy, nobile di origine ma oberato dai debiti di gioco. Il colonnello fu rapidamente rimosso dal suo ufficio e trasferito in zona di guerra. Nondimeno, nel giro di un anno, le informazioni che egli riuscì a far trapelare in direzione del vicepresidente del senato Scheurer-Kestner unitamente alla campagna di stampa innocentista avviata dallo scrittore ebreo Bernard Lazar, per nome della famiglia Dreyfus, incendiarono l’opinione pubblica. A capo della fazione dei dreyfusards si posero alcuni intellettuali di ispirazione democratica e repubblicana; il leader radicale G. Clemenceau, in particolare, trasformò la testata che dirigeva, L’Aurore, nella sede deputata per la difesa di Dreyfus, facendo pubblicare nel gennaio del 1898 l’esplosivo articolo di Emile Zola dal titolo J’accuse. Lo stato maggiore dell’esercito rispose difendendo i propri interessi corporativi: fece arrestare Picquart e processò Zola per vilipendio alle forze armate.

   I diversi momenti del processo contro Zola, che alla fine venne condannato, divennero la cartina al tornasole della coscienza civile francese, riscuotendo un’enorme attenzione in tutta la popolazione fuori e dentro i confini nazionali. «Mentre l’affare Dreyfus nei suoi più chiari aspetti politici appartiene già al XX secolo, il processo col suo strascico di cause è tipico del XIX, un secolo che aveva un appassionato interesse per i processi, perché in ogni sentenza poteva essere messa alla prova la sua maggiore conquista, l’eguaglianza davanti alla legge. Una caratteristica del periodo è che un errore giudiziario faceva divampare le passioni politiche mettendo in moto un’interminabile sequela di cause, duelli e risse» (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino 1999, pp. 126-27).

   L’epilogo della vicenda confermò le convinzioni degli innocentisti, ma al di là dei fatti dimostrò la persistenza nell’immaginario collettivo di buona parte dell’Europa coeva di pericolosi fermenti xenofobici e di radicati pregiudizi razziali. «Dell’affare Dreyfus rimasero soltanto due elementi politici, l’odio contro gli ebrei e il disprezzo per la repubblica, il parlamento e l’intero apparato statale, che un grosso settore dell’opinione pubblica continuò a identificare con l’influenza ebraica e il potere delle banche. Il termine “anti-dreyfusard” venne usato, fino ai tempi più recenti, per indicare tutto ciò che era antirepubblicano, antidemocratico, antisemitico: dal monarchismo dell’Action Française al nazionalbolscevismo di Doriot e al socialfascismo di Déat» (H. Arendt, Ibidem, p. 129). Walsin-Esterhazy fu esonerato con infamia dall’esercito e confessò di aver contraffatto, obbedendo a ordini di superiori, il bordereau attribuito a Dreyfus; un altro ufficiale, il colonnello Henry, poco prima di suicidarsi, rese noto di aver egli pure messo mano al dossier e di averlo adulterato. Nonostante poi la corte di Rennes avesse confermato la condanna di Dreyfus, nel settembre del 1899 egli venne graziato dal presidente della Repubblica Loubet, più per timore di un boicottaggio internazionale dell’Esposizione mondiale di Parigi prevista per l’anno venturo che per una reale evoluzione giuridica del caso. E ciò è dimostrato dal fatto che la Cassazione avrebbe ufficialmente annullato la sentenza della corte di Rennes solo nel 1906 e che comunque, quando nel 1908 Dreyfus venne aggredito e percosso per strada, il tribunale assolse l’aggressore.

   Tutta la questione dimostrò la pervasività della stampa moderna ma anche la sua sostanziale impotenza di plasmare le opinioni pubbliche, cementate da pregiudizi e da interessi corporativi e guidate ben più dalla minaccia e dalla retorica della violenza che non dalla forza persuasiva della ragione. In particolar modo, i processi legati al caso Dreyfus rivelarono per la prima volta con tanta chiarezza l’instabilità e la manovrabilità da parte delle lobbies di potere della folla, identificata nel popolo sovrano. Le forze nazionalistiche (rappresentanti dell’aristocrazia più reazionaria, del clero più conservatore e antirivoluzionario e dell’esercito), magari attraverso formazioni extraparlamentari e semi-clandestine (come la Ligue antisémite diretta dall’avventuriero Guérin e composta da marginali e degradati sociali) e attraverso lo strumento dell’intimidazione, controllarono costantemente la piazza, spesso coadiuvate dal permissivismo delle forze di polizia. Fu facile ribattere colpo su colpo alle parziali conquiste degli intellettuali dreyfussardi e fomentare alla base, nella plebe, fenomeni di tipo razziale: la casa di Zola fu ampiamente danneggiata e lo stesso Scheurer-Kestner fu aggredito e malmenato. «Se è un errore comune del nostro tempo immaginare che la propaganda possa ottener tutto e convincere la gente di qualunque cosa, purché si presentino gli argomenti con sufficiente abilità e si gridi abbastanza forte, l’errore di quel periodo era pensare che, “voce di popolo, voce di Dio”, il compito di un capo fosse […] quello di seguire supinamente quella voce. Entrambe le opinioni derivano dalla stesso errore fondamentale, quello di identificare la plebe col popolo invece di considerarla come una sua caricatura» (H. Arendt, Ibidem, pp.). Il 2 febbraio 1898, dalle pagine del suo giornale, Clemenceau osservava che «il popolo sovrano cacciato dal suo trono di giustizia, si mostra privato della sua infallibile maestà. Non è più possibile negarlo ormai, è con la complicità del popolo stesso che il male è tra noi. Il popolo non è Dio. Lo si è appena divinizzato e il nuovo Dio cade subito nell’abisso».

   Nel frattempo l’Impero di Nicola II stava diventando un altro focolaio di diffuso antisemitismo; dopo l’assassinio dello zar Alessandro II (1881), che aveva per primo riconosciuto a norma di legge la parità dei diritti agli ebrei russi, si diffuse la voce che questi ultimi fossero stati i responsabili dell’omicidio. Nel giro di un decennio una serie di leggi limitò drasticamente le libertà civili recentemente conquistate (obbligo di residenza nella sola zona d’insediamento, esclusione dall’università e dalle professioni, espulsioni) e in particolare dal 1881 al 1884 l’Ucraina fu sconvolta da un’ondata di pogrom contro la comunità ebraica, largamente impunita dalle forze dell’ordine.

   Di lì a poco, la Russia si sarebbe dotata di un formidabile strumento di propaganda antiebraica, un’opera letteraria intitolata Protocolli dei Savi di Sion, la quale, per quanto sia stata irrefutabilmente smascherata come falso, continua ancora oggi ad essere sfruttata come mezzo di polemica antisemita e antisionista. Il testo, primo vero rappresentante della letteratura cospirativa, venne pubblicato a puntate sul quotidiano di San Pietroburgo Znamia (“La bandiera”) dal 28 agosto al 7 settembre del 1903 da Pavel Kruševan, responsabile del recente pogrom di Kishinev, e successivamente (nel 1905) dal prete S. Nilus in appendice alla terza edizione del suo libro Il Grande nel Piccolo: la venuta dell’Anticristo ed il Regno di Satana sulla Terra. Con ogni probabilità, tuttavia, lo scritto fu steso originariamente nel 1897 a Parigi, e in francese, da un agente dell’Ochrana (la polizia segreta imperiale), M. Golovinskij.

   I Protocolli dei Savi di Sion si presentano come un presunto documento segreto redatto dagli anziani della comunità ebraica e destinato ai rappresentanti giovani di essa, nel quale, secondo le modalità tradizionali di ogni teoria del complotto, si delinea un piano per la conquista e il dominio del mondo da parte degli ebrei. Il piano operativo della strategia si estrinseca attraverso il controllo dei media e della finanza, la diffusione delle idee liberali (soprattutto in relazione alla promozione della libertà di stampa), il sovvertimento della morale corrente, la contestazione delle autorità legittime e dei valori cristiani e patriottici. La massoneria stessa non sarebbe altro che uno strumento nelle mani degli ebrei. Da tempo, come accennato, è stata dimostrata la natura raccogliticcia dell’opera e si sono individuate le fonti da cui è stata tratta, molte delle quali – come il Dialogue aux enfers entre Machiavel et Montesquieu di M. Joly (tradotto in Russia nel 1872), il Biarritz di H. Goedsche o il romanzo I misteri del popolo di E. Sue – non erano neppure correlate al problema ebraico. Già l’indagine segreta promossa dal Presidente del Consiglio Pyotr Stolypin nel 1905 confermò la reale origine del documento, ma i risultati non vennero divulgati per non infamare il capo dell’Ochrana, Piotr Račkovskij, e i suoi agenti; nondimeno, per quanto lo zar Nicola II avesse ordinato il sequestro dei Protocolli, le edizioni del testo continuarono a proliferare e a diffondersi. Quando poi, dopo la rivoluzione del ’17, il documento venne adottato dal movimento dei “bianchi” per denunciare l’origine ebraico-massonica del movimento bolscevico, esso si impose all’interesse di tutto il mondo: nel 1920 si ebbero le prime traduzioni inglese (a cura di V. Marsden), tedesca (a cura di Ludwig Müller, seguita nel 1923 dall’edizione di Alfred Rosenberg) e americana (finanziata da Henry Ford). In un solo anno, in Inghilterra andarono esaurite cinque edizioni. Pure, nello stesso 1920, Lucien Wolf pubblicò a Londra uno studio che ricostruiva la storia generativa dei Protocolli e che svelava la loro natura di plagio. Le tesi di Wolf furono riprese l’anno successivo dall’americano Herman Bernstein, nonché dall’inviato a Costantinopoli del Times, Philip Graves, e divulgate in una serie di articoli sulla testata stessa.

   I Protocolli erano nati con la finalità precipua di screditare le forze progressiste e filo-rivoluzionarie russe, presentandole come complici di una più vasta congiura ebraica; non a caso la loro popolarità aveva subito un deciso rilancio dopo la prima rivoluzione russa del 1905 e dopo quella del 1917. Ciononostante, al di là dello scopo per cui erano stati ideati, finirono per fornire un ulteriore avallo ideologico alla propaganda antisemita che avrebbe incendiato la prima metà del XX secolo. Ancora nel 1934 il nazista svizzero A. Zander, attraverso una serie di articoli, sostenne l’autenticità del testo e per questo venne processato e condannato. Con l’affermazione del nazismo, tuttavia, furono le stesse autorità statali a difendere i Protocolli e a sfruttarli per suffragare i provvedimenti razziali che via via venivano presi. Il documento divenne lettura obbligatoria per gli studenti tedeschi e venne usato come prova schiacciante della responsabilità ebraica nella crisi sociale ed economica della Germania postbellica (si ricordino gli editoriali di Julius Streicher sul settimanale antisemita Der Stürmer). Hitler, che vi fece riferimento nel Mein Kampf, e i suoi uomini di fiducia, infine, si servirono dei Protocolli come giustificazione teorica dell’attività di sterminio contro gli ebrei portata avanti nei ghetti e nei campi di concentramento dalle SS.

   Ad oggi, con particolare riferimento alla questione mediorientale, la diffusione del libello di Golovinskij negli stati di ispirazione islamica è tutt’altro che diminuita, né lo è la miope fiducia nella sua autenticità. Numerosi Leader di nazioni musulmane ne hanno sostenuto e continuano a sostenerne (anche finanziariamente) la divulgazione, spesso raccomandandolo come libro di testo nelle scuole dei rispettivi paesi. Dagli egiziani Nasser e Sadat al presidente iracheno Arif, dal re Faisal dell’Arabia Saudita al colonello Gheddafi, dal Gran Mufti di Gerusalemme ad Hamas e fino all’attuale presidente iraniano Ahmadinejad, i Protocolli sono stati ripetutamente sponsorizzati ora come argomento a favore di una lettura revisionistica del fenomeno dell’Olocausto, ora come prova affidabile di una manipolazione della storia recente da parte di una potente lobby ebraica.

   Tra il 1881 e il 1921 gli ebrei dell’Europa orientale, ma soprattutto quelli residenti in Russia, subirono ripetute violenze da parte della popolazione autoctona – in particolar modo dopo l’assassinio dello zar Alessandro II, dopo la prima rivoluzione russa del 1905 e dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 – e molti di essi furono costretti ad emigrare verso paesi più tolleranti. «Tra il 1881 e il 1914 circa due milioni di ebrei dell’Europa orientale emigrarono negli Stati Uniti. Inoltre, 350.000 si stabilirono nell’Europa continentale, 200.000 nel Regno Unito, 40.000 in Sudafrica, 115.000 in Argentina e 100.000 in Canada» (D. Cohn-Sherbok e L. Cohn-Sherbok, cit., p. 126). Né andrebbero scordate le migliaia di uomini che, memori delle promesse della liturgia e della tradizione ebraica, si spostarono in Palestina, spesso svolgendo umili mestieri per sopravvivere. Anzi il movimento sionistico, ovvero l’aspirazione della popolazione ebraica a riacquisire una propria patria negli stessi luoghi dell’antico regno di Israele (come risarcimento dei torti subiti dalla diaspora in poi e come concretizzazione del mito della Terra promessa), conquistò un’autocoscienza sempre maggiore tra la fine del XIX e l’inizio del secolo successivo e si intrecciò indissolubilmente con l’urgere delle coeve ideologie antisemite.

   Già all’inizio degli anni ’80 dell’Ottocento in Polonia, Romania, Russia cominciarono a sorgere spontaneamente le cosiddette Hibbat Zion, associazioni che avevano lo scopo di tesaurizzare fondi per acquistare terre in Palestina dove poi trasferirsi. Nel 1882, inoltre, venne pubblicato il trattato Autoemancipazione del fisico russo Leon Pinsker, il quale riconosceva nella creazione di uno stato ebraico indipendente l’unica soluzione percorribile per garantire alla sua etnia una reale condizione d’uguaglianza politica e per far fronte in maniera efficace all’ondata antisemita che stava attraversando l’Europa. Le continue migrazioni verso nazioni più accoglienti, per lui, non erano che un rimedio inutile, capace unicamente di perpetuare l’inferiorità civile degli ebrei.

   Fu solo, però, con il giornalista austriaco Theodor Herzl (1860-1904) e con le sue meditazioni sul caso Dreyfus che si posero le basi teoriche e programmatiche del sionismo politico. Nel 1896 egli pubblicò un’opera dal titolo Der Judenstaat (“lo stato ebraico”), nella quale riprendeva le idee di Pinsker affidando tuttavia alla comunità internazionale l’onere organizzativo della nuova patria degli ebrei e riconoscendo nella Palestina la regione ideale per la sua costituzione. Il libro, che incontrò resistenze anche in campo ebraico, riscosse nondimeno l’adesione dei giovani intellettuali nonché del movimento delle Hibbat Zion. L’anno seguente Herzl organizzò a Basilea il primo Congresso sionista e fondò l’Organizzazione mondiale sionista, di cui divenne presidente. Fino alla morte egli si impegnò in una fervente, quanto infruttuosa, attività di negoziazione diplomatica con diversi leader politici, arrivando a prendere in considerazione diverse aree per la fondazione d’Israele (tra cui Cipro, la Turchia e l’Uganda). Nondimeno il suo successore, David Wolffson, nel 1907 promosse una risoluzione per il riconoscimento ufficiale della Palestina come unico luogo d’insediamento e per la rinascita della lingua ebraica. Parallelamente alla crescita del numero di ebrei presenti in Palestina (90.000 alla fine della prima guerra mondiale), aumentò l’influenza dell’Organizzazione, all’interno della quale iniziavano intanto a delinearsi partiti d’ispirazione religiosa e altri d’ispirazione laica.

   L’entusiasmo connesso allo scoppio della prima guerra mondiale, almeno inizialmente, sembrò sopravanzare la forza delle ideologie antisemite radicate nelle nazioni belligeranti: rappresentanti dell’etnia ebraica si trovarono a combattere su entrambi i fronti e non di rado professarono la loro sentita adesione alla causa patriottica dello stato per cui combattevano. Anche in questo caso la Germania fornisce un quadro emblematico: voci prestigiose, come quella di Hermann Cohen, di Nahum Goldman o dello psicologo statunitense Hugo Munstenberg, difesero una supposta fratellanza tra lo “spirito ebraico” e lo “spirito germanico”; mentre da parte tedesca si potrebbero citare lo stupore di Chamberlain nel constatare come gli ebrei adempissero «in prima linea come nelle retrovie, al loro dovere di Tedeschi» o la rinuncia all’espulsione di questi da parte dell’associazione antisemita Alldeutsche di Heinrich Class. Del resto, addirittura nella russia zarista testate come il «Novy Voskhod» o la «Gerusalemme di Lituania» confermavano il patriottismo della componente ebraica assimilata. Pure, non appena la guerra mostrò il suo volto spietato e impose le proprie insostenibili privazioni sociali, gli ebrei tornarono ad essere i bersagli privilegiati del malcontento imperante, il capro espiatorio di un malessere crescente: già durante il 1916 il Ministero tedesco della Guerra era letteralmente sommerso dalle denunce contro imboscati e profittatori di guerra, denunce subornate da agitatori che in maggioranza sarebbero poi rifluiti nel partito nazista. Dalle colonne del Preussische Jahrbüchner Max Hildebert Bohem diffuse l’idea che l’elemento semitico rappresentasse nel cuore della Germania (ma in realtà di tutta l’Europa) una sorta di nemico sovranazionale e lo stesso Osvald Spengler, scrivendo Il tramonto dell’occidente, alludeva a una congenita incapacità di assimilazione di questo, nazione magica, con i popoli europei, e in primis con la civiltà tedesca, nazioni faustiane.

   Le cose, se possibile, peggiorarono con la fine delle ostilità: in tutta Europa si diffuse la preclusione o, alla meglio, la limitazione dell’accesso degli ebrei all’università, alle professioni e soprattutto alle cariche pubbliche. In Russia con la rivoluzione bolscevica essi dovettero far fronte, prima, alle angherie sistematiche delle truppe “bianche” (che, in Ucraina e in Bielorussia in particolar modo, provocarono dai 100.000 ai 150.000 morti), quindi, alla politica antireligiosa del governo comunista. Nella civilissima Inghilterra scrittori del calibro di Kipling, Belloc e Chesterton non facevano mistero di avere opinioni antisemite. Di conseguenza crebbero i trasferimenti verso gli USA, almeno fino a quando tra 1921 e 1924 il governo statunitense non varò un sistema di norme restrittive sull’immigrazione.

   Frattanto in Palestina, che dalla fine della guerra mondiale la Società delle Nazioni aveva affidato al controllo britannico, aumentava lo stanziamento di ebrei (circa 160.000 intorno al 1929, circa 500.000 alla vigilia del secondo conflitto mondiale), occupati per lo più in cooperative. Nel 1929 si ebbe la prima rivolta antiebraica degli arabi palestinesi; e la Gran Bretagna, anziché favorire le strategie del sionismo come aveva fin da subito promesso, ostacolò l’emigrazione degli ebrei verso il Medio Oriente. «Nel 1935 una commissione reale inglese propose di dividere la Palestina in uno stato ebraico e uno arabo, ma questa proposta fu respinta nel 1939 in un documento che riduceva ulteriormente l’immigrazione ebraica e prometteva indipendenza alla Palestina entro i successivi dieci anni. Era questa la situazione al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale» (D. Cohn-Sherbok e L. Cohn-Sherbok, cit., p. 133).

   In Germania l’umiliazione subita dopo la pace di Versailles e la prolungata debolezza della Repubblica di Weimar avevano preparato l’ascesa al potere del nazionalsocialismo, fondato da Adolf Hitler nel febbraio del 1920 ma rimasto ampiamente minoritario fino al 1933. Gli anni fra il ’30 e il ’33 segnarono il periodo della grande depressione tedesca (con 6 milioni di disoccupati); su questa situazione esplosiva si inserì abilmente il partito nazista, il quale si fece carico di risolvere il disagio delle classi popolari e della piccola e media borghesia, essenzialmente stornandolo su obiettivi pretestuosi attraverso un’abile propaganda fondata sul culto della violenza e del militarismo, sul nazionalismo, sulla volontà di riscatto militare, sull’anti-bolscevismo e soprattutto sull’antisemitismo, collegato all’idea della superiorità della razza ariana. Dopo l’infruttuoso avvicendamento al governo di deboli coalizioni politiche e dopo le elezioni plebiscitarie del marzo 1933 (il partito nazionalsocialista ottenne oltre il 44% dei voti), Adolf Hitler fu chiamato dal feldmaresciallo Paul von Hindenburg a ricoprire la carica di cancelliere. In appena diciotto mesi egli procedette a creare un solido stato totalitario di cui divenne il Führer, dichiarò fuorilegge i comunisti, sospese le principali libertà civili e istituì campi di concentramento per gli oppositori e, solo successivamente, per gli omosessuali, gli zingari e gli ebrei.

   Lo stato di Hitler risultava ideologicamente simile a quello fascista italiano, ma con un’evidente accentuazione del carattere nazionalistico e razzistico (Mussolini recepirà le leggi razziali solo nel 1938, e lo farà come atto dovuto verso l’alleata Germania). L’abile uso della propaganda, il clima di terrore (Gestapo, SS), il militarismo squadrista collaborarono all’affermazione capillare dell’ideologia nazista. Scomparso il ruolo di mediazione e rappresentanza dei partiti e del Parlamento, rimase solo un rapporto diretto tra il Führer, rappresentante della concentrazione di tutti i poteri, e le masse, allo stesso tempo assoggettate all’unico capo carismatico e sublimate nell’identificazione con esso.

   Hitler aveva sempre scorto negli ebrei dei parassiti degenerati, responsabili principali della crisi economica tedesca e della sconfitta del 1918, degli intrusi che tramavano contro la Germania dal suo interno: «Con gioia satanica nel volto, il giovane ebreo dai capelli neri tende un agguato all’ignara fanciulla che rende impura col suo sangue […]. Con ogni mezzo tenta di distruggere le fondamenta razziali del popolo che ha deciso di sottomettere […]. Furono e sono gli ebrei a portare i negri in Renania, sempre con il medesimo segreto e il chiaro scopo di rovinare l’odiata razza bianca, per mezzo della bastardizzazione che necessariamente seguirà, gettandola giù dalle sue altezze culturali e politiche e assurgendo, l’ebreo, a suo padrone». Conseguentemente, appena salito al potere, cominciò a prendere drastiche misure antiebraiche: il 7 aprile del ’33 espulse tutti i funzionari di origine ebraica dall’amministrazione pubblica e stabilì che per accedere al pubblico impiego bisognasse dimostrare una discendenza ariana di almeno due generazioni; dal 25 aprile  alla metà di maggio del ’33 espulse gli ebrei dalle scuole superiori arrestando scienziati e studiosi e bruciando i loro libri; il 4 ottobre dello stesso anno precluse agli ebrei l’accesso al giornalismo; nel ’35 privò gli ebrei della nazionalità tedesca e vietò i matrimoni misti:

 

Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco (15 settembre 1935): Fermamente convinti che la purezza del sangue tedesco sia essenziale per la futura esistenza del popolo tedesco, ispirati dalla irremovibile determinazione a salvaguardare il futuro della nazione tedesca, il Reichstag ha unanimemente deciso l’emanazione della seguente legge che viene così promulgata: Articolo I 1. I matrimoni tra ebrei e i cittadini di sangue tedesco e apparentati sono proibiti. I matrimoni contratti a dispetto della presente legge sono nulli anche quando fossero contratti senza l’intenzione di violare la legge. 2. Le procedure legali per l’annullamento possono essere iniziate soltanto dal Pubblico Ministero. Articolo II Le relazioni sessuali extraconiugali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco e apparentati sono proibite. Articolo III Agli ebrei non è consentito di impiegare come domestiche cittadine di sangue tedesco e apparentate. Articolo IV 1. Agli ebrei è vietato esporre la bandiera nazionale del Reich o i suoi colori nazionali. 2. Agli ebrei è consentita l’esposizione dei colori giudaici. L’esercizio di questo diritto è tutelato dallo Stato. Articolo V 1. Chi violi la proibizione di cui all’Articolo 1 sarà condannato ai lavori forzati. 2. Chi violi la proibizione di cui all’Articolo 2 sarà condannato al carcere o ai lavori forzati.  3. Chi violi quanto stabilito dall’Articolo 3 o 4 sarà punito con un minimo di un anno di carcere o con una delle precedenti pene. Articolo VI Il Ministro degli Interni del Reich in accordo con il Vice Führer e il Ministro della Giustizia del Reich emaneranno i regolamenti legali ed amministrativi richiesti per l’attuazione ed il rafforzamento della legge. Articolo VII La legge diverrà effettiva il giorno successivo alla sua promulgazione ad eccezione dell’Articolo 3 che diverrà effettivo entro e non oltre il 1° gennaio 1936.

 

Nel corso del 1938 il Reichstag stabilì infine che gli ebrei dovessero denunciare i beni di loro proprietà se superiori a 5000 marchi, non potessero esercitare la professione medica e forense e fossero interdetti da tutti i luoghi pubblici (teatri, cinema, musei, campi sportivi).

   La notte del 10 novembre 1938 (la cosiddetta “notte del cristalli”), in seguito all’uccisione di un diplomatico tedesco da parte di uno studente ebreo a Parigi, in tutta la Germania si scatenò un vero e proprio pogrom antigiudaico: quasi tutte le sinagoghe e i negozi ebraici furono distrutti, furono uccise più di 100 persone e arrestate o deportate oltre 35.000. Fu solo, tuttavia, con l’invasione della Polonia e l’inizio delle ostilità che l’orrore del piano razzistico di Hitler apparve in tutta la sua portata. Il progetto iniziale di rendere la Germania judenfrei costringendo all’emigrazione coattiva l’elemento semitico risultò inattuabile, giacché con l’annessione dell’Austria e poi della Polonia il numero di ebrei di cui occuparsi era cresciuto esponenzialmente. Nacquero così i primi quartieri speciali (ghetti) in cui venne ammassata la gran parte dei due milioni di ebrei polacchi; furono costruiti campi di concentramento e di segregazione, i quali, ideati fin dal 1933 (il primo fu quello di Dachau) ma con funzione di contenimento forzoso del dissenso, si trasformarono progressivamente in centri di sterminio organizzato.

   La nuova soluzione prevista consisté nel deportare gli ebrei europei (si erano frattanto conquistati Belgio, Olanda, Francia, Danimarca, Norvegia) nei territori polacchi occupati; questa operazione contemplava ovviamente la collaborazione della stessa comunità ebraica. Ogni ghetto possedeva un’amministrazione autonoma, i Consigli ebraici, a cui i nazisti delegavano la gestione e la risoluzione dei principali problemi logistici e organizzativi e di cui sfruttavano la produzione industriale a fini bellici. In tal modo, nei ghetti (e così nei campi con i Kapos e le Squadre speciali), si venne a creare una sorta di cooperazione delle vittime coi loro carnefici, basata sull’illusione che i nazisti potessero essere trattenuti dal procedere al genocidio da considerazioni di tipo utilitaristico. L’accorgimento nazista, nondimeno, contrastava con la necessità di procurarsi “spazio vitale” a Est: infatti i territori orientali annessi avrebbero dovuto servire da insediamento per i tedeschi. Così il concentramento di ghetti in Polonia non poteva che apparire come una “soluzione intermedia”, in attesa della Soluzione finale del problema ebraico.

   L’annientamento del popolo ebraico, per quanto in maniera non ancora sistematica, era in realtà già iniziato nel 1941, data a partire dalla quale entrò in funzione il centro di sterminio di Chelmno (nell’estate del ’42 sarebbero seguiti Belzec, Treblinca e Sobibòr), ma soprattutto, dopo l’invasione della Russia (22 giugno 1941), data a partire dalla quale fecero le loro prime prove i nuclei di sterminio mobili (Einsatzgruppen) addetti all’eliminazione fisica degli ebrei sovietici e sottoposti con direttiva del 13 marzo alla giurisdizione del capo delle SS Heinrich Himmler. «La soluzione di sterminare sul posto gli ebrei rappresentò un “salto di qualità” nel progetto di eliminare il giudaismo europeo. Per la prima volta si teorizzava e applicava nel concreto un piano di eliminazione fisica. Tuttavia il sistema di sterminare gli ebrei laddove vivevano non poteva essere adottato al di fuori dell’Unione Sovietica. Lo sterminio degli ebrei occidentali non poteva essere attuato con mezzi così brutali ed evidenti. Non si potevano assassinare in massa gli ebrei olandesi, francesi, greci alla luce del sole. Le fucilazioni compiute ad Oriente erano inimmaginabili ad Occidente. Occorreva studiare un altro metodo. Ed è di fronte a questi problemi che si fece strada la Soluzione finale. Vi erano state diverse esperienze di sterminio negli anni precedenti che concorsero ad ideare la soluzione finale: il programma di eutanasia aveva formato un nucleo di specialisti che aveva ideato le uccisioni con i gas; la deportazione in Polonia degli ebrei del Reich aveva fornito degli “insegnamenti” sulle tecniche di deportazione; il concentramento in ghetti aveva messo in grado le possibilità della macchina dello sterminio. Con un bagaglio di esperienza così ampio si fece definitivamente strada la soluzione finale cioè l’annientamento fisico degli ebrei in campi di concentramento predisposti a Oriente. La teorizzazione di questa soluzione finale venne affidata ad Himmler e ad Heydrich. Lo spartiacque storico venne marcato dalla cosiddetta Conferenza del Wannsee, una riunione nella quale si iniziarono a coordinare tutti gli enti interessati al buon esito della soluzione finale. All’inizio del 1942 la “soluzione finale del problema ebraico” era stata varata» (dal sito Olokaustos.org), inaugurando la tragedia della Shoah.

   Nella strategia antiebraica dei nazisti un caso peculiare fu rappresentato dal campo di Auschwitz, il quale associava le realtà del concentramento e dello sterminio. Ad Auschwitz-Birkenau, cittadina a cinque chilometri dal campo di Auschwitz, approdavano quotidianamente ebrei da ogni parte dell’Europa controllata dalla Wehrmacht e al loro interno – a differenza di Treblinka dove erano tutti eliminati immediatamente – avveniva una selezione. Coloro che non erano reputati abili al lavoro venivano mandati nelle camere a gas di Birkenau e qui eliminati con l’insetticida Zyclon B, gli altri venivano internati in uno dei tre grandi Lager di Auschwitz, nel quale avrebbero lavorato fino allo stremo vessati dalla violenza più ottusa e feroce. I prigionieri dei campi subivano un processo di totale degradazione fisica e morale, cui si associavano tali condizioni di vita che essi generalmente non sopravvivevano per più di due o tre mesi. L’istinto di sopravvivenza spinse non pochi internati a cercare un ruolo di responsabilità all’interno del Lager e ad accettare lo status ambiguo di prigioniero-funzionario, di vittima (in quanto detenuto) e aguzzino (in quanto collaboratore). Come annotò Primo Levi, tra i prigionieri non c’era più solidarietà, ma concorrenza. «Una simile degradazione umana dei detenuti, infatti, aveva come scopo proprio quello della autoassoluzione dei criminali per i delitti che stavano compiendo: poiché gli ebrei potevano finalmente apparire loro esseri animaleschi privi di moralità (cioè esattamente quali li dipingeva la propaganda nazista), allora chi praticava il loro sterminio poteva sentirsi un benefattore dell’umanità, o per lo meno (cosa che in genere accadeva ai margini dei campi) continuare a condurre, senza sensi di colpa, una rispettabile vita borghese in cui la sensibilità verso gli animali e l’affetto per i propri famigliari aveva un posto centrale».

   Il 30 aprile del 1945 Hitler, barricato da mesi in un bunker assieme ai suoi uomini più fidati, si suicidò e il 7 maggio seguente la Germania firmò la resa incondizionata. Fin dal novembre del 1944, presentita la superiorità delle truppe alleate, Himmler aveva dato ordine di cessare le esecuzioni nelle camere a gas e demolire queste ultime assieme ai forni crematori per nascondere le prove del genocidio compiuto. Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche erano entrate ad Auschwitz. Stime verosimili stabilirono che il numero delle vittime ebraiche provocate dalla follia nazista ammontava a circa 6 milioni di individui.

 «Nella maggior parte dei casi, l’ora della liberazione non è stata lieta né spensierata: scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza. In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mezzo alle macerie, spesso da soli. Non “piacer figlio d’affanno”: affanno figlio d’affanno. L’uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase d’angoscia.» (P. Levi, I sommersi e i salvati, Milano 2005, p. 53).

   Nessun inferno teologico aveva mai immaginato ciò che un uomo (moderno e civilizzato) ha potuto fare ad un altro uomo, e questo perché gli esseri teologici sono portatori di principi assoluti, mentre l’uomo è una creatura confusa, composta di fango e di spirito: egli è pura possibilità. «Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, di che stoffa erano fatti, i nostri “aguzzini”. Il termine allude ai nostri ex custodi, alle SS, e a mio parere è improprio: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine. Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori, e completata poi dal Drill delle SS. A questa milizia parecchi avevano aderito per il prestigio che conferiva, per la sua onnipotenza, o anche solo per sfuggire a difficoltà famigliari. Alcuni, pochissimi per verità, ebbero ripensamenti, chiesero il trasferimento al fronte, diedero cauti aiuti ai prigionieri, o scelsero il suicidio. Sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le “belle parole” del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico» (Ibidem, pp. 166-67).

 

 

 

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