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ANTISEMITISMO “ALL’ITALIANA”

 

STEFANO ARIETI

Università di Bologna

 

 

 

Un fenomeno così complesso come quello dell’antisemitismo[1] in Italia richiederebbe ben più ampio spazio di quello disponibile in un volume miscellaneo sui problemi che nel secolo scorso hanno contrassegnato la storia d’Italia. Mi limiterò, quindi, a focalizzare alcuni punti della tematica, in particolare i presupposti storico-ideologici dell’antisemitismo fascista, per dare una traccia a chi desiderasse approfondire l’argomento con successive letture. Un approfondimento a parte sarebbe necessario per affrontare la disamina dell’applicazione della legislazione razziale italiana e dei vari comportamenti tenuti dalla popolazione nelle più svariate occasioni, specie dopo l’entrata in guerra dell’Italia e nel periodo della guerra civile (1943-1945). Di questo aspetto non terrò conto nel presente articolo rimandando il lettore ai numerosi saggi usciti sull’argomento in questi ultimi anni.

 

I PRODROMI: L’ ANTISEMITISMO ITALIANO FRA LA FINE DEL XIX E L’INIZIO DEL XX SECOLO

 

         Sebbene Renzo De Felice affermasse che: «tanto la psicologia popolare quanto la cultura (neppure quella media e più provinciale) non hanno mai veramente conosciuto in Italia l’eccitamento razziale ed il razzismo. E non solo non li hanno mai conosciuti, ma non ne hanno mai portati in sé neppure i germi»[2], accreditando di fatto l’immagine degli italiani “brava gente”, refrattaria alla «politica della razza » e agli sforzi condotti dal regime per imporre una «coscienza razziale», successivi studi hanno dimostrato come «non differentemente da quella degli altri paesi occidentali, anche la storia d’Italia nel tempo della formazione e del consolidamento della Stato unitario (e, a maggior ragione, all’epoca della sua regressione reazionaria) annoveri tra le sue componenti essenziali ideologie e pratiche razziste…

A questo proposito la nostra storia non fa eccezione nel contesto occidentale»[3]. Infatti il mito indoeuropeo si affermò presso i glottologi e gli orientalisti sin dagli anni sessanta del XIX secolo. Angelo De Gubernatis (1840-1913), ad esempio, elaborò una teoria volta a contrapporre la “razza ariana” a “ quella “semita”, ricercando, poi, all’interno del gruppo ariano una “specificità” italiana. Le sue idee contagiarono, anche, parte degli antropologi italiani, fra cui il padre fondatore di questa disciplina in Italia, Paolo Mantegazza, che se da una parte negli studi scientifici, dove la questione ariana veniva direttamente tematizzata, espresse cautele metodologiche e si astenne da estremizzazioni; negli scritti divulgativi, che ebbero fra Ottocento e Novecento un incredibile successo, fece vere e proprie affermazioni razziali: “l’arianesimo” conquistò, così, larghi settori del pensiero laico e anticlericale: esempi se ne possono reperire in certe affermazioni di Carducci[4] o in certi scritti di Leonida Bissolati, uno dei principali dirigenti del socialismo e primo direttore dell’ “Avanti”[5]. Questo antisemitismo per così dire laico si intrecciò con quello di matrice cattolica.

Negli ultimi decenni del XIX secolo, infatti, autorevoli riviste pubblicarono diversi saggi per riproporre l’accusa di omicidio rituale. E’ il noto caso della Civiltà Cattolica che dal 22 dicembre 1880 al 24 dicembre 1884 dedicò a questa tematica ben 62 articoli, ritornando sull’argomento nel 1893 con un fondo su «La morale giudaica e il mistero del sangue». Altri giornali cattolici ne seguirono l’impostazione come il milanese Osservatore Cattolico, che nel 1892 pubblicò ben 25 interventi a sostegno dell’accusa di omicidio rituale, o lo stesso Osservatore Romano, che il 9, il 26 luglio e il 5 agosto 1892 editò tre note a commento dell’accusa di siffatto delitto rivolta ad un ebreo di Xanten. Il quotidiano tornò sul problema nuovamente il 23 novembre 1899 con un articolo intitolato: «L’omicidio rituale giudaico»[6].

L’atteggiamento riservato della Santa Sede dinanzi a tali manifestazioni espresse dal mondo cattolico è sempre stato interpretato come una ferma disapprovazione dello stesso: conclusioni che sono state stigmatizzate recentemente da G. Miccoli che si domanda come fosse possibile durante un magistero pontificio fortemente interventista come fu quello di Leone XIII, che il pontefice lasciasse libero corso a campagne di propaganda o ad idee che non condividesse[7]. In Leone XIII albergavano, comunque, sentimenti antisemiti, anche se sempre espressi con linguaggio prudente e velato[8]. Il filogiudaismo del padre barnabita Giuseppe Semeria o del vescovo di Cremona Geremia Bonomelli rimasero l’espressione di un movimento minoritario all’interno del mondo cattolico di fine Ottocento[9] .

Diverso fu l’atteggiamento personale di papa Pio X, al secolo cardinal Giuseppe Sarto (1835-1914), che sebbene contrario al progetto sionista di Theodoro Herzl, progetto osteggiato anche dalla più parte dell’ebraismo italiano, coltivò non solo amicizie personali, tra cui quella con il deputato e senatore trevigiano Leone Romanin Jecur, ma espresse pubblicamente il suo pensiero, quando condannò nel 1905 i pogrom russi in una lettera all’episcopato polacco. Sebbene non si possa parlare di filogiudaismo, in quanto Pio X non si distaccò dalla posizione di considerare la conversione degli ebrei come obiettivo primario da perseguire nei loro confronti, tuttavia con il suo pontificato si aprì una nuova stagione nei rapporti fra Chiesa Cattolica ed Ebraismo.

Tra le più interessanti esperienze cattoliche, che nel primo trentennio del Novecento mirarono a ridefinire i rapporti con l’ebraismo, non bisogna dimenticare quella della «Società degli Amici d’Israele», fondata a Roma nel 1926. La Società, cui aderirono 19 cardinali, 278 vescovi e 3000 preti, incontrò all’inizio un favore abbastanza ampio nel mondo cattolico, in quanto il suo scopo principale appariva essere quello della conversione degli ebrei; anche la rivista “Civiltà Cattolica”, nonostante la sua tradizionale posizione antigiudaica, accolse con un certo interesse l’iniziativa. Quando, però, come recentemente sottolineato, venne alla luce il vero impegno della Società, cioè quello di rifiutare l’antisemitismo ed esprimere una sincera volontà di amicizia verso gli ebrei, molti dei primitivi sostegni vennero meno e, dopo la condanna emanata dal S. Uffizio il 25 marzo 1928, la Società si sciolse[10] .

         Negli anni prima della presa del potere, Benito Mussolini oscillò tra posizioni decisamente antisemite, come quelle espresse in un articolo pubblicato su “Il Popolo d’Italia” del 4 giugno 1919, nel quale attaccò l’ebraismo mondiale definendolo «anima» del bolscevismo mondiale, e posizioni quasi filoebraiche, come si evidenzia in un fondo intitolato Ebrei Bolscevismo e Sionismo italiano, pubblicato il 19 ottobre 1920, nel quale sosteneva che «il bolscevismo non è, come si crede, un fenomeno ebraico. E’ vero, invece, che il bolscevismo condurrà alla rovina totale gli ebrei dell’oriente europeo. Questo pericolo enorme e forse immediato è avvertito chiaramente dagli ebrei di tutta Europa. E’ facile prevedere che il tramonto del bolscevismo in Russia sarà seguito da un pogrom di proporzioni inaudite…»[11].

Questa posizione oscillante tra due estremi si può anche rilevare nell’articolo scritto a commento del Congresso Sionista tenuto a Trieste nel 1920. In quell’occasione ebbe a scrivere: «L’Italia non conosce l’antisemitismo, e crediamo che non lo conoscerà mai […] perché in Italia non si fa assolutamente nessuna differenza tra ebrei e non ebrei in tutti i campi, dalla religione, alla politica, alle armi, all’economia. Abbiamo avuto al Governo persino tre ebrei in una volta. La nuova Sionne, gli ebrei italiani, l’hanno qui, in questa adorabile terra, che del resto, molti di essi hanno difeso eroicamente col sangue», ma aggiungeva: «speriamo che gli ebrei italiani saranno abbastanza intelligenti per non suscitare antisemitismo nell’unico paese dove non c’è mai stato», riprendendo un noto tema dell’antisemitismo: gli ebrei stessi sono colpevoli di un certo stato di cose .

 

DALL’ AVVENTO DEL FASCISMO ALL’AVVENTO DEL NAZISMO

 

         Fin dai primi momenti dell’avvento del regime, emersero timori, sospetti e reciproche diffidenze, alimentate da una serie di provvedimenti presi dal Governo e tesi a configurare un quadro fortemente persecutorio dell’uguaglianza religiosa. A proposito della Riforma Gentile e dell’intendimento del ministro di fare dell’insegnamento della religione cattolica «il principale fondamento del sistema dell’educazione pubblica e di tutta la restaurazione morale dello spirito italiano», molti ebrei, interrogandosi su questi propositi, giunsero a drammatiche conclusioni, che trovarono spazio nella rivista “Israel”. Fra queste, estremamente profetica quella di Angelo Sacerdoti che scriveva: «è lecito ritenere che, fra non molti anni, agli Ebrei verrà ad essere precluso l’esercizio dell’insegnamento nelle pubbliche scuole» per la loro impossibilità a «coronarlo» e «fondarlo» secondo le prescrizioni gentiliane[12].

Di concerto vi fu in quegli anni la diffusione nel paese di una certa propaganda antiebraica e accaddero alcuni gravi episodi, fra i quali quello di Tripoli. Nella colonia libica, infatti, nella seconda metà dell’agosto del 1923, a seguito di alcuni incidenti, nel corso dei quali rimase ucciso un soldato italiano, venne effettuata una spedizione «punitiva fascista » nel quartiere ebraico. La crescita della propaganda antiebraica in Italia, rilevata anche dall’Organizzazione sionista mondiale, unica organizzazione ebraica a quel tempo esistente, spinse Mussolini a ricevere il 30 novembre 1923 il rabbino capo di Roma, Angelo Sacerdoti. Alla fine fu diramato un comunicato ufficiale nel quale si disse che «Avendo il dott. Sacerdoti nel colloquio seguito fatto rilevare all’on. Mussolini che i partiti antisemiti dell’estero vogliono in qualche modo trovare maggior forza nella loro politica antisemita in un preteso atteggiamento antisemita del fascismo italiano sul quale vogliono modellarsi, S.E. ha dichiarato formalmente che il governo e il fascismo italiano non hanno mai inteso di fare e non fanno una politica antisemita, e che anzi deplora che si voglia sfruttare dai partiti antisemiti esteri ai loro fini il fascino che il fascismo esercita nel mondo». Il loro incontro non portò, però, ai risultati sperati e finì per passare quasi inosservato.

Tre anni più tardi Angelo Sacerdoti, informando direttamente Mussolini del grave episodio avvenuto a Padova tra il 1° e il 2 novembre 1926, a seguito delle sommosse scoppiate per l’attentato di Bologna del 26 ottobre e che vide la devastazione di arredi della sinagoga e di un tempio usato come sala conferenze, ribadì che «l’atto sacrilego doveva forse e in parte trovare la sua origine nella campagna fatta da alcuni giornali, i quali, attaccando un’ipotetica internazionale ebraica, che non esiste e non è mai esistita, e l’alta finanza come avversari del Fascismo e dell’Italia, provocano confusione agli occhi delle masse, additando, certo involontariamente, all’odio, anche, gli Ebrei italiani»[13]. La stampa a cui si riferiva Angelo Sacerdoti era rappresentata in particolar modo dal periodico “La vita italiana”, fondato nel 1920 e diretto da Giovanni Preziosi, che aprì la strada ad altre pubblicazioni nazionaliste fra le quali la “Rivista di Milano”, “L’idea nazionale”, il “Don Chisciotte”.

Proprio sulla rivista diretta da Preziosi, nel 1921 comparve, per la prima volta in Italia, la pubblicazione de I protocolli dei Savi Anziani di Sion, un pamphlet sulla «reale essenza dello spirito ebraico», che fortunatamente non ebbe, però, in Italia lo stesso successo riscontrato in altri Paesi. Dopo essere stati editi in Russia una ventina di volte tra il 1903 e il 1912, i Protokoly sionskix mudrecov, dopo il 1919, erano stati tradotti in molte lingue europee: tedesco, svedese, polacco, inglese, ungherese, francese. Sarebbe esistito, secondo l’autore, un segreto direttorio mondiale dell’Internazionale ebraica con l’obiettivo di instaurare il dominio degli ebrei sul globo per mezzo delle idee radicali, socialiste, comuniste: il pamphlet ne sarebbe stata la prova, provenendo proprio dall’interno di quel nascosto e diabolico consesso. Nell’introduzione alla traduzione italiana, Julius Evola scrisse: «Quand’anche i Protocolli non fossero “autentici” è come se lo fossero […]; il problema della loro autenticità è secondario e da sostituirsi con quello, ben più serio ed essenziale, della loro veridicità comprovata dal loro essere essenza dello spirito ebraico»[14].

         Le posizioni di Mussolini sul problema ebraico furono ribadite dallo stesso in occasione del Congresso Sionista svoltosi a Milano alla fine del 1928. Infatti, il 29 novembre dello stesso anno, Mussolini fece pubblicare sul quotidiano romano “Il popolo di Roma”, in forma anonima, un articolo sul sionismo che riprendeva quanto da lui espresso otto anni prima in occasione dell’incontro sionista di Trieste[15].

         Collotti rileva come ben prima del 1938 il fascismo «consumò la rottura piena con gli ebrei cittadini italiani», allorquando accordò con i Patti Lateranensi dell’ 11 febbraio 1929 una condizione privilegiata alla Chiesa Cattolica e varò la formula dei «culti ammessi». Lo Stato concesse alla Chiesa il diritto di intervenire in sfere che avrebbero dovuto essere riservate all’autorità dello Stato medesimo (per esempio, nella nomina degli insegnanti di religione), ma si arrogò, anche, il diritto di intervenire, condizionandole in maniera pesante, sulle modalità di esercizio dei culti ammessi. Il passo a favore degli ebrei pronunciato da Mussolini durante la discussione alla Camera per approvare il Trattato con la Santa Sede non è indice di cambiamento delle sue posizioni, ma fu dettato dalla preoccupazione di non perdere un certo consenso e soprattutto dal timore che il Concordato avrebbe potuto inficiare la preparazione della nuova legge di regolamentazione delle Comunità israelitiche[16]. Con questo atto  (R. D. L. 30 ottobre 1930 n. 1731) lo Stato Fascista pose fine «all’evoluzione delle comunità verso un sistema associativo, che rispettava, anche, l’autonomia degli ordinamenti interni delle comunità che lo componevano per imporre un ordinamento di tipo centralistico, che previde l’obbligatorietà di appartenenza per gli ebrei su base territoriale e il potere di imposizione di tributi, configurando per le comunità lo statuto di enti di diritto pubblico» e ponendole sotto la stretta sorveglianza dei prefetti[17].

La posizione oscillante del Regime si appalesò in modo inequivocabile nel triennio successivo. Mentre, infatti, Mussolini nei famosissimi Colloqui, pubblicati da Emil Ludwig nel 1932, sostenne che «non esiste più una razza pura, nemmeno quella ebrea. Ma appunto da felici mescolanze deriva spesso forza e bellezza a una nazione. Razza: questo è un sentimento, non una realtà; il 95 per cento è sentimento. Io non crederò che si possa provare biologicamente che una razza sia più o meno pura. Quelli che proclamano nobile la razza germanica sono per combinazione tutti non germanici.[…] Una cosa simile da noi non succederà mai. […] L’orgoglio nazionale non ha affatto bisogno dei deliri di razza» –, ricevendo il principe Starhemberg, circa un mese dopo la pubblicazione del libro di Ludwig, affermò di non amare gli ebrei, ma che essi avevano grande influenza e che quindi era meglio lasciarli in pace, aggiungendo che «il suo antisemitismo ha già portato a Hitler più nemici di quanto fosse necessario»[18]. Stigmatizzò, infatti, in senso opportunistico il “proclama” nazista del 30 marzo 1933 contro gli ebrei, facendo recapitare un suo messaggio personale al Fürher nel quale asseriva che la questione dell’antisemitismo poteva sollevare contro di lui anche i cristiani della Germania e come aveva già fatto il fascismo, che aveva dovuto affrontare campagne analoghe, queste dovevano essere superate adottando «o la tattica dell’indifferenza o quella della controffensiva per stabilire la verità in modo palese».

Mentre il 6 aprile 1933 autorizzò, per il tramite del Ministero degli Affari Esteri, gli ebrei tedeschi a rifugiarsi in Italia «purché non vengano a fare della politica contraria sia all’Italia che alla Germania», e aboliva le tasse universitarie per quegli studenti tedeschi che avessero voluto completare il corso di studi[19], al processo intentato nel 1934 contro Sion Segre per aver introdotto in Italia materiale di propaganda antifascista del movimento Giustizia e Libertà, nonché di altri attivisti in seguito arrestati, Mussolini diede ordine all’intera stampa italiana di mettere in risalto l’origine ebraica degli accusati, anche se molti di essi non lo erano[20]. Questo episodio determinò pure la richiesta del capo di gabinetto del Ministero dell’Interno al prefetto di Ferrara di sostituire il podestà ebreo della città, l’avv. Renzo Ravenna, fedelissimo di Italo Balbo. Proprio l’incrollabile fiducia politica di Balbo in Ravenna determinò un ripensamento a livello governativo e Ravenna rimase al suo posto[21].

 

VERSO LE LEGGI RAZZIALI

 

         Il 12 settembre 1936 “Il regime fascista” pubblicò un fondo non firmato (in realtà opera di Farinacci) dal titolo Una tremenda requisitoria. In esso Farinacci, dopo aver ricordato come la «democrazia fosse condannata per sempre» e che solo due forze si contendessero il mondo futuro: il fascismo e il comunismo, passava a esaminare il comportamento degli ebrei in Italia, avvisandoli che si stava generando la sensazione che tutta l’Europa sarebbe stata teatro di una guerra di religione e sollecitandoli a separare le «loro responsabilità» da quelle di «tutti gli ebrei del mondo» e a «dare la prova matematica di essere prima fascisti, poi ebrei». Si chiedeva, inoltre, perché non «fossero insorti contro i loro correligionari, autori di stragi, distruttori di chiese, seminatori di odi, sterminatori audaci e malvagi di cristiani». Questo articolo fu il primo di una consistente serie di pubblicazioni uscite durante tutto l’anno seguente: il 1937.

La più rilevante di esse fu il volume di Paolo Orano Gli ebrei in Italia L’opera, stesa con un’apparente scientificità, non aggiungeva nulla di nuovo a quanto già scritto, mentre nuovo era l’attacco a quella corrente di ebrei, che riuniti intorno al periodico “La nostra bandiera”, avevano cercato di dar vita a un gruppo di “ebrei fascisti”[22]. Probabilmente lo stesso giorno (29 marzo 1937) della distribuzione delle prime copie del volume di Paolo Orano, Telesio Interlandi su “Il Tevere” pubblicava l’articolo Ai margini del razzismo. Il meticciato dissidente. Come sottolineato recentemente, «i due scritti presentavano impostazioni diverse: Orano sembrava credere nella possibilità che gli ebrei stessi (quelli fascistissimi) potessero contribuire ad abolire il problema; Interlandi si mostrava certo della diversità biologica del sangue ebraico, anche quando presente per «un quarto» e prospettava «provvidenze legislative» contro chi lo possedeva.[23]. In quest’ottica, lo stesso Interlandi l’anno seguente (1938) fondava la rivista “La Difesa della razza”[24].

Anche parte del mondo cattolico appoggiò queste teorie: ne è esempio il libello di Gino Sottochiesa, Sotto la maschera di Israele (1937)[25]. Tutto questo determinò una viva apprensione nei dirigenti del Congresso mondiale ebraico e il suo leader Nahum Goldmann fu ricevuto il 4 maggio 1937 dal Ministro degli Affari Esteri, Conte Galeazzo Ciano, che riuscì a convincerlo dell’immutata politica del Governo verso gli ebrei. D’altra parte, anche se Goldmann avesse compreso che l’atteggiamento di Ciano era solo utilitaristico per nascondere le vere intenzioni del Regime, non avrebbe potuto far altro che stare al gioco per non acuire ancor più il dissidio, mentre una parte degli ebrei italiani si sentiva già minacciata da una nuova persecuzione. Che le parole di Ciano fossero un mero pretesto fu chiaro poco dopo, quando il “Popolo d’Italia”, pubblicando una recensione al volume di Paolo Orano, si poneva il quesito se gli ebrei italiani si considerassero ospiti in Italia o parte integrante della popolazione. Inoltre si affermava che le comunità israelitiche riconosciute dal Governo erano divenute nuclei di propaganda contro il fascismo e che cadeva in contraddizione chi si dichiarava italiano e fascista e appoggiava, poi, un movimento, come quello sionista, ostile agli arabi e ai musulmani, e perciò contrario alla politica pro-islamica del regime. Ormai, come sottolineava De Felice, la «carta sionista era divenuta nella mani dei fascisti priva di valore: l’alleanza con la Germania, la politica filoaraba e l’accordo mediterraneo con l’Inghilterra, facevano sì che Palazzo Chigi non guardasse più al sionismo e alla Palestina con gli occhi di un tempo»[26].

 

LE LEGGI RAZZIALI

 

         Collotti sostiene che probabilmente lo stesso Mussolini non aveva chiaro quale sbocco operativo potesse avere la campagna di stampa del 1937 e che la famosa “Informazione Diplomatica n.14” del 16 febbraio 1938, definita da Mussolini stesso un «capolavoro di propaganda antisemita», ancora una volta rivela l’ambivalenza e la contraddittorietà del regime su questo argomento. Recita la nota che «le recenti polemiche giornalistiche hanno potuto suscitare in taluni ambienti stranieri l’impressione che il Governo fascista sia in procinto di inaugurare una politica antisemita.[…] Dato che anche in Italia esistono ebrei, non ne consegue di necessità che esista un problema ebraico specificatamente italiano. […] Il Governo fascista non ha mai pensato, né pensa di adottare misure politiche, economiche, morali contrarie agli ebrei in quanto tali, eccettuato beninteso nel caso in cui si tratti di elementi ostili al Regime. Il Governo fascista è inoltre risolutamente contrario a qualsiasi pressione diretta o indiretta per strappare abiure religiose o assimilazioni artificiose. […] Il Governo fascista si riserva tuttavia di vigilare sull’attività degli ebrei venuti di recente nel nostro Paese e di far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risulti sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità».

Tortuoso quanto subdolo testo antisemita, nel quale, pur negando l’esistenza di un problema ebraico in Italia, si annunciavano provvedimenti contro gli ebrei stranieri e, per quelli italiani, l’introduzione di un meccanismo di limitazioni proporzionale al loro numero. Si apriva così il nuovo corso fascista: in pochissimi, però, in quel momento, vi lessero la minaccia diretta che nascondeva e che ben presto si palesò. Nel corso dei successivi nove mesi Mussolini si dedicò con impegno allo studio e all’elaborazione di un’impostazione legislativa che fosse coerente con le caratteristiche proprie del fascismo, dell’Italia e della loro collocazione internazionale. Secondo Sarfatti, «questo vero e proprio lavoro fu da lui condotto con attenzione, con consapevolezza degli effetti sulla realtà delle norme via via progettate… Egli si impegnò nella definizione di un modello originale di persecuzione degli ebrei». Il Governò cominciò a varare tutta una serie di atti amministrativi per arianizzare ogni settore della vita pubblica: fra l’altro fu proibito a molti scienziati ebrei la partecipazione a consessi internazionali, arrivando a sfiorare il ridicolo: a Maurizio Ascoli, il maggior studioso di malaria in Italia, fu proibito di recarsi a Tirana per tenere una lezione sulla terapia di questa affezione. Lo stesso Mussolini annotava di suo pugno, in calce alla richiesta: «Scegliere un cristiano fra i 44 milioni dei medesimi…»[27].

         In questo clima si arrivò al 14 luglio 1938 e alla pubblicazione di quella che viene considerata la «base ideologica» dell’antisemitismo di stato: il famoso Manifesto, pubblicato anonimo da “Il Giornale d’Italia” e da tutta la stampa, con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza. In esso si sosteneva il carattere puramente biologico del concetto di razza, non fondandolo su considerazioni storiche, linguistiche o religiose. Dopo aver precisato che «la popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana», si arrivava a sostenere che fosse ormai giunto il tempo che «gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. […] La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico». Come sottolineato da Israel e Nastasi,  «per correggere l’eccesso di biologismo e di riferimenti al sangue e soprattutto per dissipare il sospetto che il razzismo italiano fosse nient’altro che una scopiazzatura servile di quello germanico»[28], si aggiungeva: «Questo non vuol dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco […] questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità». Dei dieci paragrafi, solo uno, il nono, parlava direttamente degli ebrei: «Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della

nostra Patria nulla in generale è rimasto. […] Il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani»[29].

La persecuzione razziale si avviò, così, al suo esordio: mancava però, per attuarla al meglio, un dato fondamentale: quanti erano gli ebrei italiani. Da qui la necessità di effettuarne la rilevazione accurata con il censimento del 22 agosto 1938[30], anche perché Mussolini accarezzava, ancora, l’idea di promulgare una legislazione persecutoria a carattere proporzionale. I dati in possesso dell’ISTAT, ma mai resi noti, determinavano in 58.412 il numero degli ebrei presenti in Italia. All’inizio del settembre 1938, il Consiglio dei Ministri approvò i provvedimenti legislativi concernenti l’espulsione degli ebrei stranieri dal Regno, l’arianizzazione della scuola pubblica, l’istituzione degli uffici statali incaricati della persecuzione ecc, che saranno riassunte nel provvedimento generale contenuto nel RDL del 17 novembre 1938 n. 1728. In esso si ricalcavano le decisioni assunte dal Gran Consiglio tra il 6 e il 7 ottobre 1938 con la famosa Dichiarazione sulla Razza, che senza riprendere le pseudoteorie del Manifesto della Razza, definiva «il problema ebraico» come «un aspetto di un problema di carattere generale», inquadrandolo così nel più generale problema del razzismo, con precisa allusione all’impero e alle colonie[31]. Tutti questi provvedimenti furono accompagnati da un’innumerevole serie di circolari e ordinanze che integrarono sul piano amministrativo le leggi emanate[32].

Su tutto questo Piero Calamandrei ebbe a scrivere: «Questa è la pena più torturante: pensare che le nazioni civili di tutto il mondo, tra le quali la nazione italiana sa di avere il suo posto, abbiano potuto credere davvero che l’Italia, l’Italia del diritto romano e dei glossatori, l’Italia di San Francesco e di Dante, l’Italia del Rinascimento, l’Italia del Vico, dell’Alfieri, del Foscolo e del Carducci avesse potuto rinnegare all’improvviso, per decreto di un dittatore, le grandi idee di giustizia e di libertà civile, la tradizione di umanità e di pietà che è la nota più costante e più profonda del nostro carattere; che l’Italia del Beccaria fosse potuta diventare un paese di carnefici e di torturatori, l’Italia del Mazzini un paese di nazionalisti oppressori dell’altrui libertà, l’Italia del Manzoni un paese di sconci razzisti»[33].

 


 

[1] P.F. Fumagalli, Ebrei e cristiani in Italia dopo il 1870: antisemitismo e filosemitismo, in Italia Judaica: gli ebrei nell’Italia unita, atti del IV Congresso Internazionale (Siena 1989), Roma 1993, pp. 125-141. Secondo questo autore, fu il giornalista tedesco Wihelm Marr che, nel 1879, utilizzò questo lemma per identificare il senso di odio pregiudiziale verso gli ebrei, spregiativamente collocati al grado più infimo delle razze umane.

[2] R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1993, p. 31.

[3] A. Burgio, Per la storia del razzismo italiano, in Nel nome della razza. Il razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, a cura di A. Burgio, Bologna 2000 2a , pp.9-29, in part. pp.10-11.

 Per una critica dell’impostazione storiografica di R. De Felice, si veda in primis N. Tranfaglia, Fascismo e antisemitismo. Alcune considerazioni sul caso italiano, in Ebrei e antiebraismo: immagine e pregiudizio, Firenze 1989, pp. 233-238.

[4] M. Raspanti, Il mito ariano nella cultura italiana fra Otto e Novecento, in Nel nome della razza, cit. p. 81. Questo autore riporta una lettera inviata da Carducci a Lidia il 17 maggio 1874, in cui il “vate d’Italia”, così si esprimeva: «Già il cristianesimo è una religione semitica, cioè ebrea e i semiti, gli ebrei, non intendono, anzi odiano il bello plastico. Ci mancava, anche, questo che a noi greco-latini, nobile razza ariana, dovesse essere infusa una religione semitica….».

[5] Ibidem. Si ricorda anche uno scritto giovanile di Bissolati (Il principio logico dell’ascetismo in «Rivista Repubblicana», II, 1879, pp. 281 e sgg.), ove il celebre socialista così scriveva: «I semiti occupano un posto di mezzo nella scala dei tipi umani tra il tipo giallo e l’ariano: superiore ai gialli o turanici, non possono andare confusi cogli ariani…Hanno per caratteri esteriori il cervello schiacciato, i capelli crespi, il naso fortemente ricurvo, le labbra molto pronunciate e carnose, l’estremità grosse, il piede piatto… Lo sviluppo del semita è molto rapido: intorno ai sedici anni è completo. Arrivato a questa età, le parti del cranio in cui risiedono gli organi dell’intelligenza sono solitamente addentellate spesso anche saldate fra loro, per cui riesce impossibile un ulteriore accrescimento della materia grigia. Simile fenomeno non si osserva negli individui di razza ariana, nei quali le ossa della testa conservano sempre una specie di mobilità le une rispetto alle altre e permettono all’organo interno di continuare la sua evoluzione, anche sino all’ultimo giorno della vita».

[6] V. De Cesaris, Pro Judaeis. Il filogiudaismo cattolico in Italia (1789-1938), Milano 2006, p. 162.

Sull’accusa di omicidio rituale presente in scritti cattolici si veda anche M. T. Pichetto, L’antisemitismo di mons. Umberto Benigni e l’accusa di omicidio rituale, in Italia Judaica, op.cit., pp. 431-444. In questo saggio l’autrice ripercorre la continua e violenta polemica antiebraica condotta e sostenuta, durante tutto l’arco della sua vita, da questo sacerdote che, nato a Perugia nel 1862, morì a Roma nel 1934. Sulla figura di Umberto Benigni, interessanti le note in C. G. De Michelis, Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei savi di Sion, Venezia 1998, pp. 173-177. Il Benigni fu minutante di Propaganda Fide dal 1904 al 1911, poi sino al 1911 sotto-segretario alla 1° Sezione della Segreteria di Stato per gli Affari Ecclesiastici straordinari, quindi Protonotario Apostolico. Il De Michelis si augura che, quando le carte Benigni, ancora secretate , potranno essere di libero accesso agli studiosi, venga approfondito il suo ruolo nell’intreccio fra antisemitismo italiano e russo.

[7] G. Miccoli, Santa Sede, «questione ebraica» e antisemitismo alla fine dell’Ottocento, in Nel nome della razza, cit., pp. 215-246.

[8] G. Miccoli, Un’intervista di Leone XIII sull’antisemitismo, in Cristianesimo nella storia. Saggi in onore di Giuseppe Alberigo, a cura di A. Melloni, D. Menozzi, G. Ruggieri, M. Toschi, Bologna 1996, pp. 577-605.

[9] V. De Cesaris, cit., pp.175-179.

 

[10] V. De Cesaris, cit., pp. 182-186.

[11] R. De Felice, cit., pp.84-85.

[12] A. Sacerdoti, Un grido d’allarme, in “Israel”, VIII, n.38 (17 settembre 1923).

[13] M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista, Torino 2000, p. 66.

[14] Per la storia del testo: Cesare G. De Michelis, Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei savi di Sion, Venezia 1998. L’autore dedica in questo testo un interessante capitolo alla giudeofobia russa in Italia.

Per considerazioni storiche: S. Romano, I falsi Protocolli, Milano 1992; D. Bidussa, S.Levis Sullam, Alle origini dell’antisemitismo moderno in Storia della Shoah , a cura di Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levis Sullam, Enzo Traverso, vol. 1°, pp. 69-95, in part. pp. 83-86.

[15] M. Sarfatti, cit., p. 77. Sarfatti si domanda, anche, se queste esteriorizzazioni pubbliche di Mussolini corrispondessero realmente al suo effettivo convincimento personale: le testimonianze a questo proposito, infatti, non sono ancora sufficienti a dirimere la questione.

[16] Nel suo intervento alla Camera, Mussolini ebbe a dire: «E’ ridicolo pensare che si debbano chiudere le Sinagoghe. Gli ebrei sono a Roma dai tempi dei Re: forse fornirono gli abiti dopo il ratto delle Sabine. Erano 50 mila ai tempi di Augusto e chiesero di piangere sulla salma di Giulio Cesare. Rimarranno indisturbati. Così rimarranno indisturbati coloro che credono in un’altra religione».

[17] E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Bari 2003, p. 20.

[18] R. von Starhemberg, Between Hitler and Mussolini, s.l. 1942, p.43.

[19] Le vicende degli esuli ebrei tedeschi in Italia, in particolare quelle degli studenti universitari, sono state analizzate in K. Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Firenze 1993-1996.

[20] M. Sarfatti, cit., pp. 90-93.

[21] I. Pavan , Il podestà ebreo: la storia di Renzo Ravenna fra fascismo e leggi razziali, Bari, 2006, in part. pp. 109-113.

[22] Sulle complesse vicende all’interno dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane di questo gruppo si veda M. Sarfatti, cit., pp. 98-102.

[23] Ivi, pp. 126-127.

[24] Cfr. V. Pisanty, La Difesa della razza: antologia 1938-1943, Milano 2006

[25] E. Collotti, cit., p. 53-55.

[26] S. Minerbi, I prodromi dell’antisemitismo fascista nei documenti dell’Archivio sionistico, in Italia Judaica,cit., pp.336- 349.

[27] M. Sarfatti, Mussolini contro gli ebrei, Torino 1994. In questo saggio si analizzano con grande puntualità tutti i provvedimenti presi da Mussolini dal febbraio al novembre 1938.

[28] G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Bologna 1998, p. 212.

[29] Sui firmatari del documento: F. Cuomo, I Dieci. Chi erano gli scienziati italiani che firmarono il Manifesto della razza, Milano 2005. Testo di impostazione giornalistica, ma che può servire per un primo approccio allo studio della vita di “questi scienziati”.

[30] M. Sarfatti, Il censimento degli ebrei del 22 agosto 1938 nel quadro dell’avvio della politica antiebraica di Mussolini, in Italia Judaica, cit., pp. 358-413.

[31] E. Collotti, cit., p.71.

[32] Per un elenco dettagliato: “La Rassegna mensile di Israel”, vol. LIV, n. 1-2, 1988, pp. 61-64.

Da una disamina delle due legislazioni razziali, quella nazista del 1935 e quella fascista del 1938, M. Sarfatti osserva che un primo confronto tra le due legislazioni porti alla conclusione «che tra tutti i cittadini o gli ex cittadini delle due nazioni, che avevano perlomeno un nonno ebreo, la percentuale di coloro che vennero dichiarati ebrei in Italia fu superiore alla percentuale di coloro che vennero dichiarati ebrei puri in Germania» (Mussolini contro gli ebrei, cit., p. 125). Innumerevoli gli studi sull’applicazione della legislazione razziale: tra quelli che hanno preso in esame particolari settori si ricorda per il riflesso sull’istruzione universitaria: La Cattedra negata, a cura di D. Mirri e S. Arieti, Bologna 2002; R. Finzi, L’Università Italiana e le leggi antiebraiche, Roma 2003 (nuova edizione).

Due sole ad oggi le puntuali disamine sull’applicazione della legislazione nelle varie Regioni d’Italia:

L’applicazione della legislazione antisemita in Emilia Romagna, a cura di V. Marchetti, Bologna 1999; Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in Toscana (1938-1943), a cura di E. Collotti, Regione Toscana 1999, voll. 2;

Ancora sub judice l’atteggiamento delle gerarchie vaticane alla promulgazione delle leggi razziste italiane.

P. F. Fumagalli (Ebrei e cristiani in Italia dopo il 1870 :antisemitismo e filosemitismo, cit.) tende a sottolineare l’atteggiamento di Pio XI all’indomani della promulgazione di esse. Il pontefice ricevendo un gruppo di pellegrini belgi così si espresse: «L’antisemitismo… è un movimento antipatico, un movimento al quale noi cristiani non possiamo avere alcuna parte… Attraverso Cristo e in Cristo, noi siamo della discendenza spirituale di Abramo. No, non è possibile ai cristiani partecipare all’antisemitismo. Noi riconosciamo a chiunque il diritto di difendersi, di prendere i mezzi per proteggersi contro tutto ciò che minaccia i propri interessi legittimi. Ma l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». D’altra parte, studiosi come Collotti (op. cit., p. 96) ritengono che l’enciclica di papa Ratti, Mit brennender Sorge, del marzo 1937, vada letta come condanna del nuovo paganesimo che il Terzo Reich aveva intenzione di instaurare, piuttosto che condanna ai provvedimenti a carico degli ebrei. D’altra parte la critica storica non ha ancora fatto pienamente luce sull’intenzione del pontefice di pubblicare un’enciclica sul razzismo e sull’antisemitismo: intenzione che sarebbe venuta meno per la morte del pontefice. Su queste vicende un primo approccio si può avere nel volume di G. Passalecq, B. Suchecky, L’enciclica nascosta di Pio XI, Milano 1997.

[33] P. Calamandrei, Uomini e città della Resistenza, Bari 1955, p.155.

 

 

 

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