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Luciano Anselmi, Gli anemoni dello scrittore. Racconti (1956-1963), a cura di Franca Mancinelli, Fano, Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, 2006, pp. 250.

 

Prende il titolo da un testo inserito nel volume questa raccolta di racconti di Luciano Anselmi curata da Franca Mancinelli. Nato a Fano nel 1934, Anselmi si trasferisce, appena ventenne, a Roma, dove collabora a «La Giustizia», quotidiano del partito Socialista Democratico, divenendone in seguito redattore e pubblicandovi recensioni letterarie, articoli di costume e culturali in genere. Durante il periodo romano frequenta compagnie teatrali minori e si avvicina alla redazione de «Il Mondo», di cui è un assiduo lettore, ma rimane a margine dei salotti letterari, evitando la frequentazione di intellettuali e scrittori in voga. I rapporti di Anselmi con «La Giustizia» si interrompono però bruscamente nei primi anni ’60, e lo scrittore ritorna a vivere a Fano, da cui, in seguito, non si sposterà mai più.

In netta controtendenza rispetto al flusso migratorio che dalla provincia italiana portava, negli anni del boom industriale, artisti ed intellettuali a spostarsi verso i più importanti centri culturali della penisola, Anselmi si arrocca entro i confini di uno spazio marginale, in attesa di riscattare la propria scelta esistenziale: “La mia vita attuale si giustifica solo se riuscirò a scrivere un grande romanzo. Ma non ce la farò, e solo in parte per colpa mia”, scriveva nel 1978 in Molte serate di pioggia. Journal, Ancona, Bagaloni, 1979.

Artista poliedrico, nel 1960 dà alle stampe il racconto Niente sulla piazza, e nel frattempo lavora alle sue prime opere teatrali. Nel 1967 esce, presso l’editore Cappelli, il romanzo Gramignano, nonostante avesse già imboccato la via del giallo con Il caso Manders, testo uscito a puntate nel ’65 su «Voce Adriatica», prima tappa di una produzione giallistica più che ventennale raccolta poi in volume dall’editore Camunia nel 1992 (Il liocorno blu e altre inchieste del commissario Boffa).

Autore di numerosi testi teatrali (confluiti in due volumi presso Pan, Milano, nel 1974 e nel 1975), effettua anche una traduzione di parte dell’epistolario di Proust (Firenze, La Nuova Italia, 1972) che gli vale l’attenzione di Carlo Bo, il quale lo recensisce sul «Corriere della Sera», e di Giuliano Gramigna.

I racconti, apparsi a suo tempo su «La Giustizia», sono stati raccolti per la prima volta in volume da Franca Mancinelli sulla base dello spoglio e della bibliografia anselmiana redatta da Marco Ferri in «Sestante» (XIII, n. 4, settembre 1998, pp. 29-32). A cura di Ferri è tra l’altro anche il volume Luciano Anselmi. Prime indagini sulle opere, testo che raccoglie gli interventi di Giovanni Bogliolo, Raffaele Crovi, Leandro Castellani, Gabriele Ghiandoni e Marco Manotta (Fano, Biblioteca Federiciana, 2006) presentati al Convegno tenutosi in occasione del decennale della scomparsa dell’autore fanese, nel maggio 2006.

Seguendo il filo dei racconti che si snodano lungo le pagine del volume curato dalla Mancinelli, si percepisce una consistente ricchezza di sfaccettature tematiche e di ambientazioni, frutto della versatilità artistica dello scrittore che mette in atto numerose tecniche narrative: dal narratore autobiografico, al romanziere asciutto e scarno, vicino ai moduli stilistici del Neorealismo, dal ritrattista di personaggi grotteschi ed emarginati, al sottile indagatore psicologico o al giallista, sino al diarista e all’inventore di favole paradigmatiche.

Pur nella molteplicità degli approcci tematici e delle tecniche, vi è un costante filo conduttore che lega ed interseca questi scritti con la produzione romanzesca dell’autore. A ben guardare, infatti, i racconti si costituiscono come una sorta di “palestra” in cui Anselmi si prova e prova modalità e soluzioni stilistiche varie. È il caso, ad esempio, di Prima della fine (pp. 80-84) e Tortura nel ’44 (pp. 102-106), testi che, con l’apporto di varianti minime, confluiranno in Niente sulla piazza (Urbino, Istituto Statale d’Arte, 1960), o dei racconti La torre comunale (pp. 192- 197) e Le sorelle sarte (pp. 206-210), parecchi elementi dei quali saranno poi ripresi nella stesura di Gramignano.

Il costante lavoro di rielaborazione, di riscrittura e ri-uso dei tasselli del proprio mosaico letterario lo si può rintracciare anche all’interno dei racconti stessi, nei quali l’autore opera un continuo recupero e rimaneggiamento di temi e motivi, per cui i testi, nella vista d’insieme che il volume consente, conferiscono al lettore la sensazione di un processo in fieri, una sorta di meccanismo mobile ed attivo della narrazione. Al centro della pagina di Anselmi vi è sempre la condizione antropologico-esistenziale dell’individuo, indagata ed analizzata attraverso una serie di registri. In diversi racconti è la dimensione evocativo-memoriale a predominare, soprattutto in funzione di recupero dell’età adolescenziale. Epoca di iniziazione, quasi, alla vita, nell’adolescenza si consuma il primo contatto, talvolta brusco, dei personaggi con la realtà dell’esistenza, ma si profilano anche certi caratteri di autenticità nel rapporto con l’altro da sé che verranno poi definitivamente persi nell’età adulta.

Dalle pagine dei racconti, dai rovelli e dai dubbi che si agitano nella coscienza dei personaggi, emerge una consistente “fiducia” nella parola da parte dell’autore fanese, ma una parola spesso misurata, calibrata, tesa a controllare, stemperandoli, eventuali eccessi di partecipazione emotiva. Come giustamente nota la curatrice nel saggio introduttivo al volume, «Anselmi non è certo narratore delle passioni travolgenti: la sua scrittura, composta ed essenziale, di fronte ad un contenuto fortemente emotivo attua una serie di misure difensive, tra le quali l’intervento della coscienza morale» (p. 20).

Talvolta questa necessità di controllo, di non-abbandono, conduce la scrittura sul terreno dell’umorismo, dell’ironia e addirittura del grottesco, sia come modalità per esorcizzare il timore della morte (si veda il racconto Prima della fine), che come meccanismo critico. Non è un caso, infatti, che le figure che nei racconti incarnano meglio la tensione etica che caratterizza l’opera di Anselmi siano dei personaggi al di fuori dalla norma, individui folli o strambi che in realtà costituiscono, con la loro forza eversiva, con la loro pregnante utopia, un potente strumento di critica sociale. Spesso isolati ed emarginati, questi individui sono l’emblema di una frattura, di un irrimediabile isolamento dal contesto umano circostante, ma al contempo, la loro condizione esistenziale diviene simbolo di una irrinunciabile esigenza di libertà e di espressione autentica del proprio essere nel rapporto con l’altro nell’ambito del contesto sociale.

Alla scrittura, che si fa ragione d’esistenza, viene affidato il compito di penetrare la più intima essenza delle cose nel tentativo di comprenderle e di svelarle. Unica possibilità per indagare e cogliere le varie sfaccettature del reale, essa diviene anche lo strumento che consente di intervenire sul mondo nel tentativo di modificarlo.

(Massimo Fabrizi)

 

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