Un sensore del Novecento: il Dizionario Moderno di ALFREDO Panzini
Antonio Castronuovo
Montale considerava il Dizionario Moderno, volume che Alfredo Panzini (1863-1939) aveva pubblicato nel 1905 (nuove edizioni arricchite nel 1908, 1918 e 1923), «uno dei suoi lavori più significativi», nel quale l’autore aveva raccolto «una selva di neologismi e di parole di conio quanto mai avventuroso». E davvero si tratta di opera che, sebbene poco nota, reclama attenzione proprio in virtù di quella selva di parole avventurose che ne fa un repertorio di tutto quel che all’epoca suonava inusitato.
Il primo ad accorgersi di questo era stato Prezzolini. Lungi da essere opere in cui gli autori sono costretti a compilare schede, i dizionari sembrano a Prezzolini i luoghi in cui la personalità finisce sempre col manifestarsi: «Il Panzini lo dimostra nel suo Dizionario Moderno, certamente un’opera di erudizione ma anche libro di spirito e di bonaria riflessione sui casi della vita, cosicché ho veduto gente d’ogni specie e anche incolta, leggerselo con grande interesse e magnificarlo quasi fosse un romanzo. Io l’ho letto tutto, e dico tutto, di proposito, voce per voce, con vera soddisfazione. Anche del Dizionario potevo dire, come di certe novellette: è sempre Panzini!».
Per parte sua, Gianfranco Contini vide nel Dizionario Moderno una «notevole raccolta di schede lessicografiche (spesso umoristicamente glossate) che attestano l’attrazione-repulsione esercitata sull’autore dal mondo contemporaneo».
L’opera testimonia infatti la repulsione che Panzini provava per un mondo in cui la modernizzazione cominciava a impazzare, ma nel contempo l’attrazione: insomma, uno straordinario sensore del tellurismo ansioso di inizio secolo che, invece di far scattare un allarme e indurre alla fuga, avverte che è giunta l’ora di uscire allo scoperto e di assistere attenti perché lo spettacolo è di quelli che cambiano la faccia della terra.
Come il suo Dizionario, anche Panzini è moderno quando guarda al nascere del secolo con un sentimento meno incerto che avventuroso, quello di un uomo che si affacciava ai tempi nuovi e ne cercava il significato, tentava di tastarne il polso quando ancora il Novecento doveva manifestare la sua forma tragica. Il che fa di questa sua opera, in certo modo, qualcosa di centrale.
In nessun luogo Panzini ha potuto essere più diretto, nell’esprimere il suo pensiero e i suoi umori, che in questa compilazione enciclopedica e lessicale. Ne deriva che mediante le voci del Dizionario Moderno si può tentare una delimitazione abbastanza precisa della sua conformazione ideale, per scoprire infine la debordante insofferenza, la smania di trasformare il rimpianto elegiaco in una piccola apocalissi: era necessario svelare, per gli uomini che entravano nel Novecento, qual era il senso di ciò che si muoveva.
L’ultima edizione del 1923, quella successiva alla Grande Guerra, diventa d’un colpo la più interessante: proprio perché avevano nel frattempo fatto irruzione eventi radicali. In altre parole: nel 1905 il secolo emetteva qualche vagito, nel 1923 invece – dopo la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa e la Marcia su Roma – gli uomini erano già immersi nel Novecento fino al collo, destinati a subirne in ugual misura miserie e grandezze.
L’attrattiva del dizionario scaturisce naturalmente anche dallo stile di stesura, dotato di grazia ironica. E il ricorso all’ironia era buon espediente per far emergere il divario fra una tradizione che si stava spegnendo e l’urto della realtà nuova. Ma Panzini sapeva anche con chi aveva a che fare, e lo testimonia la voce Épater le bourgeois, locuzione del gergo francese che significa intimorire con giudizi strabilianti l’onesto borghese, «il quale di rado suole turbarsi per tutto ciò che direttamente non lo riguarda».
Forse Panzini volle irrompere col dizionario in quel che riguardava i borghesi di inizio secolo, per far loro comprendere che c’era davvero di che sbigottire ed essere confusi, dato che tutto ciò che succedeva poteva in qualche modo suggerire che alla fine, in un modo o nell’altro, avrebbe riguardato proprio la calma e la sicurezza di tutti.
Difficile affermare che dalla lettura del Dizionario Moderno emerga l’usata immagine del provinciale che, innamorato della vita semplice, vagheggia un ritorno all’epoca agricola e padronale. Non sembra puerile Panzini quando applica l’etica del pessimismo a un secolo che inarrestabile galoppava verso l’appiattimento: egli possedeva il sensore della fine, della transitorietà di tutte le cose, anche di quelle che noi abbiamo creduto inscalfibili. Alla luce dell’odierno, Panzini diventa insomma un uomo che seppe misurare senza vuoto trionfalismo quel che succedeva.
Chi si affissa soltanto sull’immagine del Panzini membro dell’Accademia d’Italia non ne coglie la sostanza, che sta molto più in fondo. Il Dizionario Moderno è sorretto dal senso del disfacimento cui vanno incontro le labili costruzioni mondane. Panzini resta certo un conservatore, ma di quelli che oggi, nella caduta verticale delle certezze positive, hanno di nuovo qualcosa da dire.
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È ironico come Panzini, per guidare l’uomo di inizio secolo nel labirinto della modernità, procura nel suo Dizionario Moderno alcune essenziali definizioni politiche.
Nella fosca regione del collettivismo si entra mediante una densa voce sul Comunismo. Dopo averlo definito come dottrina molto antica che propugna una società in cui siano comuni gli strumenti di lavoro e la ricchezza prodotta («e, logicamente, anche la donna»), Panzini si tuffa in una breve premonizione che, per noi che conosciamo la fine delle dittature novecentesche, getta un’ombra inquieta: «Il Comunismo fu proclamato (1921) dalla Pravda, giornale ufficiale dei Sovietti, la felicità per l’umanità intera. Però il compagno Lenin diceva: noi dobbiamo vincere i pidocchi, altrimenti i pidocchi vinceranno la nostra rivoluzione. Quel signore alludeva ai pidocchi per la sporcizia, cagione del tifo esantematico ecc. Ma anche in altro senso si può intendere».
Col Bolscevismo le cose si fanno ancor più difficili, perché la voce corrisponde alla «socializzazione di tutto, passaggio di tutte le forme e tutte le forze di produzione nelle mani dello Stato, concepito non già come espressione della totalità della società, bensì come dittatura di classe, e come mandatario dei lavoratori della forza fisica». Un programma che l’autore dice attraente per operai e contadini, nei quali sentiva serpeggiare il fremito del progresso, ma che «pare di applicazione difficile».
Per restare in tema, il Marxista appare nel dizionario come il seguace delle dottrine di Carlo Marx, colui che lanciò il motto «Lavoratori di tutto il mondo unitevi», anche se poi «al tempo della Guerra i lavoratori di Germania si unirono... al Kaiser». E tuttavia Marx fu il creatore della Lotta di classe, lemma che riassume lo stile provocatorio di Panzini. Carlo Marx, considerando «il progressivo concentramento della ricchezza in poche mani di capitalisti, che riducono allo stretto necessario ed alla povertà le numerose schiere dei lavoratori proletari, pose mente all’opportunità delle associazioni di costoro, ed in tal modo assurse ad una concezione generale dell’economia capitalista, per la quale ritenne indispensabile come difesa dei lavoratori la loro unione internazionale allo scopo di contrapporsi all’interesse dei pochi e ricchissimi capitalisti. Perciò predicò come metodo unico la lotta di classe, cioè l’organizzazione di tutti i lavoratori salariati contro i capitalisti, perché, accelerata la concentrazione capitalistica, i proletari potessero d’un colpo e per mezzo della rivoluzione sociale sostituire al regime economico capitalista il regime economico collettivista. Questa teoria non trova conferma nei fatti seguiti di poi».
Saltando dall’altra parte, Panzini descrive i Fasci come il «partito politico organizzato da Benito Mussolini e da altri, negli anni 1919 e 1920 che parvero in Italia della salute bolscevika». Al suo primo apparire, il fascismo sembrò brillante reazione borghese contro la tirannia socialista, ma più verosimilmente – scrive Panzini – si tratta di generazioni maturate dopo la Guerra che si oppongono al socialismo in quanto svalutazione dei sacrifici e delle glorie della Guerra, negazione d’Italia e sottomissione a Lenin. Difficile dire se l’autore sia un pessimo o un buon profeta quando poi ipotizza: «Non è improbabile che il fascismo finisca per gravitare verso un socialismo temperato e... di tipo italiano».
Curiosamente, Panzini sembra parlare dell’oggi quando dipinge le formazioni politiche del centro. Il Partito Popolare Italiano viene delineato come «a-confessionale, fondato nel gennaio 1919 da Don Sturzo e altri, con molto vago programma cristiano. Nel fatto, antagonistico al socialismo per la conquista delle masse. Ufficialmente questo partito non ha rapporti col Vaticano. Risponde al Centro tedesco. Vedi Pipì».
Andiamo pertanto a cercare Pipì: null’altro ancora che il Partito Popolare Italiano «detto pipì dalla sigla PP, per la consueta celia nostrana». Il pensiero di Panzini, esattamente come l’odierno, vola altrove e pipì «vale pispolino, cazzarellino», e da qui, per estensione, la pipì diventa l’urina. Se dunque involontarie frasi televisive del genere “il pipì reggerà», “il pipì si rafforza” e simili, scatenano la nostra ilarità, la stessa dobbiamo presumere nel gioviale Panzini – e anime consimili – di inizio secolo.
Ma la massima attualità del dizionario viene toccata, su questi temi, dai neologismi. Democristiani vengono detti i cattolici con tendenza socialista o modernista, «ma ossequienti alla volontà del Pontefice». Statolatra è invece neologismo in uso nel linguaggio politico «per indicare persona la quale nutre somma opinione e fede nell’azione diretta dell’ente Stato. Statolatra può essere tanto il conservatore come il socialista».
Dove appunto si sente risuonare qualcosa dell’Italia eternamente appiccicata a mammastato...