ELEMENTI DI LETTERATURA GARIBALDINA
2. Impegno civile e avventura. “Gli amori garibaldini” di Ippolito Nievo
(Seconda parte)
Luigi Preziosi
Gli Amori garibaldini, secondo uno schema di palese ascendenza ortisiana, seguono la trama di un duplice amore, l'amor di patria e l'amor di donna. Lo stesso Nievo accredita le derivazioni tematiche ortisiane, parlando più volte di "primo amore" - l'amor di patria - e di un altro amore - l'amore per Bice:
" Amo la patria mia: dacché son nato,
Fede di servo, di figliuol, d'amante,
Col cor pria che col labbro io le ha giurato.../.../
Quest'altra bella.../.../
Venti lune non son che l'incontrai"
(Il primo giorno,passim)
e sintetizzando la propria situazione affettiva con l'immagine dei due lacci, il "ferreo" e il "roseo" dell'Epilogo.
Quanto al “roseo laccio”, il poeta vi esercita una discreta varietà di registri descrittivi, rimanendo comunque all’interno di un atteggiamento interiore unitario. Di tutte le specie possibili di amore, Nievo pone in scena quello che gli è più congeniale, per le esperienze di vita e letterarie attraversate: l’amore che non consola, non l’amore statico, chiuso nella contemplazione di sé e non attento ad altro che a germinare da sé altro sentimento, non l’amore trascinante e baluginante in un turbinio di sogni e di emozioni, ma l’amore suscitatore di incertezza, che non si ha la forza di passione per tramutare in un sentimento dispiegato, e da cui all’opposto non si sa fuggire, oscillante ad ogni minimo dubbio, angustiato da gesti ritenuti incongrui, scalfito da semplici sguardi, raggelato da indifferenze troppo facilmente travisate, limitato nelle sue manifestazioni esteriori dalle stesse inestricabili contraddittorietà dei suoi segnali. Un amore indiziario, dunque, che non può risolvere in se stesso le proprie ambiguità, che lo scorrere del tempo non medica, vischioso per la sua capacità di rigenerarsi in improvvise momentanee fiammate, rapidi stordimenti di gioia rapinosa. Alcuni segnali potrebbero farlo scambiare per un amore nascente, incrinato da insicurezze, eroso da timori, incerto nel confronto tra la smisuratezza delle aspettative e la mediocrità dei segnali quotidiani: e tuttavia troppo scarsa è la gioia, pur presente, per essere tale; né, d’altronde, lungo l’intero arco del diario in versi che sono (anche) “Gli amori garibaldini”, c’è traccia anche minima di evoluzione di sentimento: è facile verificare invece un’inamovibile incrollabile staticità: tormentato era apparso nelle poesie iniziali del “librattolo”, in egual misura tormentato compare alla chiusura del racconto. Ne discende uno spunto di differenziazione dall’”Ortis”, consistente nei dinamismi di segno opposto che percorrono le due opere.
Negli “Amori”, mentre c’è dinamica sul piano della passione civile, che è inverata da un movimento quasi convulso di eventi bellici e politici ( e nell’”Ortis” la situazione è del tutto cristallizzata, apoditticamente fissata ab origine dal trattato di Campoformio e non più modificabile), si ha una situazione chiusa, inevolvibile, sul piano dell’esplorazione dei sentimenti (L’”Ortis” al contrario ne spumeggia, trapassando dall’innamoramento al bacio, all’impossibilità constatata dell’amore al suicidio indotto anche dall’infelicità di quell’amore).
Con riguardo, invece, al "primo amore", il "librattolo" si presenta a prima vista sì come un diario di guerra, ma sostanziato da una robusta passione civile, che traspare ed oscura talvolta il racconto degli avvenimenti bellici ( a loro volta non in totale evidenza per quel risentito pudore di sé di Nievo, di cui si dirà). "La politica entra negli Amori garibaldini come riaffermazione di quegli ideali (mazziniani), ma ci entra soprattutto come storia in atto e perfino come cronaca... Per questo i canti di guerra occupano, nel libro, meno spazio dei versi che testimoniano la reazione dell'autore a determinati fatti grandi e piccoli che sono in rapporto con la guerra, col momento politico, con la condotta politica di uomini importanti, o anche con l'atteggiamento pubblico di uomini come tutti"(1).
E' ben vero che per questa attenzione alla storia in fieri, al divenire degli atti che cumulativamente intesi costituiscono sviluppo di un pensiero volto al coronamento dell'ideale unitario, Nievo si differenzia da altri poeti-soldati, come scrive Marcella Gorra citando come esempio Goffredo Mameli (2), ma c'è un'altra componente che pure lo distingue da altri poeti ufficiali della patria. Ne costituisce sommesso indizio, anche se non trascurabile, lo stesso aggettivo "garibaldini" del titolo, dietro cui si cela tutta un'attitudine spirituale, compendiabile sì in ciò che comunemente si definisce spirito d'avventura, ma più specificamente in un particolare risvolto di esso, costituito di temerarietà allegra e un po' incosciente, di sfrontata irrisione del pericolo, di gusto per il gesto inosabile, di orgoglio per le scelte compiute e per la volontarietà di esse, ed anche di gioiosa adolescenziale speranza in un futuro prossimo di uguaglianza e tolleranza che solo la somma di ogni singolo gesto del presente può rendere possibile, e ancora della generosità di credervi anche quando tutto pare perduto, fino a forme di estrema definitiva fedeltà.
Il temperamento incline all'inquietudine, di cui è testimonianza anche l'acuta sottigliezza dei ritratti di donna, da Pisana a Bice, e l'autoanalisi sentimentale che da essi deriva, che a sua volta evidenzia tratti di precorritrice modernità, costituisce precedente necessario alla ricerca dell'avventura, soprattutto se coniugato alla forzata stasi dei mesi antecedenti alla campagna di guerra. Da questo rapporto scaturisce quel senso di primaverile letizia per l'azione che si sta per vivere, di fresca esultanza che pervade di sé gran parte dell'operetta. E d'altro canto non c'è mai mestizia, o rimpianto o moto di insofferenza verso la scelta originaria di vivere l'esperienza memorabile, nonostante i disagi fisici, le difficoltà nel continuare a scrivere, le stesse angoscianti perplessità d'amore, nonostante infine il finale schianto delle illusioni. Dall'avventura trapela la purezza del gesto, il disinteresse della scelta primaria. Solo un atto di volontà cristallina, finalizzata al raggiungimento di uno scopo ritenuto meritevole, e da null'altro infrenata, distolta, ma neppure stimolata o motivata, può costituirne il fondamento, sul piano affettivo, molto prima ancora che ideologico. Il volontarismo di Nievo racchiude in sé anche questa componente, è sorretto nella sua ispirazione più intima non solo dalla sostanza ideologica, nemmeno solo da quella ideale dell'unità della patria, quanto piuttosto dal tentativo di accomunare all'idealità più alta in favore della collettività il significato di più radicale autenticità dell'avventura: la ricerca di se stesso. L'avventura, nella sua accezione di più intensa verità, assume allora il secondo significato - oltre a quello di insieme di atti fisici, esteriori - di evento interiore. La compresenza dei due aspetti garantisce la vitalità dell'esperienza vissuta, e l'entusiasmo e la particolare lucidità delle sensazioni che traspaiono dalle prime composizioni degli Amori segnalano la consapevolezza di chi sta per attraversare un periodo cruciale dell'esistenza. Non tanto, infatti, queste convincono per intimo valore assoluto, quanto per il brillio di aspettative - di cui è arduo definire i limiti (e perché farlo poi?) - che da esse promana, nel dilatarsi di un senso di attesa per il futuro, nel protendersi ad esiti che colmeranno vuoti, contribuendo all'intelligenza di se stessi.
Ma l'avventura in Nievo non è temerarietà, atto d'audacia la cui finalità estrema s'esaurisca nella sola sua esecuzione. Non è neanche amore per il bel gesto - nulla di più lontano da lui -, impresa pertinente più all'estetica che all'etica. Il suo robusto fondo morale lo scampa dall'essere il letterato in cerca di sensazioni nel rischio e nell'azione irripetibile, lo garantisce dalla fascinazione decadente del fare mito delle proprie esperienze esistenziali. Colpisce al contrario, oltre all'equilibrio con cui viene vissuta anche l'oltranza di situazioni volutamente ricercate, la finalizzazione dell'avventura verso un scopo alto, mai smarrito, sempre presente, costantemente urgente: contribuire alla causa dell'unità nazionale. Nievo predilige l'azione, ma non l'agire per l'agire, per sentire più intenso il flusso della vita in sé. L'azione, anche quella apparentemente più incollerente, deve possedere comunque una sua intima finalità, una, anche se sottile, incancellabile coerenza con quelle che l'hanno preceduta e quelle che la seguiranno. Un'armonia non tanto letteraria, quanto più propriamente esistenziale presiede l'opera di Nievo, ed è il risultato dell'equilibrio da lui raggiunto, pur se a volte con difficoltà e tormenti interiori (3), fra il gusto per l'azione ed il pensiero politico e sociale che lo doveva sorreggere. L'aver imbrigliato l'esuberanza giovanile e al tempo stesso temperamentale, propria di una natura incline ad una sorta di ragionata audacia, l'averla canalizzata verso lo scopo più alto che nella contingenza storica potesse reperirsi, costituisce spiegazione alla particolare caratterizzazione, ampiamente ombreggiata da un senso di pacata riflessività (e, perciò stesso, apparentemente contraddittoria), assunta dalla leggenda del "poeta - soldato".
Se d'altro canto è vero che nel "librattolo" l'io del poeta campeggia in primo piano, viene in piena evidenza anche il suo rifiuto di ogni esibizione, sia di gesti che di sentimenti. E' stata osservata una certa prolissità nella produzione poetica nieviana, comunque più evidente nelle prime raccolte, e meno negli Amori, in cui le esigenze diaristiche di cui s'è discorso consigliavano maggior sobrietà. Tuttavia, nonostante che alcune delle scorie di eccesso di espressione permangano anche nel "librattolo", i pensieri più riposti sono lasciati quasi indovinare, e mai non solo sbandierati, ma neanche resi oggetto di minuziosi esami introspettivi o almeno di analitiche descrizioni. L'estrema pudicizia dei propri sentimenti gli suggerisce in questo ambito l'esperimento di tecniche descrittive volte a levare piuttosto che a sovrapporre particolari, a sottrarre, piuttosto che ad accumulare dettagli, recingendo la propria interiorità con una serie di sottintesi, di accenni mai compiutamente sviluppati.
Il suo dilungarsi su altro, che tuttavia gli sta molto meno a cuore, pare quasi avere il fine di sviare il lettore dalla comprensione di ciò che per lui costituisce centro dell'esistenza, quanto meno nella particolarissima contingente esperienza descritta. Eppure le tracce che egli lascia sono in qualche modo evidenti, e il concentrarsi dell'attenzione su snodi emotivi fondamentali è segnalato dall'improvviso addensarsi del flusso della frase poetica, in genere in un finale che si incida nella memoria del lettore, costituendo non solo sintesi di quanto scritto prima, ma soprattutto segno di quanto resterebbe ancora da dire. Le parole non dette, le parole che potrebbero costituire l'avvio di una seconda parte della composizione, sono pertanto la vera chiusa di un congruo numero di composizioni, pur nel variare di tono e di argomento. Si pensi alla Confessione:
"Temo che in fondo in fondo
Ella assomigli a me."
a Un indovinello:
"Ma il nove giugno fu sì bello anch'esso
Che per dirne il perché manca la rima."
a I Guanti:
"Solo durano ostinati alla fatica
I punti della mamma e dell'amica."
ad Ancor da lunge:
"Ma quei che né io cogliere
Oggi, né tu puoi rendermi,
Bruciano a me davver."
o ancora a Il piacere degli dei:
"L'ebbrezza i palpiti
Raddoppi il cuore
E amor ci vendichi
Dell'altro amore."
Né, d'altro canto, Nievo indulge ad alcuna forma di protagonismo guerresco, riluttando a descriversi non solo come eroe, ma anche solo in quanto combattente. Molto rari sono infatti gli accenni ad episodi militari che egli abbia vissuto direttamente, ed in nessuno il poeta racconta qualche suo atto o gesto di soldato. E' questa una ben singolare caratteristica per una raccolta di composizioni che sono anche, almeno sotto un profilo di formale apparenza, il racconto di una campagna di guerra. In realtà, da osservazioni come queste, germina la conclusione per cui Gli amori garibaldini sono il diario non tanto delle azioni di un soldato, quanto dei pensieri di un soldato, concepiti negl'intervalli tra un'azione e l'altra. Finalizzata a questa impostazione è del resto anche la più volte ricordata negligenza formale, propria di chi scrive "tra un combattimento e un bivacco", e che nella revisione dell'opera dell'autunno successivo (durante il "limbo" di cui l'autore parla nelle lettere [4] ) non è fortunatamente andata perduta.
Resta comunque l'impressione dell'estremo riserbo con cui Nievo trasmette le proprie emozioni, velate nel già accennato gioco del dire e non dire, schermate da un "understatement" insolito in un'epoca letteraria in cui l'espansività sentimentale pare regola non suscettibile di eccezioni. Una descrizione precisa di se stessi, la rifrazione geometrica della propria immagine nella pagina scritta pare essere al poeta modalità impraticabile, perché fuorviante ed inutile. Vi osta la ritrosia di chi non ama mostrare emozioni e gesti plateali, al punto che forse l'eclettismo di cui da prova e che gli consente di trascorrere con facilità quasi sorprendente dall'ironia al tragico, dalla satira ad una calorosa e complice colloquialità può leggersi anche come tentativo di sviamento del lettore, di mascheramento di sé, di fuga da una troppo precisa classificazione in un genere, in un tono, in una misura, in una materia definiti, quasi che una tale temuta catalogazione costituisse già per sé sola privazione di spazi, degradazione di autonomie, delimitazione di libertà: di essere, prima ancora che di esprimersi. Il rigido e spesso insuperabile controllo esercitato sull'attitudine ad una più ampia e diffusa espressione di sè pare quasi metaforizzato nel rifiuto a parlare all'amata della propria partenza e delle ragioni di essa contenuto in Una nuvola nera:
"Deggio parlarle pria?/.../
Deggio narrarle ch'ella sola accende
Il mio rogo feral?.../.../
Ah no!.../.../
Condur nell'ombra il mio segreto io voglio"
Ben oltre l'immediata occasione dell'amore in quel momento deluso, il pudore ad esprimere i propri sentimenti che circola in tutta la raccolta pare sigillare in sé il senso più profondo di una maturata e dolente meditazione sul mondo, cui consegue la constatazione della vanità del descrivere se stessi agli altri, dello scarto ineluttabile tra come siamo e come riteniamo di essere, e dello scarto ben più ampio tra come riteniamo di essere e come lo sguardo degli altri, sia esso superficiale o partecipe, ostile o innamorato, diffidente o ammirato ci vede. Si percepisce - più notevole forse di altre novità stilistico - formali segnalate dalla critica - un ulteriore elemento di originalità della poetica di Nievo. La sua sottile inquietudine spirituale, di cui sono presenti, come s'è visto, venature non labili anche in un'operetta apparentemente di tutt'altro tenore come Gli Amori Garibaldini, anticipa temi che, con incomparabilmente maggiore consapevolezza, cominceranno a venire in evidenza qualche decennio più tardi: l'impossibilità di comunicare compiutamente se stessi, l'inaccessibilità anche ai più prossimi delle proprie remote lontananze, la marginalità, di fronte all'infinitudine dell'esistenza, di ciò che di noi possa impunemente spartirsi con altri, l'inanità, spesso parziale eppure mai eludibile, dello sforzo di condividersi, la consapevolezza di solitudini tanto profonde che neanche una consuetudine allo stesso tempo temuta e desiderata con altri uomini riesce a sondare.
NOTE
1) GORRA Marcella, Introduzione a Opere di Ippolito Nievo, vol.I, Mondadori, 1970, Milano, p.LXXI)
2 ) Gorra M., ibidem.
3) Sulle crisi psicologiche di Nievo, oltre al più volte citato Mantovani, si veda l'ultima biografia dello scrittore, Ippolito Nievo, Orfeo tra gli Argonauti (Camunia, 1991, Milano) di Paolo Ruffilli, specialmente alle pp. 78,80,81.
4) Su ciò cfr. la Prefazione di Igino De Luca al Quaderno di traduzioni di Nievo (Einaudi,1976, Torino) pp.X e segg.